martedì 8 ottobre 2019

Di come il titolo lungo di un libro mi mandi in paranoia e quello lungo di un post mi serva per spiegare il perché


Di “lunghezze” ho già parlato in due occasioni: una seria, una meno
Oggi chiudo il cerchio con la condanna di un’altra lunghezza che tollero poco: quella dei titoli nei libri.

Una volta ho provato per telefono a dettare a mio marito il titolo di un romanzo di Haruki Murakami che volevo mi comprasse, visto che si trovava in libreria: ”L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio”. Per cinque minuti abbiamo ingaggiato, via cavo, un duello di suoni cacofonici: “Taz… Tsu… Ki... Suk...”; per altri cinque ho fatto lo spelling di ogni parola; dopo un quarto d’ora ho alzato bandiera bianca.
In realtà, il motivo della mia incompatibilità è prevalentemente di ordine pratico: come si fissa nella mente un titolo lungo quanto un paragrafo quando, a momenti, non ricordi nemmeno in che via abiti? Soprattutto se ti capita di citarlo e il rischio è di impantanarsi in cose smorfiate, che non ti fanno fare bella figura in un consesso di lettori: “che libro stai leggendo?” - “Il pellegrinaggio incolore di Takuru..., cioè gli anni di Tsucoso e il suo pellegrinaggio...” e mentre improvvisi le peggio combinazioni, sai che non ne stai beccando una e vorresti sprofondare perché nel frattempo la faccia di chi ti ascolta ha assunto un’espressione più infastidita che indulgente: ma dai, e dici pure che Murakami è il tuo scrittore preferito! 
No, decisamente, i titoli complessi non fanno per me e se non fosse che alcuni sono storici: “L’insostenibile leggerezza dell’essere”, “All’ombra delle fanciulle in fiore”, “Il sentiero dei nidi di ragno”, “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare”, metterei al bando tutti i libri con titoli di più di tre parole e addio “La donna dei fiori di carta”, “Bianca come il latte, rossa come il sangue”, “La prima moglie e altre cianfrusaglie”, “La stranezza che ho nella testa”, “Una stanza piena di sogni” e chi più ne ha più ne metta.

Lo scorso settembre, insieme a Luana, sono stata alla presentazione del libro di Nadia Terranova, nella cinquina del Premio Strega di quest’anno con il romanzo “Addio fantasmi” e alla fine, come di prassi, mi sono avvicinata per farmi autografare la mia copia. Volevo creare un breve e immediato feeling con l’autrice, così dopo qualche convenevole, i complimenti dovuti e una stretta di mano, ho fatto un volo pindarico su uno scrittore citato durante la conversazione con il pubblico e le ho detto di slancio: “Anch’io ho letto Eggers”. “Davvero? Cosa?” mi ha chiesto lei con naturale curiosità. Sono stati gli attimi di panico più lunghi della mia vita. Ma come m’è venuto in mente! Ho cominciato a dare ordini al mio cervello di pescare in mezzo al caos di parole del titolo del romanzo difficili da ricordare e nel frattempo, non potendo nascondere la mia evidente difficoltà nel rammentarle nell’ordine giusto, ho farfugliato qualcosa tipo: “quello del genio...” e là, l’espressione incerta della scrittrice ha dato una consistente botta al mio entusiasmo, perché da quel momento in poi gli aggettivi hanno cominciato a inseguirsi nella mia testa senza venirmi minimamente in aiuto: l’opera era dolorosa, disperata, toccante...? E il genio era eccezionale, magnifico, incredibile...? Invece l’opera era struggente e il genio formidabile. Avrei fatto un figurone se avessi risposto con prontezza e piglio sicuro: “Opera struggente di un formidabile genio”, ma è stata la Terranova a liberare il titolo dalla gabbia della mia confusione e io, con un pallone rosso gonfio in faccia, mi sono dileguata.
E comunque la vera colpevole sono io: prima di lanciarmi in imprese titaniche scomodando la mia memoria fallace, dovrei ripassare mentalmente titoli e autori e tacere in caso di fallimento. E un po’ colpevoli sono anche le traduzioni italiane: perché, per esempio, “East of Eden” è diventato “A oriente del giardino dell’Eden”?

E quando, in libreria, ho chiesto di Carver, sudando sette cervelli per recuperare dalla memoria “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore”?
“È la raccolta di racconti, quella che ha sostituito l’altra...” - la libraia divertita o scioccata, non l’ho mai capito - “… quella dove c’è il tizio che mette tutta la sua roba fuori casa e una coppia si ferma pensando sia una svendita…” Adesso, per riferirmi a quel libro dico: “l’ex “I principianti” e non oso avventurarmi nella citazione di alcuni racconti in esso contenuti, “Il signor Aggiustatutto e le macchinette di caffè”, “Riuscivo a vedere ogni minimo dettaglio”, “Con tanto di quell’acqua a due passi da casa”, se no la zappa me li trancia, stavolta, i piedi!

Faccio finta di non avere mai letto i racconti di un giovane Elvis Malaj perché la raccolta si chiama: “Dal tuo terrazzo si vede casa mia”; neanche provo a vedere di cosa parla il libro: “Il cadavere di Nino Sciarra non è ancora stato trovato”, applaudito in rete da una brava editor e mi rifiuto di assecondare l’oroscopo letterario che suggerisce ai lettori del “toro” di non perdersi: “La notte dell’uccisione del maiale.”
Il titolo “La mia battaglia” (Mein Kampf), venne suggerito a Hitler dall’editore, in sostituzione di quello da lui proposto: "Quattro anni e mezzo di lotta contro menzogna, stupidità e codardia", giudicato troppo lungo e incisivo. Come dargli torto!

Ma quei titoli semplici: “Cecità”, “Follia”, “Stoner”, “Fango”, “Mapocho”, “Necropolis”, ma quanto sono belli! Una parola secca, che dice tutto perché evocativa di contenuti. Una parola facile da memorizzare, che arriva in modo diretto ed efficace. Quest’anno la palmarès delle mie letture va a “Q”, che non dimenticherò mai (e non solo per la straordinarietà del titolo.)

Se mi sono abituata alla lunghezza dei libri che prima mi sgomentava, so che ai titoli lunghi non regalerò mai la comprensione.
Ieri una mia amica, al telefono, mi ha suggerito un romanzo (ancora di Dave Eggers) che, a suo parere, dovrei leggere: “I vostri padri, dove sono? E i profeti, vivono forse per sempre?”

Ha ripetuto il mio nome tre volte, pensando che io non fossi più in linea. 





46 commenti:

  1. Che delizioso post, Mari'! Non mi stupisce che la Terranova abbia agganciato il titolo di Eggers, ricordi che mente che era? Io come te comincio ad avere una memoria scricchiolante e non solo sui titoli lunghi.
    Questo tipo di titolo apposto su un libro mi ispira simpatia, malgrado possa arrivare a ricordare al massimo un "Dona Flor e i suoi due mariti".
    I miei ragazzi di seconda hanno letto "quello del cane ucciso" e presto porterò la scuola a vedere il film "dei dinosauri" come il dipartimento di Lettere ha ribattezzato "Mio fratello rincorre i dinosauri". :-)
    Adoro tutti i film della Wertmüller!

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    1. Sorrido perché si finisce sempre per dire "quello del" per citare un libro di cui ricordiamo grosso modo qualche elemento del titolo. Devo dire che con i titoli dei film ho lo stesso rapporto, anche se lì li giustifico di più. Quelli belli non me li dimentico: "pomodori verdi fritti alla fermata del treno", te lo ricordi? :)
      La Wertmuller un mito! Mimi metallurgico ecc. ecc., Travolti da un insolito destino ecc. ecc. Ecco, con le prime parti dei titoli lunghi me la cavicchio! :D

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    2. Il mio preferito di sempre "Travolti da un insolito destino nell'azzurro mare d'agosto", sia l'originale con Giannini senior, che il rifacimento col Giannini junior.
      Che a casa mia diventa "ah, c'è il film con Giannini, quello che si perdono su un'isola deserta..." ;)

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    3. C'era anche un vecchio film francese che per anni ho ritenuto fosse della Wertmuller ma non lo era: "Aggrappato ad un albero, in bilico su un precipizio a strapiombo sul mare..."

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    4. Allora lo vedi che ho ragione, Barbara? Uno non si ricorda le cose e che succede? Diventano “quello del”, “quello che”. 🤦🏻‍♀️

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    5. Obsidian, questo dev’essere sfuggito all’elenco di Ivano! 😂

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  2. A me i titoli lunghi non dispiacciono. Quelli "davvero" lunghi mi lasciano perplesso, però alla fine mi divertono. Tutti dicono che bisogna essere concisi, ma poi, tanto per cambiare, il mondo è zeppo di eccezioni :)

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    1. Divertono, stupiscono, affascinano, okay. Ma poi te li ricordi? Perché per me, il problema è tutto lì!
      Per esempio, della Trilogia delle erbacce, Cardiologia è quello che non faccio nessuna fatica a ricordare. :)

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  3. Tre parole e addio? (1... 2... 3... 4... Ehm).

    Il titolo è sempre un'alchimia quasi insondabile. A volte le giuste parole, benché più delle tre o quattro canoniche, creano una musicalità che aiuta a ricordare. Ma, ovviamente, anche questa musicalità è soggettiva...
    Ad esempio io percepisco una musicalità in "La solitudine dei numeri primi".

    Tornando alla lungezza, in genere resto perplesso sui titoli troppo corti. Certo: sono facili da ricordare, ma due parole o addirittura una secondo me sono a rischio doppione. E allora come te la cavi quando ne parli? Ricordando o specificando l'autore: e quindi sei punto e a capo.

    Prendi ad esempio Il mondo perduto: quale? Quello di Arthur Conan Doyle o quello di Michael Crichton?
    Ok, sono casi rari perché al giorno d'oggi si tende a fare molta attenzione al titolo.

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    1. Una parola, per me, è il top, ma arrivo anche a quattro se faccio lo sforzo di togliere articoli, particelle, congiunzioni. Poi ci sono le eccezioni, naturalmente, certo.
      Pensa, a proposito de "La solitudine dei numeri primi" che non c'è verso per me di chiamare il libro in modo corretto; per me è "il silenzio dei numeri primi". C'è niente da fare! :)
      A proposito di titoli uguali, io, prima di scegliere quello giusto per un mio romanzo, farei un'indagine, giusto per evitare appunto equivoci. Basta diversificare un po', come con tutte le versioni di "ragazze" presenti nelle librerie.

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  4. 🔥 Altro titolo lungo è: il curioso caso di Benjamin Batton di Francis Scott Fitzgerald
    (Quindi sua titolo che autore ??;)
    che sinceramente dopo aver visto il film tratto dal libro... il libro era l'ombra di un capolavoro di film.

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    1. Ciao Neutrina, io mi fermo a "Il grande Gatsby" e "Tenera è la notte" di Fitzgerald (che poi, non apriamo maglie su come si scrivono i nomi degli autori che citiamo, se no ci perdiamo di casa! :D)
      Ogni tanto ci sta che sia un film a essere un capolavoro rispetto al libro, caso raro, ma ci sta, sì.
      Senti... io vorrei venire a vedere di cosa parli nel tuo blog, ma... la faccenda della dipendenza mi spaventa un po'! :P (Correrò, comunque, il rischio.)

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    2. E vieni... mi fa piacere...
      Poi la prima dose è sempre gratis 😂💯🔥

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    3. Mi hai convinta. Mi butto. 🤪

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  5. Sono d'accordo, meglio titoli brevi che si fissano subito nella memoria. E comunque di momenti di lapsus mnemonici relativi a titoli di libri ne ho vissuti parecchi anch'io, se ti può consolare.

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    1. Sì sì, mi consolo Ariano! Sai che tristezza dire che leggo un mare di libri e poi, al momento di ricordarli... Sigh!

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  6. sui titoli non avevo mai riflettuto e, a dire il vero, neppure sulle lunghezze. non credo di avere nulla contro, eh (solo seduto sulla panchina del porto guardo le navi partir, è il titolo di una canzone di zucchero. lungo ma efficace)

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    1. Beato te, hai dalla tua parte una bella memoria! Sai cosa avrei ricordato io di tutto quel titolo di Zucchero? La panchina.

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  7. Siamo della stessa partita, anche io con i titoli lunghi mi confondo facilmente... Il mio più grande problema di base è che fino alla recensione io non mi ricordo mai nessun titolo, quando comincio a parlarne ora allora mi scoccio e lo imparo per la pigrizia di non andarlo a rileggere ogni volta :D Bel post mia cara! Simo

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    1. Grazie, Simona. E noi abbiamo letto insieme anche "L'insegnante di astinenza sessuale!" e "Sul fondo sta Berlino", che manco a fucilate (e qui non mi aiuta nemmeno il nome dell'autore :D). Comunque, su una cosa hai ragione: quando parlo e scrivo di un libro, il titolo mi rimane in mente più a lungo, ma sempre quella fine lì fa, prima o poi! :(

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    2. No, una volta scritti me li ricordo, ma rimane il fatto che la pratica del titolo lungo anche io non l'ho mai capita. E controproducente, anche se capisco la necessità di distinguersi :D

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  8. Ahaha
    Mi hai fatta sorridere.
    La prima maestra di giornalismo che ho avuto mi insegnava che nel titolo di ciascun articolo dovessi dire tutto, ma cercando di non superare le quattro parole.
    Ti confesso che ancora oggi scrivo interi racconti o articoli in pochissimo tempo, e poi perdo mezz'ora per titolarli.
    Eppure ho il dono della sintesi.
    Insomma, non è così semplice, ma ne convengo con te che sia importantissimo.
    Non scriverò mai un libro, ma ti prometto che se per assurdo dovrò farlo li intitoleró "Me". Che dici, è abbastanza breve? 😂😂😂

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    1. Trovare un titolo è sul serio difficilissimo: anch'io scrivo un post e poi medito a lungo sul titolo da dargli. Solo che l'articolo di un blog passa e si dimentica, un libro non deve - dovrebbe - avere la stessa velocità di scomparsa dai pensieri di un lettore. Ai miei occhi un titolo lungo candida quel libro a un triste dimenticatoio.
      Per cui sì, direi che "Me" potrebbe andar bene: ti butteresti, dunque, sull'autobiografico? :P

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    2. No, assolutamente, ma è la parola più breve che mi è venuta in mente. 😂😂

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    3. Mai dire mai: di materiale da raccontare ne avresti! 😉

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  9. Tra i film di titoli chilometrici è molto più facile trovarne rispetto che tra i libri. Soprattutto negli anni '70, che è il mio principale periodo di pertinenza andavano per la maggiore. Sarà per questo che non ho mai trovato un titolo di libro che mi abbia impressionato per la lunghezza?
    Ti lascio qui di seguito tre titoli di film, giusto per esercizio mnemonico:
    1) Aggrappato a un albero, in bilico su un precipizio a strapiombo sul mare" (1973)
    2) "Brigitte, Laura, Ursula, Monica, Raquel, Litz, Maria, Florinda, Barbara, Claudia e Sofia le chiamo tutte... anima mia"
    (1974)
    3) "Riuscirà l'avvocato Franco Benenato a sconfiggere il suo acerrimo nemico il pretore Ciccio de Ingras? (1971)
    Buon allenamento ;-D

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    1. Se li hai scritti senza consultazione, perché te li ricordi, ti faccio una statua, Ivano! Giuro.
      Una mia cara amica si chiama Rosalba, ma all’anagrafe risulta registrata con i seguenti nomi: Rosalia Alba Maria Francesca Rita. Ho impiegato tutti e cinque gli anni di liceo per impararli a memoria. E sono soltanto cinque.
      Il regista del 2... io lo butterei in galera. 😂🤣

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    2. No, no... non buttare soldi per lo scultore ^__^ Ho consultato il mio mega-archivio cinematografico, non la mia memoria.

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    3. Ahhh, che sollievo! Allora sei umano! 😅

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  10. Possiamo anche dire che non serve comprare un libro che si intitola "Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve"... il titolo mi ha già raccontato tutto, spoilandomi pure il finale. Magari non è così ma la sensazione è quella.
    Titoli di due parole, dove una delle due è un aggettivo, invece mi trasmettono dozzinalità. "Minaccia mortale" (sto inventando) è più il titolo di un Tex o di un Diabolik... o al limite di un film con Steven Seagal. Decisamente meglio due sostantivi (e Dostoevskij in questo era un maestro).
    Meglio una sola parola, tutto sommato, non credi? Vuoi raccontare una storia di fantasmi? Il libro chiamalo "Fantasmi". Una storia marinaresca? Chiamalo "Il mare" (l'articolo è concesso). Oppure usa un elemento secondario: "L'armadio", "La porta"... qualcosa insomma che stuzzica la fantasia di chi va per librerie...

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    1. Bravo, sono d’accordo. Tutto, però, tranne “Le ragazze” 😀

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  11. Mi sono troppo riconosciuta nel tuo imbarazzo... a me i titoli non stanno in mente neanche se li punto con la spillatrice, soprattutto se sono lunghi, salvo eccezioni del tutto insensate. Con i nomi degli autori va meglio, ma non uno splendore. Comunque ho imparato a non ficcarmi da sola in certi discorsi, e quando ci capito mio malgrado lo dico subito: "non ho memoria per i titoli". Punto. Se chi c'è dall'altra parte mi vede come una mentecatta, che si diverta pure. ;)

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    1. Sono felice di condividere con qualcuno questo disagio. La sensazione di spaesamento di fronte a un vuoto di memoria è brutta, ma ci convivo ormai da anni. Mi è solo rimasto un limite, che tu invece sai gestire: ficcarmi da sola e con tutte le scarpe in certe trappole. Sto imparando la lezione. :)

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  12. Allora io devo scrivere un post dal titolo "Del perché in ogni mia Moleskine c'è una pagina riservata all'elenco dei titoli dei romanzi della saga Outlander di Diana Gabaldon in edizione italiana - ovvero due libri diversi per ogni edizione inglese perché le italiane non leggono libri corposi - con la spunta verde dei comprati e la spunta arancio dei letti?"
    Perché è già capitato di essere in libreria o connessa fuori di casa, con qualche offerta giusto giusto sulle edizioni Tea, e di non ricordare cosa ho comprato/letto, rischiando il doppione.
    Niente Marina, noi tsundokisti anonimi dobbiamo andare in giro con la lista della spesa... :D

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    1. Bene, allora ti dico che a casa ho sei libri doppioni, comprati perché avevo dimenticato di averli. E allora altro che lista della spesa! Io esco con il bugiardino librario in borsa, con tanto di avvertenze e controindicazioni per l’ingresso in una libreria.

      Ma poi, pure questa Gabaldon! ho visto il tuo elenco spuntato su Fb, ma bisogna dirle di fermarsi con la saga di Outlander, se no mi ti fa andare in bancarotta! 🤪

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    2. Lei sta scrivendo ora il numero 9, è in Italia che l'editore Corbaccio ha avuto la "furbizia" di spezzare in due ogni romanzo dopo il primo. E quindi ad oggi abbiamo 1+(7*2)= 15 volumi diversi. La scusa è che le lettrici italiane sono spaventate dai romanzi troppo grossi, troppe pagine da leggere. L'osservazione che faccio io è che i nostri cugini francesi hanno mantenuto l'edizione originale e un loro romanzo intero costa quanto un romanzo dimezzato italiano (perché al Livre Paris ho acquistato anche il primo libro in francese, poi autografato da zia Diana in persona), parliamo di 16 euro contro 14 euro x 2 testi = 28 euro.
      Decisione che Corbaccio ha preso all'inizio della saga, quindi nei primi anni '90. Forse non si aspettavano un'autrice così prolifica, né una storia così lunga. Fatto sta che adesso le possibili nuove lettrici agganciate dalla serie tv in onda spesso e volentieri non acquistano i libri perché "sono troppi" e non perché "sono troppo grossi".
      Con una media di 14 euro a volume, l'intera saga Outlander - in edizione economica Tea Corbaccio - costa 210 euro in italia, contro i 128 euro in Francia.
      Temo che questa operazione di marketing sia riuscita male...

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    3. In ogni caso, osservo anche che in questi anni ho diminuito drasticamente le spese mediche... quindi potremmo anche dire che un libro al giorno toglie il medico di torno? Alla faccia del Tsundoku! :D

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    4. Beh, in effetti, questi di corbaccio hanno trovato la gallina dalle uova d’oro. Che poi, dividere i volumi... Prendi “Il trono di spade”: esistono anche lì edizioni che hanno diviso i singoli volumi, ma io ho a casa i primi due tomi della Mondadori, da 900 pagg, quelli con copertina rigida martellata (bellissimi) e comprerò anche gli altri tre (sono cinque in tutto) e trovo che diano più soddisfazione (anche se svuotano le tasche!)

      Comunque questo tsundoku di cui siamo affette è la prima patologia che è anche cura: una bellissima combinazione ossimorica. 😁

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  13. @Barbara e Marina: Non so se siano peggio le lettrici italiane che "si spaventano" per i libri con molte pagine, oppure io che non compro libri sotto i 400 grammi di peso! XD

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    1. Eheh, io sono stata una lettrice italiana che “si spaventa” prima di trovare piacevole accomodarmi anche dall’altra parte della barricata! 😁

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  14. Ah, i titoli! Anch'io mi spavento alla vista dei titoli lunghi. Diciamo che la mia tolleranza è 5/6 parole. Una riga, dai. Due è un racconto breve, non un titolo. Poi abbiamo i titoli-traduzione e lì è un discorso a parte, pieno di perché. Ho appena finito "Il buio oltre la siepe", che ho sempre trovato un titolo molto bello. Peccato che non ci azzecchi niente con l'originale, che pure è ripreso dalla mia copertina ("Non uccidere l'usignoro"? "Non si uccide un usignolo"?). Usignolo che diventa "merlo" nella traduzione del romanzo. Perché? Perché non si dovrebbe uccidere un merlo? Perché canta? Il merlo?
    Ho divagato, ma sono giorni che ci sbatto la testa, su questo usignolo che diventa siepe e poi merlo.

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    1. “Il buio oltre la siepe” è un titolo che ricordo senza difficoltà: fa parte dei classici che mi danno meno problemi di memoria. Certo, ora tu mi stai smontando un mito: ma che titolo è quello sull’usignolo, che poi a quanto pare diventa merlo? Chissà quale logica c’è dietro. Che poi, vada che in italiano si voglia trovare un titolo più accattivante, ma in effetti perché scomodare il merlo se già un uccello lo avevamo? 🤔😀

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  15. La tua ironia è deliziosa, Marina. Anche io dimentico i titoli troppo lunghi e complicati e trovo più d'effetto quelli sintetici e magari sibillini. La difficoltà poi di ricordarli se li devo acquistare si traduce ormai in una foto sul telefono dove li vado a ripescare.

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    1. Qualche volta vado di foto anch’io. Esiste la tecnologia: sfruttiamola al meglio!
      E poi, cara Nadia, bisogna ironizzare sui limiti seri che ci appartengono se no a considerarsi mezze calzette ci si mette un attimo! Almeno sorridiamo e facciamo sorridere. 😊

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  16. Anch'io, anch'io una volta non mi sono ricordata il titolo dell'ultimo romanzo di Murakami, giustappunto "L’incolore Tazaki Tsukuru..." ecc.! Per me l'elemento difficile è il nome giapponese, però, forse mi sarei ricordato "L'incolore Giovannino Rossi e i suoi anni di pellegrinaggio". ;) A differenza tua, a me non piacciono i titoli di una parola. I titoli più lunghi vanno bene, ma devono avere una loro musicalità. Trovo stupendo "La solitudine dei numeri primi", ad esempio.

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    1. Sulla solitudine dei numeri primi ho risposto sopra a Darius che lo citava: per me è il silenzio dei numeri primi. Pensa come sono messa! 😁

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