giovedì 15 marzo 2018

La potenza espressiva delle traduzioni. Libera interpretazione



L’esperienza diretta mi ha sempre chiarito le idee: ho dato diverse occasioni al selfpublishing per convincermi della sua bontà e la delusione ha spesso battuto le aspettative; invece, era quasi per inerzia che annuivo ai discorsi relativi ai limiti delle traduzioni, mentre adesso so che quei limiti sono reali. Li ho sperimentati rileggendo il romanzo “Cime Tempestose” di Emily Brontë.

Mi sono avventurata (ma solo per la prima parte: 14 capitoli) nell’impresa un po’ folle, ma quasi necessaria, di effettuare una lettura comparata fra i due testi in mio possesso, entrambi in formato digitale. 

Non avendo più il cartaceo, quest’estate ho scaricato l’eBook gratuito di "Cime Tempestose" (archiviato a futuro utilizzo) in un’edizione di Baldini&Castoldi, con una traduzione di Fosca Belli.
Qualche settimana fa ho cominciato a leggerlo sul mio Kindle e, poiché la struttura era mal distribuita, senza separazione fra le parti e con una scarsa impaginazione, ho deciso di scaricarne una versione più idonea. Ho scelto un’edizione della Giunti, collana Acquarelli, con traduzione di Gemma de Sanctis. 



Rileggendo l’inizio dello stesso capitolo in entrambi gli ebook e riscontrando subito delle differenze abissali nella traduzione, la curiosità mi ha indotto a paragonare le due versioni.
Il risultato mi ha sorpreso parecchio. A tratti mi è sembrato di leggere due libri diversi: davvero l’interpretazione è tutto e il traduttore diventa esso stesso autore del testo che sta traducendo. 

Ne avevo parlato qualche anno fa in un post che vale la pena rileggere, perché questo potrebbe rappresentare la sua ideale continuazione.

Vi do subito la prova del mio esperimento, segnando in blu il testo dell’edizione Baldini&Castoldi e in rosso quello di Giunti.

Queste sono le prime righe dell’incipit:

1801. Sono appena ritornato da una visita al mio padrone di casa, il solo vicino col quale avrò a che fare.

1801. Sono appena tornato da una visita al mio padrone di casa, l’unico vicino col quale avrò a che fare.

Fin qui nessuna differenza sostanziale, ma ecco come prosegue il brano:

Penso che in tutta l’Inghilterra non avrei potuto scegliermi un altro posto così lontano dal frastuono della società. È il paradiso del perfetto misantropo; e il signor Heathcliff e io sembriamo fatti apposta per una simile desolazione.

Che posto magnifico è questo! Dubito che in tutta l’Inghilterra avrei potuto trovare un luogo altrettanto remoto dalla frenesia del consorzio umano. Un vero paradiso per i misantropi, e il signor Heathcliff e io siamo i tipi adatti a condividere questa solitudine.

Guardate come cambia il registro: nella seconda traduzione c’è una frase esclamativa del tutto inesistente nella prima. Il penso che non avrei potuto diventa semplicemente dubito; il frastuono della società si trasforma in frenesia del consorzio umano. (Quale sarà la parola originaria? “consorzio umano”  ha un che di barocco.)

Scelgo dei periodi a random:

la fissai, mi fissò, o, per meglio dire, tenne appuntato su di me uno sguardo freddo e indifferente, assai imbarazzante e spiacevole.


La guardai, e lei ricambiò il mio sguardo. O meglio: non mi staccò gli occhi di dosso, con un’espressione fredda e sgarbata che mi risultò al tempo stesso imbarazzante e sgradevole.

Anche qui: la fissai, mi fissò dà un’immediatezza che la guardai, e lei ricambiò il mio sguardo smorza. In questo secondo caso, la descrizione appare diluita tanto che la frase successiva specifica non mi staccò gli occhi di dosso, concentrata invece nell’unica azione di “fissare” definita nella prima traduzione.

Una ferocia mezzo incivilita covava sotto le sopracciglia arcuate e negli occhi pieni di un nero fuoco, ma lui la sapeva domare, e i suoi modi erano dignitosi, privi di rozzezza, forse troppo severi però per parer sgarbati.


Sotto le sopracciglia folte e negli occhi di brace s’intuiva una ferocia solo a metà civilizzata, ma ormai domata; ed esibiva un contegno dignitoso e privo d’ogni rozzezza, anche se troppo severo per apparire cortese.

Qui la seconda versione sembra più fluida, la prima ha un incedere ostico, ma cosa spinge due professioniste a tradurre in modo così differente? Che forse una è una traduzione più letterale, l’altra estensiva? perché l’espressione “occhi pieni di un nero fuoco” è onestamente brutta rispetto a “occhi di brace” che mi pare più efficace.

Le traduzioni si riallineano in qualche punto, ma poi di nuovo, i due libri seguono un ritmo che li rende diversissimi.

Credo veramente che lei avesse cominciato ad attendere la mia venuta fin dal mattino. Mentre salivo per il sentiero lastricato del giardino, la vidi spiar fuori dall’inferriata; allora le feci un cenno con il capo, ma ella si ritrasse lesta, come se temesse di essere osservata.

Credo che mi aspettasse fin dal mattino; mentre percorrevo il viale, la vidi che spiava dalla finestra e le feci un cenno; subito si ritrasse, come se avesse paura di essere sorvegliata.
(A proposito di tagli e di economia del testo.)

ATTENZIONE, ma che parliamo a fare noi di frasi fatte! Leggete la seconda traduzione:

Avevo deciso di lasciarli a loro stessi,


Avevo deciso di lasciarli cuocere nel loro brodo.

Quale frase in inglese è stata tradotta con lasciarli cuocere nel loro brodo? La Brontë ha forse usato un’analoga espressione nella sua lingua? Non lo so, intanto la prima traduzione risulta meno stereotipata.

Ovviamente gli esempi sono molteplici (e il finale è di gran lunga più bello in una delle due versioni) ma questo campionario mi ha ampiamente dimostrato che non sbagliava Helgaldo quando diceva che la lettura della narrativa tradotta non favorisce lo sviluppo completo e coerente delle competenze linguistiche, patrimonio indiscusso di chiunque voglia padroneggiare la potenza espressiva della lingua italiana e metterla al servizio della storia.

Forse bisognerebbe indagare su chi siano le due traduttrici e quali esperienze abbiano nel settore (ci ho provato, ma con scarsi risultati), chiedersi chi delle due abbia maggiormente rispettato stile, ritmo e voce dell'autrice inglese. D’altra parte mi dico che il lettore si affida a un solo testo e giudica il valore dell’opera in base a ciò che conosce. 

Da questa esperienza, al di là della storia che trovo sempre straordinaria, traggo solo una conclusione.
Nel vecchio post citato, alla fine, mi chiedevo se avesse ragione Helgaldo sul fatto che la letteratura mondiale perfezioni poco lo stile e che lo scrittore italiano debba formarsi sull'esempio dei connazionali, perché solo dalla prosa pensata nella nostra lingua madre si può trarre insegnamento.

E dunque non posso che dire:
sì, caro Helgaldo, avevi proprio ragione.



54 commenti:

  1. Molti anni fa provai a leggere in francese un romanzo di Zola. Rimasi sconcertato dal fatto che l'originale conteneva frasi che nell'edizione italiana non c'erano. Erano state tagliate. Quindi: che cosa leggiamo davvero quando leggiamo un'opera "straniera"?.

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    1. Leggiamo l’opera del traduttore, che spesso è un’opera nuova rispetto a quella tradotta.
      Il problema è la perdita di fiducia nella letteratura straniera, cioè adesso so che la leggerò chiedendomi ogni minuto: ma l’autore avrà realmente voluto dire questo?

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  2. Brividi!!!!!
    Io purtroppo non conosco lingue straniere quindi devo usare per forza i testi tradotti ma tu mi hai fatto venire i brividi. Appunto...
    Tradurre un testo non dovrebbe significare NON stravolgere quello che l'autore ha scritto, quello che intendeva? Il sottinteso? Forse prima di tradurre bisognerrebbe anche comprendere bene il testo. Modificarlo non mi pare un gran lavoro

    A Marco. Addirittura? Siamo ben messi allora

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    1. Neanch’io, purtroppo, leggo in lingua originale: avrei una difficoltà enorme che mi toglierebbe il piacere della lettura e dunque mi fido di quello che arriva tradotto in italiano, però, hai visto che disastro?
      Okay, alla fine, la storia è quella, ma sono belle le sfumature. Penso a quando riempiamo i quaderni con le citazioni tratte dalle opere!

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    2. E' prorio quello il discorso. Le sfumature, i sottintesi.. con una traduzione che modifica l'originale si perdono.

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  3. Da ex studente di lingue e letterature straniere mi sono sentito parte in causa :-D
    Ordunque, posso dirti subito che - previo rapido controllo - che è giusta la traduzione Giunti con la frase esclamativa. Mentre nella seconda è giusta quella della Baldini, in quanto il testo originale dice proprio "I stared - she stared", quindi ripete "fissare" doppiamente, altro che "guardai" "ricambiò".
    Sì, in effetti a volte il traduttore tende a strafare. Come vedi nei due casi verificati hanno sbagliato una volta uno e una volta l'altro, quindi è un difetto comune a tutta la categoria :-D

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    1. Intendevo dire: "è giusta la traduzione Giunti NEL PRIMO ESEMPIO CITATO"

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    2. Io, poi, alla fine, ho seguito l’edizione Giunti, ma chissà che mi sono persa dell’altra. Che poi, come dici tu, chi ha tradotto liberamente qua chi là, non è che trascurare una traduzione significhi affidarsi a quella corretta.
      Ma tu hai letto il romanzo in lingua originale?
      Un’altra cosa: la fine.
      Mi tradurresti il paragrafo finale, giusto per curiosità?

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    3. Io tradurrei:
      "Indugiai vicino a loro, sotto quel cielo benigno: guardai le falene svolazzare in mezzo alla brughiera e alle campanule, ascoltai il soffice vento che respirava nell'erba, e mi domandai come uno potesse mai immaginare che i dormienti di quella quieta terra avessero sonni inquieti."

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    4. Non l'ho letto, però non è difficile trovare il testo originale e... beh, per me è l'occasione per rispolverare le mie arrugginite competenze grazie alle quali ho attenuto una professionalmente inutile ma umanamente importantissima laurea ;-)

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    5. Grazie Ariano, compariamo subito:

      Ariano Geta:
      "Indugiai vicino a loro, sotto quel cielo benigno: guardai le falene svolazzare in mezzo alla brughiera e alle campanule, ascoltai il soffice vento che respirava nell'erba, e mi domandai come uno potesse mai immaginare che i dormienti di quella quieta terra avessero sonni inquieti."

      Baldini&Castoldi:
      Mi fermai là, sotto quel cielo benigno; guardai le falene svolazzare tra l’erica e le campanule, ascoltai il lieve sospiro del vento tra l’erba, e mi stupii che si potesse immaginare un sonno meno tranquillo per quanti dormivano in quella terra di pace.

      Giunti:
      Mi soffermai là, sotto quel cielo mite; guardai le falene svolazzare tra l’erica e le campanule; ascoltai il sospiro lieve del vento fra l’erba; e mi chiesi come chiunque potesse mai immaginare sonni inquieti per coloro che riposavano in quella terra quieta.

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    6. Cioè, Ariano, non hai nulla da invidiare alle due professionista.
      Non hai mai pensato di proporti proprio come traduttore? Di seguire questa carriera professionale?

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    7. Io preferisco Ariano!

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    8. Grazie :-)
      Propormi come traduttore? Occorre molto tempo libero, non si può conciliare con un lavoro che già ti impegna 8 ore al giorno.

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    9. Concordo, assai bravo!
      Un solo dettaglio: gli altri due preferiscono "erica" a "brughiera", indicando la parte per il tutto.

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    10. Vogliamo Ariano traduttore! 👏🏻😁

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  4. Se ho collocato esattamente l’ultima frase del tuo esempio (siamo al capitolo XII), nell’originale dovrebbe essere questa: “I determined they should come about as they pleased for me”. In generale, trovo la prima traduzione più vicina allo stile del periodo in cui è stato scritto Cime Tempestose, come se ne avesse colto il tono. Nelle traduzioni (dall’Inglese all’Italiano ma non solo), per non ridursi a mere trasposizioni “formalmente” corrette, bisogna saper scrivere a un certo livello in Italiano in modo da dare l’impronta di “letteratura” anche alla versione tradotta, insomma bisogna scrivere in un modo che, secondo le nostre regole, ci metta nella posizione di leggere una versione fedele all’originale anche nella forma e nello stile e non una semplice traduzione. Sarebbe interessante capire se sulle due diverse versioni c’è una forte influenza dell’età anagrafica del traduttore o del periodo in cui la traduzione è stata fatta (ad esempio traduzioni a 20 o 30 anni di distanza) per adeguarla (…) al linguaggio corrente (una sorta di ammodernamento). Per gli esempi che hai portato, preferisco comunque la prima anche se nella versione originale, per quanto riguarda l’incipit, l’esclamazione c’è (This is certainly a beautiful country!)! Ma nessun “consorzio umano”, molto più idoneo “frastuono della società” (In all England, I do not believe that I could have fixed on a situation so completely removed from the stir of society). (Non dirò nulla di quella copertina con i guanti.)

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    1. Che mi pare che con il brodo non abbia nulla a che fare! 🤔
      Esatto: il traduttore non è solo uno che conosce bene la lingua straniera, deve sapersi “sostituire” in modo degno allo scrittore, essere capace di riscrivere pagine di letteratura, ma rimanendo fedele allo stile e alla forma originali. Che poi parliamo di traduzioni di testi classici, con le implicazioni che questo comporta: certo che il periodo storico conta, non puoi riportare un testo dell’’800 a un linguaggio contemporaneo: guarda, quel “cuocere nel loro brodo” proprio mi va di traverso. 😖
      Ho provato a saperne di più sulle traduttrici, ma ho ricavato poca cosa: io, tra l’altro, mi fido solo di Amitrano che traduce Murakami e della Carmignani, traduttrice dei testi latinoamericani e forse anche lì, chissà...

      I guanti di quella copertina sono il vero motivo che mi ha portato a volere subito nel mio Kindle quell’ebook. 😂😂

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  5. Quello che dici è piuttosto grave. Leggendo lo stesso libro tradotto da più traduttori quindi si corre il rischio di leggere versioni diverse del medesimo. Assurdo. Io che so leggere solo in italiano ovviamente bevo la traduzione come unica e mai mi sognerei di discuterà, invece sarebbe davvero il caso. Qui mi pare oltretutto che il traduttore inserisca il suo punto di vista nel testo, modificando qua e là. E no, non mi piace affatto.

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    1. A chi lo dici! Sono rimasta scioccata anch’io. Infatti la letteratura straniera andrebbe letta in lingua originale... a saperlo fare!
      Direi che essere esigenti con i traduttori dovrebbe essere il minimo per una casa editrice, pretendere il massimo delle prestazioni. Pensa che nella pagina del copyright c’è questo:

      “Titolo originale: Wuthering Heights
      Traduzione e introduzione: Gemma De Sanctis
      Revisione della traduzione: Angela Ragusa.”

      Cioè la traduttrice aveva pure una che ha curato la revisione della sua traduzione e questo mi ha strappato una gran risata. 😁

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  6. È quasi impossibile non metterci del proprio quando si traduce da una lingua all'altra.
    Cime tempestose è il mio libro preferito ma sulle aterazioni del testo non ci ho mai fatto caso. InteeInteres davvero questo post.

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    1. Ahaha, pensavo volessi mettere alla prova la mia capacità di tradurre! 😂😂

      Se ti capita, leggi l’incipit della tua edizione e condividilo qui, così, per vedere se è ancora diverso da quelli che ho trascritto io.

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    2. Ok. Ne dovrei avere diverse copie... Poi ti faccio sapere 🤝

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    3. Ho creato un post con i miei incipit e il tuo post...

      (Superten tascabili economici Newton)
      1801. Sono rientrato dopo aver fatto visita al mio padrone di casa: l'unico vicino, un uomo solitario, che mi potrebbe io infastidire.

      (Versione Kindle bur)
      1801 Ritorno adesso da una visita al mio padrone di casa: l’unico vicino con il quale avrò che fare.

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    4. http://www.annapiediscalzi.it/2018/03/la-potenza-espressiva-delle-traduzioni.html

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    5. Grazie Anna della ricerca. Diciamo che le due righe iniziali sono uguali un po’ in tutte le versioni. Corro a leggere il tuo post. 😉

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  7. Si potrebbe disquisire all'infinito su quale sia la traduzione migliore. Quello che io mi chiedo è come sia stato possibile che "consorzio umano" e "cuocere nel loro brodo" siano arrivati alla stampa dal momento che non sono presenti nella versione originale in inglese (rispettivamente: Incipit, quindi capitolo 1, e primo paragrafo del capitolo 12, http://www.pagebypagebooks.com/Emily_Bronte/Wuthering_Heights/Chapter_XII_p1.html ).

    Si direbbe che siano stati inventati di sana pianta in fase di traduzione. Al che mi chiedo: nessuno, dopo la traduzione, ha riletto l'opera prima di dare l'ok per la stampa?

    P.S. : Il paragrafo finale del testo originale lo trovi qui:
    http://www.pagebypagebooks.com/Emily_Bronte/Wuthering_Heights/Chapter_XXXIV_p8.html

    P.P.S.: vuoi divertirti con una terza traduzione? :-)
    http://www.icbriatico.it/images/pdf/Biblioteca_Digitale/Letteratura_per_Ragazzi/Cime_Tempestose.pdf

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    1. Inizio del capitolo XII in originale e nelle due edizioni mie:

      1) While Miss Linton MOPED about the park and garden, always silent, and almost always in tears;

      2) Mentre la signorina Linton VAGAVA per il parco e il giardino, sempre silenziosa e quasi sempre in lacrime

      3) Mentre la signorina Linton CIONDOLAVA tra il parco e il giardino, sempre silenziosa, e quasi sempre in lacrime;

      VAGARE/CIONDOLARE hanno proprio sfumature differenti.

      Nooo, ma tale Rosina Binetti ha ancora un altro incipit:

      1801 - Sono appena ritornato da una visita al mio padrone di casa, il solo vicino col quale avrò a che fare. Questa è indubbiamente una bella contrada.

      Si aggiunge una contrada! 😁
      Non ce la posso fare! 😣


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  8. Chi dimentica è complice :D

    http://www.paolonori.it/le-prime-tredici-righe-di-anna-karenina/

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    1. Me lo ricordo questo pezzo anche se non in quale discussione è saltato fuori (mi aveva colpito la parte finale circa i sinonimi di bus che confondono le idee), perché dell’incipit di Anna Karenina abbiamo parlato diverse volte e, in effetti, questo è il caso più eclatante in cui i traduttori hanno fatto quello che volevano con le parole del testo.

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  9. In realtà ho sempre avuto l'impressione che i traduttori aggiungessero qualcosa di proprio nella traduzione. Non si tratta di una più o meno approfondita conoscenza della lingua ma piuttosto di un impostazione letteraria ché inevitabilmente cambia Ecco perché è importante leggere in lingua originale Tra l'altro è anche un utile esercizio per la lingua e la metrica resta intatta Un vero piacere, specie per i testi british
    Recentemente ho scoperto per esempio che solo in Italia i film sono tradotti altri e sono in lingua originale con sottotitolo Chissà se funziona anche per i libri
    Ah dimenticavo Partecipo anch'io al sondaggio "Quale traduzione preferisci" Senza dubbio la Baldini&Cadtoldi. Mi pare più in linea con il linguaggio del tempo

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    1. Mi piacerebbe molto leggere in lingua originale, lo facevo all’università, durante un corso di inglese che frequentavo (avevo una discreta dimestichezza con questa lingua, poi persa del tutto): lessi Il ritratto di Dorian Grey. SI perde molto, è vero. Una volta, leggendo Monica Dickens, con il gruppo di lettura, venne fuori un’analoga discussione, perché certi termini tipicamente inglesi, anche le tipiche espressioni umoristiche, avevano traduzioni improbabili.
      Dei due eBook, ho dovuto molllare proprio quello di Baldini&Castoldi per via della mediocrità strutturale, ma poiché “Cime Tempestose” è un libro che si legge e si rilegge, al prossimo giro ritorno su questo. 😉

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    2. La questione è che, anche leggendo in lingua originale, a noi mancano tutta una serie di riferimenti a un retroterra culturale in possesso solo dei madrelingua. A volte persino dei madrelingua che abitino in quella nazione in quel determinato periodo.
      Per dire: una volta ho aiutato a tradurre una commedia dallo scozzese in cui, oltre alla difficoltà del dialetto, c'era una scena che aveva la chiave in un "tarzanogram". Chiaro che la parola non esiste, nel vocabolario.
      La traduzione letterale sarebbe "Tarzanogramma". Questo però non aiuta nessuno, perché solo uno di Edimburgo poteva sapere che in città, all'epoca, c'era un servizio per feste e party in cui si poteva mandare un messaggio di auguri che veniva recapitato da un attore urlante e vestito come Tarzan.
      Oppure: c'è un famoso (?) racconto di Asimov il cui protagonista è un fantasma portato in tribunale. La chiusa di questo racconto, come sempre capita con questo autore, è un gioco di parole. In particolare la traduzione chiudeva con: "Il fantasma se la cavò per una nicchia nel tempo". Che non vuol dire nulla, in italiano, e temo che neppure il traduttore, negli anni '70-'80, avesse le competenze per capire. Perché la "nicchia" nel tempo nel testo originale era "nick in time" che però ha un significato idiomatico e colloquiale di "appena in tempo" ovvero "per un pelo".
      Dunque: anche chi ha la fortuna/capacità di poter leggere in lingua originale spesso non può capire tutta una serie di sfumature, giochi di parole, doppi sensi.

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    3. Però, abbi pazienza, la traduzione “se la cavò per una nicchia di tempo” che logica segue! Ma se lo sai tu che quella è un’espressione colloquiale e non sei un professionista, perché il professionista non è arrivato alla stessa conclusione? Forse pensava che una traduzione letterale avrebbe reso meglio il senso di quel significato idiomatico? Nel libro della Dickens il problema era proprio questo: adesso non saprei rintracciare gli esempi adatti, ma nel testo tradotto si capiva che certe espressioni dovevano essere tipiche di un certo humor inglese, ma rese in italiano sembravano forzature della prosa. Secondo me è un problema senza soluzione e il compromesso con il lettore è implicito. La differenza rispetto a prima è che ora io ho toccato con mano il limite lametato da tutti e avere questa consapevolezza mi farà affrontare la lettura degli stranieri con occhi diversi.

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    4. Il racconto è tutto basato sul gioco di parole per il quale il fantasma (ex proprietario di una villa da vivo) riesce a tornare padrone a casa propria con un cavillo legale, proprio perché si è nascosto in una "nicchia" del tempo e riappare subito prima che scadessero i termini legali. Io sono rimasto col dubbio per trent'anni, prima di scoprire questo modo di dire e comprendere il senso del racconto; il libro fu tradotto così perché nessuno in Mondadori capì cosa significasse e lo tradussero letteralmente.
      Per tradurre tutto il gioco di parole sarebbe stato necessario scrivere un nuovo racconto magari su di un fantasma "peloso", che - guarda caso - alla fine se la cava per un pelo.
      La questione è che non si può rendere in italiano ciò che è intraducibile ma bastava mettere una nota, quanto meno. Alcuni traduttori lo fanno e mi pare una soluzione equa.

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    5. Ah, ecco, così è più chiaro e certo, è un bell’inghippo, un po’ come provare a tradurre all’estero i libri di Camilleri, anche se lì il problema si sposta sulla traduzione di forme dialettali che, forse, è un’altra cosa ancora.

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    6. Si Michele, sono d'accordo lo dicevo prima Il retroterra culturale e storico è fondamentale, al di là della conoscenza dell'idioma. Il linguaggio risente del contesto storico e non è poi così difficile riconoscere termini troppo "moderni" in un contesto più datato. Ecc perché preferivo, per quello che ci ha mostrato Marina, Baldini&Castoldi . Certo che se l'edizione è pessima.... Leggere affatica. Wilde letto anch'io in lingua a scuola. Secondo me giravano gli stessi titoli... 😎

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  10. Ciao Marina. Hai fatto un lavoro pregevole con le tue comparazioni, utile a dimostrare quanto sia arbitrario il lavoro di traduzione. C'era da immaginarselo. Le lingue hanno una costellazione di modi di dire, di costruzioni e di vocaboli che non possono essere riportate fedelmente in un'altra lingua. L'interpretazione ci sta, purché sia fatta da qualcuno che, oltre a tradurre sappia scrivere letteratura. Svevo era un traduttore di opere tedesche. Senza pretendere un grande della letteratura, almeno che i traduttori siano capaci di interpretare il pensiero e le intenzioni dello scrittore. So che Roth in Italia ha sempre lo stesso traduttore, la voce italiana dell'autore, per riprendere l'esempio dei doppiatori ;)

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    1. Anche Nabokov traduceva Puskin e lui ha scritto un libro sull’arte della traduzione molto illuminante, leggi qua:
      https://nonsoloproust.wordpress.com/2014/04/05/vladimir-nabokov-e-larte-della-traduzione/

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  11. Il problema della traduzione è sempre più grave e preoccupante. E non solo sui classici, purtroppo ed il tuo post molto ben realizzato lo conferma.

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    1. Credo che il fatto di essere classici e dunque scritti in altre epoche sia un aggravante, perché tra contemporanei diventa una questione di gusto per certi termini, suoni (salvando sempre l’aderenza allo stile dell’autore), in quel caso devi entrare in periodi storici che è necessario rispettare nel linguaggio, bisogna provare a mantenere l’uso arcaico di certi aggettivi, di certi verbi. Nel caso dei classici, il traduttore dovrebbe possedere un supplemento di preparazione e competenza.

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  12. Ho la fortuna di avere tra i miei contatti la traduttrice dei primi cinque libri di Diana Gabaldon, fino al 2007, così che questi ragionamenti già li conosco. La nuova traduttrice non pare essere all'altezza del compito: non è mia personale opinione perché non sono ancora arrivata al sesto libro, ma riporto le lamentele delle lettrici. In effetti io ho letto un racconto uscito a Natale, con la nuova traduttrice, e devo dire che ho trovato delle discordanze (in un dialogo, un nome di persona sbagliato, che non c'era nella scena, ma questo dovrebbe essere una verifica del correttore di bozze o sbaglio?) Ma le lettrici che sono al passo con le uscite affermano che sembra cambiato proprio lo stile. Al che mi sono chiesta perché cambiare traduttore. Perché rischiare su un autore che funziona? Costi, signori miei. Un traduttore con esperienza ventennale costa di più di un neolaureato. E l'esperienza nella traduzione ha effettivamente il suo peso. Lo diceva anche Umberto Eco, che curava anche traduzioni verso l'Italiano (sarebbe da leggere "Dire quasi la stessa cosa", dove lui vedeva la questione da tre punti di vista: semiotico, traduttore e autore tradotto.). Dunque non solo si risparmia in editing e correzione di bozze, ma pure nelle traduzioni. Non solo: la traduzione ha pure una scadenza, vent'anni. Quando si acquistano i diritti di un autore straniero, o si acquistano anche i diritti di traduzione (se ne è già stata fatta una) o si fa una nuova traduzione. Se scade la traduzione precedente, dopo vent'anni, si dovrebbe procedere a ripagare il traduttore nuovamente (così come si continuano a pagare i diritti all'autore). Morale della favola: per risparmiare, alcune case editrici acquistano i diritti dell'opera, ma non la traduzione, prendono un traduttore a basso costo e procedono non a nuova traduzione, ma a revisione della traduzione precedente. Verrebbe da credere che una traduzione non può cambiare tanto, vero? Da una parte vogliono risparmiare sui diritti di traduzione, dall'altra devono dimostrare di aver fatto una nuova traduzione perché altrimenti rischiano l'accusa di plagio della traduzione.
    Ecco perché spesso troviamo nuove ristampe con scritto "in una nuova traduzione rinnovata" (ad esempio On Writing di Stephen King ha cambiato traduttore, e io che ho la prima stampa mi chiedo: cosa sarà cambiato?!)

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    1. Quello dei costi è vero. Ricordo che quando scrissi l’altro post avevo approfondito delle letture a riguardo e c’era la direttrice di una collana che lamentava l’esigenza di tante case editrici di risparmiare sulle spese agendo proprio sulle traduzioni. Così vengono arruolati giovani con pochissima esperienza che fanno la gavetta sottopagati, tanto poi del risultato finale sono in pochi ad accorgersene: del resto chi conosce le lingue, preferisce leggere i testi originali, gli altri si affidano ai testi tradotti e basta, in pochi (che poi chi lo fa veramente?) prendono due o più edizioni dello stesso libro per comparare le traduzioni. Io stessa è perché casualmente avevo due edizioni che mla sono imbattuta in questo esercizio, altrimenti assorbivo come giusta e ideale una delle due e ciao.
      Addirittura molti professionisti vivono per anni nei luoghi degli autori, per entrare nella loro dimensione, condividere usanze e riuscire poi a immedesimarsi in ciò che raccontano. Penso sempre al Giappone tradotto da Amitrano.

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  13. Una differenza notevole tra le due traduzioni, quella poi con la frase fatta è sorprendente! Penso che la bellezza di un libro dipenda moltissimo dalla bravura del traduttore. Io ammetto di preferire da tempo leggere gli autori italiani proprio per questo motivo, non c'è il rischio di passare attraverso il filtro del traduttore. Tra l'altro sto leggendo Tenera è la notte di Fitzgerald e mi sembra che la traduzione non renda giustizia al romanzo, sto faticando molto a farmi trasportare dalla storia.

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    1. Invece io sono quasi in crisi: ho molti libri stranieri da leggere e ora, quelli che ho letto, mi sembra che nascondano intenzioni diverse, (pensavo a Zero K di Don De Lillo che non mi è piaciuto: chissà...) anche se poi sono convinta che tradurre i classici sia diverso.

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  14. Questo aspetto apparentemente trascurabile, in realtà è fondamentale.
    Mi è capitato di leggere per farti un esempio "Jane Eyre" in due edizioni differenti e tradotto quindi in due modi diversi. Il secondo dei due era magistralmente tradotto e pertanto decisamente più piacevole.
    Mi ritrovo in tanti passaggi che citi ed è impressionante come in due edizioni differenti il senso, lo stile, l'atmosfera cambino completamente. Direi che preferisco la traduzione più diretta, essenziale, meno "analitica". Ma a volte non si tratta neppure di analisi, semplicemente il traduttore mette troppo di sé nella scrittura altrui.

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    1. Esatto. In alcuni punti ho proprio visto delle forzature evidenti che era come se rispecchiassero una voce diversa: il traduttore si è imposto con delle interpretazioni secondo me del tutto arbitrarie.
      Certo, visto quello che dici, le sorelle Brontë non sono state molto fortunate con le traduzioni. 😁

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  15. Anche se amo poco la letteratura italiana, devo anch'io dare ragione a Helgaldo. Quando leggi un testo tradotto, non stai davvero leggendo l'autore che credi, ma un ibrido tra lui e il suo traduttore. Del resto che dire di certi romanzi americani tradotti malamente, in cui la semplicità di struttura della lingua anglosassone diventa la semplicità dell'italiano insegnato alle elementari?

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    1. Mi hai fatto ricordare un testo, oddio, in questo momento mi sfugge il titolo, l’ho letto i primi anni di università, era un’autrice pakistana; il libro bello, poi quando ho letto le varie recensioni, la cosa più lamentata era proprio la semplicità eccessiva con cui certe espressioni erano state tradotte in italiano, perché in quella lingua avevano un perché, in relazione a un certo linguaggio, nella nostra lingua diventavano banalizzazioni.
      Naturalmente, io, leggendo, non mi sono accorta di nulla e credo che il problema sia proprio questo: assorbiamo il contenuto di certa narrativa senza spirito critico e poi, magari, traiamo da essa insegnamento, cioè impariamo dalle traduzioni, cosa sbagliatissima.

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    2. Anch'io spesso non mi accorgo di nulla, se il libro mi piace, ma la traduzione è sicuramente un'operazioncina delicata... e affascinante. In pratica è il motivo per cui ho studiato alla scuola per interpreti e traduttori. :)

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    3. Bello, non lo sapevo: sei una traduttrice anche tu! 😉
      E anche complicato: essere dentro certi meccanismi ti fa vedere tutti i difetti che un occhio non competente non noterebbe mai.

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