Fermare i pensieri in corsa, quando attraversano il nostro cervello; fissarli perché non si confondano nel caos di immagini quotidianamente registrate e di sensazioni assorbite mentre parliamo, osserviamo, percepiamo odori, ascoltiamo, mentre, cioè, i nostri sensi lavorano e noi inconsciamente li assecondiamo. Ecco, è questo ciò che faccio io portandomi dietro un taccuino: ce l'ho in borsa e se non è in borsa è in una tasca ma sempre con me, pronto a ricevere suggestioni, a raccogliere e conservare tutto quello che mi colpisce e non voglio vada disperso o dimenticato.

giovedì 13 agosto 2015

PERDONO E SALVEZZA - II PARTE (da "La storia che ho scritto per te")



PERDONO E SALVEZZA (II parte)

Trascorsero settimane in cui non riuscivo più a distinguere il giorno dalla notte: mi svegliavo in preda ad autentiche crisi di panico; Daniele era a pochi metri da casa mia, celebrava la Santa Messa tutte le mattine, c'erano volte in cui credevo addirittura di sentire la sua voce da lontano, un'ossessione che mi consumò per quarantacinque interminabili giorni: pensavo di essere niente di fronte alla grandezza di Dio e che amare Lui avesse di gran lunga un valore aggiunto nella vita di un uomo che avrebbe potuto fare o essere qualunque cosa e aveva invece scelto di essere prete, prete - Dio - perché! Talvolta mi rivolgevo al Signore provando a capire quale potesse essere la Sua volontà perché se era stato chiaro con Daniele, senz'altro nei miei confronti lo era di meno: come accettare che Dio volesse per me un amore che Lui stesso aveva reso impossibile?

Poi una mattina, le preghiere che con insistenza e costanza avevo rivolto al Cielo sembrarono essere state finalmente ascoltate, dal momento che, al risveglio, il peso che portavo nel cuore mi sembrò improvvisamente più leggero e l'odore di ciambelle calde che ogni mattino, di buon ora, filtrava dalle mie finestre, mi aveva fatto venire l'improvvisa voglia di scendere al bar di sotto per fare la colazione che per parecchi giorni avevo ignorato. Stavo guarendo? Quel giorno evitai appositamente la strada che passava dalla piazza antistante la Chiesa e per raggiungere l'Università imboccai un vicolo secondario. Stavo guarendo sì, se riconoscendo davanti alla vetrina di una libreria Maurizio, il mio ex ragazzo, provai un leggero solletico lungo la schiena all'idea di avvicinarmi a lui per coglierlo di sorpresa.
Quando quel casuale incontro fu l'occasione per ritrovare in un abbraccio spontaneo il calore di una persona che comunque, in passato, era stata per me importante, Daniele stava percorrendo lo stesso vicolo in direzione opposta: i nostri sguardi si incrociarono per pochi secondi, quella visione mi ferì come l'improvvisa riapertura di una ferita non ancora rimarginata, ma il suo sguardo non dettava l'immaginata indifferenza, lo sguardo di Padre Daniele tradiva pensieri diversi: stupore, sorpresa, delusione, interesse. In un secondo cancellai l'ottimismo che credevo di avere maturato e di nuovo mi interrogai sul perché Dio avesse tolto con un soffio la polvere che a fatica avevo lasciato si accumulasse per tutto quel tempo sul mio cuore indebolito da un amore impossibile. 
Forse è perché aveva capito!
Lasciai che Daniele mi attraversasse con lo sguardo malizioso di chi si sta ponendo delle domande, probabilmente legittime visto che in tanti mesi di amicizia io gli avevo parlato di quel mio trascorso amore sul quale avevo scommesso tante cose e che poi mi aveva restituito la delusione di un progetto di vita fallito; forse si stava chiedendo se la persona che una volta gli avevo mostrato in foto fosse proprio quella che si era appena allontanata dopo un abbraccio caloroso colto in flagranza in seguito a una congiura più che a una coincidenza; forse non riusciva a spiegarsi il motivo del mio freddo cenno con una mano dopo quello che avevo sentito il bisogno di confessargli; o forse semplicemente mi aveva rivisto dopo settimane di lontananza che lui aveva compreso ma non condiviso; forse! Intanto il mio vuoto si stava allargando a dismisura e stava tornando ad assumere le dimensioni della voragine che mi aveva inghiottito soltanto fino a pochi giorni prima.
Nel sonno mi torturai al pensiero di quanto fosse successo: rivivevo la scena al rallentatore, il mio abbraccio al mio ex e gli occhi di Daniele nella mia direzione; un passaggio lento dall'altro lato della strada, quel suo incedere sensuale dentro una tonaca stonata, le persone coperte da un velo di trasparenza attorno a noi e lui in primo piano nettamente distinto, nero come l'effetto dissolvenza di un video, ma luminoso come un faro nella notte. Ricominciava il mio tormento.

La mattina successiva trovai un biglietto nella buca delle lettere: "ti aspetto alle 11.00 in Chiesa, ti prego, vieni. Daniele". La lettura di quelle due laconiche righe stritolò il mio cuore dentro il petto, il battito cominciò ad accelerare come accadeva sempre quando un'emozione mi afferrava dal basso rubandomi pochi secondi di respiro; guardai d'istinto l'orologio: erano già le 11.00 e pensai di non avere tempo per riflettere se andare all'appuntamento oppure no. Mi appoggiai al muro tirando un lungo respiro con il foglio stretto tra le mani: avevo deciso in un attimo che non avrei mancato a un altro appuntamento, quello che il pomeriggio precedente avevo fissato con Maurizio. Durante il tragitto sentivo di non avere seguito l'istinto, mi resi conto di avere capito il pericolo in tempo per non cascare nella sua trappola ma, adesso, di volerci essere dentro con tutte e due le scarpe. Volevo correre in Parrocchia, sapere cosa Daniele volesse dirmi, la curiosità rosicchiava il mio cervello, ma avevo scelto il percorso della disintossicazione e stavo provando a tenere fede a una promessa fatta a me stessa quella stessa sera in cui, in lacrime, ero tornata dal Convento col cuore infranto.
Maurizio mi stava aspettando al bar che faceva angolo con la piazza; l'attraversammo continuando la conversazione futile intrapresa bevendo il caffè; camminavo a testa bassa, in un rumoroso silenzio che scongiurava qualunque probabile incontro, visto che costeggiavamo, lungo il marciapiede, la facciata principale della Chiesa. In un attimo il mio cervello si trasformò in un frullatore che mescolava a velocità incontrollata ricordi, frasi, vecchi episodi e nuovi, ritratti in fermo immagine, parole, movimenti; in un attimo…, poi una parte di esso percepì la presenza di un uomo vestito di nero, seduto sul bordo del muretto con lo sguardo fisso sul marciapiede, le braccia poggiate mollemente sulle ginocchia, un po’ chino, pensoso, quasi stanco, in una posa di attesa inutile e, ora, persino delusa. Daniele mi aveva vista passare con Maurizio; mi fermai un attimo incuriosendo il mio accompagnatore che mi aveva posto la classica domanda "qualcosa non va?", ma ripresi subito il passo tacendo il terremoto che mi sconquassava dentro, pensando addirittura di avere guadagnato un piccolo vantaggio su Daniele che, in quel momento, volevo immaginare geloso. Ma con la coda dell'occhio, protetta dietro un anonimo occhiale da sole, cercai di capire i suoi movimenti dopo quel nuovo non cercato incontro: mossi appena la testa un po’ indietro, ma l'ombra nera ripiegata sul muretto era improvvisamente scomparsa.

La successiva domenica decisi di tornare a Messa.
La Chiesa era gremita di persone e il caldo era insopportabile; passai accanto al crocifisso ligneo guardando dritto verso l'altare; giunta in prossimità delle prime file mi accorsi che non c'erano posti a sedere, così feci un passo indietro per appoggiarmi alla colonna. Urtai distrattamente contro qualcuno, e, voltandomi, sprofondai in uno sconforto senza fine riconoscendo, alle mie spalle, Padre Daniele. Mi fissava senza dire nulla, pur volendo dire qualcosa e io stavo facendo la stessa cosa, irrigidita da un sentimento che mi aveva corroso al punto da non lasciarmi parole. "Perché?" - mi disse poi e lo ripeté ancora scavalcando il mio silenzio ribadito con maggiore forza: "perchè?" - ma prima ancora che io raccogliessi dal profondo qualcosa da ribattere, lui continuò: "perché sei qui adesso?" - mi sentii improvvisamente colpevole di qualcosa ma non ne afferravo l'essenza, di qualcosa cosa? Di essermi perdutamente innamorata di lui e di averglielo detto? Di essermi allontanata per salvare me stessa da un inevitabile tracollo sentimentale che mi avrebbe portato all'autodistruzione? Di non avere fatto abbastanza pressione sulle incertezze appena affacciatesi sul panorama delle sue certezze o di avere insistito troppo nel volere imporre certezze su un panorama di assolute incertezze? In quel momento volevo soltanto essere lontana chilometri da lì.
Balbettai una frase senza attribuirgli un senso, parole di disimpegno da una morsa così invadente di rimproveri e richieste, dissi: "Non lo so!" e Daniele, facendo una leggera smorfia di disappunto, mi spinse per un gomito verso la sagrestia dove occhi indiscreti non avrebbero potuto formulare ipotesi pettegole e infondate. 
"Ti ho aspettato, l'altro giorno, ero convinto che saresti venuta, poi ho capito il motivo del tuo bidone… Esci di nuovo con lui?" Sorrisi ancora all'idea che anche un prete potesse usare espressioni tratte dal gergo giovanile, come se lui, proprio per il fatto di essere prete, dovesse parlare per forza un altro tipo di linguaggio tutto punti, virgole e frasi fatte. 
"No, Daniele, non esco di nuovo con Maurizio… ma se anche fosse, cosa avrei da rimproverarmi?"
"Nulla, certo… se non il fatto di frequentare nuovamente la persona che, in passato, ti ha fatto soffrire tanto per una storia senza via d'uscita…".
Daniele non mi stava guardando negli occhi, cosa per lui inusuale quando dialogava con me. 
"Adesso so che non c'è mai fine al peggio!" - dissi. Improvvisamente alzò gli occhi sui miei.
"Che intendi dire?"
"Non era certo quella la storia d'amore senza via d'uscita!" Daniele riabbassò lo sguardo mordendosi leggermente le labbra. 
"Gloria, io…"
"Ascolta, Daniele, non voglio replicare una conversazione già affrontata qualche settimana fa; me ne sono fatta una ragione e sto provando a superare questa montagna che non riesco ancora a scalare quando ti vedo. Non posso averti, ma non sto ripiegando su storie vecchie che per mia fortuna sono morte e sepolte: Maurizio era qua soltanto di passaggio, oggi è ripartito e ha raggiunto la sua famiglia altrove … e io, proprio perché ho superato bene l'ormai lontanissimo trauma dell'abbandono, non ci ho visto nulla di male a uscire con lui". Mi stupii di come le parole fluissero dalla mia bocca senza pause, assecondando la necessità del mio corpo di liberarsi di un peso o di sollevare Daniele dal suo: egoista o altruista, ma sempre perdutamente innamorata. 
"Non mi fa stare meglio sapere che il tuo ex ragazzo non è tornato nella tua vita; sto pensando a noi due…"
"In che modo, Daniele, come due vecchi amici che si allontanano? Certe cose diventano inevitabili quando la natura del rapporto cambia, peggio se in modo assolutamente unilaterale"
"Non… assolutamente unilaterale!"
Quando una mano invisibile aveva soffocato in una dolorosa stretta il mio stomaco, una persona si era affacciata alla porta della stanza dove io e Daniele ci eravamo rifugiati a parlare: "Scusate, Padre Daniele, volevo confessarmi." 
Come due amanti colti in flagrante, Daniele si allontanò da me e assunse la sua veste formale di vice parroco: "solo un attimo e sarò subito da lei". 
Mi avvicinai: "Perché mi fai questo, Daniele!"
"Non lo so, ci sono cose che anch'io sento il bisogno di dirti, questo era il motivo del mio appuntamento: volevo vederti, parlare con te…"
"Shhh, Daniele - gli dissi avvicinandogli la mano alla bocca fino a sfiorargli le labbra tiepide - non voglio stare più male, non voglio stare più male, non voglio stare più male!" - sottolineai con rabbia il mio disagio aggiungendo una stizza in più ogni volta che mi ripetevo. 
"Gloria, non avrei mai voluto ferirti, vieni qui" - Daniele mi tirò per un braccio e mi strinse a sé, sussurrandomi a un orecchio in modo quasi impercettibile quell'"amore mio" che mi scosse come un improvviso terremoto; sbalzai indietro, lontano da chi mi stava regalando il più effimero dei piaceri. 
"Padre, oh, scusate, passo più tardi " - disse una seconda signora venuta a interrompere un momento di così elevata tensione fra di noi; si era sicuramente accorta che in un angolo, vicino alla scrivania, c'ero io, di spalle, che a testa bassa tentavo di minimizzare il mio sfogo finito in lacrime.
Daniele capì di avere sbagliato il momento, di essersi lasciato sfuggire qualcosa di troppo, girò attorno alla scrivania, venne dietro di me, appoggiò il mento sulle mie spalle e a bassa voce mi disse: "Mi dispiace, qui non posso dire altro; ma voglio parlarti ancora, stare con te, spiegarti… Se vuoi, possiamo vederci oggi pomeriggio: vengo a casa tua".

Ed era a casa mia che lo aspettai il pomeriggio, camminando avanti e indietro lungo la stanza e spostando qualche oggetto che non volevo desse il senso del disordine, sebbene quella fosse un'attenzione maniacale verso particolari insignificanti che mi servivano solo per moderare la mia agitazione. Arrivò con qualche minuto di ritardo, ma arrivò e questo ridimensionò la mia preoccupazione di non vederlo per qualsiasi ragione: un improvviso impegno, una dimenticanza, magari una piccola rivalsa sul mio bidone di qualche giorno prima. Ma era là, davanti alla mia porta, con l'espressione benevola di un prete e l'aria impaziente di chi non ha atteso altro se non quell'incontro. Daniele sapeva dove abitavo ma non era mai stato in casa mia, così, entrando, si guardò attorno incuriosito da tutto ciò che lo circondava: la libreria piena di libri dove gettò un'occhiata più attenta quasi volesse scoprire che tipi di lettura mi interessassero, il divano rivestito di stoffa azzurra, le tende rigate alle finestre e il vaso di rose finte al centro del tavolo. "Così, vivi qui; questo posto è delizioso, molto ordinato, curato nei particolari, somiglia proprio a te!" 
"Nell'ordine e nella cura dei particolari?" - chiesi consapevole di non essere affatto una persona ordinata; Daniele capì l'ironia e sorrise: "Nella semplicità; è un'abitazione accogliente e io mi sento già a mio agio, come la prima volta che ti conobbi e capii subito che eri una ragazza con cui avrei potuto parlare per delle ore senza mai stancarmi. Ed è stato così!". 
Forse quello era un modo per avvicinarsi all'argomento mai approfondito fra di noi, intanto la mia agitazione si unì all'ansia di non riuscire a trovare le parole giuste o a reggere la responsabilità di scelte imbarazzanti: la verità è che mi sentivo bloccata qualunque fosse la ragione di quell'incontro. 
"Siediti, prendo qualcosa da bere?"
"No, grazie, non ho molto tempo: domani parto". 
Il gelo piombò nella stanza raffreddando in un attimo il calore di un ambiente tanto semplice e accogliente
"Domani parti? - balbettai in preda al panico.
"Sì, Gloria, ho deciso di unirmi ai Padri missionari che andranno in Tanzania."
"D…dove?" 
"Andrò in Africa per sei mesi!"
Non mi interessava, in quel momento, mantenere il contegno, mi lasciai cadere mollemente sul divano portandomi le mani sul volto; non avrei pianto, non ancora, ma quella notizia mi sconvolgeva quasi quanto la perdita di una persona molto cara. Lasciai che il silenzio parlasse per me. 
"Gloria…"
Poi, all'improvviso, ritrovai le parole, un fiume in piena di parole, un oceano di parole: 
"Così sei venuto in casa mia per dirmi questo? Che razza di uomo sei, timorato di Dio ma impietoso verso chi, purtroppo, prova dei sentimenti per te; che colpa ho, che colpa ho io se mi sono innamorata di te? Mi punisci di cosa? E' perché sei un prete? - la mia rabbia si fece incontenibile.
"Gloria…"
"Perché una tonaca nera dovrebbe essere un deterrente? Sei un uomo - Cristo -  tu sei un uomo come tutti e io ti ho conosciuto per ciò che sei nella vita, non perché preghi tutto il giorno col rosario in mano… E non osare guardarmi con quell'espressione di disappunto, domani andrò a confessarmi, d'accordo?
"Gloria…Gloria…"
Mi alzai dal divano e lo scansai furiosa dirigendomi verso il tavolo al centro della stanza; Daniele mi fermò da un braccio ed esercitò una forza alla quale risposi con altrettanta veemenza; mi dimenai ma lui stavolta mi circondò con entrambe le sue braccia ed esse, strette attorno alla mia vita, mi impedirono qualsiasi movimento: 
"Basta, Gloria, devi ascoltarmi adesso"
"No, non voglio sentire altre manfrine su vocazioni e chiamate di Dio"
"Hai parlato solo tu, lasciami dire qualcosa!"
"No, le solite spiegazioni, ne ho abbastanza…"
"…Io ti amo, Gloria"
"Non dirmi niente."
"…ti amo!" 
La resa di un animale catturato dal suo cacciatore, di un insetto irretito da un ragno nelle trame della sua ragnatela -  "Ti amo!" Gli scivolai addosso sfinita da tanta rabbia all'improvviso decapitata nel suo apice. Finalmente le lacrime vennero fuori come sangue da una ferita, fluide come pioggia dai vetri, lacrime di sfogo e di passione sfiorita e di amara soddisfazione: avevo fatto innamorare un prete! 
"Ma perché adesso mi dici questo, così divento pazza!"
"Non piangere, ti prego, Gloria, non sai quello che ho passato negli ultimi mesi da quando ti conosco, non sai quali pensieri mi abbiano attraversato, quali timori abbiano reso la mia vita ai limiti della sopportabilità, tu non sai…"
Ero a pochi centimetri da lui, se solo avessi spinto un po’ in avanti la testa avrei sfiorato il suo naso, anche le sue labbra; lo guardavo sbiadito attraverso gli occhi annegati nelle lacrime e lui guardava me con l'intensità di chi dimostra di avere dei rimpianti da colmare solo affrettando un gesto voluto, ma non accadde nulla fra noi, quell'istante fu solo un intermezzo struggente tra il mio dispiacere e il suo travaglio interiore. Normalizzammo la situazione dopo il reciproco sfogo e il nostro dialogo riprese in apparenza più sereno. 
"Spiegami perché, parlami di ciò che provi, regalami la consolazione di non essere l'unica a vivere il nostro rapporto come una violenta privazione" 
Così tutto ciò che avrei voluto sentirmi dire da Daniele, Padre Daniele, si liberò nell'aria in una lenta, precisa ricostruzione di tappe che facevano eco alle mie:  
"La prima volta che parlai con te al di fuori delle mie mansioni religiose eravamo nel sagrato della Chiesa, ricordi?" - annuii asciugando con un dito l'ultima lacrima che solitaria aveva trovato una via di fuga lungo la guancia - "…ti dissi che mi avevano mandato in questa città per assolvere alle funzioni di vice-parroco, tu mi sorridesti e mi dicesti che anche tu eri qui da poco, due novelli stranieri in una città sconosciuta. Cominciò così la nostra bella amicizia. Da subito notai una luce nei tuoi occhi che non avevo mai visto nel volto delle donne che avevo frequentato prima di prendere i voti, una luce ingannevole che la sera mi metteva in guardia da temibili coinvolgimenti; Gloria, tu sei entrata nella mia vita per caso e io ho da subito cominciato a credere che tu saresti potuta essere la risposta che in tanti anni di vuoto giovanile e di inconcludenza sentimentale avevo cercato per dare un senso alla mia vita. Quando mi sono accorto che stavo cominciando a ritenere ingiusto questo tardivo nostro incontro, ho cercato di porre rimedio al mio misero cedimento provando a recuperare la mia debolezza con la preghiera: questo è stato il motivo della mia partecipazione al ritiro spirituale in quel lontano Convento. Dovevo starti alla larga, capisci? Dovevo allontanarmi da te, soprattutto dopo averti udito dire certe cose durante la confessione; allora rimasi spiazzato, sconcertato al punto da volerti correre dietro, ma come potevo! tu mi hai tolto l'unica cosa di cui sono sempre stato fiero, la sicurezza e la certezza di avere, alla fine, scelto sempre il meglio per me, ma questa volta - forse - il meglio era al di fuori della mia realtà e io, quasi, ti ho odiato per avermi indotto a nutrire questo irragionevole dubbio. Sono stato quasi contento quando non ti ho più vista, al ritorno in città; forse le parole che ho forzato per demolire un pensiero che era divenuto fisso ti avevano finalmente convinto di esserti immessa in una strada senza sbocco, quando in realtà ero io che mi ero perduto in una di quelle strade sbagliate. Poi, però, ti ho vista, un giorno, mentre la persona sulla quale avevo raccolto non so più quanti tuoi sfoghi ti stava abbracciando, non pensando - tra l'altro -  che sarebbe riuscita a strapparti un sì per un appuntamento…! - sorrisi debolmente ripensando al biglietto disatteso. "Non avrei mai immaginato di reagire come un adolescente in preda a una crisi di gelosia: geloso di te, Gloria, ti ho pensato come una cosa mia e un'amica non può scuotermi fino a tal punto. Adesso sai, adesso ti ho detto tutto; volevo, dovevo farlo…"
"Ma perché, allora, parti?" - gli chiesi senza alcun entusiasmo dopo avere raccolto quella confessione che tante volte avrei voluto assorbire come una innegabile realtà.
"Non posso, io non posso rinunciare alla parte più importante di me, non posso aprire la finestra e gettare al vento anni di silenziose richieste di aiuto confluite nella scelta importante e definitiva di diventare prete; non posso tradire Dio"
"tu hai detto che mi ami! Come fai a sentirti attratto da me e contemporaneamente ad amare Lui e perché, alla fine, scegli Lui e non me? Sono sicura che Dio capirebbe!" - 
"Mi ha dato fiducia, quando ho avuto bisogno di averne; questa è una debolezza terrena, sono un uomo - hai detto bene - ma anche nelle unioni più riuscite si può deviare dal percorso senza uscirne, è una questione di priorità" - 
"E io non lo sono!" - il suo silenzio rispose al posto suo - "Partendo tu non fai riacquistare valore alla tua scelta, perché stai fuggendo per recuperare la priorità che vanti; tu stai fuggendo da me, Daniele"
"Fuggo da una pericolosa tentazione, è vero, ma questo non cambia l'ordine delle mie priorità, le altera e basta!" - mi sembrò crudele quell'affermazione dopo la dichiarazione ricevuta, ma seppi controllarmi; ormai non c'era nulla che mi sembrasse di perdere nel parlare con franchezza. 
"E' un ragionamento egoista e senza senso: puoi ancora scegliere, non è mai troppo tardi!" 
"Non è tardi per chiarirsi ed era quello che volevo fare prima di lasciarti"
"Lasciarmi… ma è assurdo, hai voluto solo liberarti di un peso, la tua coscienza parte più leggera, adesso!" - era una riflessione che rivolsi più a me stessa, poco interessata agli effetti che avrebbe eventualmente sortito. 
"Parto sicuro di avere fatto la cosa giusta." 
"Me lo auguro per te, Daniele. Queste sono cose che lasciano terra bruciata alle spalle e non si torna indietro." 
"Non lo farò, ne sono certo, come sono certo che dimenticherai questa storia." 
"Sai cosa c'è che mi rode dentro? Mi hai detto che io potrei essere la tua donna ideale, che ti sei innamorato, tu mi hai detto ti amo e mi verrà difficile dissociarti dall'immagine dei tuoi occhi mentre mi confidavi tutte queste cose, hai realizzato un mio desiderio e contemporaneamente me lo hai strappato di mano: ne soffrirò e tu dovrai sempre sapere che ne sarai stato l'artefice."
"Nella sincerità non c'è rimorso, solo dispiacere di un coinvolgimento non voluto.hu"
"D'accordo, basta, puoi andare adesso, abbiamo chiarito ogni cosa"- gli dissi spazientita da una conversazione che sbatteva contro un muro di gomma. 
"Riuscirai a scalare la montagna, vedrai" - mi disse benevolo. "Tu, invece, ne incontrerai una più grande di te!"- gli risposi non nascondendo il mio secco rancore.
Davanti alla porta, Daniele si fermò e mi rivolse le sue ultime parole: 
"Puoi credermi o pensare che abbia soltanto condotto un gioco crudele, ma so di amarti: ti amo di un amore che non ho mai conosciuto, il sentimento più straordinario che abbia mai provato e non porterò via come un ladro il tuo disincanto; anch'io ti vivo come una perdita ineluttabile, ma è da questa certezza che traggo la forza per  dirti addio!” 
Dunque il suo addio mise un punto fermo alla nostra storia, a ogni speranza accarezzata come un nemico da conquistare, a tutti i rimproveri imposti dalla coscienza, ai desideri malati e alla mia malattia d'amore.
 ***
Il rumore ovattato delle rotaie cullava il mio dolore sordo. Lasciai cadere mollemente sulle gambe le mani strette in un pugno di rabbia e sofferenza mentre, seduta, guardavo fuori dal finestrino alberi, terre, boschi, in lontananza, sfuggire al mio campo visivo con la rapidità del treno in corsa. Abbassai gli occhi, sospirai sopportando quel dolore al petto che ancora avvertivo tutte le volte che pensavo a Daniele. Maturai la strana sensazione di avere un vuoto corrosivo dentro, la storia di cui ero stata protagonista aveva aperto una voragine nella quale adesso precipitava tutto: pensieri, ricordi, emozioni e pensavo di essere la sola al mondo, in quel momento, ad aver assorbito con riluttanza ma rassegnazione un’esperienza d’amore tanto impossibile.

Sui sedili laterali un giovane guardava dal finestrino un punto distante che si perdeva in pochi secondi nella lontananza della corsa; si era seduto in direzione opposta a quella di marcia e la sua espressione filtrava stati d’animo all’apparenza analoghi ai miei. Lo guardai un istante, aveva l'aria stanca, la testa appoggiata alla spalliera, seguiva con impercettibili spostamenti il lieve movimento sussultorio del treno; sembrava il marinaio rassegnato e solitario di una barca abbandonata alla deriva; esattamente come mi sentivo io. Condividevo con quello sconosciuto pensieri tristi e questa idea mi regalò il conforto di un male comune diviso a metà. Distolsi lo sguardo da lui lasciandolo alle sue silenziose meditazioni e mi inabissai di nuovo nei miei tormenti sentimentali. 
Finché il treno non giunse a destinazione.

- Fine

2 commenti:

  1. Sempre intenso il dolore di un amore impossibile.

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  2. Bellissima storia complimenti

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