Fermo i pensieri in corsa, quando attraversano il mio cervello; li fisso perché non si confondano nel caos di immagini che quotidianamente registro e di sensazioni che assorbo mentre parlo, osservo, percepisco odori, ascolto, mentre, cioè, i miei sensi lavorano e io li assecondo inconsciamente. È questo ciò che faccio portandomi dietro un taccuino: ce l'ho in borsa e se non è in borsa è in una tasca ma sempre con me, pronto a ricevere suggestioni, a raccogliere e conservare tutto quello che mi colpisce e non voglio vada disperso o dimenticato.

martedì 11 agosto 2015

PERDONO E SALVEZZA - I PARTE (da "La storia che ho scritto per te")



PERDONO E SALVEZZA (I parte)

Alle 23.30 viaggiavo sopra un treno che mi stava portando lontano da tutto ciò che aveva spezzato la mia esistenza insieme al bagaglio di certezze che credevo di avere maturato negli anni. Mi era bastato subire una struggente pena d'amore e la decisione di partire per dimenticare era stata la mia ultima richiesta di perdono e salvezza.
Ti amo di un amore che non ho mai conosciuto... anch'io ti vivo come una perdita ineluttabile, ma è da questa certezza che traggo la forza...
Le parole rimbombavano nel mio cervello come un'eco rumorosa e dirompente.
... per dirti addio!” .

La mia ultima storia d'amore, la più vera, la più casta aveva avuto per protagonista un giovane prete.

***
Tutto aveva avuto inizio la mattina di un lontano giorno, il primo in una città che conoscevo appena e nella quale mi ero trasferita per ragioni di studio.
La chiesa si trovava in una piazzetta, al centro di una serie di vicoli che vi confluivano dagli angoli periferici della città. Quattro palme d’alto fusto disegnavano un’ombra frastagliata sopra le panchine di marmo disposte attorno alla piazza e, vista allo sbocco di uno di quelle stradine, la chiesa appariva in una posizione di dominio assoluto, con il suo campanile alto e svettante al lato di una struttura al contrario piccola e semplice. Quando la vidi, durante una passeggiata per conoscere i dintorni del quartiere in cui mi ero stabilita, ne fui subito affascinata e la curiosità mi spinse a visitarne l'interno. Rimasi incantata davanti a un'urna di vetro che custodiva un Cristo in legno; ne stavo ammirando la suggestiva sacralità quando, con lo sguardo scivolato appena di lato, mi accorsi di un giovane alto, con i capelli chiari, mossi, lunghi fino a un po’ sotto l'orecchio, che si muoveva a passi decisi lungo la navata laterale guardando dritto davanti a sé. Quel ragazzo aveva rapito totalmente la mia attenzione, così rivolsi al Cristo una sbrigativa richiesta di perdono per potere seguire lo sconosciuto con l’indifferenza, la noncuranza e la vaghezza di un investigatore privato. Lui si sedette su una delle prime panche di fronte all’altare maggiore e io gli passai accanto dirigendomi verso la sagrestia con la finta intenzione di cercare il parroco, ma quando qualcuno, alle mie spalle, mi chiese “desideri qualcosa?”, prima ebbi un sussulto indotto dall’effetto sorpresa, poi un immediato calo di zuccheri quando riconobbi, dietro di me, il giovane che, visto davanti, scopriva il colletto rigido bianco di una camicia indossata sotto una giacca nera: era un sacerdote. 
La prima cosa che mi venne da dire, in quella contraddizione di intenti e sensazioni, fu se potevo parlare con il parroco per una confessione e la sua risposta fu che poteva confessarmi lui, in assenza del titolare. Manifestai un’eloquente espressione di imbarazzo mista a una terribile ansia di fuga: sembrava un seminarista, vista l'apparente giovane età, invece era il vice-parroco. Lo seguii nella sagrestia.
“Sorpresa? Capisco, sono qua da pochi giorni, forse è per questo che non mi avevi mai visto!” 
“Sì, certo” – risposi aggrappandomi a una motivazione che in verità mi era del tutto estranea, visto che anch'io mi trovavo da poco in quella città. 
Mi sedetti sfiorando con lo sguardo tutto ciò che avevo intorno concentrata su quello che, a quel punto, avrei dovuto dire: non ero pronta per una confessione, non era messa in conto e adesso avvertivo tutta la difficoltà di chi prova a pescare nel mare della propria vita qualcosa per cui domandare a Dio il sincero perdono. Lui si accomodò sulla sedia di fronte alla mia, a un passo da me e mi fissò in attesa di un incoraggiamento a dare seguito al rito della confessione. Era un prete anomalo, perché era giovane, perché era bello, perché era più facile immaginarlo fare il fesso con qualche ragazza in qualche pub frequentato da coetanei che con scuri abiti talari, assorto e rilassato nella sua veste di sacerdote. Mi guardava e aspettava. Aspettava me
“Non mi confesso da parecchio tempo e…” 
“e adesso non sai da dove cominciare!” – completò la mia frase con la naturalezza di un amico che mi conosce da sempre.
Beh, sì, anche perché… non era ciò che volevo fare entrando in chiesa; mi ha attratto l’elegante facciata di questo antico edificio di culto e mi incuriosiva visitarne l’interno; quando ti ho visto, però, ho catapultato la mia attenzione su un piano totalmente terreno e ti ho seguito boh, neanch’io so bene perché. Prete tu? Avrei preferito saperti già impegnato, fidanzato, sposato… che prete!
Non dissi nulla, il pensiero che avevo formulato mi fece sorridere. Rimasi con quell’espressione di circostanza ancora qualche secondo, poi decisi di partire con la frase più semplice da dire: “mi chiamo Gloria."
“Molto lieto, Gloria, io sono Padre Daniele”.
Così, lui si chiamava Daniele. Daniele… Non so cosa intervenne, allora, una strana magia che, forse, visti il luogo sacro e la spiritualità del momento, avrebbe potuto definirsi piccolo miracolo: una mano invisibile scese dentro il mio cuore e ne spalancò le porte; mi ritrovai a raccontare fatti molto intimi vissuti come mancanze e a cercare con l’aiuto di quel giovane prete un perché a tanti dubbi irrisolti; più che un confessore, Padre Daniele era uno psicanalista e io la sua paziente. Avvertivo la piacevole sensazione di trovare sollievo nelle sue parole, nelle sue oggettive risposte, quasi mi conoscesse da anni e sapesse esattamente cosa io mi volessi sentire dire. Una benedizione, più che una nuova sorprendente conoscenza. 
Cominciò tutto così.

Nei giorni successivi mi sentii preda inconsapevole di un incantesimo: pensavo a Padre Daniele con un’insistenza addirittura fastidiosa, in ogni persona vedevo lui, i suoi occhi che scavavano nelle mie viscere e sentivo crescere dentro me il bisogno di incontrarlo ancora e di parlagli ancora e di ascoltare ancora la sua voce: tutto di lui mi mancava. Attraversavo la piazza quotidianamente nella segreta speranza di incontrarlo, ma abbassavo lo sguardo sconfortata quando mi accorgevo che la porta d’ingresso della chiesa era spesso chiusa. La domenica, poi, come mai in vita mia, mi presentavo puntuale alla Messa delle dieci, l'unica celebrata da Padre Daniele; avevo il pudore di un gioco a carte scoperte, così non mi avvicinavo nemmeno alle prime file. Non volevo che lui si accorgesse del mio interesse e cercavo di nasconderlo in tutti i modi possibili, rimanendo seduta nelle panche vicino all’uscita o tenendo gli occhi incollati al pavimento quando andavo a prendere la Comunione. Era passato già un mese ed essendo aumentato in me il senso di mancanza che avevo mio malgrado maturato in tutto quel tempo, sentii il dirompente bisogno di parlare di nuovo con Padre Daniele. La mattina in cui mi convinsi ad andare da lui senza accontentarmi di sfidare il destino inseguendo fortuiti incontri e senza colmare la mia testa di pensieri costruiti sulla base di fantasie il più delle volte viziate dalla malizia, scelsi l'abito da indossare cedendo alla frivola lusinga di lasciare un piccolo segno di quella mia visita. 
Entrai nel luogo di Dio accostandomi timidamente alla porta chiusa della sagrestia, come la prima volta che mi ero avvicinata a essa per coprire una curiosità colta nella sua malcelata flagranza: Padre Daniele era lì, sentivo la sua voce mentre parlava di orari di catechismo e di fiori da rinnovare con una persona che per un attimo grattò le pareti di una mia immotivata gelosia all’idea che potesse essere giovane e carina. Ma era una signora di mezza età che poteva venirgli madre, così la vidi uscire e sorrisi contenta, le passai accanto e, con la ritrovata emozione di un incontro tanto atteso, bussai alla porta. Quando Padre Daniele alzò lo sguardo su di me, un brivido attraversò la mia schiena: i suoi occhi mi fotografarono in una posa statica di disagio misto a emozione; per un secondo immaginai una persona alle prese con una valigia da chiudere traboccante di vestiti, che riesce nel suo difficoltoso intento a forza, soffocando tutto con il peso di un energico rimbalzo; ecco, feci lo stesso: provai a comprimere i pensieri legati alla timidezza e all'imbarazzo che mi stavano bloccando imprigionandoli dentro la mia testa e avanzai verso di lui con un braccio teso e una mano aperta: “Buongiorno Padre!” – “Gloria, finalmente!”. Credetti per un attimo di essere stata una gradevole sorpresa, quella mattina, per Padre Daniele e me ne convinsi ancora di più subito dopo, quando la conversazione fra noi si fece fitta, confidenziale e, a tratti, spiazzante. 
“Ti vedo spesso, a Messa e anche fuori, ma… sembra quasi che tu voglia evitarmi; ho detto o fatto qualcosa, la volta che abbiamo parlato, per indurti a questo?”
“Beh, naturalmente no, certo che no, Padre!” 
“Ti ho pensato: la nostra unica conversazione mi ha colpito, tu mi hai colpito e avrei tanto voluto rivederti!” 
“Non so cosa dire, tante volta la timidezza fa di questi scherzi!!” 
“Certo, ti capisco; spero che a partire da oggi un po’ della tua timidezza vada via” 
“Ci proverò, Padre!" - conclusi abbassando lo sguardo. 
“Dammi del tu, Gloria, viaggiamo su un'analoga lunghezza d’onda, sono sicuro che abbiamo la stessa età: magari, in tal modo, ti verrà più facile scrollarti di dosso il disagio”
“Va bene!” 
“Perché sorridi?”
“Non so, le tue parole… Sei un prete e ho sempre pensato che un prete non sapesse utilizzare un linguaggio così…” 
“Sì, beh… non sono un prete e basta, sono anche un giovane prete e non è passato molto da quando ho abbandonato il lavoro che facevo in radio.”
Radio?”
“Sì, ero dee-jay in un’emittente radiofonica, ti viene da ridere, vero?”
“Oddio, questa, poi! Il d.j!” 
Lo sapevo che avevi la faccia da “un certo tipo” di ragazzo! In questo momento hai migliaia di piccole stelle dentro gli occhi, ho paura di volerne afferrare una per portarmela via per sempre!
“A che pensi, Gloria,”
“Penso che… debba essere stata forte la tua vocazione per portarti a rinunziare a una vita comune!” 
“Ma la mia vita non è straordinaria, adesso! Ha solo un orientamento diverso!”
“Non hai pulsioni verso l’esterno?” 
“Vuoi dire se mi mancano le donne?” – mi sbalordì la sua esatta deduzione, lo lasciai continuare abbozzando un debole col capo
"I preti sono uomini, vivono di affetti e di amicizie, non sono solo ministri di culto col rosario sempre in mano! E comunque… no, non mi mancano: ho già trovato ciò che cercavo, non voglio altro!”
Daniele non voleva di più: la sua fede e la sua vocazione erano state la risposta alle sue domande esistenziali. Una leggera delusione si fermò in punta di gola per evitare di traghettare fuori attraverso una parola, una qualunque parola che manifestasse il mio disappunto sulle sue scelte di vita. Adesso più che mai volevo trasformarmi in una pericolosa tentazione per lui: e se fossi stata mandata dal Cielo per metterlo alla prova? L’illusione di quell’investimento divino ridusse il senso peccaminoso del mio intento. Dovevo essere pazza a formulare simili pensieri, ma l’unica pazzia che riuscivo a riconoscere, ormai, aveva contaminato i miei sentimenti. Nei giorni a venire mi resi conto di quanto quella novità nella mia vita mi avesse investito con il vigore di un’onda tumultuosa: mi stavo innamorando, ne riconoscevo ogni sintomo e il paradosso era che l’impossibilità di un coronamento finale mi intestardiva ancora di più nel maturare strane intenzioni: volevo fare cambiare idea a quell’uomo, ex dee-jay, ora giovane prete; volevo convincerlo che la sua vocazione poteva subire deroghe, volevo condurlo dentro la mia vita, nella mia storia, dentro di me. Parlavamo a lungo di tutto, di noi, dei nostri opposti mondi; ridevamo, persino, sul diverso modo di gestire le nostre reciproche giornate. Presto gli attribuii la veste dell'amico perfetto, tutto ascolto, belle parole e buoni consigli, ma capii che il ruolo del quale mi ero accontentata era una finzione per mascherare ben altro sentimento. Un giorno andai ad assistere a una partita di calcio disputata fra i giovani ospiti del vicino orfanotrofio: Daniele aveva tolto la divisa religiosa scura e si era messo la maglietta bianca di una delle due squadre sopra pantaloncini corti che scoprivano due gambe dritte e muscolose; correva dietro al pallone, lo intercettava dopo un lungo lancio, lo dribblava con straordinaria abilità. Mi fermai tutto il tempo a guardarlo da dietro la rete e quando potevo cercavo di catturare la sua attenzione, osservandolo nella segreta speranza di essere notata, osservandolo ossessivamente, perché avevo perso la testa per lui, perché me ne ero innamorata. Poi quando, a gioco fermo, Daniele si voltò come se si fosse sentito chiamato con chiarezza e insistenza, fu allora che il suo sorriso si posò su di me: una cascata di fiori primaverili mi tolse per un attimo il respiro; le mie dita si richiusero dentro i fori della rete metallica con la forza di una macina ed ero sicura che in quel momento non avrei saputo dire nemmeno una parola: la lontananza stava proteggendo il mio segreto scompenso sentimentale. Alla fine della partita, Daniele mi raggiunse correndo a bordo campo dove ancora mi trovavo con le mie palpitazioni adolescenziali; attraversò con le dita la rete e aspettò che io intrecciassi le mie alle sue, in un gesto confidenziale del quale approfittai senza esitazione. “Sono felice che tu sia qui: a scuola ero una promessa del calcio.  Aspettami, ti raggiungo subito”. Non mi mossi. Non riuscivo ad accettare che quel giovane potesse essere un uomo di Dio, che avesse abbracciato delle scelte di castità, fatto rinunce, seguito una vocazione così privativa… Mentre camminavamo verso la Parrocchia, non trattenni uno sfogo nato dalle ultime mute considerazioni: 
“Mi chiedo: come fai a non pensare di avere perso qualcosa nell’avere preso i voti, mi sembra addirittura impossibile!” “Ricordi, il giorno della confessione? Mi hai parlato delle tue contraddizioni e di come le vivi e di quanto spesso ti abbia deluso il tuo modo di gestirle, nelle decisioni prese, nelle scelte operate… Ho avuto mille incertezze, nella mia vita, ho dovuto anch’io fare delle scelte, sciogliendo centinaia di dubbi, appianando contraddizioni… Non è stato facile: poi, un giorno, mi sono svegliato e non ho visto più niente di tutto questo dentro di me, perché con serenità volevo vivere una sola vita, un’unica esistenza in comunione con Dio”.
Non dava segni di cedimento, non una parola ambigua, non uno sguardo che mi potesse far credere magari… Padre Daniele aveva sinceramente sposato la sua dottrina di fede affidandole il ruolo di maestra di vita, lo sconforto accresceva il mio senso di impotenza assoluta di fronte a tanta certezza, ma dovevo fare qualcosa, non riuscivo a gettare la spugna: avevo bisogno di lui come dell’acqua, la sua mancanza nella mia vita era divenuta insopportabile.

Dopo altre due settimane di intensa frequentazione la passione esplose dai meandri più profondi della mia emotività tenuta sempre a bada. Passavo dalla Parrocchia quotidianamente e quasi senza accorgercene io e Padre Daniele ci trovavamo immersi in bellissime discussioni e spesso lui mi coinvolgeva in iniziative fuori programma durante le quali il tempo che mi dedicava era quasi illusorio. Una mattina, decisi che era giunta l'ora di una confessione stavolta non improvvisata. Era il solenne giorno della processione del Corpus Domini e in Chiesa molti fedeli facevano la fila alle spalle del confessionale dentro il quale Daniele, calato nel suo ruolo di ministro di Dio, ascoltava gli intimi peccati di chi ne chiedeva il perdono. Quando arrivò il mio turno mi inginocchiai e avvicinai la bocca al piccolo divisorio di rame forato; sentii il sangue scivolare rapidamente verso le mie ginocchia e lì fermarsi privandomi di slancio. Timida, dopo il segno della croce e con un filo di voce dissi: “Padre, ho peccato! Il mio è un peccato di pensiero, di parole, di opere e omissioni… Penso all’uomo sbagliato, gli parlo mentendogli, lo frequento tentando in tutti i modi di distoglierlo dal suo unico interesse, non so dirgli la verità!”
Un silenzio prolungato, dall’altro lato, mi fece subito pensare di avere ingenerato un sospetto, un silenzio seguito da un “ma…” rimasto incompleto aveva privato Padre Daniele di ogni possibile parola da dire in quella circostanza perché era ovvio che mi avesse riconosciuto ed era altrettanto ovvio che avesse capito che stavo parlando di lui
“Gloria…”
“Lo so, lo so, Daniele, è un’assurdità, ma io non riesco a non pensare a te e quando ti penso vorrei tanto che tu fossi rimasto quel d.j. che eri prima di farti prete, per potere, almeno, provare a conquistarti; mi sento un peso dentro, non so cosa fare e, Dio m’è testimone, non avrei mai voluto… innamorarmi di un prete, non avrei mai voluto innamorarmi di te!” 
“Dio conosce la nostra anima, Dio vede dentro di noi. Lui saprà donarti la rassegnazione e tutta la forza per... ”
“Daniele, ti sto dicendo che ti amo!”
“... per dimenticare un simile pensiero…”
“Non parlarmi così, dimmi almeno cosa pensi…” 
“E’ ciò che sto facendo” 
“Ma, Daniele… Padre Daniele, …”
“… e ora io ti assolvo dai tuoi peccati nel nome del Padre, del Figlio…"
Scappai via prima che lui potesse completare la formula liturgica della confessione. Mi allontanai in fretta dalla Chiesa, dalla Piazza, scomparendo dentro gli stretti vicoli che portavano a casa mia e da lì non mi mossi per qualche giorno, in preda a un’autentica crisi depressiva dovuta al mio sentimento non corrisposto e all’intimo pentimento nell’avere sentito il bisogno di urlare una verità che potevo tacere per non rovinare tutto. Il giorno in cui recuperai il coraggio di rimettere piede in chiesa, trovai ad attendermi una sgradita sorpresa: l’anziano Padre Onofrio mi comunicò che Padre Daniele stava partecipando a un ritiro spirituale che sarebbe durato qualche giorno. La mia crisi depressiva cambiò entità e si trasformò in una crisi di astinenza: dovevo raggiungerlo e parlare con lui a viso scoperto, senza il filtro della formalità e del rito sacramentale. Mi misi alla guida dell'auto quello stesso pomeriggio e non mi importava nulla sapere che il posto che avrei dovuto raggiungere era disperso fra le montagne, non mi importava ignorare del tutto il percorso che avrei dovuto seguire; rammentai le spiegazioni ricevute da una vicina di casa che ben conosceva la destinazione (un Monastero abitato da quindici suore Clarisse) e partii senza esitazione. Giunsi a tarda sera dopo avere affrontato la difficoltà di stradine impervie e per nulla collaborata da un violento temporale che aveva accompagnato metà del mio viaggio. Raggiunto il luogo, corsi a piedi fino al cancello e bussai con insistenza mentre la pioggia incessante finiva di inzuppare i miei capelli e ogni angolo dell'impermeabile. Finalmente qualcuno venne a rispondere al citofono e non del tutto convinto della mia identità schiacciò il pulsante di apertura automatica del cancello, così potei entrare. Chiesi subito, senza convenevoli, se potevo vedere Padre Daniele e, nell’immediatezza della mia domanda, ricevetti una risposta subito negativa: perché era tardi, perché non avevo ben specificato il motivo della mia visita né in che veste mi presentavo. Poi, siccome non si trattava di una clausura, chi mi aveva rivolto quelle legittime domande mandò a chiamare il giovane prete (come lo aveva chiamato lui) e si allontanò lasciandomi sola nell’androne di quella che pareva essere una struttura davvero molto grande. Quando Daniele varcò la soglia con la solerzia indotta dalla curiosità e mi vide bagnata e tremante per il freddo o per l’emozione, mi venne incontro con un atteggiamento premuroso e uno sguardo tenero ma al contempo preoccupato. Mi abbracciò, “tu sei matta! Venire in questo posto sperduto, così, all’imbrunire, con questo tempo…”, riservai al silenzio il compito di fare intuire il mio stato d’animo e Daniele mi tolse l'impermeabile fradicio passandomi le mani fra i capelli grondanti nel tentativo di fermare la pioggia di gocce che stava formando una pozza sul pavimento. Mi asciugò il viso guardandomi negli occhi:
“perché sei qui!”
“volevo vederti” 
“Gloria, io…”
“posso rassegnarmi a tutto, ma non al tuo improvviso distacco”
“ti ho pensato molto, la tua confessione mi ha spiazzato” – “non ti aspettavi da me una simile dichiarazione? Ormai ho fatto la sciocchezza di aprirti il mio cuore e non posso più tornare indietro, ma almeno vorrei recuperare un po’ di orgoglio lasciato sull’inginocchiatoio quel giorno. Questo è il motivo della mia visita” 
“Non hai fatto una sciocchezza e non devi recuperare un bel niente; in quel momento io non… io non avevo parole appropriate da rivolgerti, mi sembrava tutto inopportuno e poi io sono…” 
“…un prete, un prete, lo so, non voglio sentirmelo ripetere, non devi convincermi di avere fatto una scelta di fedeltà diversa…” “combattuto, volevo dire… combattuto, Gloria!”
Mi si formò una bolla d’aria in gola che a momenti mi faceva perdere i sensi: Padre Daniele aveva detto “combattuto”? Alzai lo sguardo sui suoi occhi che, per la prima volta, evitavano di posarsi sui miei, gli presi una mano: “come?” – Daniele si divincolò con uno scatto indietro e percorse pochi passi fino a una sedia alle sue spalle, si sedette e si passò una mano sugli zigomi, poi il suo atteggiamento cambiò, divenne all’improvviso scontroso e distante
“Non dovevi venire, tu non dovresti essere qua; ti ho evitato come una malattia contagiosa, ho deciso di partecipare a questo ritiro per non pensare a quel dannato giorno, per non intravedere ancora il tuo volto attraverso la grata del confessionale; ero là dietro, protetto dall’ombra e tu che mi parlavi di sentimenti… Ma chi sei, Gloria, chi sei! Ho passato tre anni della mia vita a chiedermi perché non riuscissi a innamorarmi mai di nessuna, perché, tornando a casa, la sera, il mio unico pensiero fosse rivolto alla Madonna e perché provassi il desiderio forte di pregare, pregare per cercare di risolvere un’ansia che mi serpeggiava dentro! E quando una mattina mi sono svegliato con la Bibbia ancora tra le mani, dopo avere pianto tutta la notte, combattuto fra l’idea di una vita come dici tu normale e una dedicata solo a Dio, avevo trovato la risposta: avrei cercato Dio perché amavo Lui. Cos’è, questo che mi sta accadendo, una prova? Mi stai mettendo alla prova, Signore? – Daniele puntò in alto gli occhi quasi ignorando la mia presenza; aspettava una risposta direttamente da Lui, non dal Diavolo che lo stava tentando servendosi di me. “E se anche fosse una prova? saresti in grado di superarla?” “Santo cielo, Gloria, hai capito cosa sto dicendo?”
“Ho capito che ti sfiora un dubbio”
“Non sono dubbi”
“… però dici che sei combattuto!”
“Non mi era mai capitato nulla di simile prima d’ora! Ho confessato una ragazza che è diventata mia amica, l’ho conosciuta e ho pensato che – forse – avrei potuto incontrarla prima” 
“e se così fosse stato? Se mi avessi conosciuto prima?” -  non lasciavo a Daniele il tempo di riprendere fiato, lo incalzavo come un blando torturatore che tenta di farsi dire la verità da un prigioniero.
“…non lo so! Forse non sarei qui, adesso o forse sì, chi può dirlo! Ma tu, Gloria, cosa vuoi sentirti dire: che mi piaci? Che potrei innamorarmi di te o esserlo già? Cosa ne ricaveresti? La frustrazione di un prete che vorrebbe tardivamente tornare sui suoi passi?”
“Non ci sarebbe nulla di male, non sarebbe un peccato; Dio probabilmente ti sta offrendo una nuova possibilità, mettendomi sulla tua strada e non per sondare la capacità che hai di resistere alla tentazione, ma perché, forse, pensa che tu ti meriti una felicità che in questo modo non riesci ad avere!” “Sei davvero convinta di ciò che dici? Pensi che io non sia felice?”
“Penso che potresti esserlo di più… con me al tuo fianco”
“No, Gloria, non credo!”; cominciavo a indietreggiare tornando lentamente sui miei passi, mi ero esposta troppo e sentivo di non potermi spingere oltre senza rischiare di provocare reazioni che mi avrebbero sicuramente ferito. La piccola breccia che avevo intravisto all’inizio di quella conversazione - la speranza di avere insinuato un dubbio concreto nell’autenticità della vocazione di Daniele - si stava richiudendo come un’illusione ricucita dentro ben altre verità. Guardai Daniele dritto negli occhi con l’espressione di resa stampata fra labbra serrate e palpebre che assecondavano un lento sospiro; il petto si allargò appena sotto l’impulso di un nuovo flusso di ossigeno mandato giù dalle narici, poi feci un brusco movimento col capo e mi girai in direzione dell’uscita. 
“Te ne vai?”
“Cos’altro posso fare?”
“Mi dispiace, tutto questo è assurdo!”
“Dispiace anche a me, immagino che dovrò rassegnarmi!”
Daniele stava per aggiungere qualcosa, ma non lasciai a lui l’ultima parola: 
“…e dirti addio!”
“No, aspetta…” 
Daniele si precipitò verso di me e notai sul suo viso un’espressione di stupore nell’avere d’istinto voluto afferrarmi per le braccia, come se la confidenzialità di quel gesto gli avesse dato uno schiaffo ben piazzato sulla guancia; non disse nulla, mentre io, in una statica attesa, accarezzavo l’ultima speranza di riuscire a strappargli una dichiarazione d’amore. Non ci fu e non ci furono parole aggiunte, solo un gesto che forse valeva più di mille dichiarazioni d'amore o di resa al nemico incalzante: una stretta di braccia immobilizzate da mani decise, un tremolio di labbra schiuse per dire cose poi non dette e uno strizzamento energico di occhi per ricacciare dentro un desiderio bloccato nella sua via di fuga verso l’esterno. 
“D’accordo, vai adesso… Hai ragione, questo è un addio!”
Invece l’ultima parola era stata la sua; mi liberò da quella stretta quasi immediatamente ravvedutosi, poi si voltò e senza indugi sparì dietro la porta dalla quale qualche minuto prima era entrato non immaginando di trovare me ad aspettarlo in quella stanza.

Il viaggio di ritorno fu lento e sofferto: pensavo e ripensavo alle parole di Daniele e ai suoi occhi, al suo viso, alle sue mani, all'odore dei suoi capelli; mi sentivo in trappola, infelicemente prigioniera di una passione che non avevo mai provato nemmeno nei due anni trascorsi con l'uomo che mi aveva lasciata per un'altra; rimuginavo sul fatto che forse il mio inconscio aveva amplificato quel sentimento alimentato dalla consapevolezza di affrontare un'impresa impossibile come volere attraversare l'oceano in tempesta con una barca a remi o scalare una montagna servendosi solo di una corda. I miei strumenti erano carenti o forse non sarebbero bastati tutti gli strumenti della terra per far tornare indietro sui suoi passi un uomo che aveva scelto di amare Dio sopra ogni cosa. E io rappresentavo quella tentazione alla quale lui aveva saputo resistere con determinazione: per questo lo apprezzavo e lo stimavo di più. Ero senza via d'uscita, un animale rinchiuso nella gabbia più pericolosa, quella dei sentimenti non ricambiati.

- continua

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