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lunedì 9 luglio 2018

E poi chiudo gli occhi

In ascensore siamo in quattro: io, mio marito e i miei due figli, in una rara occasione in cui stiamo andando tutti insieme a cena fuori.
Significa che siamo freschi di doccia, profumati, agghindati: io indosso un abito di lino, ho le scarpe col tacco, una borsa che sposto sul petto per garantire qualche centimetro di spazio a chi mi sta incollato accanto, i ricci gonfi in testa, il trucco che ha fatto una doverosa concessione a rimmel e rossetto (da me ignorati nella quotidianità) e una bottiglia di vino tenuta dentro un sacchetto con i manici in corda; i ragazzi hanno pantaloni lunghi e camicia, costretti all’eleganza dalla natura dell’invito: uno si aggiusta il ciuffo davanti allo specchio, l’altro nasconde scarso entusiasmo sotto un broncio rassegnato; mio marito tiene in una mano un sacco di immondizia da buttare, nell'altra una torta protetta da un involucro di cartone.
 
Quattro piani. Sono le 20:00. Siamo a Roma. Non arriveremo a destinazione prima di un'ora. E c’è un particolare che confino al termine della descrizione appena fatta solo perché possa ricordarmene più degli altri: nel vano ascensore, dove io e la mia famiglia siamo schiacciati come cetrioli sott’olio dentro un barattolo, ci sono trentacinque gradi di temperatura. 
Giornata calda, oggi, caldissima e la cappa di calore ci investe già nel pianerottolo, quando chiudiamo a chiave la porta di casa e lasciamo che l’aria condizionata dell’appartamento si smaltisca al buio e in solitudine.
Tanto la sauna in ascensore durerà solo pochi secondi e a nessuno viene in mente di scendere a piedi (nemmeno ai miei figli che, di solito, saltano i gradini a tre a tre): siamo troppo impupati per rischiare di favorire la comparsa dell'antiestetico alone di sudore sotto le ascelle e io, in più, non voglio rompermi qualche osso scivolando per le scale (come già sperimentato soltanto un anno fa e pure senza tacchi ai piedi.)
Visto che sono la più vicina ai pulsanti e ho una mano libera, con una mezza torsione del busto, schiaccio lo "0"  del piano terra.
Le ante a scorrimento blindano l’abitacolo infuocato e la discesa ha inizio. Faccio appena in tempo a tamponarmi la striscia di pelle tra il naso e il labbro superiore imperlata di sudore, evitando di strofinare con il dito la matita che mi ha disegnato la bocca a cuore, quando il rumore di uno strappo metallico e una sorta di piccolo rinculo causano il blocco improvviso dell’ascensore. 
Noi quattro, conciati a festa, con torta alla crema, bottiglia di vino, ma soprattutto immondizia al seguito, rimaniamo chiusi dentro una cabina di un metro per un metro e venti, che ha funzionato sempre a singhiozzo in questo edificio e adesso ci imprigiona a metà fra quarto e terzo piano.

Niente panico. Mio marito entra subito in agitazione: si muove maldestramente, molla il sacco d'immondizia e si accanisce con tutta la mano sul tasto giallo che produce uno scampanellìo stridulo e poi intima a noi, con un tono tra il grave e il solenne, di mantenere la calma. I miei figli sbuffano, sento che l’aria si sta asciugando nei polmoni. Il casco di ricci in testa comincia a lanciare segnali di allarme: si surriscalda, perde volume, diventa una coperta termica che scatena accessi di sudore su collo e spalle. Qualcuno del palazzo si affaccia sul pianerottolo, chiama, chiede, organizza il pronto intervento. Intanto, pur rimanendo ferma, con un insopportabile senso di soffocamento, in attesa della riapertura delle ante, piego la testa indietro e respiro in direzione dei quaranta centimetri di vuoto sopra di me, dove la riserva di ossigeno è assorbita dal caldo reso sempre più asfissiante dai nostri corpi a stretto contatto. 
E poi chiudo gli occhi. 

Chiudo gli occhi per un attimo e sono al buio dentro la stiva di un barcone che annaspa in mare aperto, con centinaia di esseri umani a bordo, stipati senza attenzione né cura in spazi che possono contenere la metà del loro numero; sono accanto a donne e bambini che respirano in silenzio l’aria che si riduce ogni minuto che passa, con la speranza di sopravvivere ridotta a una preghiera balbettata fra labbra che non conoscono il sorriso. Il sudore scioglie il mio trucco, l’acqua che si infiltra nello scafo sovraccarico scioglie i sogni di salvezza; io intossicata dall’olezzo evaporato dal sacco d’immondizia dentro un ascensore, loro intossicati dalle esalazioni di combustibile dentro una tomba di legno sbattuta dalle onde. La visione di tanto orrore mi entra nella pelle come un virus: aspetterò poco meno di dieci minuti per trovare la salvezza, loro giorni per trovare la morte.

Un vicino di casa scardina, finalmente, le ante dell'ascensore, che cedono di botto dopo i ripetuti tentativi di apertura forzata: siamo investiti da luce e aria.
Mi volto un secondo verso lo specchio: vedo riflessa una persona ben vestita, che ha solo il viso lucido e i capelli sgonfi, ma sa ancora sorridere. 
Abbasso lo sguardo e mi faccio aiutare a scendere.

49 commenti:

  1. Mi trovo in una ideale platea. Tu sei su un ideale palcoscenico.
    Al termine di questo racconto, io, spettatrice, mi alzo, e applaudo.

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  2. Sai "divertire" anche quando l'argomento sembra non poterlo concedere. Brava!

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    1. Grazie Tiziana. La tua opinione, per me, è sempre preziosa. 😘

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  3. Mi unisco alle ovazioni, è piaciuto molto anche a me. Brava Marina ^_^ !

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  4. Bentornata in azione, ti attendevamo!
    (p.s.: io prendo l'ascensore solo quando faccio la spesa e ho qualche busta piena, almeno se resto intrappolato ho scorte alimentari sufficienti in attesa dei soccorsi ;-)

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    1. Ho fatto un’incursione estiva proprio alle soglie della mia partenza per le vacanze. Hai presente l’urgenza di raccontare una cosa di cui amiamo tanto parlare spesso noi che scriviamo? 🙂

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  5. Chapeau, Marina!
    Un racconto che abbina (spero che non ti sia capitato sul serio) la fantasia e la realtà terribile di tanti poveri diavoli. Perchè volenti o nolenti, che li vogliamo accogliere o no, poveri diavoli sono e restano.
    A te, un grancee battimani!

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    1. Grazie Pat. Ho voluto raccontarla questa cosa perché vera (ahimè), non mi sono servita di un pretesto per parlare di una sventura che non conosco. Immedesimarsi in una situazione ha il potere di farti perlomeno provare cosa abbiamo la fortuna di non essere e la sfortuna di non capire.

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    2. TEmevo che fosse vera. Io sarei soffocata. Soffro di claustrofobia.
      Immedesimarsi non è da tutti. La sfortuna di non capire è da troppi ahimè!

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    3. Io per fortuna non soffro di claustrofobia e, in altri momenti (come già accaduto) sarei rimasta ad aspettare dentro l’ascensore in tutta calma e senza nessun panico, ma quella condizione era davvero impossibile da tollerare: in troppi in uno spazio piccolissimo e con un caldo asfissiante. Io non dico che per capire le situazioni occorra sempre trovarvisi, ma alcune volte vivere sulla propria pelle certe sensazioni, soprattutto se sgradevoli, aiuta una comprensione altrimenti astratta.
      Alla fine, essere lì e avere quell’unico pensiero rivolto a chi soffre veramente, mi è servito.

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  6. Sperando che non ti sia successo davvero (io sarei morta proprio), credo che se tutti per un attimo ragionassimo come te e provassimo a immedesimarci in certe situazioni, vedremmo la situazione da un altro punto di vista. Come dice Patricia, al di là di tutto e di tutte le polemiche, restano poveri diavoli, persone con una storia e una vita come tutti noi.

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    1. Non soffro di claustrofobia, ma il caldo mi uccide. L’episodio è vero, per fortuna è durato poco, ma la sensazione che mi ha lasciato addosso dura ancora adesso, mi ha fatto provare sulla pelle qualcosa che per me, in quel momento, era solo un terribile disagio, per altri è estrema disperazione.
      Questa dei migranti è la tragedia infinita che mi toglie il sonno la notte.

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  7. Bellissimo racconto, stile sobrio e preciso, come piace a me. Complimenti!

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  8. Racconto che alla luce della nostra intensa discussione su Facebook sugli immigrati, si riempie di intense suggestioni. Complimenti.
    Riguardo all'ascensore, anch'io sono rimasto bloccato, da bambino. Ero insieme a tre cugini. L'ascensore si ferma a metà tra due piani e nessuno di tutt'e quattro era abbastanza alto per arrivare al pulsante della campanella. Come si può mettere la campanella come pulsante più alto?!
    Adottammo il metodo rapido dei bambini: urla e gridi acuti allo sfinimento. Per fortuna gli adulti ci sentirono e fummo tratti in salvo.
    E comunque, mi hai ispirato una possibile storia basata sull'ascensore. Ti passerei pure parti delle royalty per ringraziarti, ma giusto giusto, pubblicando la storia in self, per te sarebbe bandita! :P

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    1. Grazie. Per l’apprezzamento e per le eventuali royalty. Non si butta via niente! 😋

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  9. Molto toccante Marina. Divertente e poi toccante Sono gli scritti migliori quelli che sorprendono

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    1. Grazie Elena, hai colto l’effetto che, alla fine, volevo realizzare: sottolineare come una situazione descritta per far sorridere possa prendere poi una piega che faccia riflettere.

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  10. Bravissima, Marina. Penso che ogni considerazione sia superflua, hai detto tutto e anche molto bene.

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  11. scrivi davvero benissimo!!
    i miei complimenti!!

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  12. mi unisco ai tuoi lettori..perchè mi piaci tanto!!
    sai anche io ho scritto un libro..

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  13. C'è da dire che quando torni lo fai con il botto. Brava, gran bel racconto, e che dire delle considerazioni finali? Forse davvero qualcuno ci potrebbe riflettere.

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    1. Dovevo raccontarlo. Era importante che lo facessi.
      Grazie,Nadia: se la storia piace sono contenta, se fa riflettere ancora di più. :)

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  14. Torno dopo un bel po' e ti trovo questo bel pezzo d'autore in prima visione. Brava Luz a centrare il primo colpo. In effetti un miniracconto alla soglia dell'esilarante. Perché tu artatamente hai escluso il panico e ci hai messo la fantasia. E siccome scrivi benissimo il gioco è fatto.
    Muy bien, hermosa.

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  15. Bellissimo racconto, Marina. Dalla condizione di panico alla fantasia con un messaggio di attualità prorompente. Complimenti.

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  16. Stupendo racconto e il finale non delude. Complimenti!

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  17. Bellissimo racconto e toccante parallelismo.
    Devo dire che l'ho letto con un nodo in gola, perché sono claustrofobica, ma il finale mi ha regalato una sensazione ben più intensa.
    Mi sono iscritta ai tuoi lettori.
    Spero che passerai a trovarmi.
    A presto.

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    1. Ciao Claudia, benvenuta. Grazie per il tuo apprezzamento. Verrò senz'altro dalle tue parti, non appena tornerò dalle vacanze. Approfitto per augurare anche a te una buona estate. :)

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    2. Ti aspetterò.
      Buone vacanze! 😘

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  18. Questo racconto mi ha trasmesso la doppia angoscia di voi chiusi in ascensore e dei migranti nella stiva di una nave, hai saputo rendere benissimo il parallelismo delle due situazioni e soprattutto il messaggio di sapersi mettere per un istante nei panni degli altri, quelli più deboli e indifesi. Molto brava Marina!

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    1. Spesso, cara Giulia, non è sufficiente leggere, condividere, sentirsi “vicini” alle disgrazie altrui: provare sulla pelle sensazioni analoghe, negative, fastidiose, sconcertanti, fa capire molte più cose e scriverne diventa quasi una missione.

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  19. hai letto poi il mio profilo?

    spero tu voglia dare un'occhiata anche al mio blog..
    ci terrei alla tua stima..:)

    Grazie

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    1. L’ho fatto prima di partire per le vacanze e contavo di ritornare con calma.
      Hai una fine sensibilità che colpisce subito.
      Ci rivedremo presto. 😉

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  20. La paura è contenuta dalla certezza di essere salvati. In assenza di almeno una speranza si può solo sprofondare in un abisso di cui non posso immaginare la profondità. Bel racconto, Marina. Efficace ed emozionante.
    Iara

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  21. Mari ma quando torni??????... Come direbbe la mia piccola: a me mi manchiiiiiiiiiiiiii... Stu cori spiett'a tè

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    1. 🤗🤗
      Dovrei dire che mi sto prendendo una pausa di riflessione, invece molto candidamente ammetto di non avere molta voglia di scrivere, in questo periodo. Sto aspettando che mi torni il desiderio: è ciclico, so che tornerà. 🙂
      Comunque, grazie! 🌹

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  22. Quando sento parlare di immigrazione rabbrividisco perchè anche io tanti anni fa sono stata, con la mia famiglia, un'emigrante. Non sono arrivata con i barconi ma con un vecchio treno con i sedili di legno, affollato da gente meridionale che veniva al nord in cerca di una vita migliore. Chissà se tutti l'hanno trovata, io lo spero. Non ricordo molto, confesso, ero piccoletta ma alcune cose mi sono rimaste impresse per sempre nel mio cervello. Grazie per avere ricordato con questo post e con tanta sensibilità i miei amici migranti, se potessi li abbraccerei tutti, uno per uno. Perchè so cosa significa. Grazie ancora. Abbraccio te fortissimamente siempre.

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    1. Ci sono esperienze che ti segnano, ma quello degli immigrati è un dramma che stravolge la vita, quando ne resta una con cui fare i conti ogni giorno, ogni ora, ogni minuto. La sorte degli emigrati di un tempo non è stata, per fortuna, quella che si abbatte sugli immigrati di oggi.
      Grazie per avere apprezzato. Un abbraccio a te. 🤗

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