Fermo i pensieri in corsa, quando attraversano il mio cervello; li fisso perché non si confondano nel caos di immagini che quotidianamente registro e di sensazioni che assorbo mentre parlo, osservo, percepisco odori, ascolto, mentre, cioè, i miei sensi lavorano e io li assecondo inconsciamente. È questo ciò che faccio portandomi dietro un taccuino: ce l'ho in borsa e se non è in borsa è in una tasca ma sempre con me, pronto a ricevere suggestioni, a raccogliere e conservare tutto quello che mi colpisce e non voglio vada disperso o dimenticato.

martedì 17 ottobre 2017

L'esordiente e l’azzardo stilistico


Esordire significa dare inizio a qualcosa. Lo scrittore esordiente, dunque, è chi entra nel ring letterario (per usare la metafora di Murakami) non solo perché ha scritto qualcosa, ma perché quel qualcosa è stato pubblicato e ciò, in qualche modo, ha attribuito il carattere dell’ufficialità al suo ingresso nel mondo dei narratori.
Oggi mi chiedo se la libertà dello stile sia una prerogativa solo degli scrittori famosi o se sia il tentativo indovinato anche di un esordiente.

Io immagino l’aspirante scrittore muoversi più nell'ambito della narrativa ordinaria che in quella sperimentale, dove per ordinaria non intendo una scrittura banale: si può essere originali e bravi comunicatori senza necessariamente affidarsi all'uso di peripezie letterarie. Immagino pochi acrobati di parole, con il coraggio di mettersi alla prova e quel po’ di azzardo che poi, qualche volta, li premia anche.
Per "acrobati di parole" intendo chi scrive con uno stile che rompe tutti gli schemi, che segue un percorso narratorio fuori dalle comuni regole di scrittura creativa; spesso sono scelte non del tutto spontanee, guidate dal desiderio di rendersi visibili in mezzo a un panorama piatto di scrittori che si distinguono per uno scarto di elementi minimo.
Su due piedi, per fare un esempio, mi vengono in mente “Lo scuru” di Orazio Labbate, letto qualche anno fa e “Jo va a nanna”, di Pietro dell’Acqua, un esordiente che ha scritto un romanzo che definirei anarchico in tutto, trama e sintassi.
Nel primo libro è il linguaggio gergale legato alla Sicilia a farla da padrone; esso ne fa un prodotto non di facile consumo (io l’ho seguito con gusto e piacere, ma la lettura presenta delle difficoltà che penso non tutti riescano a reggere.)
Quello di Pietro dell’Acqua, invece, è un romanzo visionario con due parti narrative che possono essere lette anche nell’ordine inverso, una sorta di ipertesto stilisticamente complesso che gioca con la lingua e le sue regole.
Mi chiedo: da aspiranti scrittori, quanti saremmo disposti a rischiare con scritture del genere, sapendo che possono essere giudicate geniali oppure bocciate sonoramente come autentiche follie letterarie?

Pensavo a un grande scrittore (un altro tra i miei preferiti), Julio Cortázar, che nel romanzo “Rayuela” offre la sfida di lettura più incredibile in cui ci si possa imbattere. 
Lo conoscete?
È un libro che può essere molti libri: quello classico, che procede in modo ordinario dal cap. 1 fino al cap. 56 (ma il romanzo ne contiene 155) e quello non convenzionale la cui lettura segue una tavola di orientamento per cui si parte dal cap. 76 e si risale via via agli altri secondo l’ordine indicato nei numeri tra parentesi, alla fine di ogni capitolo. 
Quando ho letto il libro pensavo di essere più matta del suo autore, leggevo pagine slegate, paradossali e lo facevo con trasporto, in un labirinto antinarrativo che alla fine mi ha sedotta. In questo romanzo ho trovato quel guizzo estremo di genialità che caratterizza la gran parte delle opere di Cortázar e che mi ha imprigionato dentro il suo mondo fantastico fino a farmi amare la quasi totalità della sua produzione letteraria.

Voglio turbarvi con una pagina che ho fotografato e che è l’emblema, per me, ti tutta l’antinarrazione di Cortazár in “Rayuela”. Si tratta dell'inizio del capitolo 34 con una nota che, in appendice, spiega come affrontarne la lettura:


Ora divertitevi a mettere in pratica il suggerimento (sarà un’esperienza che non dimenticherete):


Etc. etc....

Sono sei pagine e mezzo scritte così: avete avuto solo un assaggio di una lettura che mi ha letteralmente stordito (anche perché, se sbagli l’alternanza delle righe, è un casino.)

Ora io dico: ma ve lo immaginate voi un aspirante scrittore che tenta l’esordio con una roba del genere? 
Uno scrittore senza precedenti letterari potrebbe mai vantare la stessa sicurezza e permettersi certe libertà stilistiche e strutturali senza essere giudicato pretenzioso (oltreché un temerario kamikaze)?
Non rischia di essere apprezzato da uno e bocciato da cento in un momento in cui il sogno della pubblicazione vuole il rapporto invertito?

O forse la libertà stilistica si guadagna nel tempo e con l’esperienza, bisogna cioè essere già famosi (non per forza apprezzati) per potersi concedere il lusso di simili azzardi stilistici?














40 commenti:

  1. Lo stile è forma. E quando si fa sfoggio di stile, dimenticarsi i contenuti è un'attimo - specie se si è alle prime armi, aspiranti o esordienti. Il rischio di vendere un nientino d'oro (come quella cosa che hai condiviso su FB), più che una possibilità, diventa una certezza.

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    1. Ma io vado a monte e penso: quando un editore ha davanti un testo, la prima cosa che gli balza subito agli occhi è la sua struttura, soprattutto quando c'è uno sfoggio poco convenzionale di stile. Se quel testo, scritto in quel modo, colpisce la sua attenzione in positivo, si spinge oltre per verificare l'esistenza anche di un contenuto, ma se la "stranezza" non lo acchiappa subito, l'autore di quell'esperimento ha perso una chance in partenza (anche in presenza di contenuti validi) Cioè è un rischio grosso farsi conoscere in modi tanto anomali.

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    2. Gli editori pensano che lo dovranno vendere. E poi pensano che fanno già molta fatica con un libro normale. O sei un nome che tira (Il romanzo sperimentale di Camilleri in Valdostano antico!) o cambi aria ;)

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  2. La seconda che hai detto. Certe sfide vanno bene quando ormai sei famoso. Oppure quando non te ne importa nulla di essere pubblicato da un editore e ti sta bene restare nel dimenticatoio.
    D'altro canto, a volte sono sfide fini a se stesse e poco significative sul piano letterario. Per dire, questa che hai citato tu di Cortàzar non mi sembra che aggiunga nulla alla narrativa, è più una provocazione, uno scherzo. Un tizio una volta pubblicò un libro di sole pagine bianche, però con l'indice e le note a piè di pagina... Siccome non era famoso questa cosa è stata dimenticata, però era una provocazione non meno significativa di altre create da autori noti.
    La sfida ha un senso se comunque crea opere narrative compiute. Per dire, la scrittura con frasi lunghissime e senza punteggiatura di Saramago comunque non rende la lettura impossibile, né toglie qualcosa all'eleganza della sua prosa. Insomma, alla fine il lettore è in grado di arrivare sino all'ultima pagine senza troppi problemi e riuscendo a capire la storia narrata.
    Nel '900 ne hanno fatti parecchi di questi esperimenti, i risultati sono stati tanti libri oggigiorno citati per la loro bizzarra formula narrativa... e basta, cioè libri in cui l'artificio non ha partorito un classico letterario ma solo una "curiosità letteraria". Da questo punto di vista mi sento di condividere la citazione acida (sono acido questi giorni, non ci posso fare nulla ;-) di Truman Capote a proposito di Kerouac (che però si può estendere a molti altri autori "sperimentali") "Questa non è scrittura, è dattilografia".

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    1. In parte credo anch'io che certe libertà siano il lusso di scrittori famosi (non nel caso di Cortázar che fin dall'inizio è stato testimone apprezzato di questo tipo di narrazione, facendone un segno riconoscibile delle sue opere, senza considerare che in lui è forte il senso di appartenenza alla cultura latinoamericana, nonostante sia "francese", nel periodo in cui il realismo magico ne connotava la letteratura.)
      Azzardo uno scenario nuovo: editori che in cerca di novità vendibili si fiondano sugli "esperimenti dattilografici" di qualche emergente. Ci adegueremmo? Che poi, dovremmo esserne capaci, prima.

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  3. Da lettore, certe libertà o espressioni artistiche mi piacciono solo in piccole dosi e fuori dal contesto vero della lettura. Mi interessa, mi incuriosisce sapere che tizio ha sperimentato cosa ma mi va bene in un esercizio o in post o in un articolo. Quando leggo “non devo neanche accorgermi che sto leggendo” figuriamoci se devo svolgere l’esercizio, trovare la soluzione, applicare metodi: questo lo lascio alla matematica. Qualsiasi scrittore, aspirante/esordiente/affermato, lo può fare: da qui si capirà anche cosa si aspetta dalla sua scrittura. Io sono un po’ per impara l’arte e mettila da parte nel senso che certe cose le devi sapere per poi farne senza. (Spero non ti arrivo commenti doppi perché da smartphone non sono riuscita a commentare.)

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    1. Il commento è arrivato in forma splendida. 🤗
      Capisco cosa vuoi dire e, onestamente, io trovo che una pagina come quella che ho condiviso di Cortazar non avrebbe dove andare se scritta da uno di noi. L'ho letta, ne ho esaltato la genialità (che, poi, va anche contestualizzata: quel capitolo lì è perfetto in quel romanzo perché è coerente con la storia e con il personaggio), ma ritengo una follia che a fare una scelta del genere sia un aspirante scrittore. Se come lettori arrivassimo a leggere un romanzo sperimentale (già un racconto avrebbe una sorte diversa) sarebbe perché un editore ci ha scommesso su, ma in veste di scrittori la strada della non convenzionalità sarebbe decisamente un'arte da imparare e mettere da parte (perlomeno agli inizi)

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  4. Io ritengo che tutto si possa fare con consapevolezza e sapendo dove si vuole andare a parare. Di certo uno stile particolare colpisce anche un valutatore, ma è necessario saper gestire una materia tanto difficile.

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    1. Devi sapere dove vuoi andare a parare e devi sapere anche di esserti scelto una montagna bella alta da scalare: se già un testo ordinario ha vita difficile, pensa un antiromanzo firmato da uno sconosciuto che sorte potrebbe avere.

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  5. Mamma mia!!!!! Per leggere il libro che hai fotografato ci vuole una matita per segnarsi le righe.. almeno quella :)
    Per rispondere alla tua domanda, oltre ad essere famosi e quindi scrittori a cui tutto o quasi è permesso, credo ci vogliano una grande esperienza alle spalle e capacità notevoli. Il rischio di perdersi per strada per primi è grande.

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    1. Io, a pagina due, ho dovuto ricominciare da capo, perché mi ero persa l'alternanza e la narrazione aveva preso una strada tutta sballata. Ho chiuso il libro per mezz'ora solo per riabituare gli occhi al loro movimento ordinato e regolare.
      Credo che per scrivere così ci voglia un talento particolare: impari a scrivere, okay, ma questo modo non lo impari mai se non ti viene naturale.

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    2. Esatto! In più devi avere capacità e doti notevoli. NOn è da tutti!

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  6. Non mi piacciono certi artifici e gusto personale a parte, credo che il rischio di trovarsi di fronte a un testo pieno di effetti speciali e senza sostanza è alto. Naturalmente, ci sono anche scelte stilistiche che trovano senso nella storia e ne fanno così tanto parte da scomparire quasi nelle pagine. Sperimentare non è sbagliato, ma se resta solo un modo per farsi notare mi chiedo che valore abbia.

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    1. Io ho citato due autori, prima di Cortázar, che è famoso. Il secondo, in particolare, ha scritto un libro che è l'esempio, per me, di quello che dici: effetti speciali che non mi hanno condotto dentro una storia sensata, però ho idea che a questo autore venga naturale scrivere in un certo modo, che non lo abbia fatto per puro esibizionismo formale e di sostanza. E penso che la differenza si giochi su questo: sulla capacità di un editore di capire che c'è del talento in una scrittura tanto artificiosa. Capire se quel talento porta guadagni, poi, è un'altra cosa. :)

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  7. Pur comprendendo il tuo punto di vista non credo che la distinzione tra "aspirante scrittore" e "scrittore affermato" abbia qualche rilevanza per quanto riguarda la sperimentazione stilistica. Aver pubblicato non significa necessariamente essere bravi, ma leggendo le tue parole sembra quasi che un autore debba guadagnarsi, con l'approvazione del pubblico (e quindi la fama) la possibilità di sperimentare, quasi fosse un premio da vincere. Io, in tutta sincerità, non la vedo così. L'arte è arte, punto. Poco importa se l'artista sia uno scrittore pubblicato, o uno scrittore alle prime armi. Anzi, ti dirò di più: spesso è proprio il principiante ad avere il coraggio di buttarsi, a scardinare le regole, perché non è ancora stato risucchiato dalle logiche editoriali, dalle dinamiche del sistema. Penso ci siano tanti romanzi eccezionali chiusi nel cassetto per mancanza di coraggio, perché chi sa essere un genio è anche pieno di paturnie e umile da morire: avrà paura a buttarsi, a gettare il proprio romanzo nelle mani di un editore. Molto più probabile che decida di rimaneggiarlo all'infinito, riportandolo dentro i paletti del "facilmente vendibile" (che spesso equivale a mediocre).

    Certo, come dici tu c'è il rischio che un editore non voglia investire su un'opera così coraggiosa proposta da un principiante, però esistono tante, tante altre strade. Chi sente di volersi buttare, ha tutto il diritto di farlo. Un flop, in fondo, non ha mai ucciso nessuno. :)

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    1. Che il principiante non possa tentare strade nuove perchè è difficile che venga preso in considerazione no, anzi: io ammiro chi ha il coraggio di rompere gli schemi senza pensare alle conseguenze, solo che penso che questa strada abbia successo solo se intrapresa da uno scrittore affermato, quello sì, lo penso: l'editore tollera di più, certe volte anche a scatola chiusa, il big che si lancia in una scrittura sperimentale piuttosto che il pivellino che, magari scrive belle cose e anche meglio del blasonato ma resta un nome su cui scommettere. Dunque vedo la faccenda da due punti di vista: lo scrittore che se ne frega e scrive ciò che vuole sfruttando arte e talento e l'editore che deve far quadrare i soliti conti e deve trovare il libro che vende e vende bene.

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    2. è vero: un editore potrebbe essere scoraggiato da un esordiente troppo estroso, proprio come un dirigente d'azienda considera dannosa la creatività dei suoi dipendenti perché gli porta via una fetta di controllo. Tuttavia, abbiamo davvero bisogno di un editore sotto il culo? Chi crede nel proprio talento e vuole diffondere un'opera, può farlo anche autonomamente. Il fatto che un libro venga rifiutato non significa che sia di pessima qualità. Anzi: in editoria c'è un conformismo che fa paura.

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    3. Non per niente sì è diffuso il selfpublishing che non si sa se premi, ma almeno garantisce l'autonomia di cui parli.

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    4. Esatto! :-) Proprio perché esiste il self-publishing, forse uno scrittore dovrebbe avere il coraggio di osare. Ovviamente con buonsenso. ;)

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  8. Ciao Marina. Bel dilemma. Penso che la narrazione debba necessariamente suscitare emozioni in chi legge, che siano di ripulsa piuttosto che di piacere o commozione. Il gioco stilistico fine a se stesso non mi ha mai interessato se non nei termini della stimolazione sensoriale, in questo caso posso tranquillamente lasciarmi stuzzicare e irretire da qualunque artificio stilistico. Se desidero, invece, leggere un romanzo, preferisco una scrittura lineare che valorizzi la storia e il messaggio, o l'assenza di messaggio come paradigma. Che l'autore sia agli esordi o già noto mi importa poco: deve "darmi" qualcosa. La vera sperimentazione è continuare a scrivere. La forma, lo stile, sono tutte cose che si scoprono strada facendo. Ci sono autori potentissimi il cui stile è proprio la mancanza di stile, li leggi e ti senti trasportato a prescindere dall'eleganza della scrittura. Non credo esistano regole, è sempre questione di percezione.

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    1. Infatti: è di percezione che parlo. Quella di un editore alle prese con un nuovo autore che cerchi la pubblicazione con scritture non comuni.
      Io onestamente non so se darei allo scrittore noto e a quello agli esordi la stessa fiducia: da lettrice sarei prevenuta verso il nuovo che scrive in modo diverso, probabilmente è un mio limite, ma mi sono detta: se da lettrice è forte il mio pregiudizio, chissà un editore che già la fa difficile con la narrativa ordinaria.

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  9. Luciano Funetta ha esordito con dalle rovine, certo ha penato un po' a trovare un editore, ma è arrivato alla dozzina del premio Strega.
    Insomma se hai qualcosa di geniale in mano un editore lo trovi, certo che se lo stile originale serve a nascondere una mancanza di contenuti tanto lontano non vai.

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    1. Sai che ho Luciano Funetta in wishlist dopo averne sentito parlare a te da qualche altra parte? Mi incuriosisce.
      C'è anche l'autore di un romanzo, Gian Marco Griffi, di cui sono venuta a conoscenza tramite un'intervista fatta a Giulio Mozzi che ha sponsorizzato la partecipazione del suo romanzo “Più misteriosi degli angeli sono i suicidi” a una campagna di crowdfunding. Lo stesso autore racconta di avere patito a lungo il silenzio degli editori, prima di essere apprezzato e scoperto da Mozzi, perché, a quanto pare, il suo è un romanzo non di facile presa.
      Per dire che senz'altro la genialità o la bellezza possono esserci e bisogna crederci molto, ma anche la pazienza e la tenacia di sapere aspettare sono doni che occorre coltivare quando si scrive in un certo modo.

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  10. Uhm, osservo l'immagine della pagina e non ne capisco il senso. Leggere a righe alternate? Ma dove starebbe la "bravura"? Sarebbe stato davvero eccezionale se fosse riuscito a "calare" la sua storia nelle righe del romanzo che ha preso a prestito, quello delle righe impari. Ma così, mi sembra solo un esperimento di stampa.
    Rimanendo in tema, c'è una rubrica che pubblica ogni tanto Giulio Mozzi nel suo blog, dal titolo "Come sono fatti certi libri" e che riporta stranezze di questo tipo ma finora sono tutti libri di altre epoche, non contemporanei. Temo che un esordio di questo tipo rischia di funzionare postumo. E non è nemmeno assodato che agli scrittori affermati sia concesso tutto: chiedi alle lettrici di Fabio Volo come hanno preso il suo ultimo "A cosa servono i desideri", una serie di domande piazzate su pagine bianche. Preparati una camomilla però prima di sentire la risposta :D :D :D

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    1. No no, Barbara, infilando così, dentro un post, quella pagina del libro, a mo' di esempio, ho fatto un torto a Cortázar che, credimi, è un genio. Ti assicuro che ha un senso perché è il protagonista della storia, Horatio Oliveira, a dare spessore agli esperimenti stilistici dello scrittore e a renderli coerenti con la personalità che lui gli attribuisce. Poi Cortazar è un maestro in questo genere di narrazioni: dovresti leggere "Un certo Lucas" e capiresti con chi hai a che fare quando ti imbatti in una sua scrittura.
      Fabio Volo ha deciso di farlo, finalmente, sto volo. Dalla finestra delle sue fan. Ecco, si è allargato perché ormai ha un nome. :D
      Scrivere con la speranza di avere fortuna post mortem: magari potrebbe essere la nuova frontiera dei sogni chiusi nel cassetto. 😋

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  11. Penso che lo stile sia personale e che l'autore, anche quello che non ha mai pubblicato nulla, dovrebbe essergli fedele. Tuttavia capisco chi scende a compromessi e sceglie di scrivere romanzi più semplici all'inizio, per avere un po' di visibilità, e in seguito svelare uno stile più complesso e personale, ma nuovo.
    Preferirò sempre chi rischia, perché lo fa con inguaribile ottimismo e anche, penso, con più amore. Perché a quel punto si tratta di credere nella propria opera per quanto sia bizzarra, e non cedere alle regole dell'editoria. Mi sembra una sorta di dichiarazione d'amore per la letteratura, un modo per dire "Preferisco avere successo con ciò che scrivo e sento davvero, e se non lo avrò va bene lo stesso."

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    1. Quindi rientriamo nella visione romantica dello scrittore che scrive secondo il proprio stile, qualunque esso sia, senza pensare alla pubblicazione. Esiste eh, non dico di no, però, ragionando in termini più pratici, il famoso sogno chiuso nel cassetto di chi scrive dovrebbe essere arrivare al pubblico: facendo scelte difficili, mette una chiave a quel cassetto.

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  12. Al tempo, mia cara, al tempo.
    Lo stile è legato molto spesso alla personalità di ciascuno di noi che si cimenta con la scrittura, così come nella pittura se io voglio dipingere gente senza testa è affar mio, poi -forse-lo spiegherò se lo riterrò necessario. Variazioni sullo stile sono ammesse anche in corsa purché la lettura non diventi un'ossessione per chi legge e non capisce una beata minchia.
    L'alternanza pari e dispari riga mia riga sua è una gran cagata, perché non produce null'altro che stupore fine a se stesso. Un libro del genere che al capitolo 55 si allaccia al cap.72 e mi rimanda poi al cap.132 io lo scaravento in testa al primo passante sotto casa mia, non avendo a disposizione la capoccia dell'autore.
    Cambiare stile narrativo per avere qualcosa di diverso SÌÌÌÌÌ, sicuro, ma di diverso intelligente oppure pazzoide, non cretineggiante.
    Cito me impudentemente e spudoratamente. Nel romanzo inedito che sto rileggendo senza aver mai avuto notizia di quest alternanze, scrivo in terza persona un romanzo di uno scrittore col blocco dello scrittore, che, in prima persona, si inserisce abusivamente nella narrazione, commentando e sfottendo praticamente la sua opera ed i suoi personaggi fino ad esplodere nella seconda storia, la più importante per lui, che è la sua impotenza letteraria, che lo porterà alla follia. Ad un certo punto crede di aver ritrovato la chiave del romanzo lasciato incompiuto, ma è esattamente l'opposto: invece del lieto fine c'è il finale tragico. Questo intendo per cambiare stile. Eppure sto lì che me lo rigiro tra le mani e mi chiedo chi mai tra gli editori arriverà a leggere fino alla fine sta roba.
    Penso che tu te ne sia fatta un'idea. Sparala fuori anche se fosse una revolverata in fronte.

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    1. Quella del salto da un capitolo a un altro è lo schema del romanzo ipertestuale che si serve di questa modalità complessa fatta di rimandi continui per permettere di entrare dentro la storia in molti modi diversi e, se gestita bene, anche affascinanti. Rayuela di Cortazar non ti piacerebbe, ma non per questo motivo: sarebbero altre le ragioni e tutte comprensibili. Per questo parlo di rischio per un aspirante scrittore: ci sono tipologie di scrittura che piacciono o non piacciono per niente ed è una bella responsabilità per chi parte da zero scommettere su quest'ultime.
      Il tuo romanzo, alla fine, non rompe gli schemi, ha solo una sua originalità nella conduzione della storia, se ho capito bene. E pure tu te lo rigiri tra le mani incerto sulla sorte che potrebbe fare se sottoposto a un editore. Senti che ti dico: provaci, no? Ma ti chiedo di non demonizzare l'iperromanzo, perché talvolta nasconde belle sorprese. 😉

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  13. L'editore, pur di vendere, pubblica qualsiasi tipo di azzardo, non solo stilistico ma anche (soprattutto) contenutistico.

    In merito allo stile, penso che non dovrebbe poi contare molto il fatto che l'azzardo venga fatto da un esordiente o da uno scrittore famoso: resta sempre un azzardo. Punto.
    Purtroppo succede invece che il grande nome tira sempre e comunque, qualsiasi schifezza venga scritta. Quindi sono d'accordo con la seconda che hai detto (cioè la tua domanda finale).

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    1. Un azzardo di qualità è opera di un genio. Trovarlo è già raro, fra gli esordienti ancora di più. Sono le possibilità di dimostrarlo che, secondo me, non aiutano il genio esordiente e premiano più spesso lo scrittore famoso, genio o non genio che sia.

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  14. Non sono mai stata tentata di scrivere con uno stile particolarmente estroso, non per una questione di improponibilità, ma di gusti. Da lettrice, non amo (di solito)che l'autore si metta al centro dell'attenzione con le sue giocolerie; preferisco che lo stile sia al servizio della storia.

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    1. Lo ammetto, anch'io. Sono disposta a tollerare lo stile anomalo solo se lo scrittore è famoso, ma solo perché divento curiosa. Poi, se non è stato all'altezza, non ho difficoltà a bocciarlo. Da lettrice sulll'esordiente resto scettica e per coerenza, poiché sono un'esordiente anch'io, non oserei tanto (tra l'altro nemmeno ne sarei in grado.)

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  15. Ne Il grande romanzo americano Philip Roth si è divertito a scrivere non so quante pagine utilizzando tutte le parole con la stessa iniziale. Ho ammirato le sue abilità da funambolo linguistico, ma niente di più. Il libro è ancora là a languire. Di Roth come di altri big mi colpisce di più l'efficacia della narrazione che le raffinatezze stilistiche. Credo che sia impossibile per un esordiente sfondare con trovate del genere, a meno che non ci troviamo di fronte a un genio. Ma i geni sono rari ;)

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    1. È evidente che poi è il contenuto a fare la differenza vera: se lo elimini del tutto a vantaggio di spericolatezze stilistiche o comunque non è un granché, hai voglia di essere uno scrittore persino da mancato Nobel! 😉

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  16. La scrittura a righe alterne mi sembra davvero originale, però io un libro così non potrei leggerlo, mi irriterei alla prima pagina! L'eccessiva originalità stilistica mi distrae dalla storia e dai suoi contenuti, pensa che ho provato a leggere un romanzo di Camilleri e l'ho abbandonato, pur non perdendomi neanche una puntata del Montalbano televisivo. Questo è il mio parere di lettrice, sulla scrittura penso che se uno scrittore già famoso vuole fare esercizi stilistici e lo pubblicano fa bene, ma un esordiente direi di no.

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    1. Fortuna che erano solo sei le pagine su cinquecento, risibili dentro un contesto molto ampio. Però decisamente è stato faticoso leggere pure quelle: no, a me l'eccessiva stranezza non piace e come ho risposto a qualcun altro potrebbe incuriosirmi lo scrittore affermato, l'esordiente- genio lo lascerei agli intenditori.

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  17. Lo stile è la forma attraverso la quale si presenta la scrittura. Forse mi sono già espressa in questi termini in altre occasioni, ma credo fermamente che lo stile di uno scrittore sia esattamente equiparabile al carattere di una persona, se non vi è nulla di forzato può funzionare ed attrarre quei lettori che cercano quel determinato stile per emozionarsi - è ovvio che un dato scritto, un certo stile non potrà mai piacere o essere apprezzato da tutti, così come una persona può suscitare la simpatia e la benevolenza di tanti ma non dell'universo intero.

    E' lo stile forzatamente costruito che non concepisco; eh no, non credo che un esperimento come quello che hai sottoposto potrebbe mai rappresentare il trampolino di lancio per un esordiente, a maggior ragione che l'editoria ti prende principalmente in considerazione solo se sono distintamente percepibili degli introiti da attingere alla massa: e la massa non è per gli esperimenti cavillosi, la gente comune desidera leggere per evadere, per immedesimarsi, per emozionarsi, per sognare, per riflettere...

    Ma in fondo, qual è lo scopo di chi scrive? Io personalmente non sono ancora giunta ad una conclusione.

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    1. p.s. ti ammiro tanto, Marina! Io dopo una pagina di quella roba lì potrei anche decidere di far fare al libro una grande esperienza di volo senza paracadute. Mi perdoni immensamente Cortázar, sarà pure un genio, ma dall'immensa mia ignoranza lo trovo in quel frangente particolarmente indigesto.

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    2. Ti capisco, eh, a proposito di Cortázar: secondo me lui è il classico esempio di scrittore che se piace fa impazzire, se non piace suscita le reazioni tue. In pratica Julio Cortázar è senza mezze misure. 🙂
      Comunque non posso che darti ragione quando dici che lo stile è la proiezione della propria personalità, significa che bisogna scrivere come si è in grado di farlo e secondo un flusso che sorge spontaneo. Le forzature si notano e diventano un brutto modo di fare narrativa. Certo è che ci sono persone che sanno esprimersi solo in certe maniere, allora, secondo me, è giusto che anche loro abbiano una chance, che non debbano uniformarsi per essere visibili, che ci provino comunque. Cioè la scrittura per loro non dovrebbe essere un esperimento da proporre, ma una forma naturale di espressione personale. Io, forse, se fossi editore e riconoscessi questa "spontaneità" mi interesserei a forme nuove di scrittura.

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