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giovedì 30 gennaio 2020

Il racconto del racconto

T. de Lempicka - Ragazza alla finestra
Cammino lungo la via Marcantonio Colonna, costeggiando palazzi storici, di quelli che guardi col sorriso ebete stampato in faccia mentre ne ammiri l’eleganza, ma dove non vorresti mai abitare, perché okay, apri le finestre e annusi l’aria del rione Prati, sei a due passi da Città del Vaticano e da San Pietro, ti godi lo sbocco su Via Cola di Rienzo, una delle più esclusive di Roma, ma poi, ‘sti cazzi, chi ci vivrebbe in una casa senza almeno il disegno di un balcone!
Cammino, dicevo, lungo la via Marcantonio Colonna (e perdonate la poca raffinatezza dell’espressione poco più su), all’uscita dalla metro Lepanto, scopo della passeggiata: un paio di scarpe viste a Natale in un negozio, che ho aspettato di comprare con i saldi. Nemmeno il diversivo dello shopping mi distrae da una storia che continua a occupare la mia mente, partita con un finale già scritto e un contenuto da costruire a ritroso. 
Da qualche giorno ho ripreso un racconto breve, cominciato forse più di due mesi fa, coperto di muffa fino alla parola “finestra”, l’ultima prima del punto fermo. Poiché mi sono assunta un impegno con un gruppo di cui faccio parte, che si chiama “I Racconti delle Ragazze” (che ha anche una Pagina dedicata su Facebook e un blog in rete), nonostante la scarsezza di idee e il vuoto di ispirazione che, ormai, mi viene come le influenze stagionali, ho recuperato quel file di quindici righe forzate, con l’intenzione di provare a strutturare meglio il lavoro e di portarlo a termine.

Un parto è meno faticoso... No, non è vero, però il racconto si è preso il suo tempo per venire alla luce e mi ha fatto sudare parecchio e mi ha fatto stancare e mi ha fatto perdere la pazienza e, alla fine, mi ha fatto dire, di fronte all’ennesima cacchiata sgamata all’ultima rilettura: “@#€&, ma chi me lo fa fare, a me! Manco servisse a vincere un premio!”

Dunque, camminavo lungo la via Marcantonio Colonna, con il pensiero a questo giovane lui che vede affacciata una giovane lei, mentre sta andando a buttare nella campana per la raccolta del vetro alcune bottiglie di vino vuote. Io lo so chi è la tizia seduta dietro alla finestra, so cosa sta facendo, so perché è lì, ma lui no, lui non lo sa ed è a lui che delego il punto di vista della storia. Questo lui vuole scoprire cosa ci fa una ragazza a mezzanotte, dietro una finestra spalancata che dà sul marciapiede: la curiosità gli risveglia l’interesse.
Bottiglie vuote di vino... Beve: lo fa ogni tanto, nei momenti di solitudine (purtroppo frequenti), da quando Simona (l’unico nome che mi cade giù dalla lingua mentre la sto ideando) lo ha mollato per un altro. Lo faccio avvicinare alla finestra del pianoterra del palazzo, sotto un cielo di maggio che, non essendosi ancora arreso alla primavera, continua a scatenare temporali.

Mi guardo attorno, mentre la via Marcantonio Colonna accorcia la distanza con l’angolo di via Cola di Rienzo, sono assorta in un pensiero che ho bisogno di confermare. Luca mi cammina accanto e non capisce perché ho la testa girata a destra verso gli edifici che fiancheggio e perché rallento, ogni tanto, prima di superare le finestre che sono quasi alla mia altezza. Mi fermo davanti a una di esse: è così che l’ho immaginata. Ha di fronte un palo della luce e poco più avanti ci sono i cassonetti dei rifiuti.
“Che succede?”
“Niente, ho trovato la finestra del mio racconto.”
“Ah.”
In realtà, mio marito fa un cenno molto eloquente con le labbra, un “mah” muto, ma tollerante; improvvisa un sorriso a una signora che passa dietro di noi e butta un occhio al mio gesto insolito: ho il braccio teso. Sto cercando di capire se la mia mano arriva a oltrepassare la base del davanzale, ma sembra che io stia omaggiando, con un certo saluto inviso, qualcuno che non c’è. E mi alzo pure sulle punte. Insomma, risulto imbarazzante.
Non puoi mica spiegare alla gente (a tuo marito sì) che stai verificando se è veritiero che una persona, dal marciapiede in cui si trova, possa passare una sigaretta a un’altra che è affacciata alla finestra di un pianoterra e sta seduta su una sedia.
Do una pacca sulla spalla di Luca e mi attacco al suo braccio spingendolo lungo la via. L’esito positivo della prova empirica mi ha ringalluzzito. 
La pioggia deve avere un ruolo in questa vicenda: lo decido dopo avere attraversato la strada, approfittando del semaforo verde, in cerca di un riparo. Non ho portato il berretto, si è messo a piovere e non abbiamo con noi l’ombrello.

Il lui della storia interpreta l’incontro con la lei alla finestra come una tregua offerta dal destino, che in un anno dalla fine della propria relazione sentimentale gli ha rifilato solo fallimenti. Un’opportunità che non vuole farsi sfuggire.
Ma Marina, li vuoi chiamare in qualche modo questi due giovani protagonisti, che nelle meno di duecento parole che hai già battuto sono rimasti identificati solo con un punto interrogativo? 
E allora, dopo avere percorso i 500 metri di via Marcantonio Colonna, all’incrocio con il corso nobile dei negozi, ecco che comincio a fare girare mentalmente la ruota e, come per l’estrazione dei numeri fortunati, ogni tanto la fantasia pesca nomi e combinazioni a caso: Stefano/Gabriella, Gabriele/Stefania, Alfredo/Anna, Martino/Emma. In pratica, non c'è modo di accantonare questa fissa: resto imprigionata nei pensieri concentrati sul racconto, immersa tota in illis (storpiando un'espressione di Orazio). Nemmeno le vetrine dei negozi guardo più: le scarpe? Ah già, le scarpe!

Torno a casa. Senza scarpe nuove. Non le ho trovate (e grazie: dopo un mese, aspettavano me, aspettavano!), ma, in compenso, la passeggiata ha prodotto un risultato: ho la mia storiella. Adesso devo solo riscriverla, ripartendo da quelle poche righe dimenticate dentro un file.
Ho scopiazzato l’incipit, lo ammetto; mi serviva una rampa di lancio, così ho usato l’inizio di uno dei racconti più belli letti negli ultimi anni e poi mi sono tolta uno sfizio, l’occasione era troppo ghiotta: il titolo.
Ah, su quello, non ho avuto dubbi né ripensamenti: ai miei 11.000 caratteri, 1870 parole, due paginette e mezzo di lunghezza, ho dato il più cool dei titoli.
Il mio raccontino si chiama: “La ragazza alla finestra”. 
Applausi, please!


24 commenti:

  1. Lo vedi che è impossibile mettere un freno alla scrittrice che è in te? Può anche capitare il momento di "stanca", di mancanza di ispirazione, però poi...
    Vabbé, ora vado a dare un'occhiata ;-)

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    1. Sì, ci sono volte che mi diverte di più raccontare quello che mi accade, mi sento meno responsabile verso il risultato e dunque più sciolta da vincoli di qualsiasi natura. Approfitterò più spesso di questo piacere. :)

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  2. Il colpo di scena finale mi piace molto, mi catapulta nella sensazione di lui, diviso fra delusione, disincanto, e un certo che di fascinazione.
    Posso rompere le scatole? Non mi risulta chiaro il passaggio del corpo di lei che forma un angolo acuto appoggiata al davanzale.

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    1. Hai presente quando uno sta seduto e si sporge un po’ in avanti per poggiare i gomiti su un piano? Le gambe sedute sulla sedia formano un angolo acuto con il busto leggermente inclinato in avanti. (Io sto spesso seduta così, per questo m’è venuto in mente...e non dovrei, perché in pratica sono tutta storta 😖)

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  3. Dovresti andare più spesso a fare shopping, allora.
    Seguo già quella pagina Facebook, e leggerò il tuo racconto con molto interesse.
    Sai che non mi sarebbe mai e poi mai venuto in mente di verificare che una sigaretta potesse essere passata da una finestra al marciapiede?
    Apprezzo molto il tuo perfezionismo. Complimenti.

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    1. Per amore di coerenza, quando scrivo cerco sempre di evitare situazioni improbabili.
      Quanto allo shopping, è una rarità, per me, ma, in effetti, dovesse mancarmi di nuovo l’ispirazione, mi inventerò che ho bisogno di comprare qualcosa, non sia mai! 😁

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  4. Il titolo promette bene, mi raccomando allora visto che a me sa un po' di Hitchcock mettici del mordente!

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    1. Già fatto, il racconto. Il mordente ehm, quello non c’è, non è una storia alla Hitchcock.

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  5. Bella scena, quella che hai raccontato con tuo marito! Certo a volte dobbiamo sembrare dei pazzi scatenati ai nostri familiari... per fortuna ci vogliono bene. :)

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    1. Sì e lui non è nuovo a queste mie prove folli: una volta l’ho costretto a “recitare” un dialogo per vedere se alcune battute potessero andare bene. Ho dovuto insistere, però! 😁

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  6. Bello. Quasi si sente l'eco... ... ...

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  7. Eh i mariti, i fidanzati, i compagni capiscono sempre, ormai sono abituati alle follie scrittorie delle loro donne 😉

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    1. È stato imbarazzante, io con quel braccio teso, che poi la signora mi avrà preso per pazza perché ero rivolta verso una finestra chiusa e mio marito, rassegnato: “okay, possiamo andare adesso”? 😂😂
      Povera vita! 🤦🏻‍♀️

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  8. Come condivido queste scenette... io mi blocco uguale sul marciapiede, magari sto ascoltando un dialogo altrui che mi serve, oppure faccio foto casuali che lo sono solo agli occhi degli altri perché io lo so che mi serviranno come promemoria per una scena, oppure sto ascoltando una persona, alzo la mano per chiedere tregua, prendo il taccuino dalla borsa, scrivo compulsivamente qualcosa, o magari solo una parola, e poi riprendo come nulla fosse.
    "Ma che cosa fai?!"
    "Bah, cose da blogger..." XD

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    1. Cose da scrittrice, direi! 😉
      Sto leggendo un libro che promette di essere fantastico, “I Vagabondi” di Olga Tokarkzuk. Guarda che bella pagina, la trovo adattissima al tuo commento:

      Ho imparato a scrivere in treno, negli hotel e nelle sale d’attesa. Sui tavolini pieghevoli degli aerei. Prendo appunti durante il pranzo sotto il tavolo o in bagno. Scrivo seduta sulle scale dei musei, nei caffè, in auto, parcheggiata sul ciglio della strada. Scrivo su pezzi di carta, bloc-notes, cartoline, sul palmo delle mani, sui tovaglioli, a margine dei libri. Di solito sono frasi brevi, immagini, ma qualche volta ricopio citazioni dalle riviste. Mi capita di venire sedotta da una figura che si allontana dalla folla e allora abbandono il mio marciapiede per seguirla per un po’ e partire dalla sua storia. È un buon metodo e lo sto ancora migliorando. Di anno in anno il tempo diventa mio alleato, come succede a ogni donna – sono diventata invisibile, trasparente. Posso muovermi come un fantasma, osservare le persone da dietro, ascoltare i loro battibecchi e guardarle mentre dormono con la testa sullo zaino, o mentre parlano da sole, inconsapevoli della mia presenza, muovendo soltanto le labbra e formulando parole che io pronuncerò subito dopo di loro.

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    2. Caspita, mi ci riconosco eccome! Allora non sono così pazza!! :D :D :D

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  9. PS. Ho letto il racconto e anche l'eco di Darius. Molto belli entrambe, forse il nostro Darius gli ha dato un tocco prettamente maschile, spiccio nei termini direi.

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    1. Mi piace la sua interpretazione e sai che, forse, hai ragione nel trovarle un sapore molto maschile? Poi io e lui usiamo i segni d’interpunzione in modo molto diverso e, devo dire, che in altre occasioni Darius m’è parso pure più convincente. 😉

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  10. alla fine, va sempre così, no? si vuole qualcosa, si ottiene sempre qualcos'altro. sarebbe bene (o meglio) andare e basta, senza aspettative, contenti di ciò che si è raccolto lungo il cammino

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    1. È vero, in più trovi spunti dappertutto: di una giornata, anche di quella meno proficua, non si butta via niente! 😋

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