Fermare i pensieri in corsa, quando attraversano il nostro cervello; fissarli perché non si confondano nel caos di immagini quotidianamente registrate e di sensazioni assorbite mentre parliamo, osserviamo, percepiamo odori, ascoltiamo, mentre, cioè, i nostri sensi lavorano e noi inconsciamente li assecondiamo. Ecco, è questo ciò che faccio io portandomi dietro un taccuino: ce l'ho in borsa e se non è in borsa è in una tasca ma sempre con me, pronto a ricevere suggestioni, a raccogliere e conservare tutto quello che mi colpisce e non voglio vada disperso o dimenticato.

martedì 18 ottobre 2016

Anonima scrittori - parte 2: Il momento "no" della mia scrittura


È da un po' di tempo che rifletto sul perché la mia voglia di scrivere abbia subito un'improvvisa battuta d'arresto. Sto indagando sulle cause, ho chiesto a qualcuno di aiutarmi a vedere quello che probabilmente, pur essendo sotto i miei occhi, non riesco a mettere a fuoco. Parlo di difetti, di limiti, perché la superficie della mia scrittura mi premia quasi sempre, la superficie, eh, quella che balza subito agli occhi: è corretta, è scorrevole e non sto usando questi aggettivi per vantare una capacità. Al contrario, li sto ponendo da una parte del campo per sottolineare gli antagonisti, dall'altra parte, che sono più forti: insoddisfacente, manchevole, incompleta. Ecco gli aggettivi giusti che connotano la mia scrittura.

Una botta di autostima, insomma.

Parto da un presupposto fondamentale: scrivo quello che a me piacerebbe leggere. Se, tuttavia, nei contenuti non ho difficoltà e so cosa vorrei raccontare, nella resa entro in crisi. Mi sembra di affrontare una scalata senza avere il giusto imbracaggio: sono motivata, la mia presa sulla roccia è solida, poi a un certo punto metto un piede in fallo e precipito giù, sono al punto di partenza, devo rifare tutto. 

Nell'analizzare i miei possibili errori, il primo che mi viene in mente è che, spesso, quando scrivo, ho l'impressione di capirmi da sola e scrivere solo per se stessi non è una buona base di lancio per essere apprezzati dal pubblico. 
Ho sempre voluto rappresentare il caos in cui amo vivere mentalmente, dove la soluzione facile mi sembra banalità e tutte le combinazioni possibili sono un caleidoscopio di infinite, affascinanti, soluzioni. 
Non parlo di storie assurde o insensate, parlo di volontà di cercare la via difficile per arrivare a dire una cosa semplice. Quando affermo che scriviamo ciò che siamo, lo penso sul serio: io trasferisco in quello che scrivo il bisogno che ho di interpretare le cose in un certo modo e, come in molti altri aspetti ordinari, mi complico la vita.

Faccio un piccolo esempio.
Nel mio romanzo, subito dopo l'anteprima, avevo previsto una pagina bianca solo con il titolo del libro (che, poi, coincideva con il titolo della storia scelta da Sara nella Biblioteca virtuale e con il giorno in cui lei decide di recarvisi). L'avevo collocato in alto, scritto con un font diverso, ingrandito, perché volevo che il lettore si trovasse accanto alla protagonista dentro la cabina della Biblioteca, pronto per entrare nella realtà virtuale e che pensasse di essere, come lei, di fronte a un immaginario schermo cinematografico che proietta il titolo del film. Avevo chiaro in mente l'effetto che volevo provocare e mi sembrava si capisse.
Invece, quando la casa editrice ne ha fatto la stesura, ha pensato che quella pagina fosse superflua e l'ha eliminata. Non aveva capito le mie intenzioni, è stato necessario spiegargliele e anche così, è stato inutile. Analoga sorte è spettata all'ebook: chi me lo ha confezionato ha tolto il titolo fra l'Ante e la Parte I, ritenendolo una ripetizione. Nella versione definitiva quella pagina non c'è, ma a me, ancora adesso, sembra che manchi l'accento che avrebbe reso più particolare l'ingresso nella storia.

Vado a caccia di particolari e può darsi che questo mi faccia perdere di vista la bellezza delle cose semplici, ugualmente significative. E che mi condizioni anche nella scelta del linguaggio. Spesso, sono complicata anche in questo e nel pretendere che tutto abbia una sonorità gradevole al momento della lettura, sto più attenta a una presunta perfezione stilistica che al reale impatto emotivo che vorrei garantire. 
A me, intendiamoci, viene spontaneo scrivere in questo modo, però mi chiedo se mi gioverebbe allontanarmi da certi schemi per provare ad abbracciare un'altra filosofia narratoria, fatta di maggiore immediatezza, un linguaggio meno ricercato, un modo più semplice di raccontare che avvicini il lettore e non lo faccia sentire soltanto un ospite estraneo.

Scrivere per il blog è cosa diversa: gli articoli possono interessare oppure no, ma il coinvolgimento è di altra natura rispetto a quello chiesto per un romanzo (o anche un racconto, non ne faccio una questione di lunghezza).

E torno alla scalata intrapresa con tutte le migliori intenzioni.
Ho un romanzo per le mani, ce l'ho da un pezzo. Ne ero abbastanza convinta, mi piaceva, mi sembrava stesse prendendo la giusta piega, ma mi è bastato mollarlo per un po' e rileggerlo per trovarmi di nuovo ai piedi della montagna. Sono scivolata su tutto: non voglio sembrare la scrittrice che se la tira, perché è consapevole di sapere scrivere bene, non voglio sembrare una che si autocompiace (una critica così l'ho ricevuta e mi è arrivata come un pugno in piena faccia, più dei mille refusi trovati nel testo o le incoerenze da mettere a posto), soprattutto non voglio sentirmi dire: "non mi coinvolge".
La cosa peggiore, secondo me, per uno scrittore è lasciare che il lettore si goda lo spettacolo dal di fuori come quando guardi la tv ma hai altro da pensare. E quando mi rileggo, è questo quello che sto cominciando a vedere: una storia scritta per spettatori distratti.

Non so accontentarmi e questo è il motivo per cui ho usato quegli aggettivi detrattori, all'inizio: la mia scrittura è insoddisfacente, perché io, in primis, non ne sono appagata; manchevole, perché manca di quegli aspetti che sto valutando come determinanti; incompleta, perché sento che potrei dare e fare molto di più, per considerarmi una scrittrice (a prescindere dall'esito riservato all'opera).

Ma voi siete sempre così sicuri delle vostre capacità? Non vi vengono mai dei dubbi? Pensate di essere completi? E quando optate per l'autopubblicazione credete sempre di mettere in circolazione opere perfette?

Perché, ecco un altro limite che frena il mio entusiasmo nella scrittura, io resto convinta che al pubblico vada offerto un prodotto "perfetto" (senza scomodare i gusti) e se io non lo vedo e non lo vivo come tale, mi viene naturale rinunciare al desiderio di essere letta. 
La perfezione, in questo caso, intesa come parametro del tutto soggettivo, poiché so che non esiste, però esiste la lettura ideale e se c'è una cosa su cui sono abbastanza sicura è che io voglio riuscire a scrivere ciò che sono certa di volere leggere.

E questo, ancora, non accade.

Per confortare la mia autostima, mi dite tre aggettivi che connotano in negativo la vostra scrittura? (ammesso che ci siano, ovviamente.)


44 commenti:

  1. Mentre leggevo il tuo post, mi venivano tante intuizioni sui possibili motivi per cui ti possa sentire distaccata da ciò che scrivi. A scatenare la molla è stato il ricordo di un piccolo dettaglio relativo al tuo tema Natale. Magari, se ti va, in serata ti mando un file audio, in cui ti dico ciò che mi è "arrivato", perché non penso sia il caso di parlarne qui. Magari potremo confrontarci, nella speranza che emerga qualcosa di utile, per il tuo futuro narrativo. :-)

    Per quel che mi riguarda, dubbi ne ho ogni giorno. A livello di scrittura, ogni giorno metto in discussione il mio romanzo, soprattutto la sua struttura. Dovessi trovare tre difetti della mia scrittura, sceglierei: prolissa (aggettivo che si spiega benissimo da solo), acerba (non in senso assoluto, ma perché non sono ancora ai livelli cui sto puntando) e da raffinare. Per fortuna, sono aspetti su cui si può lavorare.
    A proposito della terza voce, ci tengo a precisare una cosa: spesso il linguaggio "raffinato" è confuso con quello aulico, ma per me anche una parolaccia, buttata lì in modo consapevole, implica una cura per il linguaggio. La raffinatezza, secondo me, dipende dalla capacità dell'autore di scegliere le parole e adeguarle al contesto narrativo.

    Tu, invece, che difetti mi daresti? :-)

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    1. Sul primo aspetto, ho ascoltato il messaggio e questa sera (perché so che ora sei a lavoro) ti risponderò: credo, comunque, che abbia centrato il punto (quel tema natale parla talmente tanto di me).

      L'unica caratteristica della tua scrittura che tu stessa hai individuato è la prolissità, ce lo siamo dette tante volte e quella tua tendenza a ripetere le cose ogni volta che c'è l'occasione per farlo. Che poi riesci perfettamente a dirle in modi sempre diversi, in questo sei una maga, ma il concetto è lo stesso e basta dirlo una volta. (Sai a cosa mi riferisco) :)

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    2. Sì, certo. Però hai visto che sono così anche quando parlo... ci lavorerò! Sto un po' migliorando, anche se il dialogo che ti ho mandato ultimamente è piuttosto lunghetto..

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  2. Puoi stare certa che dubbi sulle nostre capacità penso li abbiamo tutti o quasi.
    Io almeno li vedo spesso, però ho sempre cercato di superarli usando un approccio empirico, ovvero: scrivendo a prescindere. Un po' come quando si ha l'impressione di nuotare (scelgo questa attività perché so che la conosci bene ;-) con uno stile sgraziato, goffo, sollevando ondate d'acqua, sprecando enormi energie per percorrere pochi metri. Hai due possibilità: o chiedi consiglio a un istruttore, che però non può nuotare al posto tuo, può solo darti delle dritte; oppure, fregandotene di tutto, continui a nuotare, a sbracciare, a sollevare ondate, a cumulare vasche su vasche. Alla fine qualcosa ottieni ugualmente, ti accorgi da sola se stai sbagliando qualche movimento o se hai impostato male la respirazione.
    Riguardo i difetti della mia scrittura dico: mai originale e priva di uno stile che la identifichi; decisamente retrò; prevedibile (la scrittura eh! La trama, almeno quella, spero di no ;-)

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    1. Bello il tuo esempio e mi è vicino eccome! Sorrido, però, perché, se da una parte è vero quello che dici a proposito del provare comunque, io ricordo che da bambina non volevo nuotare in modo scomposto come vedevo fare a tanti e anche allora non mi accontentavo di sbracciare e arrivare a nuotare in qualunque modo pur di nuotare, ma volevo imparare lo stile perfetto.
      Sempre rompipalle, io! :)
      Ho capito, tuttavia, il tuo esempio e ti ringrazio. Anche scrivere a prescindere da tutto credo sia una buona molla per migliorarsi.
      La tua scrittura non è retro e nemmeno prevedibile, posso dirlo?

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    2. Puoi dirlo, ma sei troppo buona :-)

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  3. Probabilmente sei molto critica nei tuoi confronti, in fondo i tuoi articoli, quelli che pubblichi sul blog, sono concettualmente chiari. Se tu fossi confusionaria («ho l’impressione di capirmi da sola») o incomprensibile, lo sarebbe pure i tuoi post.

    Per rispondere alle tue domande: io sono pieno di dubbi e mi pare che funzioni molto poco, di quello che scrivo. Però i risultati vanno nella direzione opposta: il mio blog è molto letto; i racconti mi vengono pubblicati da Mondadori. Chi ha ragione? Boh...

    Sulla voglia di scrivere, credo sia ciclico... Ci siamo passati tutti.

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    1. Grazie Salvatore.
      Scrivere gli articoli per il blog non mi mette in crisi, forse perché su quelli ho meno pretese, non che li consideri poco importanti, anzi, però sono parentesi che si aprono e si chiudono e che passano nel dimenticatoio in fretta.

      Io, invece, penso che quando tu sperimenti qualcosa sei abbastanza sicuro di quello che fai e, dopo, proponi. Non so se sia solo una mia impressione, ma secondo me è questo tuo atteggiamento che piace in chi ti segue.
      Sulla ciclicità del fenomeno sono d'accordo e, forse, è tempo di finirla con tutte ste paturnie! :)

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  4. La mia impressione, da questo post e da altri che hai scritto, è che tu sia caduta in una fase di autocritica molto forte. Siamo tutti insicuri e pieni di dubbi (o almeno lo sono molti di noi) e un po' di ansia da prestazione di fronte al foglio bianco è normale, ma se ci si concentra troppo sul giudicare la nostra scrittura non si scrive più nulla.
    Tre aggettivi critici sulla mia scrittura? Prolissa, contorta, a volte rigida.

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    1. Hai ragione, Maria Teresa, hai proprio ragione. È come girare sempre attorno allo stesso scoglio, invece di decidersi ad affrontarlo.
      Grazie anche per avere individuato i punti deboli della tua scrittura.
      Mi rivedo nel "contorta" :)

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  5. Secondo me la tua crisi è + profonda rispetto alla normale autocritica rispetto a ciò che si produce.
    Se ti sei già fermata e rileggendo il testo proprio non ti soddisfa non so cosa consigliarti, ma se sei a buon punto con la stesura, prova a fare una sinossi e se hai voglia di fare un investimento sempre, ripeto se hai scritto un bel po', potresti contattare un editor valido.
    I 3 aggettivi critici per me sono: frettolosa, interventista (nel senso che l'autore interviene con proprie opinioni non richieste nella storia) e non da Pulitzer. Bacio Sandra

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    1. Non da Pulitzer? Ahah, questa mi è piaciuta assai!
      No, ancora sono lontana dal completare la storia e ho ancora molte idee confuse. Non è momento di editor, ma di buoni consigli. Ne sto trovando molti qui, tra i commenti. Grazie, Sandra.

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    2. Non da Pulitzer me l'ha detto CBM, "sei brava ma non da Pulitzer" mi disse una volta. E' vero qui ci sono un sacco di ottimi consigli utili a tutti, te li fregheremo con piacere. Sandra

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  6. Marina. Sai che riesco a immaginarti? Trovo molto bello questo tuo tormentarti, questa voglia di "perfezione". Credo che attenga alla sensibilità di chi è consapevole che ciò che si mette su carta è per sempre. Cose da scrittori. Scrittori veri. Questo ti rende onore, se mai ce ne fosse bisogno. Io che sono un coglionazzo, riesco a trovare spunti divertenti o motivo di commozione in qualunque cosa. In questo caso le tue parole mi hanno fatto rivivere quei momenti di quando, finalmente solo, in tante notti mi sono ritrovato davanti alla tastiera a cercare di mettere giù il romanzo che ho in mente da quasi vent'anni. Credo di avere almeno una decina di bozze riviste, rifatte, cancellate, distrutte. Ho la storia nella testa, ho ben chiare le immagini e i fatti da narrare, ma quando l'impulso si trasmette alle dita perde quella luminosità e chiarezza che originariamente è presente in fase concettuale. Forse perchè tutti e due, io e te, sappiamo che non è solo questione di parole, di costruzione logica, sintattica e grammaticale. Cerchiamo quella cosa che potrebbe essere assimiliata alla magia. La trasmissione pura del pensiero, l'immaginario messo su carta, che si perpetua e si trasforma a ogni lettura. Il proprio sentire. Limpido. Cristallino.Vivo e pulsante.
    In merito alla domanda che poni a tutti noi, credo che chiedere solo tre aggettivi siano un gesto carino da parte tua, per quello che mi riguarda ho in mente molti più aggettivi negativi per descrivere la mia scrittura. Mi giustifico e perdono me stesso solo ed esclusivamente per il fatto che sono all'inizio del percorso e che tutto è modificabile. Imparo strada facendo.
    Penso che questo tuo momento di apparente "impasse" sia solo la marea che si ritira lenta e silenziosa pronta a scaraventare sulla spiaggia cavalloni schiumosi e tonanti. Tieni duro.

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    1. Le tue parole mi riscaldano sempre, Max. Grazie di cuore.
      Non è solo questione di di costruzione logica, sintassi e grammatica, no. Cerco la magia. Non potevi inquadrare meglio di così il problema. So che puoi capirmi.
      Anch'io sono una scribacchina, come ami tanto dire tu, in cammino e attraverso fasi in cui il miglioramento mi stimola, altre in cui la sola idea di avere ancora tanto da imparare mi spaventa, perché molto lontana da me.
      Comunque, appena si scatena lo tsunami sarai il primo ad accorgertene, caro Max. Tengo duro.

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    2. Sai cosa ti dico? Bada bene che non l'ho mai detto a nessuno in questo mondo lievemente distorto del blogging: quando mi capita di leggere un tuo post, che sia scherzoso o serio, dedicato allo svago piuttosto che a tematiche importanti, riesco sempre a cogliere la Donna che c'è dietro le parole scritte. Questo è un segnale importante. Non parlo di riconoscimento delle caratteristiche personali, dei gusti, delle conoscenze letterarie, parlo del tipo di umanità che è a monte. Leggere alcuni autori è un po' come stare ad ascoltare un amico che ti parla fissandoti negli occhi con una mano poggiata sulla spalla o sul braccio. Poi magari l'argomento specifico tratta di cazzate, non importa. Comunicazione a tutto tondo. Secondo me il grosso del lavoro è già fatto, devi solo startela a menare sulla scelta della carta da rifascio e dei fiocchi con tanto di bigliettino allegato. Ma questa è una tua scelta, il regalo nudo e crudo c'è già. Come spesso capita a Natale, si fa confusione tra pacchi e pacchettini, fiocchi e fiocchetti. Quindi, direi... abbasso il Natale e viva l'Epifania. Epifania, cavoli, è l'epifania che libera l'inconscio.
      Non sono sicuro di essermi spiegato, come sempre del resto. Son scemo eh?

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    3. Io ho capito benissimo. Grazie e ri-grazie. Sei la boccata di aria fresca di cui ho proprio bisogno, in questo momento!
      W l'Epifania! *__*

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  7. Ciao cara, io posso solo dirti che va bene porsi domande, guardare con occhio critico il proprio lavoro, sperimentare, non accontentarsi e cercare non tanto la perfezione, ma di comunicare quell'idea che più assomiglia al nostro sentire. Va bene anche la sospensione come ricerca. È un periodo. Ma elimina l'angoscia. Avvelena e basta. :-)

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    1. Angoscia e incazzatura, cara Iara, perché io mi arrabbio molto quando finisco per odiare un lavoro che invece ho tanto amato. Sono il peggior editor di me stessa. Troppo inflessibile, qualche volta persino esagerata. Devo imparare a volere bene di più alla mia scrittura. :)

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  8. Potresti fare una prova molto empirica: prendi un libro che ti è piaciuto molto e leggilo per dieci volte di fila.
    Oppure: leggi ogni capitolo cinque volte prima di passare a quello successivo.
    Pensi che il libro, che alla prima lettura hai apprezzato moltissimo, ti piacerà ancora tanto?

    Lo so, stai pensando che non centra nulla. Ma di fatto questo è quello che succede al romanzo che si ha in stesura.
    Durante la stesura (ma già quando ce l'abbiamo in testa) in realtà non ci accorgiamo di leggerlo e rileggerlo decine e decine di volte.
    E' naturale che alla fine ci viene a noia, che ci sembri aria fritta, che non ci sembri mai perfetto.
    Ma i lettori non faranno così: il tuo romanzo lo leggeranno una volta sola.
    E se lo rileggeranno lo faranno perché con il tempo lo hanno dimenticato ma si ricordano che è stato molto bello: e quindi sono spinti a rileggerlo.
    Ma lo faranno a distanza di tempo, certo non come l'autore che lo legge e lo rilegge quasi fino allo sfinimento.

    La natura umana è perennemente alla ricerca di novità e tende ad assuefarsi facilmente.
    Prendi un quadro bellissimo e appendilo a una parete di casa tua. Dopo anni che ce l'hai sotto gli occhi, difficilmente ti piacerà come la prima volta che l'hai visto.

    Quanto alla perfezione, io penso che non sia possibile perseguirla semplicemente perché la perfezione non esiste.
    O meglio: la perfezione è relativa. Ciò che è perfetto oggi, non lo sarà più domani, ciò che è perfetto per me non lo sarà per te.

    L'unico altro modo che ho per risollevarti il morale è quello di farti da beta-reader... :-D
    Ma stimo che tu ne abbia già un bel giro.

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    1. Sei stato molto convincente, sai, Darius, ti ringrazio.
      Bisognerebbe trovare giusta, anche se non perfetta, la prima stesura in modo da intervenire sulle limature. Agire sempre sulla sostanza rende tutto più odioso, è proprio vero.
      Non ho nessun giro di beta e questo perché mi piacerebbe che loro intervenissero a completamento di lavoro per evitare di farmi mettere il carico da 100 in testa, che è già parecchio confusa.
      Grazie, comunque, per le parole e la tua disponibilità. A tempo debito ti terrò presente. :)

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  9. Bisognerebbe che riportassi qualche breve passaggio che non ti piace e dicessi il perché non ti soddisfa. Anche se poi tutti ti direbbero che invece va benissimo e saresti più confusa ancora.

    Sono lineare, povero di termini, cinematografico (sono difetti, non pregi).

    Helgaldo

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    1. Sì, in questa fase penso sia deleterio coinvolgere più persone nella lettura e nel giudizio di ciò che scrivo: mi confonderebbe maggiormente.
      Perché essere cinematografico non può essere un pregio?

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    2. La scrittura cinematografica non ha nessuna funzione estetica, deve solo farti capire quello che vedi. Un po' come il giornalismo. Dà informazioni, non sensazioni. Per questo la vedo come un difetto.

      Helgaldo

      Helgaldo

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    3. Ho qualcosa di cinematografico anch'io, allora!

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  10. A leggerti così sembri solo insicura della tua scrittura. Magari ci sono altri fattori. Storie che sembrava urgentissimo scrivere, ma che poi, strada facendo si sono rivelate non così importanti (io ho una marea di progetti abbandonati perché mi sono disinnamorata di loro o di racconti lasciati a metà). A volte la cosa migliore è lasciar perdere quel progetto e scrivere altro. Scrivere dei racconti brevi (anche brevissimi, 3000 battute) che servono a sbloccare la creatività. Con me di solito funziona, a volte obbligo il marito a darmi un tema su cui lavorare (certo, quando se ne esce con "gnomi in mongolfiera" non aiuta tantissimo) e così mi sbocco.

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    1. Il tuo è un consiglio prezioso, Antonella, grazie. Ne terrò conto perché anche l'idea di staccare con i progetti insoddisfacenti per trovare nuova linfa in produzioni più brevi può essere un buon modo per trovare una via d'uscita.
      Se io chiedo a mio marito di darmi un tema su cui lavorare, lui di sicuro mi rifila l'applicazione di qualche antico brocardo greco, ahah, che non so se è meglio dei tuoi gnomi in mongolfiera! :D

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    2. Brocardo? Santa Wikipedia!
      Per il resto: il binomio fantastico (di cui gnomi in mongolfiera è un degno rappresentante) è sempre un gran bell'esercizio ;)

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    3. Anche se i brocardi erano prevalentemente in latino, vabbè!
      Era per sottolineare l'osticità cui dovrei sottopormi. :)

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  11. Succede di rileggere le cose scritte e di non vederci nessuna luce. Ombre, gabbie, curve. Però un po' te ne devi fregare. Se ti fermi lì, ti perdi. E non è detto che ti ritrovi, soprattutto in tempi rapidi.
    Io non sono mai convinta di fare un prodotto perfetto. Al contrario, sono sicura che si potrebbe intervenire in tanti modi ma questo mi è successo anche con il libro pubblicato dalla casa editrice e, ovviamente, con le tesi di laurea. Ciò che scriviamo è sempre migliorabile, non a caso più si scrive più si diventa "bravi". Ciò che pubblichiamo deve essere bello, ben scritto, privo – per quanto possibile – di refusi. Ma perfetto? Sono troppo autocritica per pensarlo anche solo lontanamente. Sono anche paranoica e mi fermo ogni tot a chiedermi: sono abbastanza brava? Non ne ho idea. Mentre me lo domando, continuo a scrivere e pubblicare. Il giudizio dei lettori alle volte funziona meglio del mio. Del nostro. ;)

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    1. Se c'è una cosa che non vorrei mai accadesse è farmi vincere dalla mia rigidità nel giudizio: porca miseria, non perdono. Che poi con gli altri sono più tollerante. Mi faccio antipatia da sola.
      Esiste insieme all'autocritica l'auto antipatia?
      Con i lettori ho solo avuto esperienze positive, ho ricevuto più critiche favorevoli che non, questo mi fa un sacco di piacere, intendiamoci, ma vorrei imparare a essere più transigente nei confronti di me stessa. Sto vedendo che questo è l'atteggiamento che più o meno avete tutti. E che spesso premia.

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  12. Capita che a volte rileggo cose vecchie e penso "Che è sta schifezza?". Altre volte "Perchè non scrivo più così bene?" Segno che cambia il mio modo di sentire e di scrivere, non è lineare nella "qualità". Dipende dal periodo e pure dalla storia che devo raccontare. Ma il confronto mi riesce solo tra i miei scritti. Se guardo quelli degli altri penso solo che ho parecchio da studiare, decisamente. Per ora scrivo per divertirmi e non chiedo compenso al lettore. Speriamo che mi perdoni :P

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    1. Altrimenti non esisterebbe il detto che il giardino degli altri è sempre più verde. Però, è vero: io lo vedo sempre più verde e più curato del mio, anche quando mi sforzo di tenerlo pulito e in ordine. :)
      Sto cambiando anch'io il modo di vedere e sentire la scrittura, forse sto solo enfatizzando questo passaggio. :)

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  13. Io per adesso ho sempre voglia di scrivere. Forse perché per 5 anni non l'ho fatto, e si è accumulato un sacco di materiale? Chissà!
    I miei 3 difetti? Ho poca fantasia, scarsa capacità di penetrazione psicologica e nessun talento per spaziare da un genere all'altro.

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    1. La voglia di scrivere è la molla più preziosa alla quale non si dovrebbe mai rinunciare. Cosa che lamento io, in questo momento.
      Sto provando, però, a recuperare questa luce finita in fondo al tunnel, perché ce l'ho attaccata alle caviglie e non saprei vivere senza.
      Non so spaziare nemmeno io da un genere all'altro: è l'unica cosa, però, che non percepisco come un vero e proprio difetto.

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  14. Io parto sempre dalla consapevolezza che la perfezione non esiste, quindi non mi pongo il problema di scrivere un romanzo perfetto. In ogni caso metto la massima cura per realizzare un libro scritto nel migliore dei modi. Ci riesco? Non lo so, spero di avvicinarmi il più possibile a quell'idea di romanzo che avevo in testa. A volte sono soddisfatta, altre volte pochissimo. Talvolta provo entrambe queste sensazioni leggendo la stessa pagina o lo stesso capitolo. Difetti? Scrittura forse troppo semplice e lineare.

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    1. Lo so che è giusto pensare che la perfezione non esista, del resto ho scritto che è un parametro del tutto soggettivo, però è il mio cervello che proprio si mette lì a sottolineare tutto, a rimproverarmi, a dirmi continuamente "no, non ci siamo"... Fai bene a porti con questo atteggiamento benevolo di fronte alla tua scrittura. Te lo invidio. :)
      Non sempre semplicità e linearità sono caratteristiche negative.

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  15. Ti racconto questo. Quest'estate ho avuto un'interessante idea per un romanzo. Il mese scorso (pur con molti dubbi) ne ho iniziato la stesura, scrivendone 25 pagine a torrente, già piuttosto elaborate. Ora non so come andare avanti e sono in cerca di ispirazione. Ma non sono preoccupato e ti dico perché.
    A dicembre 2010 ho avuto l'idea per un romanzo. I mesi successivi li ho passati a elaborare e ad agosto ho iniziato la stesura. Una roba atroce. Dopo quasi due anni c'era giusto un raccontino. Poi un po' per volta ho imparato tecniche, ho parlato con persone che casualmente mi hanno dato suggerimenti, ho letto, ho studiato stili, ho seguito corsi (non di scrittura, ma combinazione mi hanno dato quegli elementi teorici che mi mancavano) e qualche mese fa l'ho terminato, esattamente come avrebbe dovuto essere nelle mie speranze. Ci sono voluti 5 anni. In cui però sono cresciuto molto. Per questo quell'altro romanzo non mi preoccupa, ci va solo del tempo.
    Osservazione neuroscientifica. Hai un problema che non sai risolvere. Vai a dormire e al mattino la soluzione ti si presenta. Questo perché durante la notte il nostro cervello continua a lavorare, ma riesce ad accedere più facilmente a quella parte sepolta nel nostro inconscio, dandoti i termini mancanti per risolvere il problema creativamente. Insomma nell'inconscio sta sepolta la creatività.
    Cosa voglio dire? Che molto spesso la soluzione del problema è lasciare perdere il problema e lavorare su altri fronti paralleli che vi si intersecano, per affrontarlo poi da tutt'altra prospettiva. Non è detto funzioni, ma è un approccio.
    I 3 difetti, pur probabilmente essendoci, non te li dico perché: i) sembra un colloquio di lavoro, ii) non hai bisogno di conoscere i limiti altrui per accrescere la tua autostima, ma solo esaminando i tuoi punti di forza. Questa è resilienza.

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    1. Grazie per avermi raccontato la tua esperienza. È un bell'esempio di come spesso vadano le cose e dell'importanza che ha l'attesa che i tempi si facciano maturi.
      La mente riposata è in grado di affrontare molte difficoltà, lo noto anch'io. Chissà quanta creatività conservo nel mio inconscio! Penso che il tuo approccio sia quello che prenderò come consiglio pratico da tenere in considerazione assieme a quello di Tenar.

      Neo d'ignoranza: ho cercato cos'è la resilienza! ;)

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  16. Al solito, ripasserò, ma se riuscissi a strapparti un sorriso mattutino...
    I difetti della mia "scrittura" (da blogger), essi sono - svolgimento:
    1. ometto spiegazioni/informazioni all'eccesso
    2. inverto come il Maestro Yoda
    3. ipotasso l'impossibile XD (stica...)

    Un abbraccio! :D Buona giornata cara Marina ^^

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    1. Ti sto leggendo nel pomeriggio, ma mi hai strappato un bellissimo sorriso lo stesso. Oggi, poi, che sto correndo come una pazza e ho risposto a singhiozzo a tutti i commenti.

      Inverto come il maestro Yoda è fantastico! ^__^

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  17. Ieri notte la pioggia mi ha svegliato, dormivo male, sprofondato nel divano del soggiorno con la tv naturalmente accesa. Ho ascoltato il malinconico battere dell'acqua sul mio balcone, con il cornetto algida in una mano e il telecomando nell'altra cambiavo canale in cerca di una rivelazione. Ho ripensato alle parole scritte da sconosciuti Valutatori di romanzi:Il suo manoscritto è pregevole nel linguaggio ma non rientra nei nostri canoni editoriali e bla bla bla. Oppure ripenso ad un giornalista scrittore che leggendo il mio romanzo, mi mandò una email piena di complimenti, sempre sulla scrittura, ma trovando di difficile attuazione la pubblicazione di un libro con temi così particolari e complessi. Insomma per farla breve ho ricevuto l'ennesima bocciatura, tanto da pensare che le persone che hanno letto il romanzo, non solo amici ma anche professori e gente del mestiere, ho mi riempiono di complimenti per gentilezza o non capiscono nulla... compreso il sottoscritto. Forse non scrivo così bene come credo... forse dovrei rivedere il manoscritto, rivalutare la dinamica della storia, rendere i personaggi più ruffiani e bla bla bla. La pioggia continua a battere sul mio balcone, la tv trasmette, nel cuore di questa mia notte, immagini di cose già viste e nessuna rivelazione sembra manifestarsi. Rifletto su cosa sia uno scrittore e non so darmi risposte convincenti, tre aggettivi possono bastare... forse sono pochi, oppure nel mio caso sono superflui. Oggi la cosa più difficile non è scrivere bene un romanzo, non ti dannare su questo Marina, la cosa più difficile, tremendamente difficile è rendere visibile il tuo romanzo. Questa è la cruda verità, ma credo che uno scrittore non debba scrivere per piacere alla gente, uno scrittore scrive per raccontare storie, senza calcoli, senza compromessi che mortifichino la sua onestà intellettuale. Come dicevo prima, io non so cosa sia veramente uno scrittore, ma credo di capire cosa non è, e credimi non c'entra nulla quante volte hai revisionato e vivisezionato il tuo manoscritto, questo viene dopo, fa parte della sfera professionale che deve naturalmente esserci. Uno scrittore non scrive tanto per scrivere ma scrive per raccontare ed emozionare, e far riflettere su se stessi e sulle persone, sul mondo che ci circonda e per quale cazzo di motivo giriamo attorno al sole! Poi ha smesso di piovere, il cornetto algida ormai era diventato un gustoso ricordo, e così la mia delusione mi ha portato di nuovo dentro il sonno. Perché ti racconto questo? cosa c'entra con il tuo post? forse niente, oppure ho letto altro fra le righe... forse i tuoi dubbi nascono da qualcosa di più profondo, qualcosa che ci lega tutti noi, poveri eterni esordienti e sconosciuti scrittori.

    P.S.

    Naturalmente qui in Sicilia dopo la pioggia arriva sempre il sole, e tu riuscirai a scorgerlo di nuovo ;)

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    1. Maledetto io quando scrivo velocemente... o mi riempiono... e non... ho mi riempiono... ;)

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    2. Caro Giuseppe, grazie per avere contribuito con il tuo commento a farmi sentire meno sola in questo momento di confusione e, nello stesso tempo, consapevolezza: di essere qualcosa di diverso dalla scrittrice che vorrei diventare. Se leggi tra le righe una sorta di insoddisfazione per i risultati che non arrivano, ti devo dire che, in verità, non è quello che mi porta a riflettere, ma tutto ciò che dici sul perché scriviamo è verissimo ed è proprio lì che nasce questa sorta di coscienza del "non riuscire a essere": non sentirmi capace di raccontare storie in grado di emozionare, non sentirmi all'altezza di suscitare riflessioni. Vivo dei momenti di blocco in cui mi chiedo: perché voglio dire una cosa, ma quello che leggo nella pagina ha un altro sapore? Forse pretendo troppo da me stessa o forse sono troppo insicura. O forse, semplicemente, dovrei smetterla di lamentarmi.
      Per fortuna hai ragione anche su un'altra cosa: il sole arriva sempre. Noi siciliani ce lo abbiamo dentro! :)

      E un'altra cosa: ti ho invidiato il cornetto Algida. ;)
      Buon fine settimana, Giuseppe.

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