martedì 3 marzo 2020

“Infinite Jest": il mio personale “Samizdat”




È stato già detto tutto sull’infinito capolavoro di David Foster Wallace. Se io, adesso, voglio parlarne non è per ribadire che è considerato un libro cult della letteratura americana contemporanea, monumento letterario progettato per denunciare tutte le forme di dipendenza (da quelle legate all'uso di sostanze stupefacenti, farmaci, alcol a quelle indotte dal capitalismo consumistico), romanzo profetico, precursore del nostro tempo così acriticamente assuefatto ai mass-media e asservito alle logiche del marketing. 
Io voglio parlarne per disintossicarmi.
Perché questo è, per me, “Infinite Jest”: una droga.

Ho finito il romanzo in quattro mesi, complice una lettura di gruppo (con un primo tentativo fallito, qualche anno fa) e sono nella fase dell'elaborazione del lutto: sì, perché sono ormai due settimane che non riesco ad aprire altro libro se non quel mattone di carta, macinato, assorbito e non ancora smaltito, che mi porto in giro per casa. Quattordici giorni a ripercorrere le tappe di un viaggio pazzesco, a riprendere intere parti che, a lettura conclusa, si sono improvvisamente arricchite di sfumature; a ripescare personaggi secondari che secondari non sono; a ritrovare il senso e la logica di un tutto gestito apparentemente senza senso e senza logica. 
Sono rimasta morbosamente aggrappata a una delle esperienze più totalizzanti della mia vita da lettrice e sono ben lontana dall’essermi liberata della curiosità, che non ho ancora esaurito e del desiderio di rimanere a Boston, a respirare l’atmosfera distopica degli “anni sponsorizzati”. 
No, dico, trovatemi il genio capace di inventarsi una cosa più stravagante della politica ”experialista” dell’ONAN.

L’ONAN è l’acronimo di “Organization of North American Nations” (nuova formazione geopolitica costituita da U.S.A, Canada, Quebec e Messico), il cui presidente Johnny Gentle, ex cantante di piano bar (il Famoso Cantante Confidenziale), ossessionato dall’igiene, (noto come “L’Uomo più Pulito nel Mondo dello Spettacolo”), ha elaborato un piano di “Riconfigurazione territoriale”, che prevede l’annessione nel territorio del Quebec, in Canada, di una parte degli Stati Uniti, al solo scopo di trasferirvi tutti i rifiuti tossici del Paese. Essi, confluendo in una zona chiamata “Grande Concavità”, oltre a causare ovvi disagi, provocano l’azione terroristica di alcuni gruppi separatisti/anti-ONAN. 
Ma aspettate, sentite questa: poiché l’operazione di smaltimento prevede costi esorbitanti, come viene risolto il problema? Chiedendo ad alcune aziende produttrici di prodotti di consumo di fare da sponsor in cambio del consenso governativo ad attribuire il proprio nome agli anni del calendario lunare.
Capito cosa si è inventato Wallace?
Così (secondo la deduzione fatta da qualcuno, che ha incrociato date, vite di personaggi e note, per risalire agli anni di riferimento), il 2009 è l’”anno del Pannolone per Adulti Depend”; il 2010 l’”anno di Glad” e il 2007, fatemelo dire (poi vi servirà qualche minuto per capire in quale pianeta siete finiti) è l”anno dell’Upgrade per Motjerboard-Per-Cartuccia-Visore-A-Risoluzione-Mimetica-Facile-Da-Installare Per Sistemi Tp Infernatron/InterLace Per Casa, Ufficio, O Mobile Yushityu 2007 (sic.)”

Bisogna farsene una ragione: chi si avventura in “Infinite Jest” rimane stordito. Ripete a se stesso: "è una follia", mentre continua a domandarsi se la prosecuzione della lettura sia una prescrizione medica, un consapevole atto masochistico oppure un coraggioso harakiri. Poi, però, una volta superata la “prova di compatibilità”, entra in un mondo da cui viene letteralmente risucchiato. È quello che è capitato a me: giunta all’”anno della saponetta Dove in formato prova”, attraverso una lettura non distratta e non leggera (come quella affrontata in precedenza), mi sono trovata immersa fino al collo nelle stranezze (leggi genialità) di Wallace; sguazzavo curiosa, a volte divertita a volte sgomenta, dentro la trama di una complessa storia, che intreccia due filoni in parallelo, la vita degli allievi tennisti dell’ETA (Enfield Tennis Academy) e quella dei tossicodipendenti della Ennet House (Casa di Recupero da Droga e Alcol), con un leitmotiv di fondo: la vicenda legata alla diffusione di una cartuccia, che miete vittime, agendo come un’ineludibile macchina di morte.

Le “Cartucce” sono le pellicole dei film autoprodotti da James Incandenza (“La Cicogna Matta”, più spesso chiamato “Lui in Persona”), regista avanguardista, inventore dell’ultimo movimento neorealista, il “Dramma Trovato” (e non vi spiego da quale bizzarra idea esso tragga origine), capofamiglia di un nucleo composto dai figli Orin, Mario, Hal e dalla moglie Avril, nonché fondatore dell’Accademia di tennis, alcolista completamente scoppiato e matto, che si suicida infilando la testa in un forno a microonde (... e ho detto tutto.)
Una delle sue produzioni più controverse è un film in bianco e nero, muto, recitato da una misteriosa donna, “Madame Psychosis”, pseudonimo di Joelle Van Dyne; il film si chiama “Infinite Jest”: si tratta di un Intrattenimento letale, il c.d. “Samizdat”, che genera una compulsiva dipendenza in chi lo vede; una seduzione fatale che provoca un piacere assoluto e riduce gli inconsapevoli spettatori a vivere come vegetali davanti allo schermo, con i bisogni primari azzerati e il solo desiderio di continuare a guardare fino alla morte. Questo “scherzo infinito” è, da una parte, un’arma potente in mano agli Afr (Les Assassins des Fauteuils Rollents, Assassini sulla sedia a rotelle, una delle cellule più temute dell’estremismo quebéchiano anti-ONAN), che vogliono impossessarsi della copia Master della cartuccia (l’unica riproducibile) per ricattare gli Stati Uniti; dall’altra, una minaccia per la sicurezza dei cittadini americani, che il Bss (Bureau des Services sans Spécificité, Ufficio Servizi Non Specificati) cerca di neutralizzare.
I rappresentanti di questi due opposti nuclei operativi sono Rémy Marathe (Afr) e Hugh Steeply (BSS), protagonisti di un lungo incontro che avverrà su una collina che sovrasta il deserto di Tucson, dove in un fitto dialogo, diluito in mezzo alle altre vicende che si intersecano fra loro, vengono affrontate molte delle tematiche su cui si fonda l’intreccio del romanzo.

La cosa più alienante è che la narrazione non segue una successione regolare: la scrittura cerebrale di Wallace è schizofrenica, per cui una volta sei dentro l’Accademia di tennis a seguire la vita dei giovani atleti, che vengono formati per essere sempre i migliori (con il carico di stress annesso, bilanciato da un assiduo uso di droghe), una volta sei a un incontro degli Anonimi Alcolisti, seduto accanto ai personaggi più eccentrici. Poi vieni catapultato indietro nel tempo, nel ricordo risalente di qualcuno o in una conversazione frammentaria; fai le piroette per non perdere il filo dei lunghi flussi di coscienza, cerchi di intuire il significato di termini gergali e altri ipertecnici; resti sbalordito di fronte alla maniacale precisione con cui Wallace cita i nomi di antidepressivi e di molte sostanze stupefacenti e diventi nevrotico a furia di tenere il passo delle note, a tutti gli effetti parte integrante del testo, che aumentano la miopia e sono 388 (alcune, da sole, arrivano a essere di 18 pagine.)
Solo dopo ho capito quanto sia importante non trascurare nulla fin dall’inizio: sigle, nomi, dialoghi, inserzioni, dettagli, perché tutto ritorna e tutto, lentamente, compone il puzzle narrativo che fa di “Infinite Jest” un elaborato caos da esplorare, incasellare, comprendere.
E nonostante le difficoltà riscontrate, non sono riuscita più a uscire da questo vortice: paradossalmente “lo scherzo infinito” si è materializzato in un tomo di 1179 pagine, che ha creato in me dipendenza, provocandomi un totale senso di appartenenza a un mondo lontanissimo dal mio, ma dal quale  non volevo più venire fuori. 
È stato il mio “Samizdat”, il mio personale “Intrattenimento schiavizzante.”

E adesso liquidare in due righe personaggi fortemente caratterizzati come Hal Incandenza (studente prodigio e talentuoso giocatore di tennis) o Don Gately (ex tossico, scassinatore, membro del personale residente della Ennet House), sorvolare sulle vicende personali di figure che orbitano attorno ai protagonisti principali (Joelle Van Dyne, Mario e Orin Incandenza), non renderebbe giustizia alla profondità di intere parti che lasciano con un buco nella pancia e un raro sentimento di compassione con cui si è portati a giustificare anche le realtà più spregevoli. 
Mi piacerebbe soffermarmi sullo shock di Hal, quando, a soli tredici anni, scopre il cadavere del padre (le pagine del dialogo con il fratello Orin, che gli chiede di ricordargli quel momento, sono tra le più suggestive del romanzo) o sulla psicosi di Randy Lenz, che fa riaffiorare un'oscura componente sadica della propria personalità. 
La storia tristissima dello scherzo che il padre di Bruce Green, confeziona alla madre il giorno di Natale; la drammatica infanzia di Joelle V., figlia adottiva, con una sorella catatonica, che ogni notte riceve le visite del padre; quella di Matty Pemulis, anche lui abusato dal genitore; lo sfogo sentimentale di Marathe sul proprio amore per la moglie, nata senza cranio; la tragedia familiare di Madame Psycosis che spiega il motivo per cui copre il viso con un velo... Nessuna descrizione, nessun approfondimento esaurirebbe, in questo articolo, la quantità di sensazioni che la lettura di “Infinite Jest” mi ha suscitato e non servirebbe nemmeno a colmare il vuoto che provo adesso, che ho lasciato uno dei protagonisti (quello al quale mi sono più affezionata) disteso su una spiaggia di sabbia ghiacciata.

Wallace ha una sagace ironia e un umorismo brillante ben miscelati al cavallo imbizzarrito della fantasia, ma abitua a un cinismo che prima fa ridere, poi lascia l’amaro in bocca, come quando racconta della donna che risolve la propria patologia cardiaca con un cuore artificiale: una protesi portatile installata in un’elegante borsetta che, durante lo shopping, un borseggiatore travestito le scippa. Allora la donna strilla fra i passanti: “Fermatela! Mi ha rubato il cuore!” e i passanti, pensando che si tratti della reazione a un personale problema sentimentale, la ignorano e lei crolla esanime sul marciapiede e il fatto che abbia corso per quattro interi isolati è la dimostrazione di quanto stupefacente sia la capacità del cuore artificiale. 
Si ride e si piange.
Senza considerare la presenza inquietante, ma al tempo stesso grottesca degli “Assasins des Fauteuils Rollents, ninja sulle ruote che, in mezzo a silenziosi e sinistri cigolii, penetrano nel negozio di due fratelli separatisti antionanisti, alla ricerca della versione master della cartuccia di intrattenimento digitale interlace e sono attori di un’autentica scena horror. E come trascurare alcuni film di James Incandenza (la nota 24 fa l’elenco dei dodici anni di produzione cinematografica del regista: dieci pagine di titoli) talmente paradossali da creare una sorta di esplosione di entusiasmo tragicomico nel lettore, spiazzato dalla follia e dall’originalità delle trame. (Uno per tutti: “Blood Sister: una suora tosta, l'escalation di un intero ordine di suore che si sono salvate dai bassifondi di Toronto, che culmina in una scena alla Quentin Tarantino.)

Partorire storie così è da persone disturbate o geniali e io preferisco dare del genio a David Foster Wallace (il gioco dell’Eschaton: vogliamo parlarne?), un genio malinconico, bisognoso di spiegare al mondo intero tutto l’universo di pensieri che gli affollano la mente, di raccontare gli anditi sotterranei di un baratro psicologico che ha vissuto o continua silenziosamente a vivere: le ossessioni, i desideri, la critica sociale, la propria visione della vita, che trasferisce sui silenzi e sull’incomunicabilità di Hal Incandenza, affetto da “anedonia(questo orribile io interiore, incontinente di sentimenti e affetti, che frigna e si contorce sotto una maschera vuota e fichissima), sulla timidezza e la voglia di rivalsa di Don Gately, che paga a caro prezzo il riscatto da una vita balorda, sull’angosciante depressione psicotica (La cosa) di Kate Gompert:

La cosa è un livello di dolore psichico completamente incompatibile con la vita umana come la conosciamo.
La cosa è un senso di avvelenamento che pervade l’io ai livelli più elementari.
La cosa è una nausea delle cellule e dell’anima […]
La persona che ha una cosiddetta “depressione psicotica” e cerca di uccidersi non lo fa aperte le virgolette “per sfiducia” o per qualche altra convinzione astratta che il dare e l’avere della vita non sono in pari. E sicuramente non lo fa perché improvvisamente la morte comincia a sembrarle attraente. La persona in cui l’invisibile agonia della Cosa raggiunge un livello insopportabile si ucciderà proprio come una persona intrappolata si butterà da un palazzo in fiamme.

Come si fa a non vedere Wallace intrappolato dentro il palazzo in fiamme?

“Come si capisce quando uno è triste?” - chiede Mario alla madre Avril.
“Ci sono persone che hanno paura di vivere. Penso che siano imprigionate in qualcosa.”

La prigionia di David Foster Wallace cessa il 12 settembre 2008 con una corda stretta attorno al collo.
La tristezza è una condizione che mi piace vivere, quando leggo una storia e il mio masochismo nella lettura, con questo romanzo, ha trovato la sua più alta sublimazione. 

È tempo di riporre "Infinite Jest" nella libreria.
Lo faccio, senza spegnere il desiderio di rileggerlo.

Non  sono guarita.




























22 commenti:

  1. Lo leggerò. Dopo un post così, non posso non leggerlo.
    Ciao.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Una mia amica, anni fa, me lo consigliò con qualche riserva; io te lo consiglio senza cautele.

      Elimina
  2. Questo libro mi si sta parando davanti molte volte negli ultimi anni, soprattutto via social, perché se ne discute molto nei gruppi di lettori.
    Devo dire che ha un certo potere attrattivo, però... non mi spaventerebbe la mole, quanto proprio questo affastellarsi di vicende e personaggi, la sua totale mancanza di linearità. Mi piace la scrittura coraggiosa, diretta, piena di inventiva, ma questo di Wallace mi tiene a un passo di distanza perché temo di perdermi in quel caos. Ci dovrei forse provare e vedere come va.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Allora, devo essere onesta: è un libro che, almeno per una trecentina di pagine mette a dura prova e io sono stata aiutata dal fatto di condividere la lettura con il mio solito gruppo (ci incoraggiavamo a vicenda 😁), la trama non è subito chiara, si costruisce piano piano oppure si deduce da quello che accade (le note sono essenziali), però non lo so, a un certo punto entri dentro la storia con tutte le scarpe e cominci a capire, collegare ed è tutto bellissimo (anche tristissimo).
      Sai cosa mi sembra? Hai presente quei giochini che ogni tanto popolano il web, dove c’è un testo scritto con caratteri strani o scritti al contrario e il cervello è in grado di mettere tutto in ordine senza difficoltà? Ecco, “Infinite Jest” è uno di quei testi apparentemente illeggibili, ma che assimili senza nemmeno accorgertene. 😉

      Elimina
  3. Un bel mattone ma a quanto pare di quelli che intrigano e coinvolgono. DA come ne parli, Wallace ha trasferito nella realtà la sua idea di dipendenza :) Dipendenza da libro!
    E' che quando ti capita un libro simile ti segna e te lo ricordi per tutta la vita. Oltre ovviamente a non trovare altro che possa neanche lontanamente stargli accanto.
    Ci penso

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Sì, Pat, io ho provato esattamente questo: la compagnia del romanzo per quattro mesi mi ha creato un'abitudine molto vicina proprio alla dipendenza. Sono certa che non mi dimenticherò mai dell'"Infinito" mondo di Wallace. Pensa che poi, di lui, uomo e autore, ho cercato di tutto in rete (mi sono fatta una cultura) e ancora vado a rileggere alcune memorabili pagine. A fatica, piano piano, cerco di abbandonare i suoi personaggi: smaltirò lentamente anche loro!

      Elimina
  4. Ne ho sentito parlare e tutti sono concordi nel definirlo un capolavoro, detto da te è una conferma che mi ispira ancor più fiducia.
    Cionondimeno, non so se me la sento di leggere un libro del genere... Già la lunghezza mi spaventa, se si considera la densità e la complessità del testo mi sento bloccato in partenza...

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Io ti capisco: è un libro che spaventa per mole e contenuto, però vale la pena conoscerlo e non solo per sentito dire. Nei tempi giusti e con la giusta predisposizione: quando ho provato a leggerlo la prima volta, l'ho lasciato perdere: ho capito subito le sue potenzialità, ma non ero pronta per quel tipo di impegno e di attenzione.
      Ora sono proprio felice di avere superato la difficoltà iniziale. È un romanzo che merita: prima o poi va letto. ;)

      Elimina
  5. Quasi quasi te ne faccio un thriller :D

    RispondiElimina
  6. Tu lo riponi, io... lo leggo! Come posso fare altrimenti, dopo avere letto questo post? ;)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Sì, mi piacerebbe condividere qualche giudizio con chi lo ha letto o lo leggerà. 😉

      Elimina
  7. Mi hai incuriosito, ma anche angosciato, una interessante visione utopistica del mondo futuro, però comincio ad aver dubbi sul fatto che sia un'utopia, nel senso che diventa sempre più probabile l'ipotesi che il mondo futuro diventi un mondo orrendo tra riscaldamento globale, inquinamento e virus killer. Ma forse è solo l'effetto coronavirus.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Già Wallace, scrivendo il romanzo negli anni ‘90, aveva predetto, in qualche misura, la deriva che avrebbe preso un certo progresso (scrive nel ‘90, ma ambienta la trama nel 2000). Immagina scrivere oggi una storia su ciò che potrebbe accadere domani: non ci vorrebbe nemmeno una grande fantasia. 😟

      Elimina
  8. E' una letteratura troppo alt(r)a per i miei quattro neuroni... ;-)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Esci dalla tua zona comfort... anche se, in questo periodo, conviene starsene chiusi in casa! 😋

      Elimina
    2. Il mio non è un problema di zona comfort ma un problema di incapacità mentale! :-D :-D :-D

      Elimina
  9. Grazie davvero del post. Lo proporrò come libro dell'estate per il gruppo di lettura

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ottima idea: anch’io ho affrontato la lettura in gruppo. Da soli... si rischia l’abbandono facile! 😅 😁

      Elimina
  10. Non lo so... Non che mi spaventi una lettura complessa, arzigogolata, men che meno lunga. Ma sono certa di voler entrate nella mente contorta dell'autore. Mi basta la mia! :D
    Forse certe fantasticherie le accette solo quando sono in chiave comica, come la Guida galattica di Douglas. Oltretutto in questo periodo ho bisogno proprio di leggerezza, non di pagine, ma spirituale.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. No, non è decisamente una lettura leggera. Ci sono pagine dove una risata te la fai, ma sempre con un’amara ironia di fondo che non è mai esilarante. Approfitta di tempi migliori, se arriveranno, 😉

      Elimina