giovedì 7 dicembre 2017

Scrivi scrivi scrivi e poi taglia taglia taglia


Dopo avere scritto allegramente, senza badare a limiti e vincoli di sorta, rileggo il racconto e mi dico: “mi piace.” Peccato che il concorso preveda massimo 15000 caratteri spazi inclusi e che io verifichi di essere a quota 17352. Sono fuori di una pagina intera, il che sulle prime mi porta a dire: ”vabbè, una pagina...”, poi mi pone davanti al più difficile dei compiti per un autore: rinunciare alle proprie parole.
Perché se le partoriamo vorremmo tenercele strette tutte quante, cassarle è tradire l’ispirazione. Eppure la storia va ridotta, è inutile, c’è un regolamento.
Da dove comincio?
Dalle lungaggini evitabili, dalle perifrasi, dalle ridondanze, dalle ripetizioni. 
Snellire, eliminare, sacrificare - snellire, eliminare, sacrificare, continua a ripetermi meccanicamente il mio cervello ogni volta che mi illanguidisco davanti alla frase del secolo, quella che mi è costata tempo e fatica, quella d’effetto che poi è la prima che decido di cancellare: “nooo” - dice la o di “momento” e poi la t, la n, la e, inseguite dalla barretta sadica che si mangia a una a una le lettere, mentre tengo premuto il pulsante con la freccetta indietro. Fosse solo una parola! Poi è il turno di un intero rigo: via, selezionare senza pietà - un’ora a cercare la parola giusta: strada, via, vicolo, piazza e il verbo adatto a “mostrare” l’azione: oscillare, ondulare, zigzagare - e con un colpetto sul comando “canc” scompare tutto.
Perdo 306 caratteri, bene, ma ne restano circa 1700 da smaltire senza rimpianto. Invece il rimpianto c’è: era bella quella idea e quell’immagine e quella descrizione e quella scena..., qui crolla tutta l’impalcatura su cui si regge la storia!
Tagliare va bene, conservando il contenuto dentro un contenitore più piccolo, però. Dunque la cosa si complica.
Si riparte.
È il momento di ritoccare i dialoghi: riduco la chiacchiera a due  battute, facciamo una: niente domande e nessuna risposta, solo un’affermazione: “sono loro.”
Parole, frasi, interi paragrafi cadono sotto la mannaia della necessaria riduzione.
Alla fine arrivo a risicati 14704 caratteri: ho un piccolo margine per aggiungere qualcosa durante l’ennesima rilettura, ma aspetto il riscontro dei miei beta lettori, che non mancheranno di farmi notare ciò che a me è sfuggito.
Intanto sono dentro i parametri previsti dal concorso e questo mi regala una piccola soddisfazione personale: il racconto funziona anche senza i 2000 caratteri che ho dovuto rimuovere.
Tutto questo mi ha ricordato ciò che è accaduto lo scorso anno, in occasione della mia partecipazione a un contest per il primo compleanno del blog Webnauta: il regolamento prevedeva un massimo di 8000 caratteri (spazi inclusi) e io mi sono fatta ingannare dal computer messo in modalità “caratteri (spazi esclusi)”, così ho scritto scritto scritto e quando ho spedito il testo, Barbara mi ha risposto: “sei andata fuori limite: correggi, correggi, correggi.” E io mi sono munita di forbici e coltello.

Il racconto si chiamava: “La recita di Natale”. Avevo scritto 9370 caratteri e ho dovuto riportarlo ai limiti previsti.
Ho tagliato, aggiustato, riadattato il brano.

Molte parti sono state ritoccate per raggiungere lo scopo, ma per darvi un'idea condivido volentieri l'incipit (il resto, se volete leggerlo, lo trovate in questo post.)

Quello originario:

La parete scrostata del ripostiglio sudava umidità. Vecchie sedie impilate giacevano accanto a un gruppo di leggii in metallo, una lavagna rovinata dall'usura era appoggiata a un armadio e una libreria esibiva targhe in argento, sculture di cartapesta e qualche manoscritto antico. Lanciò un'occhiata distratta alla roba ammassata che puzzava di abbandono e si addossò alla porta in lacrime, alternando il grido di aiuto agli starnuti provocati dalla polvere. Ma la sua voce si disperse nei corridoi della scuola; isolata nel bugigattolo in fondo all'atrio, provò a strattonare invano la maniglia della porta: la stanza era stata chiusa dall'esterno, nel giorno della recita di Natale.

Di fronte allo specchio del bagno Sofia si morse il labbro inferiore, mentre con le mani tirava un po' indietro la stoffa della tunica per sagomarla sui fianchi. Sembrava un tubo, il vestito era di un colore talmente smorto da spegnere ogni suo entusiasmo. Non riusciva a digerire il fatto di essere stata scelta nel ruolo della fioraia per la recita, mentre a Eleonora era toccato come ogni anno quello della Madonna. Certo, la compagna di classe aveva i capelli biondi, lunghi e setosi ed era magra come una ballerina; il suo corpo, invece, risentiva delle abbuffate di cioccolata consumata di nascosto. Sofia raccoglieva in trecce crespe i capelli e quando camminava zoppicava lievemente per un difetto congenito all'anca. 
Non sarebbe mai stata la Vergine Maria.

sostituito da questo accorciato:

La parete scrostata del ripostiglio sudava umidità. Vecchie sedie impilate giacevano accanto a una libreria che esibiva targhe in argento, sculture di cartapesta e qualche manoscritto antico. Lanciò un'occhiata distratta alla roba ammassata e si addossò alla porta in lacrime, gridando aiuto. Ma la sua voce si disperse nei corridoi della scuola; isolata nel bugigattolo in fondo all'atrio, provò invano ad aprire la porta: la stanza era stata chiusa dall'esterno, nel giorno della recita di Natale.

Di fronte allo specchio del bagno Sofia tirò un po' indietro la stoffa della tunica per sagomarla sui fianchi. Il vestito era di un colore talmente smorto da spegnere ogni suo entusiasmo. Non riusciva a digerire il fatto di essere stata scelta nel ruolo della fioraia per la recita, mentre a Eleonora era toccato come ogni anno quello della Madonna. Certo, la compagna di classe era magra e aveva i capelli biondi; Sofia, invece, raccoglieva i suoi in trecce crespe e il suo corpo risentiva delle abbuffate di cioccolata consumata di nascosto. 
Non sarebbe mai stata la Vergine Maria.

E quando si è trattato di mettere mano a un mini racconto di max 2000 battute, sempre per un contest, ho sudato come sotto il sole di agosto (ho anche sottoposto quel risultato ai giudizi anonimi di "Sostiene l'autore".)

Credo che quando ci affezioniamo alle parole pensando che siano irrinunciabili, quando non riusciamo a cedere ad alcun compromesso convinti di non esserne capaci o che non ne valga la pena, quando evitiamo piuttosto di metterci alla prova pur di non sottostare ai limiti imposti da un regolamento, non ci comportiamo da scrittori responsabili. 

Più che ragionare su come diventare auto-editori, pensiamo a come essere buoni auto-editor: talvolta anche rinunciare a una lettera fa la differenza. 😉













































63 commenti:

  1. Come ti capisco!! A me succede continuamente nei concorsi!! Privacy a ridimensionare un racconto per i racconti brevi di ilmuolibri.it (senza manco essere scelto) Miuccede persino nei video che posto su istangram che devo tagliuzzare persino i silenzi fra una battuta e un'altra. Per dire. Il karma.

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    1. Chiedo scusa per i refusi che prima inspiegabilmente non ho visto...

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    2. Ciao Anna, benvenuta.
      Eh, quello dei refusi che inspiegabilmente non si vedono è un’altra bella rogna! 😋
      Magari fosse così semplice stare ore, giorni, mesi su un racconto ed essere poi selezionati nei concorsi! 🙂

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  2. Credo sia il momento più doloroso Marina.
    Il regolamento però va rispettato nei concorsi ufficiali.
    Dura la vita eh.

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    1. Dura, ma anche stimolante, tutto sommato.

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  3. Ciao Marina, avere dei limiti è utilissimo per fare una sana revisione. Difficile da digerire all'inizio, dopo può diventare persino piacevole. Devo fare una cosa del genere per la seconda vita del mio primo romanzo. A differenza delle altre volte (ad esempio un racconto che doveva stare in 10.000 battute che in prima istanza ne contava 16.500, immagina la tragedia) lo farò con gioiosa allegria. Consapevole che più si sfrangia, più si alleggerisce, più si taglia e meglio è. Per il testo e per i lettori

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    1. E la immagino sì, la tragedia, cara Elena.
      Comunque, sto imparando a sfoltire solo negli ultimi tempi, quando ho capito che i concetti come i messaggi arrivano di più quando sono netti, concentrati e concisi. E per me, gran chiacchierona, è davvero una guerra. 😁

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  4. A proposito di tagli: vogliamo parlare di quella lenzuolata bianca che ti rimane, sempre, tra il post e i commenti? :P

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    1. Non è una lenzuolata bianca: è solo scritto in bianco su bianco. Se selezioni il pezzo si vede cosa ha scritto Marina...




      P.S.: dì la verità: hai selezionato veramente, eh? :-D :-D :-D

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    2. Non - ne - ho - la - più - pallida - idea.
      Blogger fa tutto lui. E chi osa capirci di più! 😆

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  5. Ricordo quel contest! Avevo fatto un bello scherzetto a Barbara: limite di 8000 battute?
    Eccotene 13300, tiè! :-D :-D :-D

    Sto scherzando, naturalmente. Ecco una cosa che io non sono per niente capace di fare è il taglio dopo aver scritto a briglia sciolta. Non sono bravo e sono piiiiigro. Limite mio. :-P
    Anche perchè non è solo "scrivi e poi taglia" ma un "scrivi, poi taglia E POI ricuci". In una parola: riscrivi!

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    1. E in effetti il tuo era difficile da tagliare, perché molto era legato all'ambientazione! :D
      Però ti è arrivata la menzione speciale, che vuoi di più! :D

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    2. E io “mi sono arrabbiata” con te: tu dovevi, in quella occasione, vincere pigrizia e incapacità e provarci.
      Anzi, ora che mi ci hai fatto ripensare, ti rifaccio un’altra bella tirata virtuale di orecchie.! 😜

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  6. Comprendo bene il tuo attaccamento alle parole, soprattutto quando vestono perfettamente una scena che nasce nella mente perfetta così com'è. Mi è dispiaciuto fare il taglia-taglia per un raccontino di "Insieme Raccontiamo" di Patricia, ed eravamo tra amici 😃😃
    Posso solo immaginare il tuo sacrificio per un concorso ufficiale dove non hai alternative che essere ligia alle regole 😉
    Comunque il racconto accorciato non è male, ma la protagonista sembra quasi provare sensazioni diverse.
    Marina

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    1. Ecco, la difficoltà è proprio questa: riuscire a mantenere inalterati clima, atmosfere, personaggi. Basta rinunciare a un verbo che descrive bene un’azione o modificarla e tutto cambia, non dico il senso, ma il suono, l’armonia. Non è solo ridurre la storia a un numero di battute, è spostarne il significato in uno spazio più piccolo.
      Difficilissimo.

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  7. Esperienza fatta, e che non si smette mai di fare. Il diavolo in città è stato tagliato a 20mila, mi pare 3 fogli in meno. E Note di carta, quello finito dentro l'antologia Comieco, è passato da 7500 a 2000 caratteri. Una spremuta di parole!

    Come mai quest'anno niente contest? Eh, voi non ve n'accorgete perché siamo bravi con gli effetti speciali, ma la barca è in manutenzione dai primi di novembre. Anche oggi giù sotto a lavorare, con i motori nuovi da sostituire, i pannelli dei comandi tutti modificati, tutto in inglese... Ma ce la faremo! Il compleanno si avvicina! ;)

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    1. 😱 da 7500 a 2000?
      No, nei tuoi panni mai! 😄
      Comunque, ho voluto citare il contest di Webnauta, giusto perché mi chiedevo... il periodo è quello! 😉

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  8. Cara Marina, non capisco perché hai voluto/dovuto chiudere il post con l'ennesimo attacco ai selfisti, il gioco di parole è pure bello, sembra che tu stia conducendo una battaglia personale. Potremmo parlare allora di auto editori che pagano editor professionisti contro autori pubblicati da editori scadenti che non fanno fare editing o lo affidano a stagisti sottopagati e ahimè poco competenti.
    Tagliare e pure rimpolpare è uno delle fasi delle revisione, oltre a molto altro, e chi si affida a un editor professionista valido lo fa affiancato a chiare istruzioni di cui, un autore che non ha mai provato un'esperienza simile, nulla sa.
    Per il resto scrittura è soprattutto quella gran rogna della riscrittura.

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    1. No Sandra, stavolta il pregiudizio non è il mio! 🙂
      Solo un gioco di parole, il post parla di altro.
      Il fatto che ogni tanto sollevi discussioni sul selfpublishing non fa di me una “guerrafondaia” che conduce battaglie personali. Un po’ mi dispiace che tu lo abbia pensato, però capisco che sia facile fraintendere parole e intenti.
      Apposta parlo di “auto” editing, per dire che tutti, self o meno, sono alle prese con un’attività che, almeno sulle prime, è necessario svolgere da soli, senza l’aiuto di nessuno, poi se qualcuno può permettersi un editor professionista ben venga.

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  9. Ti capisco eccome, Marina! Anche a me è capitato di tagliare frasi e parole alle quali non credevo mai di poter rinunciare. E' stato in occasione dell'editing del romanzo che sto tentando di far pubblicare. Alla fine, quando è stato ripulito bene e asciugato dalle ridondanze, mi è parso più bello ;)

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    1. E sai qual è la cosa fantastica?
      Che quando fai leggere il tuo libro a un’altra persona, ti segnala nuovi errori e imprecisioni da sistemare. È un pozzo senza fondo. 😄

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  10. I concorsi sono un'ottima opportunità e danno molto per perfezionarsi. Anche se sembra un ostacolo, il limite di battute è importante per non sconfinare. Bel post. Non sapevo avessi partecipato in "Sostiene l'autore", mentre ricordo bene il racconto su Webnauta. In bocca al lupo per il concorso. Speriamo riesca anch'io a tornare a scrivere. Ne ho saltati diversi, ma credo che bisogna inviare quando si è sicuri di aver fatto il massimo.

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    1. Io mi convinco sempre che posso vincerlo il concorso al quale decido di partecipare. Non è presunzione, è quella carica che mi serve per provare a ottenere un buon prodotto. Voglio dire che prendo la cosa sul serio, quindi anch’io invio quando sono sicura di avere dato il massimo. Del resto, negli ultimi tempi sono stata un po’ latitante proprio per dedicarmi alla stesura di questo racconto.
      Naturalmente tra il credere di potere vincere e vincere passa un oceano. 😄

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  11. Leggendo i commenti mi sa che sono in minoranza, ma io non ho mai avuto il problema dell'attaccamento alle parole,. Durante le mie sessioni di editing, sono abbastanza spietato, e taglio tutto quello che va tagliato: il mio unico obiettivo è rendere il testo più leggibile, e non guardo in faccia a nessuno per raggiungerlo. Nemmeno alle frasi più "belle": se sono inutili o interferiscono col giusto ritmo della storia, finiscono per essere cassate senza alcun rimpianto :D .

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    1. Mi accade, di solito, perché scrivo tutto quello che vorrei dire e rinunciare a quella cosa che volevo dire nel modo in cui volevo dirla mi pesa sempre, però lo faccio, eh. Alla fine, trovo più soddisfacente raggiungere un buon risultato in questo modo. Più che altro, sai cosa mi rode? Stare una mattinata intera a elaborare una pagina che poi, magari, sparirà: ecco, mi sembra di avere sprecato quel poco tempo che già ho a disposizione.

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  12. Tagliare è forse il momento più doloroso, perché come sottolinei va a finire che proprio le parole più ricercate, le frasi più belle se ne vadano nel cestino. E dopo tutta la fatica fatta per trovarle e collocarle... Però è il primo dei sacrifici a cui si è chiamati a lavoro semi concluso. Le famose forbici che tanto decantava Salvatore, ti ricordi su un racconto di Silvia? Ricordo che lo aveva quasi stravolto a furia di tagliarlo, eppure in quel caso era per mostrare quanto fosse efficace per un buon risultato. Risultato che io per prima non avevo invece apprezzato. Ma forse ho divagato.
    Capisco benissimo quello che hai provato a cancellare caratteri su caratteri pur di stare nei termini del concorso, ora però spero anche segua un buon esito per il tuo lavoro. Buon concorso.

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    1. Grazie, Nadia. Partecipo per vincere (alla faccia di De Coubertin 😋), ma, insomma... so bene quanto sia difficile. Mi piace l’aspettativa, devo dire, poi, però, non ci rimango malissimo se non va bene.

      A proposito dei tagli di Salvatore, me li ricordo e anch’io ricordo di avere apprezzato di più il racconto di Silvia. Mi sembra tanto il discorso sulla diatriba Carver/Lish: c’è che preferisce la versione dell’uno, chi quella dell’altro, poi diventa una questione di gusti.
      A maggior ragione se interviene la mano di un altro, con il suo modo di concepire la scrittura e la storia raccontata.



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  13. "Da dove comincio?
    Dalle lungaggini evitabili, dalle perifrasi, dalle ridondanze, dalle ripetizioni."
    Io ci vedo un errore di fondo in questo, un errore che riscontro in molti autori. Sì, tagliare va bene, ripulire il racconto va fatto di sicuro, ma stiamo parlando di un racconto non di un romanzo.
    Il problema è che prima di ripulire bisognerebbe pensare a tagli radicali, stiamo parlando di più di una pagina, bisognerebbe pensare di tagliare un evento, un dialogo intero, eliminare forse un personaggio di troppo, insomma ripensare il racconto nella sua interezza perchè stia nel contenitore richiesto.
    Anzi, il racconto andrebbe proprio pensato in partenza per stare nei limiti richiesti: quante cose posso raccontare in 5 pagine? E in 3? Cosa è importante? Cosa può essere tagliato e lasciato all'intuizione del lettore?
    Limitarsi ai ritocchi rischia di rendere il racconto più spigoloso, soprattutto se si parla di tante battute che non si possono ridurre con una semplice limatina e quando si prende l'accetta il risultato sarà quello.
    Poi, ripeto, ben venga la lima, ma dopo che si è pensato il racconto per stare in quella scatola, non per forzare un racconto che non ci sta a starci a forza.

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    1. Non facciamo due discorsi diversi.
      Sono partita da un’idea che doveva stare in cinque pagine, dunque ho provato a raccontare la storia che ho immaginato in quello spazio. Poi rileggendo mi sono accorta che avevo sforato, ma non perché avessi divagato, ma perché avevo allungato i concetti che volevo mettere dentro quelle cinque pagine. Ecco che sono intervenuta per lasciare l’idea immutata, facendo solo in modo di farla rientrare nei limiti imposti. Nella mia storia, in particolare, ho riconcepito i dialoghi, ma ho anche lavorato su un passaggio della trama che avevo pensato diverso da come, poi, ho dovuto riformularlo. Cioè ho considerato il racconto nella sua interezza, come dici tu, non ho messo il piede di Genoveffa dentro la scarpetta di Cenerentola. 😋

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  14. Caspita! Pensare in questo modo è molto più corretto. Grazie, Grilloz.

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  15. Anzitutto lascia che ti dica che hai stile da vendere.
    Mi piace come scrivi e la lucidità della tua scrittura. Forse rivela inevitabilmente qualcosa di "femminile" ma con stile, non c'è dubbio.
    Io avrei amato anche la prima versione. In quelle parole in più c'è un quadro più completo, più risolto. Del resto, solo per fare l'esempio di qualche oggetto in più nella rimessa di vecchie cose scolastiche, ci sta che l'elenco sia "generoso".
    Sacrosanto comunque tagliare. Io nel fare un ripasso di quel mio romanzo assisto al crollo di interi capoversi, che adesso ritengo ridondanti e allora mi parevano ben congegnati.
    Marina cara, tu sei scrittrice-scrittrice.

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    1. Grazie, Luana. 🤗
      Sono tutte esperienze che sto maturando adesso. Credo che, se riprendessi in mano il mio vecchio romanzo con questa nuova consapevolezza, farei un lavoro diverso. E non è detto che non lo faccia!

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    2. Ecco, fallo. Senza indugio alcuno.

      Firmato: la tua life-writing coach (in tema di conio di nuove definizioni ;-)

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  16. La riscrittura è una maledizione.
    La riscrittura è una benedizione.
    La riscrittura è determinazione.
    La riscrittura è passione.
    Per quelli come me abituati a stendere migliaia di parole di getto, senza fermarsi mai, è una rivelazione. Come Luana riscopro molto che può essere tranquillamente tagliato via o assolutamente modificato.

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    1. La riscrittura è solo una necessaria seccatura. 😋

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    2. Hahahaha lo dici perché mi conosci bene e sai che in fondo per me è così

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  17. Infatti io sono poco portato per i concorsi "max tot parole / caratteri" proprio perché poi ho difficoltà a rinunciare a qualcosa che mi sembra inerente la narrazione. Anche perché io in genere sono abbastanza essenziale nello scrivere, quindi tagliare mi riesce sempre difficoltoso.

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    1. Magari non avresti nemmeno bisogno di tagliare e riscrivere: se sei essenziale i limiti da regolamento non dovrebbero preoccuparti.
      Il problema è dei prolissi come me e qualche altro, tipo il soggetto sopra la tua testa. 😃

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  18. Mi ricordo del tuo racconto! Bello scoprire il retroscena della versione più lunga. Io di solito non la conservo, alla fine quella tagliata è quella definitiva, non importa quanti rimpianti con i tagli, alla fine il "figliolo" è quello breve. Anche nel tuo caso preferisco la versione breve, anche se forse, ripensandoci, l'ideale sarebbe stata una sorta di versione intermedia. Tu che tieni (giustamente) tutte le versioni, puoi farla.

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    1. È un’abitudine alla quale non so rinunciare: tengo la versione originaria e quella definitiva (tutte le revisioni Intermedie non le salvo, sarebbe un casino), lo faccio perché mi piace vedere da dove parto e dove, poi, arrivo. 🙂
      E c’è un altro motivo: penso sempre, quando scrivo un racconto, che potrebbe diventare un romanzo (chissà) e allora potrei recuperare la versione lunga che ho dovuto accorciare per ragioni varie.
      Finora nessuna idea ha preso quella strada, ma non si sa mai.

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  19. Che bel racconto! Mi ha riportato alla mente gli anni delle scuole elementari. La maestra di italiano mi scelse per il ruolo di Maria non tanto perché fossi la più bella, ma perché ero quella con il viso meno da "monella" (i miei capelli erano crespi come quelli di Sofia, infatti, mica biondi e morbidi!)

    Anche per me tagliare è sempre un trauma, persino quando si tratta di periodi o battute di dialogo che non mi convincono molto (salvo tutto in una cartella apposita perché mi sentirei in colpa a eliminarli in maniera definitiva). Una volta ripulito il testo, però, ci si accorge di quanto quei tagli dolorosi fossero necessari...

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    1. Salvi pure tu in una cartella, Giusi! 🙂
      Ho detto a Tenar, poco sopra, il perché di questa abitudine. Comunque, in genere, ciò che mi lascio alle spalle mi soddisfa meno di quello che ottengo dopo la revisione, dunque sì, i tagli sono spesso necessari.

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  20. Partecipando ai concorsi mi è capitato spesso di fare il lavorino di forbice di cui parli. Di solito succede che, dopo avere limato qua e là, mi trovo meglio a cassare un paragrafo intero per poi reinserire qualcosa di non necessario cui stavo per rinunciare. :)

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    1. Anche a me capita la stessa cosa, infatti lo so e quando rinuncio a qualcosa che mi piace per dare spazio al necessario, non la elimino del tutto, la salvo perché non si sa mai. E poi capita che esca dalla porta per rientrare dalla finestra. 😄

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  21. Comprendo bene che il blog è solo la tua vetrina o se vuoi una palestra di allenamento a quell'altra scrittura che usi in contesti più "libreschi". Ma la mia domanda è perchè mettere dei limiti? O meglio chi mette limiti potrà mai sapere cosa hanno provocato nel divenire della scrittura di altri?
    Per esempio ho letto i due frammenti di racconto che hai citato prima e dopo la riscrittura: solo in un breve passaggio il taglio mi è parso utile ( cit. rovinata dall'usura )mentre dove descrivi Sofia la prima versione mi è parsa migliore ( cit.Sofia si morse il labbro inferiore...) Il vero problema nel rifacimento dettato da esigenze esterne è proprio che esso è esterno cioè dettato da un binario asettico che nulla sa di te e di quello che ti passa nella testa. Insomma non vorrei che dai concorsi ( cui non partecipo) si giungesse infine ad una scrittura da sms tipo twitter spacciata poi per letteratura. Non credere che io neghi sempre e comunque il valore di una rilettura e di una eventuale riscrittura solo che spesso nel riscrivere un paragrafo mi sono trovato un testo persino più lungo!
    C'è poi l'atteggiamento di fondo mio che è palesemente diverso dal tuo e, mi pare, anche da quello dei tuoi commentatori; io scrivo per liberarmi, per un'esigenza fisiologica presente da bambino. Come potrei accettare una coercizione imposta dall'alto e da un altro? Ma io sono solo un blogger artigiano, scrivo e conservo, rileggo e limo, assemblo e leggo di tutto, mantengo uno spirito crudo e tagliente nell'analisi di ciò che leggo. Se qualcosa è in più o stona nella sintassi genrale me ne accorgo anche se il testo è passato indenne dalle regole di un concorso. Ciao.

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    1. Credo che tutto dipenda non tanto dal valore che diamo alla nostra scrittura quanto dal modo in cui vogliamo utilizzarla: se io scrivo per sfogarmi, liberarmi, divertirmi, se lo faccio per un bisogno personale come fai tu, il discorso sui limiti e sui necessari ritocchi può essere ininfluente, ma se io scrivo perché una giuria giudichi il mio lavoro, se il mio intento è farmi pubblicare, ho l’obbligo intanto di rispettare un regolamento di concorso, ma anche di realizzare un racconto che sia congruo in tutti i suoi aspetti, cioè con i giusti parametri per essere apprezzato.
      Il difficile, infatti, è proprio rendere “perfetta” una narrazione anche entro dei confini prestabiliti, non farne una riduzione pura e semplice modello Twitter come dici tu, non è quello, se no si rientrerebbe nel discorso fatto da Grilloz, sopra.
      Poi, metti anche che io ho mostrato le due versioni, ma il destinatario ne legge una e deve capire se da sé essa può funzionare.
      Il lettore ha libertà di parola, ovviamente, e di opinione a prescindere dall’esito positivo di un concorso: non è detto che, alla fine, a me piaccia quello che ha vinto la competizione.

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  22. E' un lavoro utile, a cui mi dedico ogni mese con la partecipazione a Insieme Raccontiamo. In genere la scrittura di getto mi porta a produrre, per IR, un finale tra le 500 e le 600 parole. E da lì inizia la limatura per portarle a 300.

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    1. È per questo che anch’io partecipo ad alcune iniziative di scrittura creativa: Insieme Raccontiamo e gli esercizi di Michele Scarparo sono un’ottima palestra, per me.

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  23. Non è facile tagliare, sarà che ogni parola che sgorga dalla mia penna mi costa lacrime e sangue, quindi cara Marina capisco bene il dramma...

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    1. Però, ti devo dire, quando poi rileggo la seconda (o terza, quarta, quinta) versione mi convinco che sia quella migliore.

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  24. La regola delle battute e degli spazi è sacrosanta nei concorsi, ed è anche una bella sfida per gli autori. Anche a me è capitato di recente di partecipare al concorso per un'antologia (ne parlerò nel post di mercoledì): ero fuori di ben due pagine e ho dovuto sudare parecchio prima di riuscire a inviare il racconto rientrando nei limiti consentiti.
    Però poi ho trovato il sistema di far rivivere, un giorno, questo racconto sotto forma di monologo teatrale. Infatti è narrato in prima persona dal punto di vista di una donna. :)

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    1. Forse il segreto per non vivere male il momento del taglio necessario e non rendere necessaria anche l’eliminazione definitiva: conservare quei pezzi ai quali si rinuncia (purché ovviamente non siano espressioni, frasi, parole evitabili) può risultare utile altrove. È capitato a te e capita spesso anche a me, soprattutto in ambito blogghistico: tanti tagli effettuati per non allungare troppo i post sono diventati spunti per nuovi articoli.

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  25. Non credo di essere verboso, mai stato; né tantomeno ampolloso, odiavo ed odio chi scrive in questo modo. La frase mi viene senza alcuno aforzo, altrimenti avrei smesso da un pezzo, dato che sono pigro. Però detesto in modo assoluto sti componimenti tanto al chilo.
    15.000 caratteri compresi gli spazi (che carattere è lo spazio? Minchiate) e allora, devo contare le parole mentre che scrivo? Certamente no, ma devo rileggere per poter poi tagliare. Questa è una cosa schifosa. Come quando partorisci, dici tu, cosa fai se ti accorgi che il tuo bimbo è troppo lungo gli tagli i piedi? E se è troppo ciccione? Gli affetti la pancia e entrambe le cosce? Tagliare è orrido. Può succedere solo in un romanzo, dove alla fine rileggendolo ti rendi conto di avere sforato idee, ma nessuno ti obbliga a scrivere pagine di 45 righe, ognuna al massimo di 39 caratteri -esclusi gli spazi che caratteri non sono- e questo lo vai a fare tu, volontariamente per motivi estetici o di contenuto. Basta.
    Per questo ho mollato da tempo di scrivere testi a lunghezza obbligata, solo per questo, per ovviare alla tremenda incazzatura finale.

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    1. Le prove letterarie devono prevederlo un limite, se no sai che papelli si ritroverebbero i componenti della giuria. Comunque, il principio è giusto, a prescindere dal numero di parole e di caratteri: per un testo che si vuole il più perfetto possibile è d’obbligo la rilettura. Tu puoi scrivere ciò che vuoi quanto vuoi, ma l’effetto finale è quello che conta (sempre che tu non voglia tenere per te ciò che hai scritto, ovviamente) e se la storia può ricevere giovamento da tagli e riduzioni, è quello il lavoro utile che uno scrittore deve fare.
      Ciò non vuol dire imporsi di scrivere un romanzo di duecento pagine: se la narrazione lo richiede e fila tutto liscio puoi scriverne pure seicento, poi il limite se lo pongono i lettori.

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    2. D'accordissimo. Il limite arriva e si fa sentire bussando vigorosamente alla porta quando la storia è finita. No si capisce niente, ma non cancello né taglio, semplicemente spiego. Allora quando tu hai una storia dentro e ti decidi di scriverla capita che tu già sappia dove porta la strada principale che attraversa il bosco delle tue idee. La segui e sei a posto. Ma spesso cambi strada e ti trovi in terreno sconosciuto. Non so tu, ma io tiro avanti con le orecchie dritte, perché so che anche quelo che i capita di scrivere adesso lo tenevo dentro di me, a mia insaputa. Il dubbio viene quando il viotolo si esaurisce e lì interviene l'ingegno e la qualità dello scrivente, che potrà cancellare tutto, oppure tenere quel tutto per un'altra storia, oppure riallaccirsi al discorso principale se può e se vuole.
      Quindi dici bene tu: mai imporsi a priore di scrivere un rmanzo di 200 pagine e trovarsene nelle mani 500, oppure -peggio- imporsene 600 a tutti i costi e fermarsi a 300 come un piffero, con buona parte della storia ancora da completare ma niente idee oramai esaurite.
      Mi piace discutere con te, sei molto affabile, competente e produttiva. Sicula verace.

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    3. E questo è un mio difetto -secondo alcuni un merito perché è la mia spontaneità- io non rileggo.
      Poi rileggo alfin e cavolozzo fritto ci trovo una marea di errori di battuta. Mi dispiace proprio, anche se per alcuni -tipo a priore per a priori- ti ci sarai fatta una risata...spero...con accidenti a me. Perdonata.
      E stavolta rileggo per non rifare la figura del minchione.

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    4. Ahaha, Vincenzo, ma qui si conversa, non si fa letteratura. Gli errori di battitura sono ammessi. 🤗
      (Poi si capisce che sono indice di spontaneità e su di te non ho dubbio alcuno.)

      Per il resto, credo che scrivere sia anche questo: scoprirsi a percorrere vie impensate, verissimo, ma sempre con una bussola in tasca: non è tanto il tagliare per accorciare, quanto per alleggerire e rendere anche i nuovi boschi di idee praticabili e, soprattutto, leggibili.

      Ti ringrazio per i complimenti, ma ne tengo uno, in particolare, stretto stretto: l’ultimo! 😉🌹

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  26. Stavolta non mi trovi d'accordo: se c'è da tagliare si taglia, ma non per rispettare il diktat di un regolamento. Ma in fondo io non partecipo da almeno tre anni a concorsi letterari, quindi non mi pongo il problema. E anche quando partecipavo al tuo thriller spesso andavo fuori dalle regole. :)

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    1. Un gioco è un gioco e il thriller lo era. Ma in una competizione seria la tua “anarchia” comporta l’esclusione automatica, allora fai bene a non partecipare nemmeno. Però dai, il “diktat” è nella natura di un regolamento e un regolamento non dev’essere visto come una dittatura cui piegarsi con sacrificio. :)

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    2. Diciamo che sono altri i motivi per cui ho smesso coi concorsi letterari. Ma quando partecipavo, rispettavo sempre scrupoloso il regolamento. Del resto tu sai che i miei lavori sono molto brevi, quindi alla fin fine il problema di tagliare in genere nemmeno mi si poneva.

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    3. Io, invece, mi allungo molto, dunque sento di più l’esigenza dei limiti di un regolamento, ma li vivo come un allenamento, una prova (non di forza) stimolante che, in qualche modo, giova alla mia scrittura.

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