Pagine

giovedì 10 dicembre 2015

Lavorare nell'ombra: il traduttore di opere letterarie


Il traduttore è l’ultimo, vero, cavaliere errante della letteratura perché gli si chiede di considerare suo massimo trionfo il fatto che il lettore neppure si accorga di lui. (Fruttero & Lucentini)

La scorsa settimana, nel blog "da dove sto scrivendo", Helgaldo ha proposto un esperimento ai suoi lettori, allo scopo di saggiarne la sensibilità linguistica, dopo avere fatto una significativa premessa. L'esperimento-gioco consisteva nell'esaminare cinque testi di autori non citati (salvo poi svelarne i nomi in un post successivo) per verificare la capacità di riconoscere la prosa italiana e quella straniera. L'intento era quello di dimostrare come la lettura della narrativa tradotta tenda a non favorire lo sviluppo completo e coerente delle competenze linguistiche, patrimonio indiscusso di chiunque voglia padroneggiare la potenza espressiva della lingua italiana e metterla al servizio della storia.
Per lo svolgimento dell'esercizio e le relative risultanze vi consiglio la lettura di tutti e tre i post dedicati all'interessante argomento, io ho solo preso da quella discussione lo spunto per parlare dell'importanza che ha una figura poco considerata nella letteratura, che agisce da protagonista in prima linea pur non godendo di alcuna visibilità: il traduttore.

Non ci sarebbero mai giunte le opere dei più grandi scrittori classici europei e d'oltreoceano se non fossero esistiti professionisti, studiosi e a loro volta letterati, capaci di tradurre nella nostra lingua la bellezza di quei testi; allo stesso modo, il grande successo, oggi, della letteratura straniera è dovuto all'attività puntuale e competente di persone che riscrivono la narrativa dell'autore con il quale collaborano, assumendosi ogni responsabilità legata al delicato passaggio da una lingua a un'altra.
Perché il traduttore fa questo: veicola le informazioni contenute in un testo, tenendo fede a ogni sfumatura linguistica usata dallo scrittore; il suo compito non è abbellire la versione tradotta, ma avvicinarsi quanto più possibile a quella originale, nel pieno rispetto dello stile, del ritmo e della voce dell'autore.

Un'impresa difficilissima.

Le difficoltà non sono poche: riuscire a trovare la parola o l'espressione adatta, valutarne di volta in volta il peso, il valore, l'attitudine a "dire" in modo da non pregiudicare l'entità del concetto espresso nella lingua differente; essere in grado di "legare" quella parola al significato complessivo del testo in modo da non travisarne il messaggio. Che poi, ci sono lingue con delle caratteristiche ben precise, si pensi al giapponese di Haruki Murakami o all'arabo di Themina Durrani, con profili stilistici e regole di logica e ritmo difficili da gestire.

Per riuscire a fare tutto questo, il traduttore deve possedere alcune imprescindibili qualità.

- Innanzitutto deve essere un profondo conoscitore della lingua e della nazione cui appartiene l'autore per potere contestualizzare al meglio le parole in ambito socio-storico, riconoscerne ogni uso fatto e i relativi significati; deve comprendere le sfumature, i concetti astratti, entrare nel merito di usanze e tradizioni, immedesimarsi in modi di sentire e di vivere spesso totalmente diversi da quelli di provenienza.
(Mi viene in mente un piccolo aneddoto: sabato scorso, alla Fiera della Media e Piccola editoria, a Roma, ho partecipato alla presentazione del nuovo romanzo di Annie Ernaux. Presenti lo scrittore Marcello Fois, moderatore, l'autrice francese e il suo traduttore, Lorenzo Flabbi. Alla domanda rivolta alla Ernaux di spiegare la sottile differenza fra "mutamento" e  "cambiamento" - desunta dalla lettura del suo libro - il traduttore si è trovato in difficoltà e ha dovuto chiedere al moderatore ulteriori chiarimenti per riuscire a tradurre bene in francese i due concetti simili, ma aventi sfumature diverse. 
Questo per dire che basta pochissimo per modificare l'intenzione voluta da uno scrittore).

- Deve conoscere a fondo un certo tipo di letteratura: quella anglosassone ha dei registri linguistici ben precisi, io ho letto autori del nord Europa e anche lì si percepisce un ritmo, un'andatura che rispecchia quel mondo, quella visione che vanno inquadrati e trasmessi nella loro autenticità. 

- Deve conoscere l'autore, il suo stile, il suo modo di raccontare; deve vestire i suoi panni, sapere interpretare le sue intenzioni, assumere il suo comportamento, avvicinarsi al suo linguaggio nel modo più verosimile possibile.

Per tradurre bisogna avere la capacità di trovare soluzioni, usando spesso l'intuito, una certa sensibilità ed è necessario avere un ampio bagaglio culturale che si affini con tanto studio e molta pratica.
Cultura ed esperienza sono, perciò, fondamentali.

Ma, forse più di tutto, il traduttore è esso stesso autore; deve possedere quel talento che gli serve per capire come si struttura un testo letterario; deve conoscere le dinamiche, le regole e le tecniche di narrazione per potere a sua volta riprodurre un testo e dargli una forma armonica e leggibile.

Se ho sottolineato che tradurre è un'impresa difficilissima un motivo c'è e valutare i rischi cui va incontro il traduttore lo dimostra ancora di più.

Che accade se si traduce un termine o un'espressione con altri affini ma non perfettamente centrati?
Che accade se la forma viene appiattita o semplificata o, al contrario, se viene abbellita per conformarsi al perbenismo o al modo di pensare di un certo pubblico, scavalcando il messaggio intrinseco dell'autore?
Che accade se il testo originale viene tradito perché travisato del tutto, svilito con errori di interpretazione e traduzione imperdonabili?
Accade che ignoranza, incompetenza, scarsa preparazione, improvvisazione dovuta a inesperienza, abbiano la meglio e siano causa dell'insorgere dei giustificati pregiudizi che molti nutrono (e, spesso, a ragione) sull'attività svolta dai traduttori.

Ho spiegato cosa fa il traduttore perché resta una figura fondamentale per me che leggo molta narrativa straniera: ho letto i grandi classici e molti autori contemporanei di cui ho finito per innamorarmi (non faccio mistero della mia passione per la letteratura giapponese). Quando ho uno di questi libri in mano, controllo subito il nome del traduttore e faccio una ricerca (se mi suona nuovo) per verificare attendibilità del suo operato e credenziali riconosciute. Così so che Giorgio Amitrano (traduttore di Murakami) è uno di quelli di cui posso fidarmi, che Ilide Carmignani (traduttrice della letteratura spagnola) gode di ottima fama e che Yasmina Melaouah è molto stimata da Daniel Pennac di cui è la fedele voce italiana. 
Ho apprezzato la narrativa di autori stranieri tramite la ricostruzione attenta e puntuale di questi esperti professionisti e sicuramente molte delle storie raccontate e ben tradotte hanno influenzato il mio modo di scrivere, in qualche modo lo hanno migliorato.

Ma perché, allora, adesso, mi viene in mente l'interrogativo posto da Helgaldo: 
"L'italiano scritto soffre di crisi d'identità?"

Perché lui sostiene che la letteratura mondiale ci arricchisce in termini di trama e contenuti, ma poco può aiutarci nel perfezionamento dello stile; che lo scrittore italiano deve formarsi sull'esempio offerto dagli autori nostri connazionali; che solo la prosa pensata nella nostra lingua madre può insegnarci a scrivere bene in italiano e che nessuna traduzione, per quanto perfetta e coscienziosa, può sostituirne in alcun modo la forza espressiva.

E se avesse ragione?


36 commenti:

  1. Una cosa è certa: il nome del traduttore andrebbe in copertina, appena sotto a quello dell'autore, e andrebbe pagato appena meno di quanto lo sarebbe se fosse lui, l'autore. Cosa che non accade, naturalmente, e che ci garantisce romanzetti tradotti al risparmio, per esser gentili.
    Personalmente sono convinto che un buon traduttore possa arricchirmi quanto un buon autore, e non sarà leggendo Fabio Volo a discapito di Giorgio Amitrano che il mio italiano migliorerà. La chiave di tutto è quel "buon": merce rara (e costosa), di questi tempi...

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Non per niente il traduttore viene chiamato "il secondo autore"; è come se questi prestasse la sua veste a un altro sapendo che saprà indossarla perfettamente.
      Sapevi che Nabokov aveva un'autentica ossessione per i traduttori delle sue opere?

      Io sono talmente "dentro" le traduzioni, ma quelle fatte bene, eh, che nell'esercizio di Helgaldo non ho saputo distinguere il sapore italiano da quello straniero e gli unici scritti su cui mi sono espressa erano errati: li ho dati per stranieri, invece erano italianissimi.
      (E questo ha finito per rafforzare il suo discorso)

      Elimina
  2. Da ex studente di lingue e letterature straniere, traduttore dilettante a tempo perso, non posso che confermare le tue parole: tradurre non è facile, si rischia spesso di travisare un testo. In un testo di largo respiro ogni eventuale errore viene assorbito e, diciamo, reso meno grave, anche se può soffrirne la letterarietà della prosa.
    Se parliamo invece di poesie o appunti brevi (tipo un'annotazione in un diario o in un saggio) si rischia seriamente di capovolgere il senso dell'originale. Ho letto segnalazioni di traduttori illustri su clamorose errate traduzioni di loro colleghi forse meno bravi, forse costretti a lavorare a ritmi troppo forzati, che lasciano davvero perplessi.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ho letto anch'io di traduttori con una lunga esperienza alle spalle che si sono visti costretti a correggere le traduzioni di colleghi più giovani e meno preparati perché totalmente sbagliate.
      E il lavoro si complica quando si devono tradurre testi letterari dove non basta usare il vocabolario per trasporre la parola da una lingua a un'altra, ma occorre interpretarla, ricrearla con lo stesso suono, la intensità dell'originale.
      Esistono scuole apposite, infatti, non ci si può improvvisare traduttori solo perché si ha una perfetta conoscenza della lingua da tradurre.

      Elimina
  3. Post mirabile, complimenti. Mi ha stuzzicato soprattutto la parte in cui chiedi "Che accade se...?". Purtroppo succede che una traduzione sbagliata non produce effetti "negativi" solo sull'opera tradotta. Basta pensare al povero Mosè che, nell'arte e nella scultura, è spesso stato riprodotto con le corna in testa. Motivo? Traduzione sbagliata dall'ebraico. Senza scomodare l'arte, il pensiero dei danni che può avere una traduzione sbagliata mi torna in mente ogni volta che sento quel passo del Vangelo in cui si dice che "è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che...". Ok, passi la volontà di fare una metafora (anche forte), ma mi sono sempre chiesto che logica può legare un cammello con la cruna di un ago. Nessuna, infatti. Si tratta di una traduzione sbagliata: il termine originale significava "gomena" che è la corda spessa usata dai pescatori. Ecco che avrebbe avuto più senso una metafora del tipo "è più facile che una gomena passi per la cruna di un ago...".

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Adesso so una cosa in più, sai? Quella della traduzione corretta del termine che poi si è tramandato nel significato di "cammello". Certo, "gomena" ha più senso.
      La verità è che l'opera di traduzione ha accompagnato gli scritti in ogni secolo. Noi pensiamo alle traduzioni in italiano di parole straniere, ma ci pensi l'effetto che può fare su uno straniero la cattiva interpretazione della nostra lingua italiana?

      Elimina
    2. E pensa a tutti quegli scritti che, nel corso dei secoli, hanno subito più traduzioni da lingua a lingua... Quante sfumature linguistiche perse. E fossero solo quelle: io penso (temo) che siano andati persi anche molti significati, non solo sfumature o forme idiomatiche. Affascina (o stuzzica) il pensiero che una sola parola differente (tradotta male inconsapevolmente, si spera) può cambiare l'intero senso di una frase. Rabbrividisco al pensiero che oggi, certa gente, prende "alla lettera" una certa categoria di scritti. E mi fermo qui per non andare fuori tema... :-)

      Elimina
    3. Mi incuriosisce il fuori tema.

      Elimina
    4. Forse ti incuriosisce perché l'avrai intuito. :-) Comunque saremmo proprio fuori-fuori-fuori tema, non solo con il tema del post ma dell'intero tuo blog. Comunque ti lancio un indizio e scappo :-)... Sacre Scritture (di tutte le religioni, in tutte le epoche).

      Elimina
    5. Perbacco, ora ho capito! Hai ragione, sul fuori fuori fuori tema... e sulla libera interpretazione delle Sacre Scritture!

      Elimina
  4. Da negata per le lingue ho una stima che rasenta l'adorazione per i traduttori. Il piacere di leggere in lingua originale i classici stranieri non l'avrò mai o quasi. Ho letto classici stranieri (ne ho pure tradotti dal greco e dal latino) per studio o per necessità (se proprio proprio in italiano non c'è), ma è sempre stata più una fatica che un piacere. Solo alla fine dell'università, finalmente ho fatto pace con il latino e ho davvero apprezzato alcune opere in lingua originale, ci sono in effetti alcuni passi di poesia che penso in latino e non in italiano (amo di più la letteratura greca, ma se ci penso, la ricordo sempre in traduzione). Quindi onore e ammirazione ai traduttori. Però come autrice non penso che si possa fare a meno della buona letteratura italiana. Ci sono cadenze, parole, frasi che hanno un peso culturale diverso. Canuto non è "con i capelli bianchi", è "canuto" e mi riporta immediatamente a Petrarca, così come la selva sarà sempre in primis quella di Dante. La lingua madre e la sua letteratura saranno sempre un valore aggiunto.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Mi fai pensare al mio prof. di latino e greco, al liceo, che era fissato con i suoni delle poesie in greco che dovevamo imparare a memoria per non perdere la bellezza della musicalità originale: "tramontata è la luna e le Pleiadi..." e non me la ricordo più! Ma noi recitavamo Saffo nella sua lingua madre, mica così! :)

      Comunque devo ammettere che senz'altro ci sono termini o espressioni, e tu ne hai fatto un esempio perfetto, che non trovano sostituti degni in nessun'altra lingua.
      Non oso immaginare "la Divina Commedia" tradotta in inglese!

      Elimina
    2. Non solo la Divina Commedia... Penso che la questione non riguardi solo termini singoli, ma anche la musicalità intraducibile di intere frasi. "Chiare fresche dolci acque" in inglese? "Clear fresh sweet waters" ???? Mmmhhh... :-D

      Elimina
    3. Hai ragione, Darius, "clear fresh sweet waters" non si può sentire, sembra il ritornello di una filastrocca oppure il nome bizzarro di qualche gruppo musicale: e adesso, accogliamo con un applauso... i
      "clear fresh sweet waters". Ahahah!

      Elimina
    4. Oddio. Non me li toglierò più dalla mente... Me li immagino un po' Abba...

      Elimina
    5. ...e un po' Creedence Clearwater Revival! :D

      Elimina
  5. Dimentichi una caratteristica: devono padroneggiare la MAGIA! *_*

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Di magia parla proprio Amitrano, quando spiega il suo modo di tradurre Murakami. Lui dice che il traduttore è colui che con la magia, puro illusionismo, tira fuori il coniglio dal cilindro, ma a creare quel coniglio, a inventare la storia, è e resta l'autore. Lo hai letto anche tu?

      Elimina
    2. No, però la metafora ci sta tutta :-)

      Elimina
  6. Credo che il traduttore sia un lavoro difficilissimo, una buona traduzione può davvero fare molto per un romanzo.
    Quando leggo libri di autori stranieri e mi piace quello che leggo penso sempre alla bravura del traduttore, ormai è una deformazione professionale pensare a quello che c'è "dietro le quinte" di un libro :)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Se il testo straniero è tradotto da chi sa fare bene il proprio mestiere, le voci dell'autore e di chi lo traduce si amalgamano in modo ideale e ne viene fuori un unico suono. Credo sia questa la vera magia cui fa riferimento anche Andrea, sopra.

      Elimina
  7. Io leggo pochissime opere d'oltreoceano (intese come Americane) perché trovo la loro prosa molto banale, commerciale, almeno quel che riguarda ciò che giunge a noi. Ho sempre prediletto la letteratura europea, che ritengo più vicina alla mia sensibilità, con una menzione d'onore per quella italiana: sono d'accordo con Hell sul fatto che un autore, per imparare a scrivere, debba leggere opere in lingua originale. Forse potrei cavarmela anche con l'inglese e con il francese, ma siccome scrivo in italiano, la scelta è quasi obbligata.

    Io mi pongo spesso anche il quesito inverso: chissà come rendono certi testi italiani tradotti in un'altra lingua. Esistono parole, a mio avviso, che sono quasi impossibili da traslitterare.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Questo è vero. Ma come potremmo altrimenti conoscere la letteratura straniera se non con l'aiuto di un traduttore? Sarebbe bello conoscere ogni lingua in cui le opere sono scritte, ma già il mio inglese è solamente scolastico, purtroppo :(
      La speranza è di non incappare in pessimi traduttori, quando non volgiamo accontentarci della narrativa di casa nostra.

      Elimina
    2. Io amo la letteratura italiana ma leggo molte straniere europee: non so perché pur con il filtro della traduzione le sento tendenzialmente più vicine rispetto a quelle americane. Mi viene il dubbio che non dipenda solo dallo stile...

      Elimina
    3. Io ho notato che la letteratura americana (o almeno quella che ho letto io e parlo di autori contemporanei) non ha una voce inconfondibile, cioè a parte l'ambientazione, non noti particolari di spicco, potrebbe essere tranquillamente la narrativa di uno scrittore italiano che non si sia distinto per particolari meriti letterari. Invece la letteratura europea ha un sapore ben definito, percepisci uno stile di vita, un modo di essere. Sarà merito dei traduttori?

      Elimina
  8. Vorrei proprio conoscerlo un bravo traduttore che non mi porti via la pelle. Dall'italiano all'inglese

    RispondiElimina
    Risposte
    1. O al francese, tedesco, arabo e giapponese.
      Il tuo libro, un successo mondiale e tu... completamente nudo!

      Elimina
  9. Come traduttore sarei negato (evito pure di tradurre testi tecnici) quindi tanta ammirazione. Quando ero al liceo ricordo però le traduzioni dei classici latini, in particolare per la poesia, che io considero quasi musica, provai a fare traduzioni che rispettassero il più possibile la musicalità e il suono dell'originale, anche a discapito del significato esatto, fu un esperimento interessante.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Tu vivi in Germania o mi sbaglio?
      È bello perché leggi in tedesco, dunque, e puoi assaporare la narrativa nella sua lingua originale, dico bene?
      Lo fai? Ti immagini che figata leggere Günter Grass, Thomas Mann, Hermann Hesse...

      Elimina
    2. Perdonami Grilloz, sono una frana! Per sbaglio ho cancellato il tuo secondo commento dove dicevi di aver saputo che i giapponesi sono tradotti in italiano addirittura da una versione in inglese.
      Ti rispondo che non lo sapevo, non Murakami, spero! Ma non mi sembra che Giorgio Amitrano faccia la sua traduzione dall'inglese, perlomeno me lo auguro!

      Elimina
    3. Si vivo in Germania, ma la mia lingua madre è l'italiano e i tedesco riesco a leggere molto poco :( mi toccano ancora le traduzioni.
      Ho provato a leggere i Fratelli Grimm e Michael Ende in originale, ma non sono così facili :P

      Elimina
    4. Probabilmente qualche vecchia edizione di Murakami sì, sulle nuove ci mettono più cura perchè è abbastanza noto, ma altri autori meno noti non si salvano dalla doppia traduzione :(

      Elimina
    5. Ci credo. Per me il tedesco è una lingua impossibile! :)

      Elimina
    6. Alla fine si impara tutto ;) non è così terribile come sembra, soprattutto se conosci un po' di grammatica latina

      Elimina
    7. Sì, l'ho studiata al liceo e ora la sto ripassando con mio figlio! :)

      Elimina