Fermare i pensieri in corsa, quando attraversano il nostro cervello; fissarli perché non si confondano nel caos di immagini quotidianamente registrate e di sensazioni assorbite mentre parliamo, osserviamo, percepiamo odori, ascoltiamo, mentre, cioè, i nostri sensi lavorano e noi inconsciamente li assecondiamo. Ecco, è questo ciò che faccio io portandomi dietro un taccuino: ce l'ho in borsa e se non è in borsa è in una tasca ma sempre con me, pronto a ricevere suggestioni, a raccogliere e conservare tutto quello che mi colpisce e non voglio vada disperso o dimenticato.

giovedì 25 giugno 2015

Il nulla da dire boccia l'esordiente

Giovedì: giorno di pubblicazione.
Vivere il famoso "calendario editoriale" come una tappa da seguire pedissequamente significa perdere il bello della spontaneità: chi ha un blog condivide contenuti ispirati, non riempitivi di un vuoto di idee temporaneo.
Io, oggi, non ho cosa scrivere, non ho costruito un pensiero attorno a un argomento su cui vorrei scambiare opinioni e nonostante tutto sto scrivendo qualcosa. Il perché è presto detto: ho il bisogno "fisico" di accedere nel mio universo scrittorio, fatto di strumenti materiali e idee (pure quando mancano), dunque mi accontento di sedermi nel mio solito angolino, con il mio fido computer davanti e le dita leste sopra la tastiera e di stare a guardare il vuoto per interi minuti (che sembrano pochi, ma se rimangono senza contenuto possono sembrare interminabili) prima di buttare giù una frase qualunque. 
L'idea di aggiornare il blog con regolarità si accetta con la consapevolezza e la serietà di assumere un impegno; questo cambia un po' le abitudini e le priorità da attribuire nell'arco della giornata, ma la sostanza rimane la stessa: non c'è scelta consapevole, né senso di responsabilità alcuna se non hai nulla da dire.

Ci avete creduto?
Che io non avessi cosa scrivere?
Che io non sapessi in che modo chiudere la mia blog-settimana anche nel secondo giorno che ho scelto per pubblicare gli articoli?

La verità è che mi sono servita di questa introduzione per esprimere un mio pensiero sull'inutilità di certe letture fatte ultimamente, che mi hanno portato a riflettere su un punto: quando uno scrittore non ha nulla da raccontare, non è necessario che scriva qualcosa.
L'impegno che uno scrittore si assume non è quello di pubblicare a scadenza fissa, costi quel che costi, ma quello di rispondere sempre a uno standard elevato di aspettative, che lo portano ad avere una sola, unica, responsabilità: scrivere qualcosa che sia degna di essere letta. 
Ora, ritorno ai punti della premessa non con riferimento al blogger, ma adattando il discorso al ruolo di scrittore, pertanto chi ne esibisce con vanto l'etichetta non dovrebbe scrivere perché "deve" farlo, poiché ciò significherebbe perdere il bello dell'ispirazione: chi scrive una storia, che sia un romanzo o un racconto, trasferisce su carta contenuti sentiti, non riempitivi di un vuoto che comporterebbe attese anche lunghe. Il "bisogno fisico" dello scrittore di circondarsi degli strumenti a lui più cari, carta, penna, pc, appunti, deve trovare conforto nell'idea valida da sviluppare, nel contenuto interessante come punto di partenza, non nell'intenzione di dire qualunque cosa purché scritta bene.
Anche il proposito di non perdere certi ritmi si arrende se c'è un'evidente difficoltà nel provare a visualizzare una storia concreta.
Dunque, se lo scrittore ha una responsabilità non è quella di sfornare pagine di aria fritta in rapida successione, ma di rendere al pubblico il valore dell'opera da un punto di vista sostanziale, di contenuti.
Un'osservazione, questa, che vale come sfogo, perché, tolti pochissimi libri letti di recente, alcuni mi hanno davvero portato a pensare che uno scrittore non sia solo chi narra con tutte le regole ber rispettate e la formattazione perfetta e la copertina azzeccata, ma colui che scrive per conquistare il pubblico con storie non necessariamente spettacolari, ma che perlomeno abbiano un sapore.
È un monito per gli scrittori esordienti, un consiglio, un suggerimento: non siate mai noiosi, non portate il lettore a sbuffare, ad alzare gli occhi al cielo, a saltare interi paragrafi, a sfogliare velocemente le pagine per vedere quando finisce il capitolo. È una delle sensazioni più brutte che si possa provare: perdere il piacere della lettura
Noi lettori perdiamo il piacere della lettura, voi scrittori perdete un'occasione! Un'occasione per farvi conoscere, apprezzare, per affermarvi, per provare a credere veramente nel sogno che avete coltivato un'intera vita.

Esistono anche autori famosi che, dopo le prime clamorose performance, si sono adagiati su storie un po' forzate; metti, per esempio, la fama de "L'ombra del vento" di Carlos Ruiz Zafon non confermata, a mio modesto avviso, da tante sue successive produzioni; o la forza della prima Banana Yoshimoto scaduta in altre storie che hanno banalizzato la sua narrativa. Eppure, se inciampa il grande scrittore siamo più propensi a perdonarlo oppure se scegliamo di non leggere altro (come ho fatto io con i citati autori), poca rilevanza avrà nei loro confronti l'apprezzamento di un lettore che si disaffeziona. Invece, il discorso è diverso per un esordiente: non può permettersi di scivolare nel nulla narrativo, perché se un lettore gli toglie la chance, risalire la china sarà peggio dell'inferno attraversato per arrivare a pubblicare la sua prima fatica letteraria.
Io, in questa sede, non dirò quali sono i libri che ho letto e che hanno suscitato tale mia reazione, non curo recensioni nel mio blog e poi non sono davvero nessuno per spezzare le ali all'emergente in volo (in un'altra veste, forse, mi permetterei, non in questa!), però, per un principio di onestà ho scritto in privato a ciascuno di questi autori e sono stata sincera, ho detto loro, con la diplomazia cui non so rinunciare, quello che penso di ciò che hanno scritto.
 In genere ho rilevato che:

1) il racconto inizia, continua e potrebbe continuare all'infinito, perché mancano i tre elementi fondamentali su cui una buona storia dovrebbe ergersi: una premessa, un "durante" che giustifichi quella premessa e una conclusione coerente con il durante;

2) i dialoghi sono molli, non suscitano nulla, qualche volta rasentano la sciocchezza pura; cose tipo :"ciao, che ci fai tu qui?" -"giro la domanda a te: cosa fai TU qui!" (proprio con il tu scritto maiuscolo). 

3) il "nonsense" è simpatico quando esprime umorismo, quando suggerisce paradossi intelligenti, non quando il grottesco è esasperato ai limiti dell'assurdo; poi diventa un incomprensibile esercizio linguistico da buttare.

4) Anche molte scene clou sono piatte, le azioni flemmatiche, i colpi di scena sgonfi come un sufflè mal riuscito.
Ma che noia! La semplicità ben architettata premia, non la ricerca di sensazionalismi che non si è in grado di gestire.

Allora faccio il tifo per il romanzo meditato, quello che cuoce a fiamma bassa per lungo tempo, quello che non ha fretta di essere scritto, quello che non ha calendari da rispettare.
Sono contenta, in compenso, di avere apprezzato alcuni libri scritti da amici blogger che non hanno deluso le mie aspettative.
Gli autori delle performance letterarie deprecate, per mia fortuna, non conoscono questo blog, che poi, magari, sono quelli che non lasciano commenti perché li ritengono superflui e inutile dispendio di parole.
I commenti su un blog!

Qual è, secondo voi, la responsabilità che deve sentire lo scrittore?

Quando uno scrittore non ha nulla da raccontare, non è necessario che scriva qualcosa.
Che ne pensate?

23 commenti:

  1. Un bel tacer non fu mai scritto. ;)
    Molto di quello che si legge sembra frutto di contratti e pressione del marketing più che di volontà di raccontare qualcosa: così il piacere, animale quanto mai elusivo, sparisce immediatamente per lasciare una landa di pagine desolate. Scrivere bene è difficile tanto quanto è semplice scrivere.

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    1. A proposito di eloquenza dei silenzi!
      La desolazione impoverisce l'animo del lettore; come la metti la metti per lo scrittore è sempre tutto più difficile!

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  2. Vuoi dire che ti hanno annoiato le letture dei miei romanzi "Luna di traverso per spiriti affranti", "Mi sposo, non mi sposo, mi sposo, non mi sposo", "Elenco telefonico degli amori platonici", "Elenco telefonico degli sposi indecisi, affranti in una potenziale luna di miele?". Eh, ti hanno annoiato? Dillo, sii sincera, fuori i nomi!

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    1. Okay sarò sincera, promettimi che non ti offenderai: "luna di traverso per spiriti infranti" sembra la copia di "spiriti infranti sotto la luna di traverso"; sono indecisa se "mi sposo, non mi sposo, mi sposo, non mi sposo" mi piace non mi piace mi piace non mi piace; "elenco telefonico degli amori platonici" ha solo un paio di pagine di nomi e numeri che si potevano evitare senza che la storia ne risentisse; l'ultimo... è straordinario: ne farò una recensione che, in via del tutto eccezionale, pubblicherò nel mio blog!

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    2. Spero positiva e non negativa...

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    3. Da quanto ho letto su wikipedia ne è stato anche tratto un film: "Elenco telefonico degli sposi indecisi, affranti in una potenziale luna di miele, travolti da un insolito destino, nell'azzurro mare d'agosto" della mitica Lina.

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    4. :D Spero che qualche sana risata ti sollevi dai pensieri diversamente ottimisti!

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  3. Sono andata a controllare la posta, poi mi sono ricordata che il mio librino lo avevi solo messo in lista.
    Toglilo. Dai, toglilo. :D
    Ok, adesso seria. Lo scrittore ha una grande responsabilità: scrivere ciò che vuole leggere, con tutto ciò che ne comporta. Se si annoia mentre racconta la storia, si annoierà anche il lettore. Se si stupisce, si stupirà colui che scopre. Se si emoziona, emozionerà chi si vuole emozionare.
    Se mentre "lavora" sbadiglia… farebbe bene a farsi qualche domanda. E a chiudere tutto.

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    1. Ma io temo che il problema sia proprio lì: che lo scrittore scriva ciò che vuole leggere e dunque che proprio lo scrittore sia di una noia mortale! Che non si renda conto, cioè, che la sua storia è priva di verve, di senso, di anima e questo chi può spiegarglielo? Il lettore insoddisfatto!

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  4. Adesso che ho letto il post ti ringrazio della mail tranquillizzante sul mio libro ...
    Ho letto anch'io dei libri che non mi trasmettevano nulla o quasi, alcuni di questi però erano anche in vetta alle classifiche, anche di esordienti.
    Penso anch'io che lo scrittore abbia una grande responsabilità, anche se poi quest'ultima diluisce necessariamente a seconda del genere letterario In cui rientra. Vero è che anche un genere leggero può trasmettere delle belle emozioni con una scrittura sublime. Lì c'è la bravura dello scrittore.

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    1. I gusti personali fanno la loro parte, certo, però devo dirti che ho letto un romanzo di fantascienza, quest'estate, mossa dalla curiosità indotta dalla bravura del suo autore a vendere il proprio prodotto. Non amo il genere, ma la storia era scritta veramente bene, come non complimentarsi oggettivamente. Io amo le storie complesse, ma non è detto che anche le trame semplici non siano interessanti se capaci di suscitare, come dici tu, emozioni.

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  5. Non potrei essere più d'accordo. Uno dei "vantaggi" dell'essere auto prodotto è proprio non avere scadenze da rispettare e romanzi da scrivere a ogni costo entro la fine dell'anno (che è credo, il motivo per cui molti autori, come tu dici, perdono mordente: partono con libri originali che hanno meditato in gioventù, che hanno dentro qualcosa di forte, di importante, e poi, causa successo, si trovano con un bel gruzzolo in tasca ma anche con l'obbligo editoriale di scrivere cinque romanzi in cinque anni a meno che non si rescinda il contratto e si perda il gruzzolo e soprattutto la reputazione... ed ecco cinque romanzi sfornati a forza, ricopiando il primo. Solo pochi davvero bravi reggono questa sfida).
    Per capirci, anch'io non scrivo se non ho dentro l'idea, la sensazione e la necessità di scrivere.

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    1. Il prezzo del successo: cedere a qualche compromesso. Ma non so se tradire le aspettative di chi ti ha tanto apprezzato sia gratificante; magari lo è il gruzzolo intascato dalla vendita dei cinque romanzi scritti su richiesta! Noi "esordienti veri" siamo dei "puristi" della scrittura amatoriale!

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  6. Concordo su tutto. Il punto è che alla fine come fai a non scrivere? Facciamo finta di essere uno scrittore acclamato: davvero è possibile pubblicare solo quando si ha qualcosa da dire? E gli impegni presi con l'editore? Con il pubblico? Ma non è solo questo, credo. C'è anche un altro aspetto: è difficile avere attorno delle persone che ti dicano la verità, e anche se succede si preferisce andare avanti comunque. Questo spiega in parte il declino di certi scrittori che scrivono, scrivono, e scrivono ancora. Per esempio, a mio parere Garcia Marquez da un certo punto in avanti poteva smettere di scrivere. Sempre bravo, per carità: ma la vena si era esaurita. Ma come puoi dire: "Basta, smetto?".

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    1. Lo scrittore affermato può permettersi di scrivere sotto contratto, vuoi perché la sua fama lo precede sempre e comunque, vuoi perché resta uno bravo, uno che ha scritto cose di valore innegabile, ma l'esordiente che scrive storie che non dicono nulla lo sa che brucia tappe che probabilmente non recupererà più?

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  7. Anche io ieri ero in difficoltà nel trovare l'argomento adatto per l'aggiornamento del blog, ho ripiegato su un post tecnico ma non mi convinceva, tant'è che ho impiegato un sacco di tempo a scriverlo e ha ottenuto meno visualizzazioni e commenti di altri articoli, almeno per ora.

    Sto pensando già da tempo di ridurre gli aggiornamenti settimanali da due a uno, ma non mi sono ancora decisa a passare al dunque. A muovermi in questa direzione è soprattutto l'assenza di tempo da dedicare al romanzo. è vero che non ho nessuno che mi corre dietro, ma non voglio correre il rischio che la storia mi venga a noia prima che giunga al termine.

    Ritengo sia normale che il romanzo di un'esordiente presenti delle imprecisioni o dei punti deboli, specialmente nelle scene più difficili (sesso, violenza, tossicodipendenza, rappresentazione del male) alle quali vorrei dedicare un post prossimamente. L'importante, secondo me, è conoscere i propri limiti e avere il coraggio di scrivere lo stesso pezzo anche dieci volte prima di pubblicarlo o inviarlo a un editore. Finché si tratta di inviare una bozza a un'amica come faccio io è un conto, serve anche per migliorarsi e prendere consapevolezza del contenuto delle scene, perché poi si parla, ci si confronta e ci si accorge di dettagli importanti ai quali non si era prestata la giusta attenzione... ma quando un'opera è definita "pronta" deve esserlo sul serio, anche a costo di fare 300 revisioni. :)

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    1. Sì, infatti, credo che uno dei difetti principali dell'esordiente sia proprio quello di volere fare tutto e subito. Hanno in mente una storia, la scrivono, la autopubblicano e si sentono a posto così. Ovviamente generalizzo!
      Sono sicura che una buona attesa costruttiva faccia la differenza fra esordienti di serie A ed esordienti di serie B. Poi ci sono quelli di serie C che a chiamarli esordienti gli si fa un bel regalo! :)

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    2. Giustissimo. Credo che ogni scrittore debba potersi prendere il tempo che gli serve, cercando di gestirlo al meglio: anche andare troppo per le lunghe, paradossalmente, può essere deleterio...

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  8. Come non darti ragione? Io non sopporto i "vorrei scrivere un libro, forse un rosa, forse un horror" (esistono, lo giuro). Ma che vuol dire? Io voglio scrivere un libro. Quello a cui sto lavorando, perché ha una storia di cui mi sono innamorata e sto male se non la trasmetto al lettore. C'è una storia che preme per uscire, per essere raccontata. La voglia generica di scrivere un libro, che pure pare sia una sindrome diffusa, per darsi arie da intellettuale, perché "a me piace scrivere", perché "ho uno stile strepitoso" genera mostri di noia.

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    1. Ci sono, ci sono, hai ragione!
      Sono rimasta ferma per anni prima di investire ancora una volta il mio tempo nell'avventura di un nuovo romanzo e questo perché adesso ho ritrovato quella necessità di scrivere che mi porta a non accontentarmi di qualunque storia. L'approssimazione e la superficialità vanno decisamente a braccetto con la noia che ne deriva!

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  9. Le forzature hanno sempre un prezzo, che nel caso della scrittura può essere molto alto. Nel caso del blog, la ricerca della regolarità di pubblicazione costa sacrifici. Nel mio caso, siccome sento sempre forte la tentazione di farmi trascinare da un interesse all'altro, uso la regolarità per esserci, semplicemente. Se entrassi nell'ordine di idee di scrivere sul blog solo quando sono ispirata a farlo e ho un buon argomento, tempo pochi mesi avrei abbandonato tutto. Quindi considero questo genere di "dovere" una croce, a volte, ma anche una stampella. :)

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    1. Concepisco l'impegno del blog alla stessa tua maniera: cerco di trovare sempre il tempo per aggiornarlo in base agli obiettivi che mi sono prefissata ( le due pubblicazioni settimanali): è faticoso, ma anche stimolante, un peso piacevolissimo (fossero tutti così!)

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  10. Se la gente non scartasse i racconti di sumo avremmo un mondo migliore

    Mirko

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