Pagine

giovedì 1 ottobre 2015

Il taccuino narrante: osservazioni, note e spunti tratti dalla quotidianità - I DISEGNI DI ZAMIRA

Maggio 1999: Centro di accoglienza Pian del Lago - Caltanissetta

Con un paio di guanti monouso in mano e il desiderio di finire presto questa attività tanto sgradevole quanto necessaria mi reco presso il Padiglione 2, dove una ventina di donne, parte adulte, parte bambine, stanno aspettando il proprio turno per essere sottoposte al trattamento antipediculosi. 

Provo a mostrare distacco, quasi fossi una professionista alle prese con il lavoro quotidiano, invece l’idea mi disturba e non so da dove cominciare. Guardo l’etichetta dello shampoo antipidocchi e deglutisco turbata: indosso una divisa.

Rifiutarmi significherebbe scendere a patti con la mia coscienza autoconservativa, ma sarei poco coerente con lo spirito umanitario che ha guidato la mia scelta.

Credo nell’umanità, vorrei farmi salvezza per chi soffre, per chi non ha più nulla di umano quando è costretto a fuggire dalla propria terra, ad abbandonare la propria casa, a rinunciare alla propria vita. Vorrei essere un’ancora per le donne che hanno subito violenza, perché dentro una guerra sono loro l’anello debole di una serie di azioni insensate e nei loro occhi si legge solo una sopravvivenza rimandata. È quel vuoto che vorrei colmare, vorrei farmi speranza per chi la speranza l’ha persa insieme a mariti, fratelli, figli o padri.

Gesù Cristo mi ha insegnato ad amare il prossimo, a tendergli la mano. 

Credo nell’umanità perché io credo in Lui.

La croce rossa sulla mia divisa ha, per me, questo significato.

Zamira sta seduta a gambe incrociate su una branda appoggiata alla parete e con le piccole mani traccia linee e curve sull’intonaco scrostato del muro, rapita dal suo disegno immaginario.

È una bambina di otto anni minuta, con la carnagione scura; ha i capelli neri, che le cadono sulle spalle e sulla fronte in modo scompigliato, il naso stretto e piccolo, le labbra sottili e i suoi occhi azzurri sono strappi aperti su una storia di silenzi e sofferenza.

“Cosa stai disegnando?” – le chiedo

La madre che le sta accanto, capendo il mio italiano e parlandolo a sua volta, mi risponde:

“Il suo aquilone”.

Adesso non penso più che il mare sia sconfinato, non dopo avere riconosciuto l’infinito nello sguardo di Zamira e avere visto in esso la proiezione di ricordi che rendono anche l’infanzia una macchia sporca da rimuovere.

La guerra non perdona.

La guerra non risparmia.

Forse risparmia vite, se il destino non pretende il proprio tributo, ma ruba spazi ancora possibili, confina la mente dentro reti a trama fitta.

L’immaginazione stretta in una morsa può trovare sfogo su un foglio bianco, quello che mi chiede Zamira, con i capelli ripuliti, lucidi e pettinati, dopo l’offerta rifiutata di caramelle e cioccolatini e l’accettazione remissiva della fiducia concessa al mio sorriso.

Fogli di carta e colori a matita.

Sopra un muretto circolare che delimita un ulivo piantato al centro dello spiazzo, Zamira trascorre interi pomeriggi intenta solo a disegnare.

Non parla con nessuno e non vuole essere disturbata. Quando gli altri bambini le si avvicinano, lei protegge i suoi disegni come si protegge un bene prezioso dagli sguardi indiscreti dei curiosi; abbiamo dato un pallone a un gruppo di giovani maschi e coinvolto i bimbi più piccoli in girotondi e filastrocche, provando a rendere meno doloroso il distacco dalla familiarità delle cose abbandonate.

Intanto documenti e firme decidono le sorti di queste persone senza più una patria.

Io e Zamira instauriamo presto un rapporto speciale, parliamo poco, gesticoliamo tanto e ci guardiamo negli occhi. Un pomeriggio, durante uno dei miei turni di servizio al centro di accoglienza, lei mi aspetta all’ingresso del magazzino di distribuzione con i suoi fogli disegnati in mano.

Me li allunga con un movimento timido, io li prendo e la invito a sedersi sulla panchina che si trova nel cortile antistante. 

Ho tanta voglia di guardare le sue creazioni quanto lei di mostrarmele.

I disegni sono semplici, forse anche troppo infantili, tradiscono una mancata attitudine artistica, ma esercitano su di me una forza magnetica tale da incollare i miei occhi su ognuno di essi.

Noto subito che i vestiti dei personaggi femminili sono disegnati con dei triangoli dotati di braccia e gambe; sono colorati con tinte forti, rosso, giallo, azzurro, e con tratti marcati sul foglio per imporre una vitalità non più esistente; al contrario, gli sfondi sono tutti grigi, con strade scarabocchiate di nero e terreni senza nemmeno un fiore. 

I disegni di Zamira non hanno cielo. 

Poi il mio occhio si concentra in modo del tutto casuale su un rombo che ha una coda con dei piccoli fiocchi: mi accorgo che è presente in tutti i disegni, come un’irrinunciabile costante ed è tenuto da un filo stretto dentro la mano della bimba che indossa il triangolo colore rosso: “Questo è il tuo aquilone?” La tristezza negli occhi della bambina rimbalza tra le pareti del mio petto.

È sempre ai suoi piedi, stanco; sbiadito. Fermo.

Un aquilone cerca il vento per salire in alto e in un posto senza cielo anche il vento non ha una casa.

Ogni sera, al rientro dopo il servizio, la mia mente rimane incastrata tra le maglie di un unico pensiero: restituire a Zamira il sorriso materializzando il suo desiderio infranto. Ormai questa è la mia missione: trovare un aquilone, che la guerra ha trasformato nel sogno impossibile di una bambina di otto anni.

Ne compro uno. Mi ci vogliono poche ore per assemblarne i pezzi e una settimana di attesa, prima di metterlo nelle sue mani.

La gioia regalata alla piccola kosovara resterà uno dei ricordi più belli della mia vita.


E poi arriva quel giorno, un sabato in cui mi assento per uno scambio di servizio concordato con una collega.

Hanno i documenti in regola, gli ospiti del centro, adesso sono pronti per intraprendere un altro viaggio verso mete lontane, verso nuove speranze da abbracciare, un futuro in cui tornare a credere. Ripartendo da zero. 

Quando mi dicono che l’ultimo gruppo di kosovari è stato ufficialmente congedato, mi precipito al campo-profughi. All’ingresso c’è un nuovo carico di gente in fuga da accogliere: ancora elenchi da stilare, necessità da accontentare, urgenze cui dare priorità, desideri da rendere possibili.

Nonostante la mia commozione per il mancato addio, mi conforta immaginare Zamira con l’aquilone in mano e il sorriso conservato in tasca.

Un collega mi raggiunge all’ingresso, mentre sto uscendo dal cancello con il mio attacco di nostalgia incollato alla gola. Ha il fiato spezzato dalla corsa e un foglio in mano destinato proprio a me.

Non controllo l’emozione e gli occhi mi si riempiono di lacrime: sulla carta prende vita Zamira, che tiene per mano una volontaria del soccorso vestita di blu con una croce rossa disegnata sul petto. Un aquilone solleva entrambe verso l’alto: il cielo, finalmente, è tornato azzurro.


21 commenti:

  1. Com'è strano il mondo: dello stesso frangente a me lasciarono in ricordo un proiettile di Kalashnikov :)

    A parte queste amenità, sono esperienze belle, che tutti dovrebbero fare nella vita. Per chi scrive, poi, dovrebbe essere obbligatorio: ci sono miniere di storie da raccontare, per mostrare anche agli altri che razza di posto sia il pianeta sul quale viviamo. Grazie, Marina.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. :)
      Ti accorgi di avere fatto un'esperienza importante quando il ricordo improvvisamente riapre il sipario.

      (un proiettile di kalashnicov??)

      Elimina
    2. L'ho buttato prima di scoprire se fosse funzionante o no ;)

      Elimina
  2. Che bella questa esperienza! Grazie di cuore per averla condivisa con noi.

    RispondiElimina
  3. Ecco mi hai fatto commuovere, mi sto asciugando le lacrime che hanno cominciato a sgorgare già al punto in cui l'aquilone rimaneva a terra, poi sono scese quando ho guardato l'ultimo disegno. Che bel ricordo-racconto che hai condiviso con noi.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. :)
      Raccontando questa esperienza, l'ho rivissuta. È stato bello ripensare a Zamira.

      Elimina
  4. Una bellissima esperienza che ci può anche essere di esempio in questi giorni
    :-)

    RispondiElimina
  5. Sì, grazie per questa storia e anche per il disegno così toccante.
    E grazie: ho notato di essere finita nel tuo blog rol o come si chiama, mi pare che prima fossi in via di approvazione ehehe, felice di averti convinta.
    Sandra

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ahaha sì, avete superato la prova in tanti, negli ultimi giorni: il mio blogroll si è allungato! :)

      Elimina
  6. Molto bello il disegno, che secondo me rivela una grande vena artistica. Il pensiero mi va in automatico a Chagall :)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Uhm, Chagall!
      Sono passati 15 anni, Zamira adesso è una signorina di 23 anni: chissà, magari la sua passione per il disegno l'ha fatta diventare una vera artista! Sarebbe bello!

      Elimina
  7. Fare volontariato riempie il cuore e arricchisce più di qualunque altra cosa. Io ho vissuto questa esperienza anni fa a Milano, e ancora oggi la porto dentro. :)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Era il sorriso che regalavo alle persone e quello che le stesse mi restituivano ad arricchirmi. Potrei riempire pagine di storie con ciò che occhi e orecchie hanno registrato in tutti quegli anni!

      Elimina
  8. Grazie di questo racconto davvero speciale. :)

    RispondiElimina