Fermare i pensieri in corsa, quando attraversano il nostro cervello; fissarli perché non si confondano nel caos di immagini quotidianamente registrate e di sensazioni assorbite mentre parliamo, osserviamo, percepiamo odori, ascoltiamo, mentre, cioè, i nostri sensi lavorano e noi inconsciamente li assecondiamo. Ecco, è questo ciò che faccio io portandomi dietro un taccuino: ce l'ho in borsa e se non è in borsa è in una tasca ma sempre con me, pronto a ricevere suggestioni, a raccogliere e conservare tutto quello che mi colpisce e non voglio vada disperso o dimenticato.

martedì 17 novembre 2015

AAA Cercasi stile narrativo


Leggete questo:

"I completi del "cu murìu", spacchiusi, scintillanti; le scarpe quasi leccate da una vacca incinta che s'alluminano a contatto con i riflessi del pomeriggio assolato, mentre c'è anche chi sputa sul palmo della mano per rizzittare il capello del morto per poi stuiarsi sui pantaloni dello stesso. [...] Nuddu poteva fare il miracolo, poteva succhiare la ciolla dura che ha il sole siciliano."

E questo:

"Ogni anno aveva scavato sotto pelle, ogni acciacco aveva l’aria d’essersi impigrito sui tendini mettendo il morso ai movimenti.
[...] Conobbe anche una donna: vestita d’un niente e coi capelli di brace, lo accolse in una stanza con le finestre oscurate da fogli di giornale, su lenzuola già in uso ma pulite a sufficienza visto che il suo grembo ormai da anni aveva smesso di vuotare sangue vergine.”

E anche questo:

"La mattina se lo prendeva nel suo letto li sentivo che si facevano le gnogne lui dice che non è vero che sono una disgraziata naturalmente non vuole ammetterlo non vogliono mai ammettere niente magari se l'è dimenticato sul serio si dimenticano sempre delle cose che gli danno fastidio è gente che se ne frega e io li scoccio perché mi ricordo di tutto."

Sono brani tratti da tre libri molto diversi fra loro per autorevolezza dell'autore, per contenuto e per stile.



Il primo, "Lo scuru" è il romanzo di esordio di un giovane talento siciliano, Orazio Labbate, pubblicato da edizioni Tunué. È il racconto visionario di un uomo ormai vecchio che ricorda la propria infanzia attraverso una prosa barocca che fa un uso intenso di espressioni dialettali.

Il secondo è il libro di Elisa Ruotolo, "Ovunque proteggici", finalista del Premio Strega 2014, pubblicato da edizioni Nottetempo. È una saga familiare narrata con un linguaggio molto elaborato, che ricorda la prosa  complessa dei romanzi ottocenteschi.

Il terzo, infine, è l'opera di Simone de Beauvoir, discussa scrittrice francese dei primi del novecento. Il libro, "Una donna spezzata", edizioni Einaudi, è diviso in tre racconti tutti gravitanti attorno alla figura della donna ora in veste di casalinga, ora di scrittrice, ora di madre insoddisfatta della propria vita. In particolare il brano è tratto dall'ultimo racconto intitolato "Monologo".

Perché ho preso i primi tre esempi di narrativa che mi siano venuti in mente?
Perché queste opere hanno strutture differenti, rispecchiano un diverso modus narrandi, si distinguono, cioè, per la forma stilistica assunta e questo mi ha dato lo spunto per la riflessione di oggi.

Voi avete già capito qual è il vostro stile narrativo?

Parto dal presupposto fondamentale che ogni scrittore vada alla ricerca di quello proprio, o perlomeno dovrebbe sentirsi obbligato a perfezionarne  uno.
Lo stile è la voce personale che diamo alle nostre idee scritte, è ciò che distingue un autore da un altro, che lo identifica nel panorama letterario, tracciandone un'identità ben precisa. E non può essere un elemento sottovalutato perché è il marchio con cui l'opera verrà conosciuta, ricordata e dunque tramandata.

Trovare uno stile nella propria scrittura non è un'operazione semplice e immediata; chi comincia a scrivere getta i semi di una forma che utilizzerà sempre o che abbandonerà dopo i primi esperimenti; ciò dipenderà da tanti fattori: dal modo in cui vede le cose, dai valori che vuole mettere in campo, dalla visione che ha del mondo e della vita in generale e da come elabora messaggi e influenze esterne.
Lo stile è il portato di un bagaglio mentale e culturale.

Come troviamo la voce che ci è più congeniale?

Scrivere è esercizio, leggere è insegnamento.

Secondo me è la lettura che ci avvicina allo stile che stiamo cercando e non è dell'identificazione con un genere letterario che sto parlando, ma del modo in cui l'autore di un libro esprime il proprio pensiero, a prescindere dalla materia che sta trattando, e di come utilizza determinati stratagemmi narrativi per conquistare il lettore.

È a questo che sto ancora lavorando ed è per questo che definirmi "scrittrice" mi fa sentire fuori luogo. Leggere mi guida verso ciò che vorrei scrivere, certi registri narrativi mi conquistano più di altri, analizzo la narrazione scandita in un certo modo, osservo il tono del raccontato per vedere se mi rispecchia e così segno la mia strada.
In questa fase diversificare le letture credo sia importante: ricevere più input dall'esterno forma uno stile molto più che l'influenza esercitata da un unico senso di marcia.

Tornando alle tre letture di cui sopra, cos'hanno in comune?
Il fatto che i rispettivi autori hanno fatto delle scelte stilistiche ben precise: uno adottando un linguaggio pesante con tutte quelle voci dialettali che potrebbero anche stancare chi non sa interpretarle (io ci sono andata a nozze, anche perché Labbate è di Mazzarino e ha vissuto a Butera, due province nissene, per cui rituffarmi nel mio dialetto è stato un piacere); l'altra, usando una prosa a tratti stucchevole, con l'uso di espressioni antiquate (“si rassegnava a dare garbo da stiro ai panni neri delle madri di guerra,” “La prima volta che le erano venute le regole mensili", per farvi gustare qualche altro significativo esempio); l'ultima, riferendo il flusso di pensieri senza nemmeno l'ombra di un segno di interpunzione.

Quali sono le differenze?
Nei primi due casi, trattandosi di scrittori che non conoscevo, non so dire se gli autori abbiano volutamente adottato quel tipo di espediente stilistico per misurare la forza e l'impatto delle storie sul pubblico oppure se d'ora innanzi sarà questo che dovrò aspettarmi dalla loro narrativa; nell'ultimo caso, invece, ho la certezza che quella sia stata una scelta dell'autrice limitata a quella data storia, essendo gli altri due racconti del libro narrati in modo abbastanza formale e la scrittrice affermata in altre opere conosciute.

Cosa ho tratto da queste letture?
Che non mi dispiace il richiamo a una data provenienza geografica attraverso il linguaggio, purché misurato, che funga da contorno e non da asse portante; che non vorrei mai baroccheggiare nel raccontare una storia, né eccedere in artifizi linguistici che potrebbero, almeno da esordiente, non riuscire come tentativi apprezzabili.

Volevo, in ultimo, fare passare tra le righe un'altra differenza che però sposta l'asse della riflessione:
Labbate ha pubblicato con Tunué.
Ruotolo ha pubblicato con Nottetempo.
de Beauvoir ha pubblicato con Einaudi.
Due Case editrici indipendenti che puntano sulla novità e scommettono sul prodotto innovativo.
LA Casa Editrice (e sottolineo il maiuscolo LA) che pubblica il Nome.


Non saprei, ma forse questo potrebbe essere il lancio per un prossimo post.
Intanto, cerchiamo di capire dove si sta dirigendo la nostra personale ricerca di  stile.

46 commenti:

  1. Rischio di sembrare presuntuosa ma il mio stile l'ho trovato, c'è da dire che ho scritto tanto tanto tanto. E quando nella nota rubrica "sostiene il lettore" dell'amico Michele qualcuno nei commenti al mio pezzo ha scritto "stile ottimo" ho capito che tanto lavorare, e buttare pagine sia detto, non era stato vano. I tre incipit sono tutti molto incisivi, è la vaghezza che spesso ammazza lo stile. Sandra

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    1. Vero, da quello che di te ho letto (e mi premurerò di leggere di più), anch'io ti riconosco uno stile tutto tuo. Lo stile è il sapore di un libro, il tuo ha quello delle domeniche di festa.

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    2. WOW Grazie, pensa che brutto avere il sapore del lunedì quando suona la sveglia e si va al lavoro :D grazieeeee

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  2. Non sono certo la prima a dirlo, ma lo trovo vero: lo stile non si cerca, si trova scrivendo tanto. Solo a quel punto è veramente tuo, e nemmeno ti accorgi di averlo, ma se ne accorgono gli altri. Se si cerca di costruirsi uno stile, la voce risulterà artificiale. Non è detto che poi il testo risulti brutto e incoerente - esistono diversi livelli di qualità accettabili - ma la sensazione di stare scrivendo senza filtri e senza un vero controllo razionale sullo stile è speciale, secondo me.

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    1. Anch'io sono convinta che siano gli altri a riconoscere lo stile che abbiamo. La ricerca di cui parlo io è il risultato spontaneo di un percorso cui si arriva gradualmente, dunque non una costruzione artificiale. Non è l'imporsi un modo di scrivere, semmai è il sentirsi spinti a scrivere in quella determinata maniera per riuscire a trovare una identità narrativa ben precisa. Che poi è quello che permetterà agli altri di accorgersi del nostro stile.

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    2. Forse non ho davvero risposto: per quanto io lasci sviluppare lo stile per conto suo, se mi chiedi quale caratteristica mi piacerebbe che avesse, ti direi l'evocatività. Mi piace pensare che le mie parole non attirino l'attenzione su di sé (e su di me), ma su qualcosa di più grande e importante. Un obiettivo non da poco, lo so. :)

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    3. Bello, avere la capacità di evocare. Mi piace molto come ambizione stilistica! :)

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  3. Lo stile si crea scrivendo tanto, ma soprattutto scrivendo di tutto. Uno scrittore vero non può permettersi di averne uno solo; è come un vestito: non si va a nozze e a calcetto con la stessa mise. :)

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    1. Non so, io penso che lo stile si plasmi attraverso una serie di sperimentazioni narrative, questo senz'altro, ma che non sia vero che uno scrittore vero debba essere in grado di scrivere di tutto. C'è un linguaggio, ci sono tecniche che possono non venire spontanee e forzare la mano non rende lo stile artificiale, come diceva sopra Grazia?

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    2. Lo so... sono solo io a pensarla così :)
      Però rimango della mia idea: un pittore avrà certo dei soggetti preferiti, che gli vengono meglio degli altri. Ma deve essere capace di fare tanto un ritratto quanto un paesaggio, o una natura morta. Deve saper dipingere un classico e un impressionista. Nelle scuole d'arte è prassi normale copiare di tutto. Perché uno scrittore può arrogarsi il diritto di fare una cosa sola?

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    3. Ma tu gliela vedi Oriana Fallaci scrivere le storie alla Mazzantini? O Andrea De Carlo cimentarsi nella narrativa stile Ammaniti?

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    4. Avrebbero dovuto, il che non si traduce in automatico in un "avrebbero dovuto pubblicarle". Ma avrebbero dovuto, senza se e senza ma.

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  4. Lo stile in generale è sempre stato l'ultimo dei miei problemi. Voglio che ogni testo sia scritto nel modo migliore sulla base di quel contenuto e di quello che voglio comunicare. Voce narrate, intenzione dell'autore, narratario e narratore ideale condizionano inevitabilmente il mio stile.
    Di base vorrei avere una scrittura che sia al contempo semplice ed elegante, senza fronzoli, ma con il vocabolo giusto al posto giusto. Parliamo di stile. Allora vorrei, se possibile che i miei testi fossero come certi abiti Armani. Essenziali, dalle linee puliti, di quel bel grigio perla, senza nulla di eccessivo, ma con una gran cura per i dettagli e dei tessuti. Questo è il desiderio. Poi realizzarlo è un'altra cosa.

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    1. Lo stile è l'ultimo dei tuoi pensieri, ma hai anche il desiderio di raggiungerne uno che sia come lo descrivi tu. Già narrare senza fronzoli, con una prosa elegante e chiara è chiedere qualcosa alla tua scrittura, dunque lavorare in questo senso è andare alla ricerca di uno stile che ti rappresenti.

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    2. Sì, infatti il post mi è piaciuto molto, credo che ne dedicherò anch'io uno all'argomento.

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  5. Non ne sono sicuro, ma ci sto avvicinando. Intanto la prima persona narrante. Mi limiterà a certi tipi di narrazione, ma mi ci trovo molto bene, meglio che con la terza. Poi... ho scoperto di avere due amori: la narrativa "raffinata", visionaria (non saprei come definirla) postmoderna (che va sempre bene come termine), e la narrativa sentimentale. Due opposti che richiedono anche due approcci diversi. Per il resto, non so... cerco. ;)

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    1. Ecco, questo è quello che io intendevo dire: capire quale sia la cifra stilistica più adatta alla nostra scrittura, quella in cui ci sentiamo più a nostro agio, quella tramite cui riusciamo meglio a esprimerci.
      La narrativa raffinata visionaria postmoderna è una variante di qualche genere letterario? Con quella sentimentale me la cavo meglio! ;)

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  6. Concordo su quanto hanno scritto gli altri. Leggere è essenziale, ma lo stile nasce e si sviluppa solo con la scrittura. E "uccidendo" i propri idoli!

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    1. ... dopo averli sfruttati di brutto, però!

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  7. Concordo sul fatto che lo stile si costruisce scrivendo, anche se penso che ciascuno di noi ne abbia uno innato, poi si affina scrivendo e leggendo, molto. Certo che solitamente tendiamo ad avvicinarci al tipo di scrittura che più ci piace e a ci sentiamo più vicini.

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    1. ... E soprattutto aspettando che venga fuori, questo stile che ci cresce dentro. Perché,certo, un po' di nostro ce lo mettiamo! :)

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  8. Marina, questo è un articolone, si potrebbe discutere per mesi, anni. personalmente non credo di avere uno stile, sono ancora nella fase dell'apprendimento e della ricerca. Certo qualcosa di innato c'è, come dice Giulia Lù, frutto delle letture, del livello di cultura e di conoscenza, per il resto... tutto è ricerca e tutto è migliorabile.

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    1. È ciò che penso anch'io. So esattamente che tipo di narrativa voglio raccontare e anche il modo in cui vorrei raccontarla, ma sono alla ricerca degli strumenti più adatti: leggere mi aiuta molto, ma sicuramente scrivere mi mette alla prova ed è lì che la mia voce deve risultare forte e chiara.

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  9. Io arrivo dopo solo per dare l'opportunità a chi ha risposto prima di me di sembrare maggiormente acuto e originale ;-)
    Detto questo, anche secondo me è l'esercizio della scrittura a formare lo stile. Io credo di averlo trovato dopo il mio primo romanzo (fortunatamente inedito) e i molti racconti, e che nel mio secondo romanzo sia percepibile.
    Poi il fatto di averlo trovato non è che il primo passo: tutt'oggi lo avverto in evoluzione... ed quando capita è una sensazione davvero piacevole!

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    1. Un'evoluzione nella scrittura l'ho avuta anch'io rispetto agli scritti anche solo di qualche anno fa. Questo mi induce a pensare di essere ancora in carreggiata e che il processo di formazione sia ancora in itinere. Mi piace sempre scoprire di potere puntare più in alto di così, vuol dire che sento di poterci riuscire. Un giorno.

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    2. In realtà... no! :-)
      Lo stile è mutevole per sua stessa natura, quindi non raggiungerai mai una versione definitiva ;-)

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    3. Finché resto esordiente, forse!

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    4. Perché? Io non credo che lo stile sia qualcosa di "controllabile". Oppure ho capito male?

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    5. Non so se possa definirsi controllabile oppure no, ma comunque è un approdo, cioè prima o poi uno stile si definisce e rimane come un'impronta che può essere suscettibile di piccoli aggiustamenti ma non più di grandi stravolgimenti.

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  10. Ottima l'osservazione finale, su quali CE investono "rischiando" e scegliendo con criterio non esclusivamente economico.
    Molto bello il post, anche per chi come me è un semplice lettore ;)

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    1. Li hai letti i libri citati?

      Credo che elaborerò una riflessione anche sul rischio che si accolla un esordiente quando fa una scelta stilistico-narrativa ben precisa.

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    2. Nessuno dei tre (però mi hanno incuriosito non poco, sarà anche per il modo in cui hai presentato il tutto!), ho letto soltanto degli stralci dalla de Beauvoir (che leggerò sicuramente, prima o poi :D) per studio!
      Attendo la riflessione, penso sarà parecchio interessante *__*

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  11. La mia "ossessione" (in senso buono) per quel che riguarda lo stile è il taglio personale. I miei studi e i miei esercizi sono finalizzati a crearmi una voce riconoscibile, coerentemente con il mio gusto: mi piace il linguaggio al contempo quotidiano e raffinato, non disdegno qualche parolaccia se necessario, e voglio rendere il mio stile abbastanza flessibile da adattarsi al punto di vista del personaggio pur senza snaturarsi. Per esempio, il prossimo brano che ti manderò (non oltre il weekend) è diverso dagli altri perché è il primo che ho scritto dal punto di vista di D: mi sembra, fra tutti, quello più contorto. Ciò nonostante, si vede che sono sempre io! Non so se sono riuscita a spiegare bene ciò che intendo...

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    1. Ti sei spigata perfettamente e infatti penso che avere uno stile personale sia proprio questo: dire le cose in un certo modo, adattando situazioni e personaggi a seconda della storia narrata, ma dentro quelle corde che riconosciamo essere uniche del nostro modo di essere. Leggendo i tuoi brani, io lo vedo il tuo esercizio coerente con i tuoi gusti, lo percepisco, lo immagino. Per me vuol dire che la tua ricerca stilistica sta inseguendo il giusto obiettivo.

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    2. Ecco: ho trovato il succo. Voglio un linguaggio VERO e al contempo elegante. La "letterarietà", però, non deve essere posticcia...

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    3. Dev'essere il più naturale possibile, d'accordo.

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  12. Hai aperto una ferita, nel senso che uno dei miei crucci è proprio lo stile. Non ho un mio stile di scrittura, lo reinvento ogni volta che scrivo. Da un lato è quel che volevo poiché uno dei miei primi riferimenti letterari è stato Pessoa col suo folle gioco degli eteronimi, dall'altro mi rendo conto che leggendo tre miei ebook si può supporre che siano stati scritti da tre persone diverse... Mi piace spaziare, non mi accontento di essere ciò che sono, vorrei essere più essere umani contemporaneamente e questo è il risultato... Forse è anche la causa scatenante della mia passione per la scrittura, il tentativo di inventare persone e vite che non sono la mia. E che devono essere raccontate ognuna con una scrittura diversa...

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    1. Però, se posso permettermi, non te ne accorgi ma il tuo stile, forse, comincia a prendere la forma del tuo ultimo romanzo. Te lo dico perché io ho letto il primo ed è vero che sembra essere stato scritto da un altro Ariano Geta, il che è anche possibile, essendo le nostre scritture in continuo divenire. Ma nell'ultimo ho trovato lo stesso linguaggio e dinamiche simili al racconto attraverso cui ti ho conosciuto sul web, quando lo hai pubblicato: quello della simpatica diatriba fra due famosi scrittori argentini. Secondo me riesci benissimo in questo tipo di narrativa.
      (Intanto ti iscrivo nella scuola di pensiero di Michele Scarparo) :)

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  13. Secondo me lo stile più lo cerchi e più ti sfugge. Nel senso che lo stile è prima di tutto una questione di ritmo e armonia, e di conseguenza è più collegato alla sfera intuitiva che a quella della razionalità.

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    1. Dici, Ivano? Sono convinta che la razionalità non possa essere lo strumento giusto per trovare il proprio stile di scrittura, dunque in questo ti do ragione, però resto convinta che prima o poi, il piatto della bilancia penda più da uno lato: quando ritmo e armonia diventano due costanti e proprio l'intuizione ti guida sempre verso le stesse scelte stilistiche. Secondo me diventa un processo naturale, a un certo punto.

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    2. Sì, se è un processo naturale va bene, ma non ci si può illudere di potersi costruire uno stile a tavolino, come mettendo insieme i tasselli di un puzzle. E' questo che intendevo dire.

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    3. Ma in questo sono d'accordissimo, infatti il processo si affina con la lettura e con il costante esercizio nell'arte scrittoria ma sempre attingendo dal proprio bagaglio umano e culturale.

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  14. Credo che ci sia uno stile "base" che caratterizza un autore e un altro che si modella con il tempo e in relazione ai generi che scrive.
    O forse succede solo a me. Uhm… tu che dici?

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    1. Sai dov'è il paradosso, nel tuo caso? Che ti dipingi come schiva, terribilmente timida, eppure il tuo stile è un abbaglio, non passa affatto inosservato. Tu hai un modo di scrivere unico nel suo genere e lo stile è marcatissimo al punto da non lasciare i lettori in una terra di mezzo: o piaci molto oppure non piaci per niente. Non rischi un giudizio che stia a metà strada. Questo, per me, è un elemento positivo. La tua "base".

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    2. Ah, cavolo. Ci hai preso in pieno.
      Però a me andrebbe bene piacere anche solo un pochino. :D

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