domenica 4 marzo 2018

Narrare un'immagine #3

Niente di nuovo


Esistono due categorie di scrittori. Generalizzando al massimo, ci sono quelli che la natura ha dotato di talento e quelli che amano scrivere/non possono fare a meno di scrivere/scrivono per pubblicare/pubblicano per sentirsi scrittori, in sostanza la gran parte di noi.
Al talentuoso è riservato il piano dell’eccellenza, come diceva il buon Pontiggia: ha delle attitudini naturali che lo portano a realizzare una scrittura di consistenza letteraria; agli appartenenti alla seconda categoria è riservata la bicicletta per pedalare: devono allenarsi con strumenti idonei e aspirare a un risultato efficace che premi la perseveranza nei tentativi e la resistenza ai numerosi fallimenti.
Io cammino sulla strada di chi deve maneggiare la tecnica per arrivare a una buona scrittura, così, fra i metodi che ho sperimentato, ce n’è uno che non mi mette del tutto a mio agio, ma in qualche misura mi è utile.

Avete mai provato a prendere un brano da un libro e riscriverlo così com’è? Tante volte, se avete la mia stessa abitudine di ricopiare le parti più belle o significative di ciò che state leggendo.
Parlo, tuttavia, di una trascrizione fatta non per diletto, bensì, per così dire, a scopo didattico.
L’idea è quella di fare finta di essere l’autore che ha scritto quel libro: io, per esempio, prendo carta e penna (intendo proprio materialmente) e copio il brano su un foglio. Mentre scrivo mi impossesso di una voce che non mi appartiene e questo mi aiuta a percepire il diverso meccanismo mentale che ha guidato certe scelte narrative, dunque a vedere “altro” rispetto al mio modo di scrivere. Prendo spunti, memorizzo passaggi suggestivi, entro dentro quegli intrecci, cerco di capire quali sono gli elementi che potrebbero servire a formare il mio stile personale. 
Ma bisogna stare attenti, però, ché quando ci si diverte a vestire i panni di un certo scrittore, occorre poi saper prendere le distanze dal suo mondo rubato, se no il rischio è di diventare suoi emuli e va pure bene scrivere alla maniera di, ma quanto? Accade che componiamo una bella pagina letteraria e poi di originale c’è ben poco.
Ecco perché mi chiedo come coloro che amano scrivere potrebbero gestire la linea sottile che esiste fra prendere uno scrittore a modello e imitarlo in modo pedissequo. Domanda che ha motivato la mia partecipazione all'appuntamento del mercoledì con le Trame graffi(a)te di Michele Scarparo. 

Un’altra immagine, una nuova ispirazione, dunque.



Questa volta è una foto, che ha un significato univoco, ma coglie tutte le sfumature di uno stato d’animo e di un momento iscritto, ormai, nella storia di ogni giorno.
L’ho guardata, l’ho riguardata. Qui le idee non potevano prendere grande respiro: c’è un militare del corpo sanitario o un volontario della Croce Rossa, votato al sacrificio per aiutare il prossimo e il suo spirito di solidarietà si proietta su due piccoli uccelli, in qualche modo bisognosi anche loro di attenzioni.
Ho scelto una via facile: ho tolto la croce dal casco dell’uomo e l’ho fatto diventare un soldato al fronte, durante la prima guerra mondiale.

Ma la premessa a questo post aveva un senso.

Ho preso un episodio narrato già da qualcuno e l’ho riadattato alla mia idea. È questo ciò che ho fatto: mi sono affidata a una pagina indimenticabile di un romanzo letto anni fa (forse avevo diciotto anni) e ne ho ricalcato forma e contenuto.

Ho imitato? Ho solo tratto uno spunto? Ho seguito un modello?

So che scrivere questo brano mi ha coinvolto, ma che tipo di impatto potrebbe avere sul lettore? Se qualcuno ravvisasse una mancanza di originalità sarebbe da imputare allo svolgimento in sé poco riuscito o al riconoscimento del tentativo di ricalcare una strada già percorsa? 
Perché è questo che accade se non sappiamo usare bene i modelli di riferimento: diventiamo solo copie più brutte dell’originale.

Vi dirò di quale libro si tratta, se qualcuno non lo scoprirà prima. Allora la critica al testo mi servirà a capire se sono stata sufficientemente in grado di suscitare un’emozione e se sono riuscita ad affiancarla a quella vera raccontata da un grande scrittore.


****

Mi trascino nella parte opposta e lo guardo da lì, con gli occhi affamati di cielo e il desiderio di essere altrove. Non in quell’anfratto scavato nella roccia, con accanto un uomo che muore per colpa mia.
Gli ho sparato, ho dovuto farlo prima che fosse lui a premere il grilletto: avevamo scelto lo stesso posto per mettere a riposo le nostre paure e invece andavamo entrambi incontro a un destino che ne avrebbe tenuto in vita uno soltanto, ed ero io.
Sento il suo rantolo, il suono del respiro spezzato è insopportabile, vorrei che il suo cuore ferito a morte smettesse di lottare, vorrei non sentire più la sofferenza di quest’uomo, vorrei non piangere, adesso che non so cosa fare.
Il fuoco delle mitragliatrici violenta l’aria, se vengo fuori da qui sarò solo uno dei tanti che insanguinano il campo di battaglia e io voglio sopravvivere, io voglio tornare a casa, io voglio dimenticare.
Inchiodo il mio sguardo al nemico che ho colpito, mi vergogno di pensarlo tale: adesso che ha il petto rosso di sangue e giace inerte con la testa piegata su un lato, è solo un uomo come me, cui la guerra ha assegnato un ruolo. Si muove, prova a sollevare il braccio, poi geme più forte, allora decido di avvicinarmi a lui. Lo raggiungo cauto, scivolando lungo le pareti della roccia, faccio un passo, tengo il fucile, ma adesso la presa non è salda, la mano mi trema, sa di avere ucciso un uomo e non ne è fiera. Perché quell’uomo non è ancora morto, ma morirà: qui non può soccorrerlo nessuno.
Dio, non riesco a guardare i suoi occhi; gridano, lottano per non spegnersi, ma le palpebre lentamente cedono, le ciglia si abbassano. Provo a raccogliere le sue parole, gli escono mute dalla bocca: non posso fare nulla per lui, lo squarcio nel suo petto è profondo. Formo delle bende strappando i lembi della mia camicia sudicia, gli allento il colletto, con la giubba preparo un cuscino per la sua testa.
Non morire, ti chiedo perdono, sei soltanto un uomo, perdonami.
Il cielo ha il colore dell’acciaio; costretti in questo luogo maledetto ci inventiamo l’odio, per trovare il coraggio di uccidere.
A un tratto, mentre copro il volto del soldato, mi accorgo di una busta che gli pende da una tasca. Non capisco cosa c’è scritto, ma non trattengo le lacrime quando vedo una foto che ritrae un bimbo in braccio a una donna. Due passerotti, intanto, si sono fermati a vegliare assieme a me sul corpo esanime di un padre, come lo sono io, padre, di due creature alle quali non ho mai smesso di pensare da quando sono al fronte. L’uomo con la mia pallottola nel petto ha anche un tozzo di pane con sé. Ne strappo briciole che do agli uccelli e mi scappa un sorriso.
Il perdono può avere mille forme e io, davanti a me, ne ho una che cinguetta nell’orrore di questo silenzio.






33 commenti:

  1. Io sono una talentuosa pasticciona, a cui non interessa il successoa piu essere letta.
    Non potrei mai ricopiare perché ci metterei sempre del mio, facendolo appunto "mio".
    Ho fatto un esperimento invece, bhe meglio dire tre, ovvero quello di prendere il classico (cime tempestose/ il ritratto di Dorian Gray/Lolita) e inserire una parte mancante, sostanzialmente poco prima della fine. L'esercizio era mantenere lo stile dell'autore completandolo con parole mie. Devo dire che non mi sono dispiaciuti i risultati. Ma forse perché amo quei libri? Non saprei...
    Se vuoi posto un post con gli esercizi... 😊

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    1. http://piediscalzianna.blogspot.com/2018/03/esercizi-letterari.html

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    2. Ciao Anna, ti sei imbarcata in un’impresa non da poco, scrivendo “alla maniera” dei classici: il linguaggio della Bronte, per fare un esempio a me più vicino visto che sto rileggendo proprio in questo periodo “Cime Tempestose”, è difficile da “imitare”. Ma l’esercizio è molto valido.
      “Talentuosa pasticciona” mi piace: sembra un ossimoro. 😂

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    3. Infatti lo sono ... Nel bene e nel male... La mia anima arde^^

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  2. Niente di nuovo sul fronte occidentale, La guerra di Piero e tante altre storie (romanzi o canzoni) sulla guerra spesso sottolineano la voglia di vita, la comprensione umana e l'assurdità della guerra, sempre. La foto di un bambino poi comporta una immediata empatia, non può essere un tuo nemico colui che porta con sè la foto del figlio lontano. Ma c'è la vita che continua sempre, due uccellini caduti dal nido che hanno bisogno di cure o di qualche briciola di pane. È questo il senso della vita, la vita che va avanti nonostante tutti gli orrori.

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    1. Tra l’altro non è difficile raccontare storie come queste: collocale in qualunque periodo storico e la guerra fa le stesse vittime, provoca lo stesso dolore, sacrifica vite sempre in nome di niente.

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  3. La foto si presta a numerosi spunti, io avrei cercato quello "divertente", tu ne hai scelto uno drammatico e lo hai scritto bene. Riadattare un'idea letta altrove credo sia una tentazione che periodicamente capita a tutti noi scribacchini, io una volta mi sono permesso di tagliuzzare qua e là un romanzo novecentesco che secondo me aveva delle potenzialità ma era troppo dispersivo (che megalomane, eh?)

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    1. Non sei megalomane, ogni tanto giocare a fare gli scrittori che si dilettano a fare anche gli editor non è tempo perso. 😊
      Sono curiosa: quale spunto divertente ti ha ispirato l’immagine?

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    2. Non so perché ma mi ha fatto pensare a un simpatico medico militare che mentre da il mangime agli uccellini pensa "Magari trascorrere tutta la mia carriera a prendermi cura degli uccellini, significherebbe che gli uomini hanno smesso di fare guerre".

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  4. Ecco no, la sola parola "ricopiare" mi sa di castigo (dei tipi che io pensavo che non si assegnassero più e invece ci sono colleghe che riescono a far ricopiare anche cento volte una frase), non l'ho mai fatto, forse dovrei, non so. Anche così ci sono frase ed espressioni che mi rimangono appiccicate addosso quando scrivo, anche se di solito non vengo scoperta.
    Una volta, in un racconto sherlockiano pubblicato, uno dei primi, ho fatto proprio un calco da un altro giallo e poi ho messo in palio un racconto inedito per chi lo avesse scoperto, ma nessuno ha ritirato il premio, neppure chi di certo ha letto il racconto e il romanzo con il passo "ricalcato" (persino il marito ha detto "ma dai? In effetti... Però non si nota", che, per essere un effetto voluto, non è stato un gran risultato).

    Per quanto riguarda il tuo racconto, secondo me non te la sei giocata facile, per niente, perché vai a confrontarti, per forza di cose, con grandissimi che hanno raccontato la trincea, spesso avendola vissuta o avendola sentita raccontare dalla viva voce di chi ci era stato. È ovvio che non ha quella forza, ma non potrebbe in alcun modo averla, suppongo. Rimane un esercizio ben svolto, privo, com'è ovvio, dell'urgenza disperata della testimonianza.

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    1. È vero. Scrivere di cose che conosci “da lontano” ha un effetto necessariamente annacquato. A parte lo spunto “rubato”, mi rendo conto che soltanto chi vive determinate realtà possa parlarne nel modo più congruo. Per questo, forse, quando si scrive, non bisognerebbe mai spingersi oltre certe possibilità: anche il potere di immedesimazione ha dei limiti.
      L’esercizio della ricopiatura a me non viene naturale: l’ho provato qualche volta per verificare gli effetti sulla mia scrittura, ma poi la piego sempre alle mie esigenze (credo sia giusto, oltreché normale.)

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  5. Credo che la maggior parte delle persone che scrivono si muova sulla terra di mezzo tra il talento e la totale assenza dello stesso. Il talento capace di produrre senza l'impegno tosto credo sia più che raro, se esiste.
    Copiare qualche passaggio di un autore che piace può essere un esperimento utile, ma ho sempre avuto l'impressione che sia lo scrivere tanto con la mia voce a farla uscire allo scoperto. Certo qualcosa si infiltra in me degli autori che leggo, ma lo fa in modo nascosto anche a me, e preferisco che sia così.

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    1. Il talento puro è raro, sono d’accordo. Diciamo che l’impegno tosto nel talentuoso è dimezzato, ma comunque c’è sempre da lavorà. 😉
      Una delle volte in cui ho ricopiato un paragrafo che mi piaceva era un racconto della O’Brian. Mentre lo scrivevo mi sentivo strana e la cosa curiosa è che mi era piaciuto molto leggerlo lì, in quel libro, invece riportato su un foglio mi è sembrato perdesse efficacia; addirittura mi veniva voglia di cambiare espressioni e sostituire frasi con altre.
      Alla fine, è vero, lo stile personale emerge sempre.

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  6. Se non ricordo male era Robert Louis Stevenson che ricopiava a mano le opere dei suoi autori preferiti per imparare a scrivere scene, dialoghi, descrizioni. Quindi buttava via tutto. Non credo affatto che questo modo di procedere abbia in qualche modo traviato il suo modo di scrivere, anzi. Ha saputo spaziare da "L'isola del tesoro" a "Lo strano caso del dottor Jeckill e del signor Hyde" come pochi sono riusciti a fare. In questo è stato insuperabile.

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    1. Il fatto che ci siano stati esempi illustri a sostegno di questo metodo mi conforta. Se utilizzato nel giusto modo, purché, cioè, non diventi solo un espediente per imitare qualcuno, credo possa avere una sua utilità. Non sarebbe male, un giorno, fare la fine di Stevenson. 😉

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  7. Se posso permettermi un'osservazione costruttiva, trovo che a livello "emozionale" ci sia un salto troppo netto nelle ultime tre righe. Strappare briciole per darle agli uccellini e sorridere pensando a un ipotetico perdono dopo quanto accaduto poco prima, secondo me stride un po' troppo con le emozioni di tutto il brano (che trovo scritto molto bene, davvero). Per stile e frasi, niente da dire: gran talento! :-D

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    1. È vero. Ma io quegli uccellini dovevo collocarli in qualche modo.😂
      E perché, te la faccio notare io una cosa non proprio il massimo: il tozzo di pane in tasca al soldato morto? Dai...😂

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    2. Il tozzo di pane in tasca al soldato non lo trovo poi così tanto fuori luogo. Tra soldati si barattava cibo con sigarette. E poi spesso quando venivano saccheggiate le città si arrabbattava anche cibo.

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    3. Dici? A me stonava un po’, ma è un elemento che passa inosservato e poi lo avevo piazzato lì sempre per avvicinarmi a quel finale. 😉

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  8. Sono curiosa di leggere il brano di riferimento. L’esercizio di copia così come lo descrivi è interessante e io qualche volta l’ho fatto ma con la poesia. I risultati? Di solito delle brutte copie. Finché quello che abbiamo copiato non diventa parte di noi e viene fuori in modo naturale senza intento di riproporlo sulla falsariga dell’originale credo ci sia sempre una stonatura. Questa trama graffiata. Formalmente ben scritto, trovo il contenuto un po’ ovvio (e nulla nella forma a fargli da contrappeso) e, soprattutto, forzato nel finale per ricondurlo all’immagine. Tra l’altro cosa non necessaria, almeno non in modo così diretto, visto il resto del testo: l’emozione o l’ispirazione prodotta dall’immagine non ha bisogno della descrizione dell’immagine stessa. Ribadisco che la narrazione in prima persona mi piace molto ma credo che tenda a sfuggire al controllo più di altre. Mi soffermo su quelle forme che reputo abusate in generale e che mi fanno perdere interesse (ovvero l’effetto opposto che sembra vogliano suscitare): occhi affamati di cielo, violenta l’aria, Inchiodo il mio sguardo, Il cielo ha il colore dell’acciaio… Inoltre, toglierei “ho dovuto farlo prima che fosse lui a premere il grilletto”: il concetto è già chiaro e ampiamente spiegato dopo i due punti; stesso discorso per “il suono del respiro spezzato è insopportabile” avendomi detto che senti il suo rantolo al massimo precisa che è insopportabile (perché rantolo è già respiro spezzato, tra l’altro il termine indica chiaramente la condizione dell’uomo). E così in vari punti. Su “gli escono mute dalla bocca “ e “ci inventiamo l’odio” invece avrei focalizzato di più perché sono dettagli che possono fungere da chiave di lettura; forse questi punti sarebbero emersi di più anche senza ampliarli ma riducendo quello che c’è intorno.

    Viola Emi

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    1. L’ovvietà c’è tutta, è vero, ma in parte giustifico la cosa avendo preso come riferimento un brano già esistente e di certo non raccontato con questa pochezza, vista l’importanza dell’opera. L’ha indovinata Giulia, poco sopra, che l’ha citata all’inizio, ma in parte ho giocato anch’io con il suo titolo, mettendone un pezzo nel sottotitolo del post. Ho sfruttato il doppio senso: dare un corposo indizio per scoprire di quale opera si trattasse e sottolineare proprio la poca originalità del pezzo: Niente di nuovo, appunto. 😁
      Poi sì, come dicevo a Darius, ho straforzato il finale per avvicinarmi all’immagine: sono entrata nell’ottica che in qualche modo il racconto dovesse basarsi sugli elementi della foto e quegli uccellini mi sembravano il punto di riferimento più importante, cioè la foto per me ha un valore proprio per la presenza di quei due uccelli, non potevo non tenerne conto.
      Le frasi abusate, sì, beh, ho forzato un po’ anche lì: il mio concetto era dare enfasi alla scena dando enfasi al linguaggio.
      “Ho dovuto farlo prima che fosse lui a premere il grilletto” era per sottolineare che non aveva intenzione di sparare e se lo ha fatto era solo per difendersi. Comunque, mi hai fatto notare cose superflue e questo conta molto. 😊

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    2. Ma per il brano dell'esercizio hai preso ad esempio l'opera in generale o una pagina/brano in particolare? Perché pensavo di poter leggere proprio per confronto.

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    3. Abbiamo trovato il modo perché tu possa commentare: da adesso sarai sempre un carissimo anonimo. 😁
      Comunque sì, è un brano specifico che io ho tratto e mooolto asciugato dall’antologia di terza media di mio figlio. Ti fotografo le pagine e te le invio. 😉

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  9. Complimenti. Finale straziante e che ti scava dentro.

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  10. Hai avuto molto coraggio, Marina, nello svolgere il compito misurandoti con un tema difficile e per certi versi estraneo come è il fronte per la nostra generazione, anche se molti scrittori di oggi come Mazzantini, Giordano, Scurati ne hanno parlato. Come a dire che uno scrittore dovrebbe saper raccontare in tempo di pace e in tempo di guerra. L'immaginazione che ci sta a fare? Hai reso bene le emozioni del personaggio che ha appena ucciso un compagno di sventura. Il finale è ricco di simbolismo: oltre l'orrore e la morte si scopre una potente voglia di vivere

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    1. C’era il tentativo di rappresentare non solo l’orrore sempre attuale della guerra, ma la necessità di testimoniare i sentimenti di fratellanza e di solidarietà che ora, come allora, dovrebbero avvicinare le persone anche appartenenti a “trincee” opposte.

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  11. A conferma che un'immagine "parla" diversamente a seconda dell'occhio di chi guarda, io vedo una scatola di Ration 10-in-1, una razione di cibo dell'esercito degli Stati Uniti, per alimentare 10 uomini. Un confezionamento per ridurre peso e massa, preservando il cibo da acqua, umidità, agenti chimici. Quindi una cassa di cibo razionato e un soldato/medico al fronte che di fronte alla scarsità di cibo ne usa una sua parte per quei due poveri uccellini, un sacrificio per sentirsi ancora "umani" in un luogo dove l'umanità era sospesa dalla guerra.
    Per il resto: no, non ho mai pensato di ricopiare un brano, rileggerlo più volte si, ma scriverlo a mano no. Anche perché leggendo molto materiale tradotto di scrittori esteri, dubito mi sarebbe poi così utile.

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    1. E però, che bella storia la tua! Che poi, vedi? Io ho messo al centro della scena gli uccellini, per te invece l’elemento centrale è quella scatola sigillata.
      Comunque, da quando ne parliamo spesso, mi sto rendendo conto che davvero le traduzioni inibiscono l’analisi sulla scrittura, non ci ho mai riflettuto sul serio e invece...

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  12. Io sono una che scrive per essere letta, non credo di poter nascondere questa intenzione. Sia che si tratti di blog, di rivista o di antologie di racconti. Scrivere per me stessa o per l'amico di turno lo faccio in privato, quindi sarei ipocrita a mentire.
    Scrivere su esercizio invece mi riesce difficile. Anche nei due corsi di scrittura a cui ho partecipato. Mi inibisce la creatività, anche perché io scrivo solo su ispirazione.
    Chi invece a differenza mia riesce a svolgere gli esercizi lo considero bravo e come un tempo a scuola uno che sa applicarsi. Io purtroppo appartengo ai ribelli...

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    1. No, ribelle no, sono convinta che non c’è divertimento nella scrittura se le si dedica del tempo per obbligo o su ordinazione, dunque fai bene a evitare tutto ciò che non ti viene spontaneo. Certo, neanche a me alcuni esercizi suggeriscono subito l’idea giusta, ma allenare anche l’ispirazione, cioè “forzarla’ un po’ a trovare una strada, devo dire, mi sta tornando utile.

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  13. Ciao signore e Signora,
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    Contatti: tortoragiuseppe54@gmail.com
    scrivete su whatsapp +33 756857346


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