Fermare i pensieri in corsa, quando attraversano il nostro cervello; fissarli perché non si confondano nel caos di immagini quotidianamente registrate e di sensazioni assorbite mentre parliamo, osserviamo, percepiamo odori, ascoltiamo, mentre, cioè, i nostri sensi lavorano e noi inconsciamente li assecondiamo. Ecco, è questo ciò che faccio io portandomi dietro un taccuino: ce l'ho in borsa e se non è in borsa è in una tasca ma sempre con me, pronto a ricevere suggestioni, a raccogliere e conservare tutto quello che mi colpisce e non voglio vada disperso o dimenticato.

martedì 10 novembre 2015

La paura della critica genera mostri letterari (e il self-publishing perde terreno)



Da quando ho allargato l'interesse anche alla narrativa indie, la mia analisi sul self-publishing si è arricchita di un nuovo punto di vista. 

Il fronte di battaglia vede contrapposte due forze in gioco: lo "scrittore generico" (senza etichettarlo come esordiente, aspirante, scrivente, scribacchino, che dir si voglia) che vuole farsi leggere e il soggetto deputato a dare veste ufficiale a questo suo sogno, ossia l'Editore. Da una parte lo scrittore fiducioso che cerca in tutti i modi di arrivare alla pubblicazione, dall'altra l'Editore irraggiungibile che cancella speranze e tronca aspettative.

Un tempo chi aspirava a diventare scrittore, si muoveva con umiltà su un terreno che sapeva essere difficile da calpestare; era consapevole che arrivare sotto gli occhi di un editore, per essere da questi apprezzato, significasse tagliare un traguardo agognato a lungo e il solo fatto di dovere riuscire a imbonire il "nemico " che alza i pollici o li abbassa inesorabilmente, lo portava a prestare un'attenzione maggiore verso ciò che proponeva: il lavoro doveva essere curato nel dettaglio, stilisticamente impeccabile, grammaticalmente perfetto. 
Negli anni, tuttavia, il mercato editoriale non ha dato grande prova di sé, impoveritosi dietro alle nuove esigenze dei lettori e messo sotto torchio dalla continua minaccia di fallimento che lo morde alle caviglie. I sogni ancora possibili degli scrittori sono divenuti autentiche chimere: gli Editori pubblicano per vendere, per guadagnare, per sopravvivere e sono in tanti ormai a cedere alle lusinghe della narrativa commerciale, senza garanzie di qualità. Gli esordienti, dal canto loro, provano a lottare e a difendersi da lungaggini e sepolture di sogni con il comodo strumento del self-publishing. Fin qui il quadro è quello classico, che fa da sfondo a tanti discorsi affrontati nel web e ai numerosi confronti accesi fra detrattori e paladini dell'autopubblicazione.

Io non ho mai fatto mistero del mio forte pregiudizio nei confronti di questa opportunità che, nel tempo, è divenuta un porto di mare per scrittori all'arrembaggio, che ne hanno compromesso inevitabilmente la reputazione con opere illeggibili sotto molti punti di vista.
E alle cause per cui "condanno" il self-publishing, che riassumo, generalizzando, in scarsa umiltà e impazienza dello scrittore, aggiungo un'altra forte motivazione: l'incapacità di sottoporsi al giudizio altrui, che è la paura di ammettere di avere scritto qualcosa di perfettibile e non di perfetto.

Ho detto qualche giorno fa a un amico che la paura della critica genera mostri letterari e lo penso sul serio: con l'autopubblicazione si saltano tutti i passaggi intermedi, è così che funziona, no? Ciò significa che io posso scrivere qualunque cosa in qualunque modo e pubblicarla senza un filtro, perché ci penseranno i lettori a premiare o bocciare la mia opera (se sarò brava ad accaparrarmi la loro attenzione con una buona promozione - dove magari sono ferratissima - avrò persino successo di vendite). Invece è normale che chi scrive per la prima volta, o comunque da poco, possa commettere degli errori; passi che non ne farà di grammatica, passi anche che starà attento ai refusi, ma nel raccontare, forse, potrebbe fare di più e meglio nei dialoghi o ridurre qualche descrizione sovrabbondante o fare un uso più accorto di avverbi e aggettivi, tutte cose che solo un severo giudizio può rilevare e non del lettore comune, ma di chi ha strumenti tecnici e conoscitivi in grado di rendere efficace un testo (leggi editore, editor, agente letterario, consulente che sia.)
Penso che il self-publishing, in qualche caso, sia la panacea contro l'insicurezza dello scrittore, che il vero passaggio evitato non sia la lunga trafila del processo produttivo, ma solo la paura di ricevere quel "no" che ferisce l'orgoglio e mortifica lo slancio creativo di chi ama scrivere. Tanto vale, allora, chiudere le orecchie proprie e le bocche altrui e fare da sé; in fondo basta avere dimestichezza con il computer per diventare, con un click sul tasto invio, uno scrittore in prima linea.

Nessuno è contento di subire sonore bocciature, nessuno vorrebbe mai sentirsi dire: "questo racconto non comunica niente", "questa storia è senza spessore" e non voglio aggiungere esempi su come venga maltrattata spesso la lingua italiana. E il self-publishing lascia che tutto diventi pubblico, riversando sul lettore, consumatore finale, ogni responsabilità legata alla scelta.
Il risultato è che abbiamo sempre più materiale scadente e sempre meno lettori convinti che l'autopubblicazione sforni opere belle (che ci sono, ma si perdono nel mare della pessima narrativa).
Allora io dico: ma fatevi coraggio, non gettate la spugna al primo no, nemmeno al secondo, nemmeno al decimo. E se siete stanchi e demotivati perché le Case Editrici continuano a snobbarvi, d'accordo, provate con l'esperienza da indipendenti, ma arrivateci facendo prima valutare il vostro testo da qualcuno che sappia darvi le dritte giuste e qualche buon consiglio.
Anche il silenzioso giudizio del lettore comune è una mannaia calata sullo scrittore, quando perde tempo su un'opera che fa acqua da tutte le parti.

Io ho scritto un romanzo che, dopo il suo ciclo vitale con una casa editrice, per sopravvivere, ha avuto bisogno del self-publishing, ma da allora non mi sono più dedicata a storie lunghe perché sto ancora provando a farmi le ossa imparando dai giudizi altrui, esponendomi alle critiche con qualche racconto, mangiandomi il fegato quando mi sento dire "non mi piace", ma cogliendo l'opportunità di sottopormi alla pioggia di commenti negativi su ciò che scrivo, per ingoiare il rospo da una parte e spingere, dall'altra, il pedale del miglioramento.

Io non cerco il plauso di tanti lettori compiacenti, io voglio il "si" convinto di chi crede che io davvero abbia delle potenzialità per diventare scrittrice.

51 commenti:

  1. Scarsa umiltà e impazienza le convidido in pieno. Ne ho trovati che criticano i grandi della letteratura (il che è accettabile), ma elevandosi alla pari (e suona ridicolo). La fretta è comprensibile, ma in letteratura non è saggia. Ci sono scrittori affermati che hanno scritto pochissimo e a partire da un'eta adulta. Meno impeto giovanile aiuterebbe a maturare.
    L'incapacità di sottoporsi al giudizio altrui vale solo rispetto agli editori, o anche agli eventuali lettori e recensori della propria opera indie? Questo non lo so, non leggo autopubblicati.

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    1. Invece, proprio il fatto che io mi dedichi agli autori autopubblicati mi ha fatto capire meglio il fenomeno del self-publishing. Lo sto analizzando non dall'alto, ma dall'interno, mescolandomi a tutte le voci di esordienti che si lanciano nell'oceano sperando di raggiungere la riva a nuoto prima di altri. La paura di cui parlo non è quella del giudizio dei lettori comuni (lì, l'autore indie ha sempre l'escamotage del "non capiscono niente" e lì scatta la mancanza di umiltà di cui parlo), ma quella nei confronti dell'"Autorità" rappresentata dall'Editore. Perché non mostrare la stessa sicurezza vantata nei confronti del pubblico? Se io sono bravo e mi sento già scrittore, perché non voglio farmelo confermare da chi può farlo davvero? Perché chi può farlo davvero non lo farebbe con tanta facilità! - io mi rispondo così.

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    2. te lo dico io perché alcuni scelgono il self-publishing: una Casa Editrice tradizionale per un contratto chiede all'incirca 1.800 €uro di investimento da parte dell'autore (acquisto tot copie). Ecco perché.
      Fra i self-publisher ci stanno anche dei geni.

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    3. Ne sono convinta anch'io.

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    4. Anonimo: le vere case editrici non chiedono soldi agli autori.

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  2. Anche io la penso come te.

    A volte mi fermo e penso: io, come molti, ho suonato qualche strumento in gioventù. Ho fatto parte di un gruppo e addirittura ho anche registrato qualcosa in tempi in cui avere un quattro piste voleva dire dare uno sguardo al mondo dei musicisti veri. Eppure non m'è mai saltato in testa di stamparmi cd o (qualche anno dopo) vendere i miei mp3.

    C'è tanta gente che suona, dipinge, fa "arte" a vario titolo ma solo chi scrive, mi pare, ha questa smania "pubblicatoria". D'altronde nessuno si scandalizza se, a fronte di una popolazione che suona o strimpella uno strumento, i musicisti siano pochissimi. Perché chi scrive, invece, ha sempre l'idea che sia "il sistema" o chissà cosa a frapporsi ai propri inevitabili sogni di gloria? Non mi pare scandalosa l'idea che, se le case editrici mi snobbano - a me per primo -, il motivo sia che non ne sono capace. Non abbastanza, perlomeno.

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    1. La smania "pubblicatoria" di cui parli è fomentata proprio dal sistema che oggi ci ha messo in mano un giocattolo fantastico: le piattaforme di autopubblicazione. È vero, chi sapeva suonare uno strumento, un tempo, o strimpellava in una band di amici, non si sarebbe mai sognato di mettersi in moto da solo e nessuna tentazione poteva fargli accarezzare questo sogno, non esistendo strumenti idonei. Adesso lo strumento per gli scrittori è arrivato su un piatto d'argento, come non approfittarne. E lì non esiste più la sana rassegnazione di non essere all'altezza di essere pubblicati.

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  3. Siamo sicuri però che questo "sì" sia testimonianza del nostro reale valore?

    Ho passato tanti anni a cercare lavoro. Pur avendo un discreto curriculum, mi sedevo alla scrivania di qualcuno che puntava solo a giudicarmi, a definire se andassi bene o no, se fossi la persona che stavano cercando. Poi il lavoro l'ho trovato. E anche ora ho qualcuno che soppesa le mie competenze e pensa di sapere cosa sia e non sia in grado di fare. Quando il romanzo sarà pronto, mi spaventa un po' l'idea di sottopormi al giudizio di qualcuno che, sulla base di categorie parzialmente arbitrarie, decida se io vado bene oppure no.
    Non riusciamo - qui in Italia - ad entrare nell'ottica di uno scambio: tu mi dai un lavoro ma io ti do la mia esperienza, tu mi pubblichi il romanzo e io ti faccio guadagnare. Chi siede dietro una scrivania pensa di poter far piovere dall'alto grazie e punizioni. E noi zitti, a subire. Magari hanno per le mani un capolavoro, ma pubblicano Moccia...

    Io sto riflettendo anche sull'eventualità del self-publishing. Perché, almeno con la scrittura, mi piacerebbe essere padrona di me stessa. Con il mio lavoro purtroppo non posso farlo.

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    1. È un po' una scusa, se ci pensi, con cui i "selfisti" ingannano se stessi: il pensiero di essere giudicati da Editori che decidono arbitrariamente o secondo chissà che interessi (concordati o meno) quale sia il prodotto meritevole. Se tu, comunque, riconosci che ciò che hai scritto è un'opera degna di pubblicazione, perché non giocare carte "ufficiali"? Paradossalmente, con l'autopubblicazione prendi scorciatoie, sei padrona ti te stessa (cose verissime), ma la tua qualità e il tuo lavoro si deprezzano al contatto con tutto l'illeggibile che c'è! Non sarei così saldamente prevenuta.

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    2. Io non mi sento prevenuta, ma solo molto arrabbiata. Sarà che quando attraverso momenti difficili estremizzo il mio pensiero, ma in questo periodo ho l'impressione di essere schiava di una realtà professionale che non ho scelto. La scrittura è la mia unica forma di libertà. Per il resto, mi sento molto simile a un soldatino. Quindi ho un timore (ecco: più che un rifiuto è un timore) piuttosto marcato dell'editoria. Non escludo che da qui a quando avrò finito il romanzo le cose cambino e io - non più vittima di capi-padroni - sarò molto più malleabile. ;)

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    3. Io penso che il tuo romanzo dovrà passare per le mani di un Editore, più che essere lanciato da subito nel marasma del self-publishing. Hai detto che vuoi che venga fuori un prodotto convincente sotto tutti i punti di vista, sono convinta che se lo sarà qualcuno lo noterà e vorrà scommettere sul tuo talento.

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    4. Cara Chiara, anch'io faccio un lavoro che non sento mio e da 27 anni, colpa mia che non ho avuto il coraggio di cambiare, in virtù del buon posto fisso e altre menate. Proprio per questo chiedo che sulla mia passione per la scrittura venga messo un sigillo quello dell'editore che alla fine è un filtro. Forse ha maglie troppo larghe, ma gli autori che a noi non piacciono, ahimè piacciono ad altri e vendono, facciamocene una ragione di questo e pensiamo ai nostri prodotti non a quelli altrui. Io credo che la soddisfazione per te sarebbe molto più grande se sulla copertina ci fosse un editore di un certo rilievo, almeno provaci, quando sarà. Sandra

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    5. Vi ringrazio per gli incoraggiamenti. Ho (purtroppo) ancora molto tempo per pensarci, perché sono ben lontana dalla conclusione dell'opera. Ripeto: forse questo mio pensiero è legato alle circostanze del mio quotidiano. Non sono serena, e si vede. Magari evolverà insieme a me, quando le cose si sistemeranno.
      Io il coraggio per cambiare ce l'ho. è un coraggio pieno di timore. Ma anche un dovere verso me stessa. Ho solo bisogno di un lavoro che valga la candela. :)

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  4. Concordo anch'io su tutta la linea.
    Ci sono solo due riflessioni che aggiungo al bel post e ai commenti.
    Il nostro vero valore non lo sapremo mai. Ci sono autori osannati in vita e poi dimenticati, altri riscoperti anni dopo la morte, magari dopo il suicidio per la depressione causata dallo scarso riconoscimento. Noi possiamo solo cercare la via migliore per noi per essere letti da più gente e per più tempo possibile.
    Infine, tutta la letteratura è commerciale. Un editore pubblica solo ciò che spera possa vendere, magari a un'élite di acquirenti, ma comunque a degli acquirenti. Danti è tutt'ora commerciale: la Divina Commedia viene venduta, agli editori rende. Il self autore anche lui, nel momento in cui mette un prezzo al suo libro ne fa un oggetto commerciale. Se uno è contrario alla commercializzazione della cultura può mettere i suoi scritti a disposizione gratuitamente. I modi ci sono. In caso contrario deve essere consapevole di fare commercia esattamente come gli editori.

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    1. La via migliore per essere letti: sono d'accordo!
      Non è un po' un'illusione che con il self-publishing ci siano chissà quali guadagni? Ne abbiamo già parlato altrove: qui il commercio va dagli 0,99 centesimi alle 5 euro; di più, non è un affare! Cultura a buon prezzo?

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  5. Io non parto prevenuto nei confronti del self- publishing, invero ho scoperto molti autori interessanti. Devo dire che pur avendo la possibilità di auto pubblicarmi già due anni fa, ho cercato con tutte le mie forze un accreditamento ufficiale, ho lavorato molto per questo, alla fine dopo decine di invii alle case editrici ho potuto addirittura scegliere tra tre che erano disposte a pubblicarmi senza chiedermi nulla in cambio (perché esiste anche quel mondo, purtroppo). Il contratto per un esordiente è assimilabile al: "ancora grazie che ti pubblichiamo", quindi i guadagni, se ci sono sono irrisori e si vedono dopo 1 o 2 anni, ma desideravo con tutte le mie forze essere "filtrato" e apprezzato da chi di editoria ne sa più di me. Solo un vezzo che soddisfa il mio ego e la tranquillità che in qualche modo il mio progetto non era campato in aria. Poi se incontrerà il gusto di poche o tante persone, a questo punto non dipende da me. Non credo di portare nulla di nuovo alla discussione, solo la mia piccolissima esperienza di scribacchino.

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    1. Tu hai cercato un accreditamento ufficiale e dopo decine di invii hai raggiunto l'obiettivo. Perché secondo te? Perché il tuo libro è piaciuto (addirittura a tre editori, pensa che soddisfazione!), dunque è considerato un testo di qualità. Hai usato un termine esatto: "filtrato" da chi ne sa qualcosa in più di editoria. Tu stai dicendo quello che dico io, Massimiliano e ne hai dato anche una prova tangibile con il tuo romanzo. Avresti potuto scegliere di autopubblicarti e allora il giudizio di valore sarebbe dipeso dai tuoi lettori (come lo sarà ugualmente adesso che esci con un'etichetta ben precisa). Voglio dire che è sempre merito del lettore, alla fine, se il romanzo avrà o meno successo, ma il riconoscimento di un Editore regala una veste diversa alla opera pubblicata.

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    2. Grazie Marina, penso anche di essere stato fortunato, molto fortunato, autori migliori di me non hanno avuto riscontri. Sono contento perché ho avuto quello che volevo: mettere nella libreria personale, accanto agli autori che amo, e ce ne sono anche di auto pubblicati, un libro con il mio nome, poi quello che verrà verrà. Intanto posso solo dire grazie a chi mi sostiene, sulla fiducia a questo punto, e ringrazio anche "amici" che non si sono nemmeno degnati di dare un segno di vicinanza salvo poi commentare cose di altra natura, anche alcuni "amici" virtuali che su facebook hanno rimosso il contatto alla notizia che ero riuscito a pubblicare. Si impara anche da loro.

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    3. L'invidia è una brutta bestia!

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  6. Io terrei separati i due discorsi, quello relativo al bisogno di una convalida da parte di un editore (che molti hanno, giustamente) e quello di considerare in automatico chi pubblica in self "un pessimo scrittore scartato dagli editori".
    Personalmente avrei potuto scegliere la strada del piccolo editore e l'ho evitata consapevolmente, per ragioni che ho ben spiegato altrove. Fino a qualche giorno prima di caricare il file su amazon ho avuto delle proposte (indecenti sotto molti aspetti), che ho rifiutato senza ripensamenti, perché ormai so bene che quel tipo di pubblicazione non porta altro che frustrazione.
    Con ciò non voglio giudicare chi sente il bisogno di percorrere questa strada. Ognuno fa ciò che sente giusto per sé.

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    1. Quello che sostengo anche io Maria Teresa, sono due discorsi che devono necessariamente essere separati. Ho esordito dicendo che non sono prevenuto nei confronti del self- publishing proprio perchè l'ho preso in considerazione io stesso e non è detto che non me ne avvalga in futuro. Inoltre, mi ripeto, ho scoperto autori autopubblicati che ritengo eccellenti, tu ne sei un esempio, ma anche altri. Un amico molto forte nel campo del romanzo storico è partito da lì. Il mio percorso personale è giustappunto un percorso personale legato a fattori che non voglio sottoporvi per non tediare nessuno. C'è spazio per tutti. Il giudizio di valore è nell'opera in quanto tale, nel riscontro che ottiene, e nella soddisfazione di chi scrive. Ci vuole umiltà, dedizione, chiarezza di idee, consapevolezza. Tromboni che pensano di aver scritto l'opera che tutto il mondo aspetta ci sono tra coloro che si trovano sotto l'egida di una casa editrice e tra coloro che si auto pubblicano convinti di essere in qualche misura incompresi. Leggiamo, scriviamo e pubblichiamo. Facciamolo. Dalla letteratura di intrattenimento alla letteratura che affronta tematiche auliche continuiamo nel nostro percorso, che leggere torni ad essere la discriminante per conoscere ed apprezzare tutti gli aspetti della vita, dai più futili ai più intellettualmente complessi. Il resto è fuffa, la cultura deve essere trasversale, non di nicchia. la cultura è scambio, condivisione, conoscenza, affronta tutti i livelli di comprensione dell'uomo e scandaglia tutti gli aspetti dell'animo umano. Leggerezza, leggerezza amici miei, non superficialità, che è cosa diversa. Ci penserà la storia, il pubblico, la fortuna, a fare da setaccio. Io non voglio chiudermi in preconcetti, non voglio dare giudizi di valore affrettati e non desidero altro che leggere cose piacevoli per il mio gusto, poi... che sulla copertina ci sia stampigliato il nome di una casa editrice oppure no mi importa poco. Scusate per il pistolotto, come molti partecipanti alla discussione soffro e lotto per amore della letteratura, lotta impari in questo mondo fatto di frammenti e copia e incolla estrapolati da wilipedia, dove i ragazzi non leggono nemmeno le istruzioni dell'ultimo modello di Iphone che si sono comprati.

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    2. Non dico che chi si autopubblica lo faccia in assoluto perché considerato pessimo e dunque scartato dagli editori, però è nel self- publishing che alla fine queste opere trovano rifugio. Ovviamente io non posso che generalizzare e non nego che ci siano le eccezioni (pensa che io ne vado alla ricerca, leggendo gli esordienti, consapevole della loro esistenza in mezzo a tanto niente.) Poi, è ovvio che non giudico chi sceglie una via piuttosto che un'altra, io giudico un sistema che non può fare a monte una selezione fra opere buone e opere da buttare.

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    3. @Massimiliano, sono d'accordo, infatti difendo il mio diritto/desiderio/bisogno di leggere libri belli. La bellezza di un libro non dipende da un'etichetta, verissimo, ma è forse più facilmente riconoscibile grazie ad essa. Anch'io ho letto libri validissimi di autori che rimarranno probabilmente nell'anonimato perché si accontentano di essere stimati da un pubblico ristretto (perché, parliamoci chiaro, con l'autopubblicazione quanti raggiungono l'acclamata fama?) ed è un peccato, tutto qui!

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    4. Certo Marina, il problema è che, secondo me, abbiamo in qualche misura ragione tutti. Perché tutti abbiamo motivazioni insindacabili. Questo post che hai scritto ha "scatenato" una discussione bellissima, secondo me anche molto costruttiva.

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    5. Sì, infatti non voleva essere un uno contro tutti o scatenare fazioni. Mi fa piacere che te ne sia accorto. :)

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  7. "...potrebbe fare di più e meglio nei dialoghi o ridurre qualche descrizione sovrabbondante o fare un uso più accorto di avverbi e aggettivi, tutte cose che solo un severo giudizio può rilevare e non del lettore comune, ma di chi ha strumenti tecnici e conoscitivi in grado di rendere efficace un testo (leggi editore, editor, agente letterario, consulente che sia.)"

    Sono in totale disaccordo su questo punto. Secondo me è proprio la sopravvalutazione del ruolo dell'editor (che secondo me, a questo punto, dovrebbe avere il nome stampato in copertina più grande di quello dell'autore) che porta ormai ad avere romanzi tutti uguali: tutti con la giusta dose di avverbi e aggettivi, tutti con la giusta lunghezza dei dialoghi, tutti con la giusta lunghezza delle descrizioni, e così via.

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    1. Condivido, il libro ormai viene visto solo ed esclusivamente come un prodotto da vendere. Tutti più o meno seguono un target unico, questo si può anche condividere... quello che non riesco ad accettare è il completo annientamento del libro come IDEA, come una Verità da proporre per dare un contributo alla crescita sociale etica e anche intellettuale di una comunità. Per me è questo il vero grande delitto della grande Editoria Italiana.

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    2. Il mio, Ivano, era solo un esempio di ciò che accade in molti, moltissimi, casi di autopubblicazione: io personalmente ho letto testi con una scrittura da scuola media, quando insegnano che l'aggettivo serve a qualificare un oggetto, dunque puoi dire "la gonfia nuvola candida su in cielo" (l'ho trovato, giuro!) perché le nuvole sono soffici ma sono anche bianche. È di questo che parlo e se nessuno ti dice che non è poi così poetico scrivere in questo modo e tu non cerchi qualcuno che te lo dica, il self-publishing mette in campo questa roba. Per giocare con lo stile bisogna essere esperti, dunque tu puoi scrivere come ti pare e risultare convincente, ma sai di fare compagnia al resto.

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    3. Però, @Giuseppe, io non sono del tutto d'accordo: l'idea, invece, viene premiata se è vincente o se è considerata tale. Ho letto libri pubblicati da case editrici con contenuti davvero bizzarri, ma belli, scritti bene, dove la mano esperta dell'autore dimostra che non sempre c'è omologazione nell'Editoria quando decide di scommettere sull'originalità, anche a rischio di non incontrare per forza il favore di tutti. L'unica cosa che mi avvicina al tuo ragionamento è che molto più spesso questo accade nelle Case Editrici meno famose (che poi sono quelle che io seguo con maggiore attenzione).

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    4. Mi sembra di avere scritto "... è questo il vero grande delitto della grande Editoria Italiana". e se ci pensi bene sono loro, proprio perché grandi (ossia immensa circolazione della conoscenza rispetti alle piccole case editrici) che hanno la responsabilità, io dico anche la responsabilità, di quello che trasmettono alla società. Attenzione, non sto dicendo che in libreria non devi trovare l'ultimo libro di Cracco o Gracc e le su ricette, o le ultime minchiate che ci fanno sorridere della Letizzietto. Questo modo di pensare sarebbe assurdo e anacronistico, ma la partita, la vera partita, si gioca in un'altro campo; e questo campo è quello delle SCELTE. Per intenderci, c'è una fase dove si dovrà scegliere, e vi assicuro che c'è, tra l'ennesimo libro di ricette di una personalità conosciuta (osserva come non lo definisca nemmeno scrittore) e un potenziale capolavoro ( non un buon libro ma un potenziale capolavoro) di un perfetto sconosciuto scrittore o artista o pensatore che sia. Tutti voi che leggete sapete meglio di me alla fine dove cadrà la scelta. Detto questo, come sempre un saluto e un grande affettuoso abbraccio a questa sicilianazza ;)

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    5. E noi piccoli scrittori e grandi sognatori ci accontentiamo di finire nelle Case Editrici meno "big", oltreché nelle case della gente! ;P
      Un bacio anche a te, magnifico conterraneo! :)

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  8. Penso che il self publishing sia un ottimo mezzo. Un mezzo va usato nel modo più proficuo. Che cosa è proficuo... dipende :D C'è chi vuole pubblicare per provare a guadagnare, per l'ego smisurato, perché è un genio incompreso. C'è chi vuole pubblicare ed è degno di esserlo, pur non essendo un genio e tenendo ben fermo questo punto.
    Bisogna anche riconoscere che nell'editoria non è tutto pulito, corretto e di valore letterario ciò che si pubblica. Dunque, io sono molto critica in generale.
    Nel blog, io e soci abbiamo deciso di realizzare una pagina dove dichiariamo che siamo disposti a segnalare ed eventualmente a leggere esordienti/autori senza obblighi di sorta e con alcune regole. Ho ben chiaro quello che tu hai scritto, Marina. Tanto che a volte verrebbe pure voglia di fare la carogna. Perché idee ottime o comunque interessanti sono in balia della fretta e a volte dell'ignoranza, dell'assenza di umiltà e di pazienza di chi scrive, della mancanza di un aiuto esterno (editor, direi o figura simile, beta-reader, ma non persona compiacente e amica). Rileggersi, per mio umilissimo parere, non basta. Occorre un punto di vista esterno credibile e onesto.
    Sono assolutamente contraria alle critiche distruttive fatte per danneggiare la persona-scrittore, questo non esclude che lo scrittore dovrebbe fare salti di gioia nel leggere le reazioni, anche quelle str..., perché può avere una discreta misura dell'effetto che "fa" ciò che scrive. Questo se è una persona umile e recettiva. Attenzione all'alternarsi di persona e scrittore ;)

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    1. Hai sintetizzato tutto perfettamente, Glò. E tu, che hai fatto della lettura un punto di forza con il tuo gruppo, puoi ben capire cosa intenda. La persona umile e recettiva rimane un'ottima candidata a diventare uno scrittore apprezzato. :)

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  9. Concordo con il punto di vista di Maria Teresa e di Chiara. Io, da selfpublisher, credo di aver già detto quello che penso sul selfpublishing in altri tuoi post. Può essere un'opportunità anche se da utilizzare con estrema cura. Come affermava Socrate "Chi vuol muovere il mondo prima muova se stesso" ;-)

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    1. In realtà, volevo fare un passo avanti: sul self-publishing si è detto tanto e dappertutto, riprendere qua il solito discorso non mi andava; però, riflettendoci un po' più a fondo, ho avuto la percezione che la paura di subire il giudizio di un Editore porti tanti esordienti a saltare l'ostacolo con l'autopubblicazione. Poi ognuno conosce il proprio percorso e tira le somme in base a esso. Ci provo, quando ci provo, ci riprovo e poi basta, mi autogoverno, per così dire! Questo atteggiamento non toglie spessore all'opportunità di cui parli?

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    2. Può darsi, ma nel nostro bel paese dove si va avanti per conoscenze e raccomandazioni bisogna pur trovare una strada per farsi conoscere. Non parlo di me, ma in generale. Un mio amico dopo aver cercato invano dei finanziatori per un progetto alla fine si è autofinanziato chiedendo un prestito in banca e ha creato una star up di successo. Il suo non è un caso isolato.

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    3. volevo scrivere "Start Up"

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    4. In fondo è la speranza di tutti gli esordienti che si autopubblicano: trovare il successo senza chiedere niente a nessuno. Il che può essere giusto! :)

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  10. Io ho scelto il self-publishing proprio per capire se i miei scritti valevano qualcosa.
    Io non temevo il giudizio negativo degli editori, volevo capire se ero portato per la scrittura come ritenevo oppure no, ma con gli editori è stato impossibile capirlo.
    Magari mi avessero risposto "il suo racconto non comunica niente" o "il suo manoscritto fa schifo", una mezza idea (negativa) me la sarei fatta. Invece solo dei "il suo lavoro non è adatto al nostro catalogo" o "il romanzo ha dei meriti ma non si confà alla nostra linea editoriale".
    Insomma, scrivo bene o scrivo male? Boh! L'unico modo per scoprirlo era mettermi in gioco col self-publishing. É ciò che ho fatto.

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    1. Ma adesso che qualcuno ti ha confermato che sai scrivere e anche bene (io fra questi) perché non dare un valore aggiunto a ciò che proponi? Pensa allo sconosciuto che cerca in rete un buon libro da leggere fra le nuove risorse: chi lo condurrà al tuo nome? Ariano Geta è uno tra i diecimila scrittori che si sono autopubblicati. Per me chi sa scrivere bene deve puntare al "ah sì, quell'Ariano Geta". ;)

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    2. Concordo, io ho tre libri di Ariano Geta. Vale il "muchacho" vale.

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    3. Ariano, senti che ti dice pure il buon Massimiliano? :D

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  11. Non ho mai pubblicato qualcosa in self e non ho intenzione di farlo, tuttavia non mi sento di condannarlo per questi motivi - piuttosto per altri.
    Sono d'accordo nel dire che il self publishing è una scelta più facile dell'editoria tradizionale. Ci si risparmia la ricerca dell'editore, il lungo lavoro di correzione, e il lancio nel mercato che, in realtà, cambia poco e niente della situazione dell'autore, cosa che può demoralizzarlo. Tutto questo ci si risparmia, sempre che si riesca a pubblicare.
    Chi desidera pubblicare self senza aver avuto neanche un'esperienza con un editore (esperienza finita bene o male, indipendentemente) sia più sul genere che dici tu. Persone che non vogliono fare fatica per pubblicare il loro libro, perché magari è solo un hobby, un passatempo, non una vera passione.
    Chi scrive per amore, perché non può farne a meno, penso abbia accarezzato almeno una volta l'idea di pubblicare con una casa editrice. E se poi ripiega sul self può essere per molto motivi, magari anche banali, e non per forza perché ha paura di sentirsi dire no.

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    1. Sono convinta anch'io di questo. Ho solo messo a fuoco uno dei tanti motivi, altrimenti non penserei che nel self-publishing si nascondano belle cose purtroppo sottovalutate.

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  12. Io ho scelto il self perché pensavo che il mio romanzo non fosse adatto a nessuna casa editrice. O che nessuna casa editrice fosse adatta a lui. Insomma, è strano. Quasi non ci sono descrizioni, va tutto avanti per dialoghi, messaggi, silenzi. Chi l'avrebbe pubblicato, se non me medesima? ;)

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    1. E se fosse proprio questo stratagemma tecnico a rendere originale il tuo romanzo, dunque diverso e appetibile? Le novità, di solito, incontrano il favore delle Case editrici, non di quelle big big, magari, ma di quelle interessate a pubblicare qualcosa di mai visto, perché no?

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    2. Uhm. Mi piace questa possibilità. :)

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  13. Quello che segue è un commento che ho lasciato altre volte in giro per la blogosfera ma, come si dice, rispecchia è la mia opinione e continuo a portarla avanti.
    Sono assolutamente favorevole al self-publishing. Credo che sia una grande possibilità per me (lettore) di venire a contatto con realtà diverse da quelle canoniche della grande distribuzione. E' vero che pescando tra gli autoprodotti si può incappare facilmente in lavori scritti coi piedi, ma è anche vero che si trovano tante boiate anche tra i cartonati da €20 ben disposti sugli scaffali delle librerie. Diciamo che se spendo €20 per 20 ebook autoprodotti da €0,99 sono praticamente certo di trovare qualcosa di interessante. Viceversa se mi ritrovo tra le mani un'unica grande boiata rimango. oltre che con una tonnellata di disappunto, anche con un mattone che mi occupa spazio su una libreria già di per sé in criticità di spazio.

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    1. Quando si fanno delle affermazioni è sempre tutto relativo, sarei ingenua se pensassi che è soltanto nell'Editoria tradizionale che si trovano le opere migliori e sono anche la prima che quando legge gli esordienti autopubblicati (perché li leggo) mi esalto se trovo il gioiello in mezzo a tanta pietra lavica. Il punto è che, al di là di quanto spendi, è più difficile incappare nella schifezza pubblicata da una Casa Editrice importante e questo proprio per il fatto che se devo pagare un libro 20 euro non ne prendo uno a caso, ma lo acquisto perché ne ho sentito parlare bene, perché ho letto recensioni positive, mentre lo hai detto tu stesso, con gli autopubblicati per trovarne uno buono ne compri 10, con il risultato che hai speso la stessa cifra ma hai ingrossato la libreria di 10 (fossero anche 9) inutilità letterarie.

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