Fermare i pensieri in corsa, quando attraversano il nostro cervello; fissarli perché non si confondano nel caos di immagini quotidianamente registrate e di sensazioni assorbite mentre parliamo, osserviamo, percepiamo odori, ascoltiamo, mentre, cioè, i nostri sensi lavorano e noi inconsciamente li assecondiamo. Ecco, è questo ciò che faccio io portandomi dietro un taccuino: ce l'ho in borsa e se non è in borsa è in una tasca ma sempre con me, pronto a ricevere suggestioni, a raccogliere e conservare tutto quello che mi colpisce e non voglio vada disperso o dimenticato.

mercoledì 19 ottobre 2016

Thriller paratattico n. 60: Riepilogo e Verdetto


Giro tiepido, questo, del Thriller n. 60

Lo so, gli ubriachi, nel bar malfamato di Montmartre, non sono personaggi rassicuranti e cadere nella loro trappola può avere inibito l'immaginazione di tutti.
L'esercizio richiedeva fantasia, ma anche quella giusta dose di immedesimazione per provare a vivere un momento drammatico insieme alla giovane donna parigina che ne era protagonista.
Mi sarebbe piaciuto vedere come ve la sareste cavata alle prese con i verbi "avventarsi", "rapinare", "abusare", quali immagini avreste creato per mostrare una scena tanto spaventosa.
Chi ha scritto ha dato una gran bella lettura dell'esercizio e ha usato molto bene la lente d'ingrandimento. Alle tre persone che si sono avventurate faccio i miei complimenti. La quarta ero io.

Il premio non verrà assegnato, questa settimana, perché il mio giudizio si è mosso in un ambito troppo ristretto e la qualità buona in tutte le prove non mi ha consentito di raggiungere un verdetto pieno.
Ogni brano mi è piaciuto per qualcosa:

Il primo perché i verbi premere, penetrare, affondare, leccare hanno mostrato perfettamente tutto l'orrore chiuso nella scena di violenza. 

Il secondo perché ho quasi provato sulla mia pelle la sensazione di essere accerchiata da quei bruti: braccia ruvide, dita curiose, silenzio spesso... Mi sono venuti i brividi.

Il terzo perché l'ho scritto io.

Il quarto perché, accidenti! No, dico, ma lo avete letto?
Un apprezzamento speciale va alla descrizione meticolosa e disinibita contenuta in questa versione.

Allora, anziché dire che non ho trovato quale brano premiare, dico che per me tutti valevano un premio: un forte e meritato applauso.

Peccato, però, il libro in palio per oggi aveva due buone ragioni per essere assegnato: fa parte della collana "Ingrandimenti" della Mondadori (dunque in tema con la prova richiesta) e ha a che fare con la mezza corona del Thriller.
Il perché, a questo, punto, sarà svelato nella prossima puntata, visto che diventa il premio per la nuova prova di domani.

E se non l'avete fatto, leggete i quattro brani di seguito e dite cosa ne pensate.
Magari sarete voi a decretare un vincitore ideale.

Buona lettura!


Anonimo 1

Una giovane donna si trova sperduta nel quartiere parigino di Montmartre, intorno a lei una scura coltre di buio. La giovane cammina fra i vicoli costeggiando un lungo muro, ha paura, entra finalmente in una casa. Sale le scale, comincia a intravedere una luce, si trova nel mezzo di un bar frequentato da uomini ubriachi.

Girarsi e fuggire. Ecco cosa avrebbe voluto fare.
Ma alle sue spalle due mani - le stesse che avevano appena sbattuto la porta - l'afferrano avide.
Sente un corpo aderire voracemente alla sua schiena con una presa così stretta che persino i brividi si bloccano per il terrore.
In un attimo eterno, la donna sente le sue paure sublimarsi con prepotenza.
Non può voltarsi, una mano è già infilata sotto il reggiseno a violare tutta la rotondità delle sue grazie.
L'altra mano, oltrepassato l'ombelico, ha un dito già teso a infrangere senza remore l'intimità più innocente. Poi un secondo dito preme. E penetra.
Bloccata dal terrore, e dal dolore, la donna sente fremere sul suo fondoschiena tutta la virilità dell'aggressore, impennata e impaziente di affondare. Ne sente l'irruenza calda, liquida, eccitata.
Poi le mani diventano quattro. Poi sei. Sollevata contro la sua volontà, la giovane vede la gonna strappata abbandonare impotente le sue cosce, le sue gambe divaricate con vigore da due braccia tatuate. Perduta e sotto shock, la giovane non sente la risata sguaiata del pazzo ubriaco che ha di fronte, ormai intento a leccare avido il suo slip strappato. Ma sente le dita abbandonare improvvisamente le profondità violate per lasciare spazio a qualcosa di più viscido. Una lingua.

La donna urla di terrore, i maniaci la legano, la buttano in un fiume, aspettano sulla riva di vederla divorata dai topi. La donna sprofonda nell’acqua, comincia a dondolare. Si sente soffocare. Una mano la scuote, si sveglia, finalmente la voce amica del dentista: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!» 


Anonimo 2

Una giovane donna si trova sperduta nel quartiere parigino di Montmartre, intorno a lei una scura coltre di buio. La giovane cammina fra i vicoli costeggiando un lungo muro, ha paura, entra finalmente in una casa. Sale le scale, comincia a intravedere una luce, si trova nel mezzo di un bar frequentato da uomini ubriachi. 

Le luci basse del locale confondono le cose. Un uomo posa il boccale e si alza dal tavolo; un secondo lo segue. Poi, passato qualche altro istante, un terzo. Infine, come se fosse stato dato un segnale, tutti. Si avvicinano. Parlottano tra di loro. Si danno colpi di gomito e la indicano a dito. Si fermano solo quando sono a un passo di distanza. Dicono. Chiedono. Ma le voci nelle sue orecchie si accavallano e si impastano. Si sovrappongono mani e occhi; braccia ruvide e gengive da cui spuntano denti marci. Le risate fiatano di alcool a poco prezzo, le dita più curiose si spingono per saggiare la consistenza di una spallina, prima, e della spalla subito dopo. 
Lei stringe al petto la borsa; vorrebbe salvarla e al contempo la cederebbe volentieri per salvarsi. Dice: "No". Vorrebbe urlarlo ma lo sussurra. Indietreggia, ma sbatte sul petto di quello più grosso di tutti: l'attendeva al varco, alle sue spalle. Lui allunga un braccio e la cinge; gli altri, a quel movimento, si fermano. Attendono. La costringe a ruotare, fino a guardarlo in faccia. Occhi negli occhi. Lei abbassa lo sguardo e lui, con l'indice, le rialza il mento.
"Sono questi i modi che ti hanno insegnato, signorina?"
Un istante di silenzio. Spesso. Schiumoso. Poi la risata sguaiata di tutti straccia l'aria. Non c'è pietà in quegli volti che ridono, non c'è sentimento. La chiave di tutto è la bocca davanti ai suoi occhi. La bocca dell'uomo che si tende, su un lato, fino a increspare la barba incolta.
Lei stringe la borsa tanto da sbiancare le nocche. Non è più materia di scambio adesso: è diventata uno scudo. Uno scoglio.
Ma è piccolo. Troppo piccolo e fragile, per arginare la tempesta che incombe.

La donna urla di terrore, i maniaci la legano, la buttano in un fiume, aspettano sulla riva di vederla divorata dai topi. La donna sprofonda nell’acqua, comincia a dondolare. Si sente soffocare. Una mano la scuote, si sveglia, finalmente la voce amica del dentista: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!» 


Anonimo 3

Una giovane donna si trova sperduta nel quartiere parigino di Montmartre, intorno a lei una scura coltre di buio. La giovane cammina fra i vicoli costeggiando un lungo muro, ha paura, entra finalmente in una casa. Sale le scale, comincia a intravedere una luce, si trova nel mezzo di un bar frequentato da uomini ubriachi. 

Ci sono sguardi untuosi che rimbalzano da un tavolino all'altro, un tam tam tribale fra i membri di una viscida confraternita. Si incrociano, per guizzare subito bramosi su di lei. Prima ancora che dalle voci sgraziate di quei bruti la povera malcapitata viene investita dal lezzo del loro sudore misto a quello di alcol e fumo di cui l'ambiente è saturo. Fa uno scatto indietro, ma la porta si chiude alle sue spalle e lei vi sbatte contro: è un animale in trappola. Capisce di non avere scampo, le ginocchia ridotte a burro fuso. Adesso è una facile preda.
In tre si avvicinano dal fondo della sala, uno zoppica tenendosi a una stampella, un quarto si unisce al branco ghignando di gusto mentre sputa di lato uno stuzzicadenti. L'uomo più vicino a lei inspira aria dal naso strofinando le narici sulla sua spalla, poi allunga la lingua sul suo collo. La giovane serra le labbra e strizza gli occhi quasi bastasse quella reazione di ribrezzo misto a disperazione per annullare l'incubo che sta vivendo. Una mandria di bufali sta calpestando le pareti del suo stomaco e le lacrime sono lava negli occhi. Stringe la borsa al petto usandola come scudo, ma un altro uomo con una presa rapida gliela strappa dalle mani. La trattiene dai fianchi, ha i bicipiti gonfi, non gli unici muscoli a dimostrare la loro prominenza. Il macho ubriaco la sbatte sul tavolo. Le solleva la gonna e le strappa le calze, mentre gli altri uomini gli fanno un cerchio intorno, tutti impegnati a fare saltare con foga ganci e fibbie dei pantaloni. Stringono, graffiano, ridono. Sbattono, grugniscono, bevono. La pietà ha la forma di una corda.

La donna urla di terrore, i maniaci la legano, la buttano in un fiume, aspettano sulla riva di vederla divorata dai topi. La donna sprofonda nell’acqua, comincia a dondolare. Si sente soffocare. Una mano la scuote, si sveglia, finalmente la voce amica del dentista: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!»


Anonimo 4

Una giovane donna si trova sperduta nel quartiere parigino di Montmartre, intorno a lei una scura coltre di buio. La giovane cammina fra i vicoli costeggiando un lungo muro, ha paura, entra finalmente in una casa. Sale le scale, comincia a intravedere una luce, si trova nel mezzo di un bar frequentato da uomini ubriachi. 
L'ingresso della donna in sala distoglie l'attenzione degli avventori dai calici pieni di vino, dalle sigarette accese lasciate a consumarsi nei posacenere colmi di mozziconi. Le risate sguaiate, le parole impastate di alcool, sfumano in ghigni e borbottii inaudibili. Lei resta sulla porta, pietrificata come una statua di sale. Solo gli occhi si muovono a catturare gli inquietanti particolari del posto. Gli uomini seduti portano sul viso e sul corpo i segni evidenti di una vita dissoluta: cicatrici profonde, barba incolta, capelli che sembrano appiccicati sulla testa con strati di olio; corpi massicci, i più tra loro con grosse pance sporgenti, maglie arrotolate fin sopra l'ombelico che mettono in bella mostra chiusure lampo mezze sbottonate. L'olfatto invia inconfondibili segnali al cervello: aria imputridita da fumo, sudore e altre puzze non facili da identificare che le fanno salire improvvisi conati di vomito. “Scappa. Esci da qui, subito”. Ma lei, non riesce a muovere neanche un muscolo. In branco, alcuni uomini si avvicinano. La esaminano con studiata lentezza. Nessuno parla. Un uomo, l'annusa sul collo: “Profuma di buono”, le lecca un orecchio. La giovane, si ritrae inutilmente, con una mano le sta già tastando il sedere, mentre l'altra, va a riempirsi con il suo seno. Lascia cadere la borsa sul pavimento sudicio. “Lasciami andare”, implora con la voce rotta dalle lacrime, ma lui la schiaccia con il suo corpo pesante contro il muro. Le strappa il vestito, il reggiseno, gli slip. E' eccitato. Le apre le gambe, la penetra, spinge forte, come se stesse trivellando una roccia. Geme come un maiale e infine, sente del liquido appiccicoso inondarle il ventre, scivolarle lungo le gambe. Guarda a terra con la vista offuscata, intravede intorno a lei altre braccia, altre gambe, pantaloni avvolti ai polpacci. Trattiene il respiro. Sgombrano un tavolo. Il rumore di vetri frantumati si mischia al suo pianto, ai no, ai basta, al suono degli schiaffi sulla sua faccia, ai loro sta zitta, puttana. La sollevano e la sbattono sul tavolo ripulito, la girano a pancia sotto, la prendono a turno in quella posizione. Grugniti e oscenità saturano l'aria. Lei grida, grida dal dolore, dalla rabbia, dall'umiliazione. Continuano a violentarla a turno, non sa più in quanti, non sa per quante volte. 
La donna urla di terrore, i maniaci la legano, la buttano in un fiume, aspettano sulla riva di vederla divorata dai topi. La donna sprofonda nell'acqua, comincia a dondolare. Si sente soffocare. Una mano la scuote, si sveglia, finalmente la voce amica del dentista: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!»



36 commenti:

  1. Anonimo 2 a rapporto! :)
    Giro tiepido ma brani meritevoli. Tutti, tranne me, hanno optato per mostrare una scena di violenza che nel thriller in realtà manca. Non so perché, ma sono convinto che siano tutte donne le descrittrici di cotanta scena.
    Se fosse vero, sarebbe un cliché. Però interessante da approfondire.

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    1. Lo scopriremo, forse.
      In effetti mi sono accorta, anche in esercizi passati, che portiamo sempre questi maniaci a concludere la violenza sessuale, quando nel testo c'è quel "forse", che rende probabile, non certa, la finalizzazione dell'intento.
      Ora, però, n. 4 materializzati perché vorrei venisse smentito il clichè

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  2. Non ho ben capito cosa si vuole smentire.
    Comunque io sono il numero 1. :-D

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    1. Azz! Scritto così è da megalomani... Intendevo dire: io sono l'Anonimo numero 1.

      (tengo a precisare che ho fatto un lavoro di immedesimazione oltre che di lente d'ingrandimento: non sono un maniaco!)

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    2. Hai già smentito: avevo supposto che gli anonimi 1, 3 e 4 fossero tutte donne.
      Il cliché è defunto! ;)

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    3. Complimenti Darius. Hai fregato pure il nostro attento Michele. Vuol dire che ti sei immedesimato alla grande! E in effetti ci sei riuscito molto bene :)

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    4. Grazie mille! Almeno la carriera di ghost writer non è stroncata sul nascere... :-D

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  3. Ho scritto il n.4, mi spiace, devo confermare il cliché. Io, in realtà ho sempre sottinteso la violenza anche se non è detto in modo esplicito. Sarà che gli uomini sono ubriachi, che alla fine, lei, finisce legata e lanciata nel fiume, che la violenza è uno dei peggiori incubi per una donna. Però, quel "forse" effettivamente c'è. È stato un esercizio faticoso. Ho commesso alcuni errori di cui mi sono accorta solo dopo aver pubblicato, ma mi sono imposta di non fare post di rettifica, perché dovrò pure trovare un modo per correggere questa mia impulsività.

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    1. Iara, sei grande! Ma come ci sei riuscita! Con una lucidità e l'uso di termini che a me sarebbero rimasti aggrappati sulla punta della lingua. Altro che tabù. Sei stata bravissima. Bra-vis-si-ma. :)

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    2. Grazie Marina. Dico la verità, l'argomento della violenza sulle donne, come quella sui bambini mi coinvolge molto. L'esercizio sui tabù che abbiamo svolto tempo fa, con tutta la discussione che ne è seguita mi è servita a superare l'imbarazzo. Ho evitato di rileggere troppe volte, perché un po' di vergogna c'è. Le parole sono arrivate, immaginando la scena, non avendo paura delle emozioni. Volevo fosse reale. Ma è stato faticoso. Sono contenta che lo sforzo sia servito. Grazie per avermelo detto. :-)

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  4. Bravi. Complimenti per aver partecipato.
    P.s.= Darius hai ritirato il premio dello scorso thriller?
    Sennò mi fiondo io.
    N.b.= guarda post precedente del thriller che hai vinto. :p

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    1. Tiziana, E TU DOVE SEI STATA. Ti aspettavo! :P

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    2. A parte il quotidiano,sto scrivendo tanto, per varie cose.
      Qui poi i maschi vincono alla grande.
      :/

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    3. Tiziana, il premio è in viaggio. Sempre che le regie poste dell'italico regno non lo facogitano... :-D

      Lo leggerò e mi sono ripromesso di fare alcuni post sui passaggi che troverò interessanti...

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    4. Che bello. Buona lettura!

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  5. La vicenda di Montmartre è un sogno, e nei sogni una violenza, un pericolo può essere percepito senza che succeda nulla. Ho sempre pensato che ci sia un salto logico a questo punto della storia, cosa normale quando si sogna. E il forse è la spia dell'implicito.

    Helgaldo

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    1. "La vicenda di Montmartre è un sogno": e io ho pensato a Marzullo. Senza offesa, eh. :)

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    2. Marzullo alle sei del pomeriggio? :)

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    3. La vita è un thriller o il thriller è il sale della vita?

      Helgaldo

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    4. Basta con Marzullo! :-)

      Se no ci troviamo un thriller da fare immaginando Marzullo al posto della giovane donna... :-(

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  6. Ehm... Però, volendo approfondire, nel brano originale leggo: gli uomini si avventano su di lei. Non è un'ipotesi, accade. Tra l'altro, avventare è un verbo con implicazioni aggressive. Io lo vedo il movimento di quel gruppo di uomini ubriachi che si scagliano contro la sventurata. Non ho bisogno di altri dettagli. L'intenzione resta implicita, ma viene ristretta a due possibilità: rapina, abuso. C'è un vuoto, è vero, ma quel buco, su di me ha l'effetto di un amplificatore. L'immaginazione e qualche pagina di cronaca in memoria fa il resto. Poi, magari nell'esecuzione dell'esercizio, quel vuoto andava lasciato, come ha fatto Michele.

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    1. No, io credo che ognuno possa liberare la fantasia e lasciare che vada nella direzione che vuole: l'implicito secondo me può diventare esplicito, come buttare l'occhio oltre una porta chiusa (non quella del bar mal frequentato :)) Dunque per me non ci sono errori nell'interpretare la scena anche come un'effettiva violenza subita da una donna.

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    2. In realtà il primo istigatore (e descrittore nel dettaglio) della scena di violenza fui io. Non mi ricordo quando, ma mi ricordo che mi furono tirate le orecchie perché avevo inserito un dettaglio che non c'era.
      Da allora, però, la cosa è stata sdoganata e ripresa in infinite varianti, tanto che ormai... c'è! :)

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    3. Quindi, per il futuro sappiamo tutti a chi dare la colpa! :-P

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  7. Questo discorso intorno al non detto, all'implicito, mi affascina moltissimo. Diverse volte abbiamo discusso sulla capacità delle parole di dire, di mostrare, ma quello che mi colpisce di più in questo caso è il riuscire con un solo verbo e poco altro a dare l'idea di qualcosa, di più di qualcosa, di un'intera sequenza di eventi. Riuscire a evocare nella mente di chi legge un fatto ben preciso senza scendere in dettagli, creare quel vuoto che racconta più di un'intera pagina, mi sembra un traguardo non da poco. Ricordo che in qualche modo ne abbiamo già parlato in passato. Io non so se ne sarei capace.

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    1. Questi esercizi cui ci sottoponiamo hanno lo scopo di fare della scrittura un momento di svago e di divertimento, ma anche quello, più serio, di insegnarci vie nuove per far sì che la nostra capacità di raccontare sia quanto più possibile efficace. Sono piccole strategie, accorgimenti, importanti strumenti da utilizzare al momento opportuno, che entrano a far parte del nostro bagaglio di conoscenze ed esperienze, senza costringerci a scomodare i manuali di scrittura.

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  8. Io non ho partecipato stavolta, in realtà non me la sono sentita, forse perché mi sento un po' violentata anch'io in questi giorni, è un periodaccio al lavoro e mi sento nel tritacarne...

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    1. Dev'essere un'epidemia, quella del periodaccio! ;)
      Spero passi presto!

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  9. Bravissimi tutti! Io non ce l'ho fatta, mi dispiace ma l'argomento era difficile in quanto per me molto tabù, nel senso che se l'avessi scritto poi mi sarei depressa. Pensavo che l'ultimo fosse di un maschio, tutta la mia stima a Iara che ha scritto un pezzo che mi ha colpito, per l'orrore e la bravura nello stile.

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    1. Ti capisco, Isabella, ci sono cose che ci viene naturale scrivere, altre in cui fatichiamo di più. In fondo, giochiamo, ma lo facciamo con serietà e impegno.

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    2. Dai Isa, il tema del thriller successivo è più solare. Scrivi pensando a qualcosa che ti fa ridere. :)

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  10. Belli tutti. Il 4 mi è piaciuto molto.

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    1. Sicuramente è quello più realistico. Spaventosamente realistico.

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  11. Max...dai che c'è da scrivere il thriller simpatico, nel senso di far sbudellare dal ridere. Vai al post successivo.
    Dai che siamo quelli più autoironici, son ragazzi, che ne sanno dell'ironia, sono cupi come i vicoli di Mormartre. Facciamo vedere come sanno fare i veterani.
    Dai che Marina mi ha dato il compito di buttare tutti nel fiume... ah no, di spingere tutti a scrivere. :p

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    1. Benissimo, Tiziana, vedo che metti ottimamente in pratica la mansione che ti ho affidato. ;P

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