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domenica 7 giugno 2020

Editori indipendenti, artigiani del libro


L’editore opera in un settore affascinante, ma è un imprenditore, né più né meno, con l’obbligo di fare quadrare il bilancio dell’azienda che gestisce: ha la necessità di chiudere in positivo, o comunque non in netta perdita, l’esercizio finanziario, procurandosi capitale a sufficienza per coprire o superare i costi delle spese di produzione e commercializzazione del bene di consumo “libro”. Non deve fallire, questo è il suo obiettivo.
E allora si affida ai “numeri”, che devono essere elevati, alla “quantità” che è il foraggio della sua impresa: individuato un cospicuo bacino di utenza, è sfruttandolo al meglio che l’editore/imprenditore incrementa la propria fortuna, perché è lì che si concentra quel potenziale di lettori in grado di garantirgli entrate certe. Se su YouTube c’è un imbonitore, una influencer, un guru di qualunque materia, che incatena allo schermo un pubblico di persone interessate, la casa editrice manda il suo bravo ghostwriter a proporre l’edizione di un’autobiografia da rifilare ai millemila followers. Va bene, scherzo, ma solo sul ghostwriter spedito come inviato speciale, ché su tutto il resto non scherzo per niente.
E non parliamo di veline, calciatori, cantanti, categorie sotto i riflettori che -  ormai è un luogo comune ribadirlo - nel loro curriculum non possono non vantare anche l’esperienza di scrittori, pubblicati con facilità (laddove la pubblicazione rimane la chimera di tanti “aspiranti” più validi) e pure di successo!
Okay, le case editrici fanno il proprio dovere, le “grandi” case editrici, le major accorpate nei principali gruppi (Mauri Spagnol, Mondadori, Feltrinelli, RCS), tutte società per azioni con grosso fatturato e ampia redditività. Gestiscono l’intera filiera, possiedono catene librarie, case di distribuzione e promozione, detengono il maggior controllo su quote, capitali e aziende.
Significa che le piccole e medie case editrici non sanno fare bene il proprio mestiere? 
No, significa solo che dove la grande editoria pecca, quella indipendente vince, anche quando rema su una chiatta in mezzo all’oceano.
La solidità economica e finanziaria sarà pure lo scopo dell’impresa/casa editrice, ma spesso ciò richiede di sacrificare il valore primario di un libro (per chi crede che scrivere sia un’arte seria e leggere un degno interesse complementare): la qualità. A parte qualche progetto editoriale poco curato, dove scarseggia l’attenzione verso tutto il comparto che realizza il prodotto finito - traduzione, correzione di bozze, grafica -  entrare in libreria e vedere pile di libri di “autori occasionali” che occupano spazi strategici, fa male al cuore, davvero.
Prenderei, allora, in seria considerazione la possibilità di ignorare i grossi nomi dell’editoria a favore di realtà piccole, con fatturati inferiori, una macchina organizzativa  più semplice, ma con uno spirito del tutto diverso.

Le case editrici cosiddette “indipendenti” sono realtà aziendali cui spetta l’arduo compito di affermarsi e rimanere sul mercato senza rispettarne le logiche, senza sostenere quei ritmi frenetici della produzione massiva che garantisce la quantità spesso a scapito della qualità; sono il fronte attivo che combatte le mega concentrazioni, le strutture più consolidate che minacciano di farle fuori.
Non voglio screditare l’operato dei gruppi editoriali, come non tutte le pubblicazioni delle case editrici indipendenti sono valide a priori, tuttavia quello che a me pare importante sottolineare è il diverso approccio che esse hanno nel conseguimento degli scopi prefissati.
L’indipendenza si sostanzia nel coraggio, da parte dell’editore, di effettuare delle scelte ben precise, coerenti con una certa visione culturale, dunque nella capacità (che può essere anche un rischio) di individuare nicchie di lettori o scommettere su autori emergenti, che potrebbero fare la differenza nell’ampio panorama letterario. Farsi carico di un progetto editoriale è assumersi una responsabilità, alla quale fanno seguito un grande impegno economico e un notevole dispendio di energie: l’editore indipendente non è un manager, ma diventa quasi un “artigiano”, una persona che conta sulle proprie risorse finanziarie, segue tutto il processo di creazione di un libro, attraverso l’attribuzione delle varie mansioni richieste e rende conto solo a se stesso dei profitti e delle perdite nella gestione dell’attività. 
Un impegno notevole, che non può essere assunto senza entusiasmo, voglia di fare e ottimismo e che, in tempi segnati dalla crisi della lettura, con numeri e statistiche che scoraggiano e librerie che fanno sempre più fatica a sopravvivere, è difficile da mantenere.
Ma io ci credo. Credo nel valore dell’editoria indipendente, nel suo obiettivo primario, che è quello di garantire la qualità del lavoro che precede la pubblicazione di un testo; credo nelle iniziative pensate a sostegno di questa editoria minore e sono favorevole ad appoggiare ogni occasione utile a scoprire realtà di cui si parla poco o niente. I social sono ottimi veicoli di conoscenza, ma occorrerebbe dare più fiducia ai piccoli artigiani del libro e pretendere che ci sia più vigilanza, da parte degli organi di controllo deputati, sull’effettiva concorrenza nel settore librario.
Da qui, il mio contributo alla causa.

Passata la buriana “pandemia”, sto facendo grandi passi verso la ripresa della normalità e poiché comincio a pensare alle vacanze che, spero, di potere organizzare in tutta tranquillità, credo che parlare di libri in questo periodo possa essere utile: è un invito alla lettura, ma anche un modo per suggerire qualche titolo per l’estate ormai alle porte.

Così, inauguro oggi una rubrica che si protrarrà per alcune settimane: vi presenterò alcune case editrici indipendenti, conosciute lo scorso dicembre alla Fiera della Piccola e Media Editoria di Roma, attraverso i libri che ho letto dopo averli acquistati attratta dalle loro copertine o perché consigliata direttamente dell’editore e dai suoi collaboratori. 
Persone che credono in quello che fanno... e si vede.

Le case editrici sono: Nuova Editrice Berti, Miraggi Edizioni, Black Coffee Edizioni, Hacca Edizioni, Glifo Edizioni.

"Il vino buono sta nelle botti piccole": non si chiamerebbero proverbi se non dicessero la verità.
















21 commenti:

  1. Certamente un piccolo editore non è una onlus e deve necessariamente guardare ai bilanci. Però, se da un lato ce ne sono alcuni i cui cataloghi sono alquanto... discutibili, ce ne sono effettivamente altri che propongono cose originali. Attendiamo le tue segnalazioni.

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    1. Più Libri Più Liberi mi ha dato l’occasione di conoscere diverse realtà: qualcuna convincente, qualcuna meno, però c’è davvero un mondo vasto dietro ogni produzione letteraria, che merita di essere esplorato.
      Certe case editrici ce la mettono tutta per essere competitive: noi lettori, quando meritano, dovremmo sostenerle.

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  2. Mi piace questo progetto di carrellata di alcuni piccoli e coraggiosi editori.
    Seguirò volentieri. L'accettare che l'editore sia un imprenditore legato al proprio fatturato, com'è logico che sia, a volte è difficile. Proprio ieri all'interno di una piccola libreria Mondadori, quindi non indipendente ma perlomeno abbastanza fornita, notavo come erano stati esposti alcuni titoli. Non era realmente rispettata l'appartenenza di un determinato testo a un genere, per dirtene una. Fra i classici americani campeggiava bene in mostra un romanzo contemporaneo americano da cui è stata tratta una sceneggiatura per una serie Netflix. Possibile che non ci fosse altro modo per esporlo? Nella pila "novità" erano posti l'uno accanto all'altro la nuova edizione di Guida galattica per autostoppisti e una cosa del tipo "Prima regola, non innamorarsi" l'ennesimo chick lit. Non so, mi lasciano sempre attonita queste scelte. Il mio pensiero è: ok, editori e librai devono guadagnare, ma non credo non esista un modo per differenziare un prodotto da un altro. Fanno di meglio nei negozi di dischi.
    Tornando alla piccola editoria, una mia collega (la Delia con cui abbiamo scambiato quelle osservazioni su La macchia umana) ha lavorato come traduttrice per la Voland e mi parlava delle grandi difficoltà di una piccola editrice per far quadrare i conti. Onore al merito, mi piace questo coraggio.

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    1. Le piccole case editrici sono risucchiate dalla grande Editoria, purtroppo, che vince perché propone il commerciale, il conosciuto, il vendibile in massa. Loro fanno scelte più oculate, talvolta troppo di nicchia, ma si buttano nella loro avventura con grande entusiasmo e non si piegano alle logiche di mercato. Andrebbe premiato questo “credo” operativo e il modo in cui sostengono il progetto che vanta una identità ben definita.

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    2. Ho dimenticato di dire che anch’io, ma solo per comodità, frequento le grandi catene di librerie, che sono come supermercati dove trovi lo stand dei prodotti in offerta e nessuno che curi la giusta disposizione delle varie categorie. E, all’entrata, il campione d’incassi, che è quasi sempre il Fabio Volo di turno (per citare ancora una volta il nostro caro amico).
      Invece, sotto Natale, sono stata in una libreria indipendente bellissima: sembrava un piccolo salotto, c’era l’atmosfera giusta per leggere in un angolo in silenzio, circondata dal profumo dei libri. Una simile l’ho vista anche a Siracusa: quando sono entrata, non volevo più uscire.
      Peccato non capire che frequentare una libreria indipendente aggiunge valore alla bellezza della lettura. È un rimprovero che spesso muovo anche a me stessa.

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    3. A Grottaferrata ce n'è una sul corso principale, in pieno centro storico (magari ci andremo insieme) e ha più o meno le caratteristiche da te menzionate. Ambiente intimo, titoli anche particolari. Peccato che i gestori siano un po' freddini. Sì, perché nelle piccole librerie ti aspetti che si instauri subito un clima familiare. Se devo acquistare un solo libro, sono abbastanza orientata anche verso i piccoli librai, che non hanno sconti. Mi capita però di comprare più di un titolo e di trovarmi in una grande distribuzione, lo ammetto. Però voglio correggere man mano il tiro. Alla fin fine non è questione di risparmiare due o tre euro, è che i grandi librai hanno praticamente TUTTO.
      Tornando ai piccoli editori: notizia di pochi giorni fa, la perdita dei diritti di pubblicazione della Fazi sul romanzo "Stoner", perché scaduti dopo dieci anni. Al momento del rinnovo non hanno potuto procedere perché hanno venduto a un grande editore molto più competitivo. Insomma, tutta una questione di squallido business, comprensibile, per carità. Ma fu la Fazi dieci anni fa ad assumersi il rischio di un autore sconosciuto e adesso non può competere con chi paga meglio i diritti. Questo è l'aspetto per nulla corretto di questi meccanismi.

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    4. Lo so, ho saputo dei diritti di Stoner ceduti. Per questo, sostenere la piccola editoria dovrebbe essere una missione per chi ama leggere. Trovo ingiusto che chi più ha, più riesce a ottenere: il gigante che fa a polpette chiunque si metta in mezzo. È una battaglia persa in partenza e invece no: chi la dura la vince!

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  3. Senza dubbio esistono piccoli editori dalle idee coraggiose, anche se pure loro devono far tornare i conti. Ti seguirò volentieri nel tuo tour.

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    1. Ho fatto letture interessanti. Suggerire qualche buon libro non risolverà le tante difficoltà in cui versano le case editrici indipendenti, ma almeno è un piccolo contributo che mi fa piacere offrire.

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  4. Il vino buono sta nelle botti piccole. Sì, ma in quelle grandi ce n'è per tutti. E poi ci sono anche le cantine sociali, dove si fa autoproduzione di ottimi vini, no? Qui in Piemonte ne sappiamo qualcosa, sia metaforicamente che meno.

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    1. Ho frequentato le cantine sociali, ancora poco le botti piccole. Delle prime ho potuto farmi un’idea, delle seconde ci sto provando e anche con gusto. Credo che il bello e il brutto si trovino ovunque. L’importante è sempre poterne parlare in base alle esperienze fatte e non per pregiudizio.

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  5. Mi sembra una bellissima rubrica da trattare nel periodo giusto...visto che in vacanza si legge di più :)

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    1. E poi, magari, si ritorna ad avere voglia di leggere! 😉

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  6. Mi piace molto l'idea di questa rubrica.
    Sono tante le piccole case editrici che meriterebbero più spazio solo per il coraggio che hanno.
    Ad esempio mi viene in mente Neo Edizioni. Che qualche anno fa riuscì a portare tra i 12 finalisti del premio Strega un libro e un autore che apprezzo moltissimo: XXI Secolo di Paolo Zardi.
    Lo conosci?

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    1. Conosco Paolo Zardi, ma non ho letto questo suo libro. Ho sentito parlare della casa editrice: a PLPL ne ho visitate tante, direi tutte e, devo dire, ci sono realtà molto interessanti. Purtroppo non bastiamo noi lettori a venire incontro alle esigenze dei piccoli editori; ci vorrebbero leggi più eque, forse anche una mentalità diversa, cambiare le regole del gioco: mi dispiace vedere tanto ottimo lavoro e belle risorse ignorate o sottovalutate.

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  7. Allora attendo di seguirti. Che i tuoi consigli e i tuoi punti di vista sono sempre un faro che ben illumina.
    Io ogni tanto mi fermo a pensare e mi chiedo: ma un tempo, al tempo degli autori di sostanza, come li sceglievano i libri (i grandi editori)? Possibile che le cose siano così tanto cambiate?
    Un grande abbraccio, Marina <3

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    1. Possibile sì, cara Irene. Ormai il rapporto editore/lettore si è capovolto: un tempo il lettore dava fiducia all’editore e aspettava che sfornasse l’opera buona, adesso è l’editore che sforna solo quello che il lettore chiede di leggere. 😋
      Noi leggiamo solo quello che ci piace a prescindere da chi lo pubblica. 😉

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    2. Irene, leggi questo piccolo articolo. È calzante: https://ilibrideglialtri.com/2020/06/11/gattopardi-editoriali-1-avere-ventanni/#menuopen

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  8. Un po' come andare a far la spesa al mercato rionale o all'ipermercato. Non è detto che al mercato rionale ci trovi sempre la qualità, come non è detto che all'ipermercato non ci trovi varietà. Di sicuro al mercato rionale non ci trovo i Walkers Shortbread, i miei biscotti scozzesi che mi hanno tenuta "buona" per tutta la clausura. ;)
    Su quanto conta il numero di follower per una casa editrice, e quindi la polemica classica del fatto che le case editrici Big pubblicano solo personaggi famosi, quantità vs qualità, c'è un'interessante intervista di Editor Romanzi a Franco Forte, scrittore ed editor Mondadori, nonché curatore della Delos Digital. Ad un certo punto fornisce un altro punto di vista della cosa: gli incassi "facili" che quei personaggi portano alla casa editrice sovvenzionano anche la stampa di altri libri considerati meno facili, meno vendibili, più di nicchia. Perciò non li si dovrebbero considerare concorrenti, ma alleati. Tanto loro, a prescindere, non tolgono lettori agli altri.

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    1. Io sono una fan dei libri Einaudi, pensa. Nella mia libreria la fila di quei romanzi tutti bianchi mi dà un senso di pace incredibile! Non sono una sostenitrice della piccola editoria contro la grande editoria, però mi piacerebbe che i giochi venissero “facili” a entrambe e alle stesse condizioni. È un’utopia, certo, ma nemmeno immaginare che una major paghi i diritti scaduti di un libro, fiore all’occhiello di una casa editrice media, solo perché economicamente “più dotata” (vedi il caso Stoner).
      Mondadori può permettersi di pubblicare i libri dagli incassi facili, non deve fidelizzare nessuno, le basta il nome che ha e poi seee, mi devono raccontare che per pagare le spese della pubblicazione di nicchia si buttano nella velina di turno! È che gli piace il guadagno certo, punto.

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