martedì 5 maggio 2026

Mentre il mondo continua a girare, io mi fermo e leggo il romanzo di Marco Freccero

Dopo diversi anni di voluta lontananza dalle autopubblicazioni ho fatto nuovamente un passo indietro verso quella direzione, decidendo di leggere un romanzo che ha risvegliato il mio interesse subito, dopo averne incrociato in rete titolo e copertina. In realtà, la mia curiosità si appoggiava sulla valida opinione che ho dell’autore del testo, scrittore indipendente che apprezzo grazie a una consolidata conoscenza virtuale. Così, non ho tentennato di fronte alla scelta se leggere o meno l’ultima fatica letteraria di Marco Freccero e, con un click, ho aggiunto alla mia biblioteca digitale l’e-book: “Mentre il mondo continua a girare”.

Chi, tra i frequentatori del mio blog, lo conosce, sa che Marco è un infaticabile narratore di storie, costante nella ricerca di nuovi temi da trattare e dedito alla cura di trame e personaggi. Ne ha dato dimostrazione con i volumi di racconti, scritti in passato e con i romanzi, di più recente pubblicazione. Qualche anno fa ho letto le tre raccolte di racconti che compongono la “Trilogia delle erbacce”, poi il romanzo “L’ultimo dei Bezuchov”, e ora questo, che mi ha lasciato addosso la strana sensazione di volermi ingerire nelle vite di alcuni personaggi per metterli in guardia dalle conseguenze di scelte evitabili. 

Al centro della trama troviamo la famiglia Donadei, destabilizzata da un divorzio, che ha formato un’enorme crepa nel rapporto genitori/figli.  

Carlo, prestigioso avvocato di Savona (con una carriera in crisi), è un padre assente. Difende con superficialità il proprio modus vivendi, votato a quella “leggerezza dell’essere” che lo spinge a fare la bella vita, a esercitare il ruolo di seduttore e a scegliere una giovane collaboratrice dello studio legale di un amico come amante. Di contro, l’ex moglie è una madre frustrata, preoccupata dell’avvenire dei figli e desiderosa di scovare per sé un ruolo nuovo dentro una realtà che sa non appartenerle più.

Entrambi i figli, Roberto e Edoardo, odiano il padre e affrontano il disagio esistenziale reagendo in modo diverso: Roberto pensa di mortificare il genitore con un lavoro “da albanese”, poco consono alla sua reputazione professionale; Edoardo con un atteggiamento sprezzante verso tutto ciò che comporti l’assunzione di una responsabilità, che sia l’impegno necessario a completare gli studi universitari o la serietà nell’intraprendere una relazione sentimentale.

Parallelamente alla storia di Carlo Donadei, si sviluppa quella del fratello, Giovanni, agente immobiliare, che condivide con la moglie le preoccupazioni verso una figlia appena adolescente, con poca voglia di studiare, istanze ribelli e la passione divisa fra l’heavy metal e il pop di Harry Styles.

Teatro delle vicende è Savona, una città di bigotti morente, che ha fatto della chiacchiera, del pettegolezzo e della calunnia la sua cifra distintiva. Ne viene fuori un giudizio severo, che mette in cattiva luce il capoluogo ligure, anche se poi l’atmosfera, a mio avviso volutamente decadente, fa da perfetto pendant al clima presagistico, che si respira all’interno della trama. Perché accade qualcosa che mette alcuni personaggi su un piano inclinato, per cui assistiamo a una discesa verso il basso sempre più rapida, in un processo che accelera il verificarsi di una svolta inattesa. Ed è spiazzante seguire l’evoluzione delle varie dinamiche: quelle che intercorrono nel rapporto fra Carlo e il figlio Edoardo; tra Edoardo e la sua amante, già sposata e più grande di lui e quelle relative alla gestione del dolore che si accumula a causa dell’incapacità di arginare gli errori, mentre altre situazioni, che sembravano sconfitte in partenza, percorrono la via opposta del miglioramento.


Una storia che ho letto in poco tempo, apprezzando ancora una volta lo stile e la scrittura di Marco Freccero: le parole sono scelte con cura, il ritmo è sempre quello giusto, soprattutto i dialoghi - questo gliel’ho sempre riconosciuto - sono gestiti in modo molto puntuale. Sono efficaci, privi di sbavature, concreti; non si soffermano su cose futili, anzi sono il veicolo tramite cui scopriamo qual è il tema dominante del romanzo: essere se stessi ha un prezzo? Cos’è la felicità e come si raggiunge? 

Solo per Roberto Donadei la felicità non chiede troppo, se non la capacità di accontentarsi:


«La chiave della felicità? […] Voglio essere me stesso. E basta».


Invece, per Carlo Donadei la prima radice della felicità è la leggerezza:


«Se pensi, non sarai mai felice. La felicità l’agguanti quando non la cerchi, non la pensi, e vivi».


E come lui, altri personaggi pongono l’accento su questa ambita condizione umana, quasi fosse la panacea di tutte le difficoltà e le mancanze della vita.


È vivere, godersela, afferrare il momento, non pensare, non programmare, non impoverire la personalità dietro a regole preimpostate: il matrimonio è una forzatura che rende infelici, che impone una cappa di doveri, di obblighi, un fardello che in breve annienta ogni gioia, ogni slancio verso la felicità. 

Quando un’idea si radicalizza al punto da farsi pretesto per vivere sopra le righe, non puoi evitare di diventare un esempio negativo; il desiderio di essere felici finisce per generare ostilità, diffidenza, allarga il deserto in cui è precipitata anche l’anima. E se quel deserto inizia ad avanzare spazza via i muri e le case, e anche i sentimenti.


Mi conoscete: non sono una che fa recensioni accurate. Scrivo di pancia, quando un libro mi colpisce, quando sento l’eco della lettura ancora per giorni e, in questo caso, mi sono presa tutto il tempo per rielaborare la vicenda narrata: ho trovato i personaggi e le situazioni credibili, il finale coerente con il messaggio, così mi è venuto naturale parlarne.


Un errore irreparabile, una reazione non controllata, un gesto insensato, scambiato per un attimo di debolezza, possono fare crollare tutta un’intera impalcatura di idee e convinzioni e, in poco tempo, stravolgere più di una vita. Allora la felicità è un bluff e forse, davvero, risiede nelle piccole cose: in una parola buona, in un gesto di solidarietà, nel perdono.

In questa storia di Marco Freccero, le attese chiedono compromessi e la speranza spiana le ostilità. A quel punto c’è chi guarda avanti, chi vi rinuncia, chi non può più farlo.

E tutto ciò  accade mentre il mondo continua a girare.















 

4 commenti:

  1. Grazie! Dovrei scrivere altro, ma non riesco a scovare altre parole.

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  2. molto stimolante la tua recensione, si sente la "pancia" e questo per me fa bene sperare sul valore del romanzo perchè si percepisce la passione con cui lo hai letto.
    massimolegnani

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  3. Cara Marina, anch'io credo di tornare a leggere qualche autore o autrice self, in particolare ho individuato un'autrice particolarmente attiva in rete e mi interessa "studiare" la sua strategia (pur tentando anche il blasone da altre parti). È importante parlare di autori come Marco Freccero, che non ho ancora letto ma provvederò, per ricordare che esiste in questo campo anche tanta qualità. Il difficile è individuarla e noi abbiamo la fortuna di conoscere questo nostro amico blogger. Mi hai incuriosita. Bravo, Marco!

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  4. Lo devo ammettere: prima di leggere il tuo post non conoscevo Marco Freccero. Imperdonabile, per un lettore compulsivo come me. Annoto questo romanzo, provvederò quanto prima a colmare la lacuna.
    Grazie della dritta.

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