Fermare i pensieri in corsa, quando attraversano il nostro cervello; fissarli perché non si confondano nel caos di immagini quotidianamente registrate e di sensazioni assorbite mentre parliamo, osserviamo, percepiamo odori, ascoltiamo, mentre, cioè, i nostri sensi lavorano e noi inconsciamente li assecondiamo. Ecco, è questo ciò che faccio io portandomi dietro un taccuino: ce l'ho in borsa e se non è in borsa è in una tasca ma sempre con me, pronto a ricevere suggestioni, a raccogliere e conservare tutto quello che mi colpisce e non voglio vada disperso o dimenticato.

domenica 19 luglio 2015

QUEL GIORNO (un ricordo in memoria di Paolo Borsellino)


Un mese e mezzo fa, in occasione dell'anniversario della morte di Giovanni Falcone, ho pubblicato nel blog un piccolo contributo per fare sentire la mia voce in ricordo di un evento così importante. Rispondendo a un commento, ho detto che avrei dato la mia personale testimonianza circa l'altro eclatante attentato che ha tolto la vita anche al giudice Paolo Borsellino. All'epoca studiavo per sostenere un esame, a Palermo e quel giorno, il 19 luglio 1992, io ero lì.

QUEL GIORNO

Quel giorno ero piegata su un testo di quasi 1500 pagine, nuovo obiettivo nel mio percorso universitario; studiavo ancora per superare l'esame di diritto processuale civile che rappresentava la tappa più importante verso il traguardo finale: la mia Laurea in Giurisprudenza.
Palermo, in estate, è una città invivibile: il caldo soffocante penetra fin dentro le ossa, riducendo ogni attività al minimo indispensabile: muoversi comporta uno sforzo immane, anche spostarsi da una stanza all'altra diventa un sacrificio quando una casa si trasforma in camera ardente, dopo che la furia dello scirocco ha assorbito ogni riserva di ossigeno.
In queste condizioni, boccheggiante e a corto di rimedi per far fronte alla insopportabile calura, ogni giorno mi alzavo presto, facevo una rapida colazione a base solo di liquidi freddi, indossavo pantaloncini e canotta e mi chiudevo nella stanza in cui studiavo ormai da quattro anni.
Ho amato l'appartamento, al piano terra, che condividevo con due mie amiche: un amore ingiustificato, vista la sua scomodità e la sua obiettiva bruttezza; eppure, quella casa di ottanta mq, con un corridoio lunghissimo, due stanze, una cucina e il bagno tutti su un lato (l'altro era il muro che ci separava, con due finestroni protetti da un'inferriata modello galera, dalla terrazza del vicino) era il nostro rifugio, il nostro primo vero segno di indipendenza. Anche noi avevamo una terrazza molto grande nella quale si accedeva da tutti i balconi delle stanze, ma che più che essere uno sfogo significativo era l'immondezzaio del palazzo, soprattutto unica fonte di luce e aria. Ancora adesso, dopo più di venti anni ormai, ricordo la mitica casa in Via Laurana 10, il nostro palazzo in fondo alla strada, l'ultimo prima che essa sfociasse in Via Sanpolo, a due passi da Via Monte Pellegrino.
A pochi chilometri da lì, un vicolo stretto a fondo cieco si chiudeva fra le vie principali di una zona molto bella di Palermo, con ampie strade e quartieri moderni; quel vicolo che nessuno avrebbe mai ricordato, adesso è famoso. Si chiama via Mariano D'Amelio.

Quel giorno, dunque, stavo ripetendo gli articoli del codice di procedura civile, dando spiegazioni di capoversi e commi con tutta la difficoltà determinata da un tipo di studio esclusivamente mnemonico. Avevo il libro aperto sulla "disciplina dell'intervento di terzi", artt 268 e ss e come al solito, la signora del palazzo di fronte mi distraeva con la sua ossessiva abitudine di sistemare scopa e paletta in un angolo preciso del balcone, sempre nella stessa posizione, sempre con lo stesso allineamento. Mi ero fermata a osservarla da lontano, perché quel suo consueto, maniacale, movimento arrivava persino a ipnotizzarmi: un pretesto per fermare la mia ripetizione sterile e noiosa. 
Erano le 15.30, il caldo era al suo apice; mi immaginavo le persone sotto gli ombrelloni, nella spiaggia di Mondello, le invidiavo: loro con i sederi ammollo e io con il mio piantato sulla sedia; loro in vacanza, io con un esame alle porte che toglieva spazio anche al piccolo riposo pomeridiano. Pur volendo, era impossibile buttarsi sul letto: il materasso era rovente, il cotone delle lenzuola caldo, un incubo, l'estate palermitana!
Alle 16,45 la mia amica che, nella stanza in fondo al corridoio, stava a sua volta studiando per l'esame di diritto penale, venne a ricordarmi l'esercizio di un nostro sacrosanto diritto: la pausa pomeridiana. Riversarci in terrazza come i carcerati nella loro ora d'aria non era una buona idea, se non volevamo rientrare in casa con le idee bollite. In cucina ad attenderci, come ogni giorno alla stessa ora, un bicchiere di tè freddo e un gelato confezionato che dovevamo consumare in un tempo brevissimo se non volevamo trovarcelo colato su mani e vestiti. 
Tutto taceva attorno a noi, dai palazzi non si udivano provenire suoni, voci di persone, televisioni accese, musica dalle radio. Il silenzio dell'estate.
Incredibile come la mente richiamata da un segnale esterno appena percepito potesse determinare una identica reazione: immerse in una chiacchiera stanca ma interessata (parlavamo di una storia d'amore complicata avente come protagonista un'amica comune), a un tratto ci zittimmo nello stesso istante, come se qualcosa avesse attirato la nostra attenzione, tanto da toglierci la parola.
Rimanemmo in ascolto: un tonfo rumoroso, lontano, anomalo.
I nostri occhi si incrociarono per un secondo, poi, spinte da un'esigenza comune, ci precipitammo in terrazza: sembrava proprio il fragore scomposto di un'esplosione. Subito dopo una serie di allarmi di auto cominciarono a risuonare spezzando il silenzio di quel pomeriggio assolato, intermittenti, incessanti, provenienti da più parti, ma da quartieri distanti dal nostro perché giungevano alle nostre orecchie leggermente ovattati. Era successo qualcosa non lontano da lì.
Erano le 17 e quella distrazione improvvisa ci inquietò non poco: avevamo entrambe sentito un boato compresso, che però doveva essere stato importante per avere accelerato il nostro battito cardiaco senza apparente motivo. Un aereo a reazione? La bombola in un appartamento? 
Una bomba.
Era esplosa quella, intorno alle cinque di quel pomeriggio di luglio, a Palermo.
Un auto carica di tritolo, parcheggiata in Via D'Amelio, era saltata in aria sotto l'impulso di un telecomando attivato a distanza.
Quel giorno, il giudice Paolo Borsellino era andato a trovare la madre che abitava al civico 21 e qualcuno aveva schiacciato il pulsante di un detonatore, causando la seconda strage mafiosa, nel giro di un paio di mesi, dall'ultima costata la vita al giudice Giovanni Falcone.
Ascoltammo attonite e sconcertate questa notizia, qualche ora dopo, nel notiziario della sera: noi avevamo udito lo scoppio dalla cucina di casa nostra, con un gelato in mano e la mente occupata da articoli di legge. Già, la legge! Quella per cui due magistrati stimati e coraggiosi e altri prima di loro avevano sacrificato la vita; quella per cui ogni giorno qualcuno si batteva per sconfiggere sistemi sbagliati, corrotti, traditori, criminali. 
Le sirene risuonarono nella notte di quel giorno dentro un pensiero che non riusciva ad abbandonarmi: un uomo che lasciava la sua famiglia per andare a salutare la madre, mentre la vita dentro le case e fuori, per le vie di Palermo, scorreva ordinaria; una giovane donna, fiera del suo incarico, in servizio una domenica di luglio in cui, in bikini, avrebbe potuto godersi sole e mare insieme al fidanzato e altre quattro persone consapevoli di avere fatto una scelta di vita rischiosa e nonostante tutto convinte, animate da zelo e spirito di sacrificio, persone che credevano in ciò che facevano.
Mi giravo e mi rigiravo nel letto, il caldo non confondeva la mia mente concentrata solo su quel rumore sordo avvertito nel pomeriggio; nel buio e nel silenzio, quel rumore si amplificava e diventava il rombo furioso di uno scoppio che aveva divelto macchine, terrorizzato persone ignare, ucciso barbaramente.
L'inferno a due passi dal luogo in cui ero rimasta per studiare in piena estate ed era come se, in quell'incubo di fitti pensieri a occhi aperti, avessi sentito sulla mia pelle il fuoco delle fiamme, dentro le orecchie le urla degli abitanti del palazzo interessato e di quelli limitrofi danneggiati, il pianto disperato di amici e parenti e visto davanti ai miei occhi il ghigno beffardo di chi, con lucidità e freddezza, aveva schiacciato un diabolico pulsante.
Non riuscii a chiudere occhio e quella sensazione di inquietudine, di impotenza, di angoscia accompagnò le ore della notte fino alle prime luci del mattino.
Il sole timido dell'alba si era affacciato su una strada transennata, cacciando le ombre dai mattoni strappati dei marciapiedi, dall'intonaco scrostato dei palazzi, dallo scheletro scoperto dei balconi. 

Il 19 luglio 1992, alle ore 16.58, un'autobomba ha ucciso Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta.

Io c'ero.

Quel giorno, l'anonima Via Mariano D'Amelio, a Palermo, è stata teatro di una tragedia che ha consegnato il suo nome alla storia.

6 commenti:

  1. È triste che una via diventi famosa per un fatto così tragico. Leggendo il tuo racconto di quel giorno mi sono emozionata. Grazie per averlo condiviso.

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    1. Grazie a te per averlo letto e per esserti emozionata.

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  2. Io quel giorno me lo ricordo bene. Era s'era, stavo uscendo con amici. E fu un amico a dirmi sai che hanno ammazzato "anche" a Borsellino.
    Ed è proprio quell'anche che a me da siciliano mi fa incazzare ancora.
    Grazie per questa sensibile testimonianza.

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    1. Grazie a te per averlo condiviso.
      Vivi o vivevi a Palermo?

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    2. No, Catania.
      Sono stato a Capaci e in via d'Amelio negli anni a seguire.
      Da Siciliano sento molto il problema .
      Anni fa avevo progettato un romanzo da intitolare: "Il sole di Sicilia".
      La lotta alla mafia giocata dalla parte dei giusti.
      Perché se è pur vero che dai noi la mafia ha il suo triste primato di fama mondiale, in Sicilia sono nati e hanno vissuto alcuni dei più alti esempi di coraggio e giustizia della storia umana.
      Citare solo Falcone e Borsellino sarebbe facile. Nella mia memoria scorrono nomi meno famosi. A Partire dall'Italo Americano Joe Petrosino, a Rizzotto, Impastato, Chinnici. O quei grandi investigatori su cui si potrebbero scrivere romanzi interi tanto sono affascinanti come figure: Giuliano capo della squadra mobile di Palermo, il capitano dei carabinieri Basile, o a quegli intrepidi di Beppe Montana e Ninni Cassarà.

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    3. Bravo, ne hai citati tanti degni di memoria. Dovresti, perché no, riprendere in mano il progetto sul romanzo "il sole di Sicilia", il titolo già è una verità promettente!

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