Fermare i pensieri in corsa, quando attraversano il nostro cervello; fissarli perché non si confondano nel caos di immagini quotidianamente registrate e di sensazioni assorbite mentre parliamo, osserviamo, percepiamo odori, ascoltiamo, mentre, cioè, i nostri sensi lavorano e noi inconsciamente li assecondiamo. Ecco, è questo ciò che faccio io portandomi dietro un taccuino: ce l'ho in borsa e se non è in borsa è in una tasca ma sempre con me, pronto a ricevere suggestioni, a raccogliere e conservare tutto quello che mi colpisce e non voglio vada disperso o dimenticato.

martedì 5 luglio 2016

Un grande abbraccio... e un bacio grandissimo, Julio

"Così violentemente dolce. Lettere politiche" - Julio Cortàzar

"se domani, per poter lottare per le cose in cui credo, dovessi farmi indù o iugoslavo, non esiterei un solo minuto" 


"Mio caro Doc (n.d.r. Eduardo Hugo Castagnino), mi hai scritto secoli fa, non ti ho risposto, sono di una pigrizia ripugnante. So benissimo che posso già contare sulla tua generosità, ma in ogni caso non dovrei approfittarmene in questo modo. Parigi è davvero una donna; ti getta le braccia al collo, ti isola dal mondo poco a poco, ti propone ogni giorno qualcosa di nuovo per suscitare il tuo apprezzamento o rifiuto. D’improvviso ti rendi conto che già due o tre mesi sono caduti dal calendario, e ti prendi la testa tra le mani. Ma non credere che mi dimentichi di voi, anzi. Ogni volta che qualcuno mi porta una notizia da Buenos Aires, soprattutto di ordine politico –sempre falsificate, tergiversate, tendenziose, puzzolenti di veleno e sporco –, mi piacerebbe averti davanti a un bicchiere di birra, al caro vecchio Helvética, per chiederti che ne pensi di tutto ciò, come interpreti quel merengue apocalittico che è la nostra dolce patria."



Miei cari amici virtuali, avevo molte cose da dire e non potendo riempire la timeline del mio profilo Twitter con duecento frasi da 140 caratteri con l'hashtag #violentementedolce, ho pensato che avrei potuto dilungarmi scrivendovi una lettera, attraverso il mio blog, per parlare di un libro che mi ha rapito e non per la storia in sé raccontata, perché non è di una storia nel classico modo di intenderla che si tratta, ma di un viaggio dentro la vita di un uomo, di un percorso lungo 26 anni, che mi ha permesso di conoscere la persona al di là del nome per cui è nota in campo letterario: ho letto Julio Cortàzar, mettendo in secondo piano per dieci giorni (il tempo della lettura condivisa con gli amici di @TwoReaders*) la sua fama internazionale di scrittore.

L'ho  visto combattere per gli ideali in cui credeva, lottare contro i primi segnali di una malattia che poi gli sarebbe stata fatale, amare donne speciali, stimare persone dal profondo del cuore, vivere il proprio impegno come un esempio da dare alle generazioni contemporanee e a quelle future. 
Il libro di cui sto parlando è una raccolta di lettere selezionate, scritte da Julio Cortàzar, narratore argentino (naturalizzato francese), ad amici, colleghi, parenti, giornalisti, persone influenti, tutte di matrice fortemente politica e ideologica. Il titolo "Così violentemente dolce" dà subito l'idea di quanta passione, trasporto, carica emotiva siano contenuti in queste epistole in cui lo scrittore si sfoga sulla sua condizione di intellettuale "esiliato" in Francia, che vive e partecipa anche da lontano alla rivoluzione dei paesi latinoamericani, primo fra tutti Cuba, ai tempi della figura mitizzata di Che Guevara e poi, nel corso degli anni, a quella del Cile di Allende e del Nicaragua in guerra contro la dittatura di Somoza. L'occhio puntato verso la sua terra, l'Argentina, durante quel processo di involuzione che vedrà Cortàzar costretto a tenersene alla larga, in origine per motivi "estetici" (come dice la premessa alla prima lettera), poi, al contrario, sempre più coinvolto politicamente in un progetto condiviso con altri intellettuali latinoamericani. I destinatari delle missive sono, tra gli altri, Gabriel Garcia Marquez, Josè Lezama Lima, Tomas Eloy Martinez, Julio Ortega, Mario Vargas Llosa, scrittori che sposano assieme a lui la causa giusta della lotta in Sudamerica, ma anche la madre e la sorella, alle quali rivolge parole che rivelano la nostalgia per la sua terra, gli amici cui racconta le disavventure e i numerosi viaggi, ora di lavoro ora di piacere.

Non è mia intenzione curare una recensione del libro, voglio solo condividere con voi le sensazioni che ho provato leggendolo e spiegarvi perché  mi è piaciuto così tanto.
Avevo amato già il Cortazar visionario e irriverente di "Un certo Lucas", ma imbattermi nel suo lato rivoluzionario (e nonostante tutto diplomatico), in questa raccolta di epistole, mi ha sorpreso in positivo e mi ha ben disposto verso una lettura che non pensavo, in tutta sincerità, così coinvolgente.

Per cominciare, ho ritrovato il fascino della forma epistolare, ormai del tutto superata. Sarebbe impensabile, oggi, comunicare ancora attraverso l'uso di carta, penna e francobolli. La mia generazione ha conosciuto la corrispondenza, io scambiavo lettere con persone lontane e so bene cosa significhi aspettare tempi talvolta biblici per ricevere una risposta. Cortàzar scriveva lettere ad amici e colleghi che vivevano in altri Paesi: pensiamo a come certe notizie viaggiassero per settimane prima di giungere a destinazione. In un periodo, poi, in cui il timore di censure o mancati recapiti non era infondato (lui stesso racconta di come più di una volta la sua casella postale fosse stata saccheggiata).
Io vi scrivo più comodamente battendo le dita su una tastiera sapendo che fra qualche minuto potrete leggere ciò che voglio farvi sapere.

È stato interessante attraversare il pensiero di Cortàzar senza vederlo filtrato attraverso la storia narrata in un suo romanzo o in un racconto. Il tono poco formale delle lettere mi ha permesso di scoprire un uomo accorato, ironico, attento alle persone (in ogni lettera non mancano mai i saluti affettuosi a mogli o compagne e figli dell'interlocutore).
Immerso in riflessioni profonde:

Non credo nei modelli ma credo negli esempi; non credo nelle cristallizzazioni sociali ma credo in una dialettica rivoluzionaria verso la libertà e la felicità dell’uomo,

e sicuro di professare un'idea giusta:

mi sono convinto del fatto che se una rivoluzione ha dalla sua parte tutti gli intellettuali, è una rivoluzione giusta e necessaria.

...da parte mia io faccio il possibile per mostrarla (la realtà) a coloro che non hanno potuto o voluto toccarla più da vicino, e credo che sia il mio principale dovere come scrittore latinoamericano all’estero.

Mi è piaciuto intravedere, dietro le parole dello scrittore, l'uomo colto, innamorato, scoraggiato, afflitto dalla malattia, preoccupato,  ma anche fiero, fiducioso e con la speranza nel ruolo di guida e musa della sua missione di intellettuale impegnato:

Per me la Rivoluzione Cubana non sarà mai la montagna ma il mare, che si rinnova sempre. Infinite, pietrificate, le montagne di tutto il resto dell’America Latina vedranno alzarsi a suo tempo l’ondata del mare umano, come io l’ho già vista a Cuba il giorno in cui il contenuto di queste due parole quasi sempre inconciliabili, speranza e realtà, si è unito in un solo presente.

...ma quella speranza è come un bambino che ha bisogno di cibo e quel cibo è tutto ciò che possono scrivere, dipingere o comporre gli intellettuali e gli artisti per contrattaccare proprio sul terreno della cultura le manovre tese a mediocrizzarla e a condizionarla.

E c'è un lato umano bellissimo che ho molto amato, quello malinconico: 

L’unica cosa che ci resta sempre tra le mani, quando posiamo il giornale sul tavolo, è la malinconia.

Come invidio le persone che adempiono ai propri obblighi con autentico piacere; io lo faccio con la strana sensazione di camminare dietro a me stesso, lontano e solitario;

e quello sofferto:

...circondato da burocrati imbecilli, in un ufficio in cui si continuava a seguire la routine di sempre, mi sono chiuso qualche volta nel bagno a piangere;

Il Che è morto e a me non resta altro che il silenzio.

Il libro si chiude con una lettera, scritta poco prima del Natale 1983. Soltanto due mesi dopo Julio Cortazar sarebbe morto a causa della malattia che lo tormentava ormai da tempo.

Le sue opere letterarie, tradotte in tutto il mondo, sono immortali e forse il suo pensiero, la sua passione politica, la sua dedizione, ma soprattutto il suo amore per l'Argentina, lo sono ancora di più, grazie al contributo di queste lettere.
Talvolta sarebbe bello conoscere le atmosfere in cui uno scrittore si cala quando scrive i suoi libri, sentire l'eco di un periodo storico, percepire un flusso di pensieri che risente della realtà vissuta dall'autore. Leggere Cortàzar con la consapevolezza di ciò che lo ha ispirato, lungo tutta la carriera di scrittore e intellettuale, mi ha spinto dentro la sua produzione letteraria con uno slancio diverso.

Ora vi lascio alle vostre faccende quotidiane, sperando di avere presto vostre notizie.
Ciao, amici, un grande abbraccio per voi e per le vostre famiglie, e tutto l'affetto di
Marina.



*Potete dare un'occhiata anche alla storify completa della lettura condivisa.


13 commenti:

  1. Mi hai profondamente affascinata con questo post così sentito. Non so se leggerò questo libro, così lontano dai miei interessi del momento, ma mi hai aperto un mondo e non mi sento quindi di escludere di prenderlo in mano, in futuro.

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    1. Ti dirò, è un libro che anch'io pensavo lontano dalle mie letture abituali. Di fatto lo è, ma poi, lettera dopo lettera, mi sono lasciata conquistare dal messaggio umano, dalla passione e dalla convinzione nella lotta, dalla bellezza di certi momenti, dall'onestà intellettuale, quel cercare l'unione e la condivisione di fronte a qualcosa di profondamente sentito

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  2. Tutto questo mi pare confermi la drammatica involuzione degli ultimi 30/40 anni. Purtroppo non ci sono più intellettuali di questo grado, capaci di analizzare e capire l'attualità che vivono. O, se ci sono, sono ben nascosti nella pancia del Google o Facebook di turno, con il compito neppure troppo nascosto di nutrirli e farli crescere.

    Bellissimo post.

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    1. Grazie.
      È proprio questo ad avermi colpito tanto: l'esistenza di intellettuali in grado di rischiare persino la vita pur di affermare un ideale, capaci di esporsi senza pensare alle conseguenze, ma con il solo intento di fare sentire una voce unanime. E poi la condivisione di una sorte comune: pensa che quando Cortazar vinse il Premio Medicis con il "libro de Manuel", decise di devolvere i proventi delle royalties ai prigionieri politici e lui stesso spiega che non lo aveva fatto per pagare un debito di ammirazione, ma perché così si sentiva un po' meno sporco di fronte a quello che stava accadendo.
      Quanti intellettuali o pseudo tali, oggi, farebbero una cosa del genere per fare sentire la propria voce contro il caos regnante?

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    2. Chi ascolta ancora gli intellettuali, oggi? Sono una categoria "appestata" (anche con alcune ragioni, ma soprattutto per un diffuso disprezzo del sapere e dell'accademia).

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    3. Viviamo tempi in cui esporsi non è un guadagno, dunque perché provarci?

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    4. Questo sì, mi pare che ormai il guadagno sia il valore unico... -_-

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  3. Veramente interessante Marina. Io adoro la letteratura americana e amo i libri sottoforma di epistolario.
    Come dici tu, forma di comunicazione elegante ma ormai desueta.
    In questo caso poi non si tratta da cosa ho capito di romanzo ma di epistole vere e proprie. Ed è proprio questa sorta di autobiografia che mi ha colpito. Il sistema migliore per conoscere chi sta dall'altra parte del foglio.
    Grazie del post!

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    1. Grazie a te, Patricia. È bello perché le lettere raccontano porzioni di vita e riflettono pensieri legati a determinati momenti storici, infatti ci sono le note che chiariscono molte cose: personaggi, situazioni. È stata anche una scusa per approfondire qualche aspetto che conoscevo poco della rivoluzione latinoamericana.

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    2. E' a questo che servono anche gli Scrittori. A metterci di fronte a fatti e rapporti sconosciuti veduti da un'ottica che non è quella ufficiale e diffusa dai media
      bacio

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    3. O raccontata dai libri di storia. La voce di chi le ha vissute certe cose è più autentica e segna di più.

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  4. Bellissime le tue parole, Marina *__* Probabilmente inizierò a frequentare Julio partendo da questo libro ;) Mi interessano particolarmente le atmosfere che hanno ispirato la scrittura, quello che "sta a monte", insomma!
    Un abbraccio ^_^

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    1. Sì, leggilo e poi, magari, mi fai sapere che impressione ti ha fatto lo scrittore e l'uomo Cortazar. :)

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