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giovedì 23 gennaio 2020

Luoghi comuni: la lezione di Marcel Proust


“Un giorno, uscendo da un concerto in cui avevamo ascoltato la Corale di Beethoven, canticchiai vagamente delle note che credevo esprimessero l’emozione che avevo appena provato, ed esclamai, con un enfasi di cui solo dopo capii la ridicolaggine: «È splendido questo passaggio!» Proust si mise a ridere e mi disse: «Ma no, mio piccolo Lucien, non è il vostro pum pum pum che può rendere questa meraviglia! Sarebbe meglio cercare di spiegarlo!» Al momento la cosa non mi fece molto piacere ma avevo appena ricevuto una lezione indimenticabile.”

Questo è un aneddoto raccontato da Lucien Daudet, il giovane scrittore francese che ebbe una relazione sentimentale con Marcel Proust.

C’è un capitolo del saggio di Alain de Botton, “Come Proust può cambiarti la vita”, che riprende il tema dei luoghi comuni, nel linguaggio come nella scrittura, secondo la concezione che ne aveva il grande scrittore francese.
Avevo già pubblicato un post, nel 2017, sull'argomento: lo avevo scritto a mo’ di sfogo, dopo aver letto il testo di un selfpublisher che sovrabbondava di frasi fatte, e lo avevo completato con il monito finale a non perseguire uno stile di scrittura appiattito dalle espressioni preconfezionate: io la prima, che ne ho capito l’importanza tardi e adesso sto più attenta a evitare le formule abusate, sforzandomi di andare oltre la percezione superficiale di ciò che vedo e vivo.  
Questo di oggi è, dunque, una sorta di sequel di quel post lì, un approfondimento, che spiega le ragioni per cui uno scrittore dovrebbe sempre rifiutare di prendere la scorciatoia, scappando dalla prima buona idea divenuta popolare.

Proust era nemico delle frasi logorate dall’uso: 

“Il cielo al tramonto è infuocato”, “la luna brilla discreta”, sono delle verità sotto gli occhi di tutti, ma non rivelano alcuno sforzo di fantasia: che il sole al tramonto sia una sfera di fuoco è scontato, che la luna abbia il pallore che la mostra discreta nella notte è un’osservazione un po’ scialba (come Proust fece notare a Gabriel de la Rochefoucauld, un giovane aristocratico che gli aveva inviato il suo manoscritto, contenente queste descrizioni, per ricevere da lui commenti e consigli.)

Il luogo comune nasce dal fatto che le esperienze che facciamo si cristallizzano in forme per così dire certificate, che inducono chiunque, a maggior ragione chi scrive, a ritenere che sia sufficiente esprimersi in quel dato modo, senza sondare possibilità diverse, anche migliori, più efficaci, più originali, per rappresentare un’idea; a ritenere che quella sia, insomma, l’ultima parola da dire sull’argomento invece che la prima.

I luoghi comuni sono dannosi in quanto ci fanno credere di descrivere in modo soddisfacente una situazione, mentre invece ne scalfiscono solo la superficie.

È una pigrizia mentale non riconosciuta, perché quando ci appoggiamo alle frasi più comuni, siamo convinti di raggiungere il lettore con maggiore facilità, offrendogli una visione condivisa, che è sì più comoda, ma sicuramente meno unica, mentre la voce di uno scrittore deve essere unica. 
È un obiettivo che chi scrive non può perdere di vista.
(Fortuna che il post di una blogger qualsiasi non richiede sforzi di alta letterarietà.)

Saremmo in grado di parlare della luna non con lo sguardo abituato a osservarla nei suoi soliti aspetti, ma sperimentando metafore capaci di esercitare un inconsueto fascino? A Proust piaceva ritrovare questa immagine della luna in certi quadri o in certi libri:

A volte, di pomeriggio, il cielo era attraversato dalla luna bianca come una nube, furtiva, senza splendore, simile a un’attrice che non deve recitare a quest’ora e che dalla platea, vestita da città, guarda per un momento i suoi compagni, cercando di scomparire, sperando che non si faccia caso a lei.

Okay, i detrattori dello scrittore direbbero probabilmente che l’accostamento è inadeguato, troppo carico, che il suo stile è inattuale, pretenzioso, ma rimane indubbia l’originalità con cui Proust fa propria la visione della luna, pescando da un vissuto soggettivo che nessuno indagherebbe allo stesso modo. 
Il suo stile personale è salvo. Ed è riconoscibile.

Questo è ciò che noi, che amiamo sentirci scrittori, dovremmo sempre fare: sforzarci di dare un contributo personale alla nostra "vis" narrativa, tenerla lontana da stereotipi e imitazioni e non condividere le voci già consumate da altri né essere fieri di uniformarci a esse. 

D.F.Wallace, in "Infinite Jest" scrive: “il suo cuore batteva come una scarpa nell’asciugatrice”, che è un modo nuovo per evitare le solite suggestioni legate a rumori di martelli o tamburi; scrive anche “le donne cinesi erano alte come gli idranti per gli incendi”, che prima mi fa sorridere, poi mi fa immaginare esattamente con quale ironia intendesse rappresentare la statura delle due comparse nella scena che sta descrivendo. Anche Aldo Simeone, giovane esordiente, in "Per chi è la notte" scrive: “mi fissavano come un’eclissi di sole”, espressione abbastanza eloquente, direi.
Magari non riusciamo a perfezionare la nostra fantasia, ma non dovremmo comunque mai pensare che sia giusto ricorrere a prevedibili convenzioni verbali per arrivare persino a somigliare a qualcun altro.

Louis Ganderax, importante uomo di lettere dell’inizio del ventesimo secolo e editore della rivista francese "Revue de Paris", era stato invitato a scrivere la prefazione di una raccolta della corrispondenza di George Bizet. Quando Proust s’imbatté nella lettura di un estratto di tale prefazione, fu subito invogliato a scrivere alla vedova del grande compositore, Madame Straus, peraltro sua cara amica, per muoverle una severa critica verso uno stile che aveva trovato innaturale, di quasi comica presunzione. Ganderax si era lasciato andare a una serie di cliché linguistici, che richiamavano la tradizione degli scrittori del calibro di Victor Hugo, giustificati dalla convinzione che la prima regola dello scrivere bene consistesse nel seguire gli esempi dei grandi autori anziché fare uno sforzo di fantasia. Se Ganderax, in un libro, scopriva l’uso di parole inconsuete, protestava in nome della doverosa protezione della lingua contro la minaccia proveniente da chi si rifiutava di seguire le regole tradizionali dell’espressione.

"L’unico modo di difendere la lingua è attaccarla" - scriveva, invece, Proust.

"Ahimè, Madame Straus, non ci sono certezze, neanche grammaticali... poiché  non può essere bello che ciò che può portare l’impronta della nostra scelta, del nostro gusto, della nostra insicurezza, del nostro desiderio e della nostra debolezza."

E Proust, piaccia o non piaccia, era un maestro nella rottura di ogni schema linguistico e di qualsiasi consuetudine verbale e mentale. Basti pensare alle macabre fantasie che fa maturare a zia Léonie, la quale, costretta a letto da una serie di mali immaginari, per vincere la noia desidera che accada qualcosa di eccitante e partorisce l’idea di un incendio tanto violento da distruggere casa e famiglia. Rimaniamo spiazzati, noi abituati a pensare che i familiari amati dalle vecchie zie siano coinvolti, piuttosto, in sogni affettuosi. Questo sarebbe ciò che esattamente ci aspetteremmo, il modo più classico di concepire la situazione, ma forse il meno veritiero.
Siamo sommersi da rappresentazioni convenzionali del mondo, alle quali finiamo per assuefarci: Eltsir, il pittore che incarna la categoria degli artisti Impressionisti nella Recherche, si libera dalle raffigurazioni ortodosse della realtà e, nelle sue tele, dipinge il cielo che, nei colori, si confonde col mare o una nave in mare aperto che naviga in mezzo alla città, perché era ciò che lui fotografava col cuore, prima che l’immagine impressa sulla retina venisse corrotta dal cervello. Proust vuole sottolineare con chiarezza ciò che è presente in ogni opera d’arte riuscita: “la capacità di restituirci una visione esatta di aspetti trascurati o dimenticati della realtà.”
Come nelle opere di Elstir, anche ciò che scriviamo dovrebbe rispecchiare “quello che noi effettivamente vediamo quando ci guardiamo attorno, invece di quello che sappiamo di vedere.”

Se io dovessi descrivere cosa provo quando ascolto mio figlio suonare il notturno n. 20 di Chopin dovrei andare oltre il “semplicemente meraviglioso” con cui mi esprimo tutte le volte, perché la pretesa che le mie parole rendano conto di un’esperienza soggettiva si scontra con la povertà di significato, che cancella la comprensione delle mie reali emozioni. 

Così, torniamo alla indimenticabile lezione ricevuta da Daudet nella citazione iniziale.
Indimenticabile anche per me.





25 commenti:

  1. Esprimere un concetto o descrivere un soggetto in modo diverso dalla lingua comune è un po' la base della poesia e della letteratura. C'è chi riesce a farlo a partire dalla sintassi e dal lessico, chi prova semplicemente a raccontare una storia senza magari avere un linguaggio particolarmente originale. Per quanto mi riguarda, non essere banale è dover rompere una routine che talvolta mi guida senza che io stesso me ne renda conto.

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    1. Tu, con quelle due storie raccontate in Nazioni immaginarie, sei andato molto oltre la banalità, me lo ricordo bene. Poi è vero che siamo guidati dall’abitudine, così, in pratica, il lavoro dello scrittore si fa sempre più faticoso:devi avere in mente una bella storia, la devi raccontare in un bel modo e quel bel modo non dev’essere (troppo) scontato. La salita si fa sempre più ripida! 😖

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  2. Quando ho iniziato a scrivere frasi fatte e luoghi comuni mi piacevano, e mi sembrava che non fossero un problema. Da allora ho avuto tempo e modo di cambiare idea, almeno in parte: adesso li uso parlando (o nei dialoghi dei personaggi) e nel blog, ma cerco di evitarli altrove. In effetti è più carino essere creativi anche in questo.

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    1. Anch’io nel blog mi lascio andare, c’è un altro stile di conversazione, perché la frase fatta non è formalmente un errore, pecca di originalità, ma questo può essere un limite in narrativa. E anche nei dialoghi, sempre senza abbondare, non trovo i luoghi comuni mal collocati, perché i personaggi vanno connotati con un linguaggio che li rispecchi e ci può stare che parlino per stereotipi.
      Poi, io dico che ognuno sa dove rappresentano una stonatura ed evitarli può essere solo un bene.

      (Già che ci sono, Grazia, ho una cosa off topic da chiederti: il tuo blog mi risulta inesistente dal blogroll, forse hai cambiato qualche impostazione? E non mi si aggiornava più da un pezzo. Sai, per caso, perché?)

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    2. Dunque: il nuovo blog (da agosto) ha come indirizzo https://scriverevivere.it, non più https://scriverevivere.blogspot.it. L'iscrizione non si trasferisce automaticamente dal vecchio blog Blogger al nuovo blog Wordpress, quindi dovresti reiscriverti usando la casella il alto a destra. Ho controllato nella lista degli iscritti e mi sembra tu non ci sia, in effetti. :)

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    3. Grazie. Aggiorno tutto, allora.

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  3. Io sono assai rigida coi luoghi comuni, le frasi fatte che non portano alcuna novità lessicale nè una ricerca. Sono lì, belle certo, ma scritte da altri.
    Scrivendo scappano, nel mio caso in quantità limitata perchè appunto mi hanno fatto una testa enorme i vari editor con cui ho lavorato per cui o sei Agnese di Promessi Sposi o li devi evitare. In fase di vero editing andrebbero eliminati tutti, purtroppo questo non avviene neppure ai livelli più alti dell'editoria. Orrore.

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    1. Giusto a riguardo, ieri, Giovanni Venturi, mi ha segnalato un link che mi ha fatto venire i brividi (a proposito di luoghi comuni!).
      Se hai tempo, leggi l’articolo, lo condivido qui: trattasi del libro che ha vinto il Premio Bancarella. Ahia, sti premi mal riposti!

      https://cercandoblivia.wordpress.com/2013/08/05/ti-prego-lasciati-mandare-al-macero-3/

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    2. E' un pezo vecchio che già conoscevo, la vera icona della pattumiera editoriale.

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    3. Con un Pippo Russo che non sbaglia mai un colpo! :)

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  4. Due osservazioni traggo dal tuo bel post.
    Anzitutto credo che se nell'Ottocento e nel primo Novecento si parla di stile e si cerca di individuare quello corretto per uno scrittore, o meglio quello che uno scrittore "deve fare" per essere tale, dobbiamo sempre porci a confronto con un'epoca in cui il romanzo era una novità assoluta, un nuovo modo di narrare, quindi coloro che dicevano di imitare i classici avevano le loro buone ragioni. Oggi un discorso del genere sarebbe impensabile. Meglio sempre quindi contestualizzare. In ciò, Proust era un innovatore, qui stava anche il suo genio.
    Poi mi piace trarre dall'ultima parte una mia interpretazione delle tue parole. Se uno scrittore può, e forse deve, tradurre la propria percezione della realtà in forme originali, allora mi ricorda un pittore impressionista, che fa esattamente la stessa cosa. Questo stile si riservò la Woolf in un romanzo come "Orlando", un gioiello della sua produzione, ma anche per diversi aspetti in quel flusso di coscienza delle sue opere maggiori.

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    1. Infatti è proprio l’Impressionismo che fa da supporto a questo discorso: de Botton, l’autore del saggio che ho letto, cita Monet, quando disegna il porto di Le Havre all’alba, che crea confusione in chi lo osserva la prima volta e che i critici dicevano mancare di controllo totale degli aspetti tecnici. Ma Monet ha saputo di fatto liberarsi dalle tradizionali rappresentazioni di Le Havre per seguire più da vicino le impressioni immediate che gli suggeriva il paesaggio. Infatti Proust ne aveva una tale ammirazione da inventarsi il personaggio di Elstir, pittore che il narratore apprezza moltissimo.
      Per quanto riguarda la visione purista di Ganderax, Proust si divertiva all’idea che se il curatore letterario fosse vissuto all’epoca di Racine, gli avrebbe rimproverato persino di non scrivere molto bene perché si discostava leggermente dallo stile degli autori che erano venuti prima di lui. Diciamo che era un po’ fissato e Proust non poteva che prenderne le distanze.

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  5. Scrivere bene è sempre più arduo e incappare in un luogo comune è un rischio che si corre, insomma non è semplice eliminarli. Tuttavia mi pongo anche una questione, scrivere in modo troppo originale non rischia di allontanare i lettori?

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    1. Secondo me originalità non vuol dire scrivere per trovate geniali, ma sapere dire in modo alternativo ciò che altri dicono tutti con le stesse formule. Alla fine, dire “diventare freddo come il Polo Nord”; “avere il tono tagliente come una lama” o “il cuore stretto in una morsa” può richiedere un maggiore sforzo di fantasia senza arrivare a costruzioni astruse. Come in tutte le cose, strafare non premia mai.

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  6. Uno dei piaceri di scrivere narrativa è poprio quello di cercare (per quanto ci è possibile) modi nuovi per descrivere il già detto, per rendere proprio quell'emozione di quel personaggio in quel dato momento. Non è che mi riesca, eh, ma mi diverte provare.

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    1. Non riesce sempre neanche a me, ma ci provo e certe volte rimprovero la fantasia che si allarga e arriva a prendersi fin troppe libertà. 😂

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  7. Ho letto il tuo post in religioso silenzio, da piccola ignorante quale sono. Non potrei mai leggere il libro di cui parli, per non parlare di Proust, che non ho mai compreso appieno. Sai, io sono una dai pensieri semplici e dai luoghi comuni molto facili.
    Buona domenica;)

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    1. Sì, lo capisco: incontro più spesso gente che non si avvicinerebbe a Proust nemmeno sotto tortura 😁, però, al di là, del trasporto o meno verso lo scrittore e la sua opera, credo sia utile trarre dalle sue riflessioni uno spunto interessante riguardo all’uso dei luoghi comuni. Ce ne serviamo tutti e non è che sia un peccato mortale, però trovare il modo di superarli quando scriviamo credo sia importante: la scrittura ne guadagnerebbe sicuramente.

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  8. per come la vedo io (ed è opinabile) i luoghi comuni fanno parte di quei traumi che ogni lingua porta con sé, miscelati (a volte in modo sapiente, altre volte in modo più involontario) con i bias mentali. in ogni caso, limitano la visuale sul mondo e sulle cose (e sulle cose del mondo)

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    1. Interessante associazione: il pregiudizio che nasce da una realtà male interpretata e il giudizio formulato da altri di cui ci serviamo per non “sporcarci le mani”. I luoghi comuni semplificano tutto, ma non è una giusta espressione di vera fantasia quella che nasce dallo sguardo condiviso su ciò che abbiamo intorno.

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  9. L'espressione tramite frasi fatte e luoghi comuni è sempre più in crescita (io che prendo le corriere ogni giorno per andare/tornare da lavoro sento parlare ragazzi tra i 12 e i 18 anni e c'è di che preoccuparsi). Certo, ogni tanto può capitare di buttarne là una, ma se a farlo sono gli scrittori credo che la cosa diventi parecchio grave. Dire il già detto in modi già detti non richiede alcuna abilità e non arricchisce nessuno; dire il già detto in modi completamente nuovi ci aiuta a guardare il mondo da prospettive non logore.

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    1. “Scrivere è un balsamo di tigre per l’anima”: ecco, questo mi pare un ottimo modo per conoscersi. Parliamo di luoghi comuni e tu, nel tuo blog, usi un’espressione che ne è ben lontana.
      Benvenuta! 😉

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  10. Non so dire se scrivo per luoghi comuni, ma è decisamente probabile. Posso infatti capire la ricerca lessicale fino ad un certo punto e a seconda del contesto, della trama, del genere. Sarà anche nuova la frase “il suo cuore batteva come una scarpa nell’asciugatrice” però suonerebbe malissimo dentro un romance, lo butterei dalla finestra! Nel mio piccolo, piccolissimo, cerco di imparare sempre da zia Diana (Gabaldon) che pure in questo se la cava divinamente. :)

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    1. Sono d’accordo: ogni contesto deve avere un suo lessico. Infatti la frase di Wallace appartiene allo stile del suo romanzone, però ciò non toglie che anche in un romance si possano evitare contenuti stereotipati, anzi forse proprio in questo genere sarebbe bello superare le solite descrizioni delle trite circostanze. E sono certa che la Gabaldon sia un esempio in tal senso (anche se non la conosco.)
      Che poi, stare attenti non significa cadere nell’eccesso opposto: anche frasi troppo iperboliche rovinano un testo.

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