Fermare i pensieri in corsa, quando attraversano il nostro cervello; fissarli perché non si confondano nel caos di immagini quotidianamente registrate e di sensazioni assorbite mentre parliamo, osserviamo, percepiamo odori, ascoltiamo, mentre, cioè, i nostri sensi lavorano e noi inconsciamente li assecondiamo. Ecco, è questo ciò che faccio io portandomi dietro un taccuino: ce l'ho in borsa e se non è in borsa è in una tasca ma sempre con me, pronto a ricevere suggestioni, a raccogliere e conservare tutto quello che mi colpisce e non voglio vada disperso o dimenticato.

giovedì 2 febbraio 2017

Le conversazioni sullo scrivere di Pontiggia: le mie riflessioni #1


Nella prima puntata delle Conversazioni sullo scrivere di Giuseppe Pontiggia del ’94, conversazioni che potete liberamente scaricare dal sito di Radiorai, lo scrittore comasco introduce molti spunti su cui è doveroso soffermarsi. Non so quali osservazioni faranno in proposito Helgaldo e Michele Scarparo sui loro blog, poiché questa è un’iniziativa a tre, ma a me è venuto in mente che dovrei capire meglio che tipo di scrittrice sono o potrei essere. 
Tutti quelli che amano scrivere dovrebbero porsi questa domanda, per riuscire meglio a identificare le proprie mete artistiche, ma anche i limiti che, invece, tante volte ignorati, finiscono per trasformarsi in ambizioni mal riposte e conseguenti frustrazioni. 

Pontiggia dice che esistono diversi piani di scrittura: esiste una scrittura "elevata", di eccellenza artistica e una scrittura, per così dire, della comunicazione efficace, rilevante sul piano dei rapporti sociali. Non è messa in discussione la qualità dell'una rispetto all'altra, sono solo due forme in cui può manifestarsi l'interesse o la passione per la creatività: c'è chi ne sviluppa una innata e prima o poi scopre la propria vocazione attraverso la manifestazione di particolari attitudini e chi allena la capacità di scrivere attraverso un esercizio costante e lo studio. 
Ed ecco l'annoso dilemma: scrittori si nasce o si diventa

Ascoltando questa prima conversazione, alla fine, mi convinco che scrittori si possa anche diventare (io che ho sempre pensato che il dna contenga delle informazioni ben precise a riguardo): da una parte esiste un talento spontaneo che può rivelarsi nel tempo, anche a distanza di anni e viene fuori in presenza di particolari condizioni, ispirazione del momento, giusta energia, concentrazione (fattori che non sempre si combinano tutte le volte che si scrive), ma, dall'altra, esiste anche una competenza che si può acquisire attraverso un tirocinio fatto di tentativi, esitazioni, anche di fallimenti e che può portare a degli ottimi risultati. 
In pratica esiste una scrittura che si impara. 

Mi sono, dunque, chiesta: quali sono le caratteristiche che rendono me scrittrice? 
Se rispondessi che lavoro bene solo di fronte a ispirate sedute narrative mentirei, perché dovrei sentirmi all'altezza di quei talentuosi scrittori d'eccellenza di cui parla Pontiggia e di fatto non lo sono: la mia opera prima non è unica perché artisticamente elevata, ma perché non sono riuscita a quagliare altro nel frattempo, il che è di ben poca consolazione. 
Così provo ad annoverarmi fra gli scrittori della comunicazione scritta persuasiva e funzionale, quelli che con tenacia e buona volontà si applicano per il raggiungimento dell'obiettivo. Però mi dico che per essere efficace e incisiva devo essere prima di tutto costante, devo allenarmi seriamente come gli atleti che vogliono vincere una gara, non posso bighellonare in mezzo a tante parole senza assumermi un impegno serio. 
In realtà mi vedo in una via di mezzo: un po' artista ispirata, un po' autodidatta negligente. Mi vedo come una scrittrice in carreggiata, in cerca della sua retta via, insomma. 

Essere dotati di una consapevolezza, a mio avviso, aiuta a centrare l'obiettivo: non scriverò mai l'opera di alto valore letterario, però posso comunque risultare convincente, conquistare una fetta di lettori, ritagliarmi un piccolo, ma soddisfacente, spazio nel panorama narrativo, posso ancora farlo, se mi impegno, se mi alleno, se imparo. 
La mancanza di questa coscienza e dell'umiltà di ammettere qualche limite, produce disastri. L'ho sparata grossa? Non credo: scrittori si nasce, scrittori si diventa, di sicuro scrittori non ci si improvvisa. 
E invece sembra che basti avere un'idea e conoscere la grammatica italiana per sentirsi scrittori. 
Lo siamo tutti: se siamo ispirati o sappiamo tenere una penna in mano siamo scrittori, anche se ci incartiamo in mezzo alle insidie della buona scrittura restiamo scrittori. Non ci importa l'opinione di un editor, a che serve, sarò pure libero di esprimermi nello stile che più mi è consono; posso fare a meno del correttore di bozze, tanto c'è mio cugino che mi corregge il testo (che è laureato oppure scrive anche lui). E poi c'è il selfpublishing, no? Pubblico quello che voglio, quando voglio. 
La scrittura si impara, scrittori si diventa: credere di esserlo è un buon punto di partenza, ma farlo credere anche agli altri, quelli che poi leggeranno, dev'essere il punto di arrivo. 

La buona scrittura ha bisogno soprattutto di una buona tecnica. L'eccellenza di un risultato, quella ottenuta in seno a una scrittura artistica, come sottolinea Pontiggia, necessita pur sempre di tutte quelle acquisizioni relative al linguaggio, alla struttura, alla forma che sono preziose anche in capo al più dotato dei narratori.
Esistono appositi corsi di scrittura creativa, ma in piccolo anche tanti modi per rafforzare un'attitudine: gli esercizi proposti in rete, seppure sotto forma di prove-gioco (e noi ne sappiamo qualcosa) possono essere un valido contributo per studiare, allenare, conoscere, sperimentare, osare, nella scrittura. 
Leggere, quello sempre, ma anche prestare orecchio alle preziose lezioni di Pontiggia, per esempio, potrebbe dare un apporto utile, oltreché essere in sé piacevole: ascoltare i consigli di chi ha tutte le carte in regola per dispensarli, fare tesoro delle esperienze di chi ce l'ha fatta e ha qualcosa da insegnare. Perché c'è sempre da imparare e noi non dovremmo mai sottrarci alla curiosità di sapere, di capire, di approfondire, di conoscere.

Che dire, pertanto, scrittori convinti, meno convinti, in carreggiata come me, autopubblicati, autopubblicandi: sintonizzatevi

Questa è solo la prima puntata.  

65 commenti:

  1. Certo che non ti risparmi nulla eh? Come sempre onesta e pronta a bacchettare te stessa prima che gli altri. Ho letto il post con grande interesse accompagnato da una profonda malinconia. Malinconia derivata dal senso di ineluttabile che talvolta, violento, ammanta il nostro percorso. Forse la sfida è proprio questa, capire se veramente c'è o non c'è questo benedetto/maledetto talento, e una volta che si è preso atto di ciò fare di un estro naturale una disciplina. Dietro il motteggio, la frase ironica, la frase artatamente costruita come di facile comprensione, ci devono essere lavoro e impegno. Scrittori si nasce, è vero, ma è anche giusto dire che lo si diventa. Altrimenti il futuro è quello dell'enfant prodige che una volta raggiunta la maturità, se non c'è impegno, dedizione, studio, e soprattutto ulteriore crescita, rientra nei ranghi della normale consuetudine.
    Io credo nella scrittura, credo nella potenza della narrazione, credo che dietro l'opera letteraria, anche la più fantasiosa, ci siano gli spunti per le domande e le risposte fondamentali. Più che nella fedele e onesta attività del cronista. Scrivere è amore. Su questo penso che ci troviamo tutti d'accordo, ma amore non è soltanto esprimere a gran voce o con gesti di tenerezza tali sentimenti, amore è anche dedizione, presenza, lavoro e costruzione. Personalmente credo di rientrare ancora nella categoria di coloro che stanno imparando ad accudire l'oggetto del proprio sentimento. È già una bella cosa pensare come il viaggio sia ancora lungo, non illudersi che la stazione che ci vede scendere sia un capolinea o un punto di arrivo. Qui si arriva al discorso legato all'umiltà (nella sua valenza più pura), alla voglia di lavorare, di mettersi in gioco. La scrittura è un processo in divenire, dove ogni singolo scritto è un tassello, più o meno ben collocato, ma pur sempre un tassello. Poi, vabbè, ci sono quelli che pensano di aver capito tutto e si lagnano, e si chiedono perché il mondo ancora non ha preso atto della loro magnificenza, oppure si sentono arrivati vedendo i confini del loro percorso. Peccato solo, come spesso capita, che con la possibilità di avere una visione più ampia, un osservatore esterno veda solo i confini di una distesa di innumerevoli scatole stagne. Che dire… scrivere per amore e per istinto naturale, ma anche passione e dedizione, lavoro. Studiare non tanto per avere conferme ma spesso per confutare i nostri convincimenti che ci ingabbiano. Mah, per adesso mi pongo soltanto domande, risposte non ne ho.

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    1. Sarebbe presuntuoso da parte mia dire come la penso su certe cose e poi non sentirmi io in prima persona coinvolta. Il fatto è che certe volte mi capita di vedere due Marine: una che si comporta da scrittrice comune, che in quanto tale sogna e fa presto a dirsi "sei stata brava" oppure "dai, continua così"; l'altra che storce la bocca, è esigente e sa che la strada non è così semplice come potrebbe apparire. Sono un'esordiente, con un romanzo che ho corretto non so più quante volte anche dopo la pubblicazione e che sa che certi limiti vanno superati se si vuole provare il salto di qualità. Io non mi vedo addosso un talento e quando ho scritto quel post di getto, davvero mi sono sentita sciocca al pensiero che esistono persone che riescono a scrivere bene da subito: io devo soffermarmi, devo correggere il tiro tutte le volte e non parlo di mega revisione finale (arrivarci sarebbe già una vittoria), parlo di quei micro passi che faccio per potere dire a me stessa: "okay, questo può andar bene". E sono d'accordo sì, che scrivere è amore, amore per i pensieri, per la vita trasformata da quei pensieri, ed è un amore che va coltivato con ogni cura, con le attenzioni giuste e che scrivere è anche viaggiare all'infinito, dove le tappe raggiunte sono solo stazioni di un treno che riprende la sua corsa tutte le volte.
      Farsi domande è sempre un bene, stimola a cercare le risposte. :)

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    2. A me piace come affronti tutto, sono sicuro che ci riserverai delle belle sorprese.

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    3. Belle sorprese?
      Passo alla seconda lezione di Pontiggia, poi vediamo. ;)

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  2. Dell'eterno dilemma: "scrittori si nasce o si diventa?" ho discusso a lungo qui: http://appuntiamargine.blogspot.it/2016/04/lo-scrittore-fra-essere-e-divenire.html, quindi non voglio ripetermi. :-)

    Per quanto riguarda invece il quesito sul tipo di scrittrice che desidero essere, posso dire che anch'io mi trovo in una terra di mezzo, sebbene nell'ultimo periodo propenda più dalla parte dell' "artista ispirata". Il che non significa trascurare la tecnica, ma semplicemente integrarla nel proprio naturale modo di scrivere, senza essere obbligati a rifletterci troppo su. Mi sono infatti accorta che arrovellarmi su dettagli tecnici mi ha rallentato e penalizzato molto.

    Adesso devo uscire, ma appena possibile vorrei scrivere un'altra breve riflessione sul concetto di scrittura "alta". So che potrebbe sembrare una minaccia, ma ritornerò. ;)

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    1. Come sempre credo che l'equilibrio sia importante: troppa tecnica applicata rischia di frenare lo slancio emotivo che rende più empatico e naturale uno scritto, troppa emotività rischia all'opposto di banalizzare i pensieri. L'ideale sarebbe imparare la tecnica, soffermarsi su qualche regola (che poi chiamarla regola non mi piace molto, diciamo qualche consiglio) e poi riuscire in modo spontaneo a fonderla con lo stile personale, come dici tu.
      Tu, io, qualche altro, ci siamo arrivati, forse anche grazie alle tante discussioni in rete, sarebbe utile per molti aspiranti scrittori capire che la tecnica serve sempre, a prescindere dalle attitudini personali.
      Ti aspetto per l'altra o "alta" considerazione. ;)

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    2. ora non riesco a parlare della scrittura "alta" perché di nuovo sono in uscita. Vorrei però replicare rapidamente a una cosa che hai scritto: non penso che l'emotività banalizzi i pensieri. Al contrario, penso che li banalizzi la razionalità. L'emotività, al massimo, li rende un po' confusi e nebulosi. Inoltre, emotività e "intuizione" (quella è alla base della scrittura di getto) non sono sinonimi. :)
      Ci sentiamo appena posso. Ciauz! :)

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    3. Sì, mi sono espressa male: intendevo dire che la totale mancanza di tecnica a beneficio della sola emotività porta a delle scritture immature, la razionalità le indirizza sulla strada della freddezza, le imposta troppo. Assecondare l'intuizione con la scrittura di getto va benissimo per non fermare il flusso di idee, ma poi è una buona tecnica che struttura in modo funzionale il pensiero. Se ho capito bene dovrebbe essere così.

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    4. Sì, è quello che sto cercando di fare, e penso sia buona cosa che la mia beta conosca il mio intento. Voglio potenziare la scrittura di getto, ora che sono in fase di prima stesura, e al contempo fare in modo che il risultato sia già discreto al primo colpo. In alcuni casi è più facili, in altri meno. il problema non è tanto la scrittura in sé ma proprio le gabole tecniche ... :)

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  3. L'eterno dilemma, hai detto bene!
    Penso sia giusto fare delle distinzioni, perché è vero che esiste lo scrittore che scriverà una grande opera letteraria, e quello che invece scriverà un buon libro. Il primo così ci nasce, a mio parere, il secondo lo si diventa.
    Credo di far parte della seconda categoria, potrei diventare una buona scrittrice impegnandomi molto, ma forse non ho il genio e la sensibilità per scrivere quello che diventerà un classico della letteratura.
    Penso però che una persona che ama scrivere lo ama a dispetto di ciò che è capace di fare e gli verrà naturale dedicarsi anima e corpo alla propria passione. In questo modo per forza di cose qualche miglioramento lo avrà.
    Non c'è scritto da nessuna parte che l'opera sia migliore del buon romanzo, che l'unica degna di nota sia la letteratura con la L maiuscola, e che la narrativa sia solo la plebe che permette alla letteratura di emergere. Ogni autore, se fa il proprio lavoro con dedizione, serietà e con l'intento di produrre un buon libro, dovrebbe comunque essere felice e fiero di ciò che fa, indipendentemente dal fatto che pubblichi il prossimo classico o il prossimo bestseller.
    Mi spiace ma tutti gli altri, quelli che si improvvisano scrittori, non li prendo nemmeno in considerazione. (Sì, sono cattiva e conservatrice in questo senso.)

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    1. È quello che dice Pontiggia a proposito di chi ha delle attitudini che prima o poi vengono fuori smosse da un momento di ispirazione o da altre condizioni cui facevo cenno nel post, però lui ritiene che la tecnica sia importante anche per i soggetti talentuosi, che non si possa prescindere da uno strumento così utile nella scrittura. Per cui credo che la passione sia una base solida, ma non sufficiente per ottenere buoni risultati o per migliorarsi.
      Non dev'essere scritto da nessuna parte che l'opera di alta letteratura e quella di narrativa di successo debbano essere messe a paragone, certo che no, anzi: Pontiggia sottolinea proprio che si può essere ottimi scrittori senza dovere necessariamente aspettare la folgorazione ispirativa (ci sono grandi autori che non sempre replicano al loro secondo lavoro il successo del primo, perché appunto scrivono sotto l'influenza di determinati fattori che potrebbero non ripetersi.)
      Poi penso che l'amore per la scrittura sia anche una questione di obiettivi: c'è chi si accontenta solo di scrivere ed è felice così (e va benissimo), chi vuole essere pubblicato per essere letto e non è felice se deve tutte le volte conservare il manoscritto dentro il famoso cassetto.
      Non sei cattiva, se no dovrei sentirmici pure io! ;)

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  4. Ho sempre pensato che lo si possa diventare, costruendo su una base solida già di letture, tante, e tanta scrittura in cui si sperimenta e si lavora alacremente. Non conoscevo queste lezioni di Pontiggia, sono senz'altro imperdibili e le ascolterò.
    Non comprendo tutti quelli che si ergono contro le scuole di scrittura, Pontiggia ha perfettamente ragione sulla necessità di acquisizione di una tecnica.

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    1. Credo valga la pena, Luana, ascoltale.

      Io, per esempio, sono una di quelle persone che ha sempre valutato con un po' di freddezza i corsi di scrittura creativa, ma solo perché non ne ho stretta conoscenza ed è come quando hai un problema di salute e cerchi il medico migliore, ma sai che potresti trovare mezze calzette che spesso, con le loro diagnosi errate, ti buttano fuori strada. Ecco, diciamo che io ho un problema di fiducia verso il prossimo.

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    2. ah ah ah ... però concordo sulle mezze calzette che ti buttano fuori strada!
      Marina

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    3. Accade lo stesso in ambito teatrale, bisogna scegliere molto accuratamente i propri "maestri".

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    4. Immagino che sia così in ogni ambito professionale, non ne dubito.

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  5. Ecco, l'anello debole è appunto l'improvvisazione, per il resto sono assolutamente d'accordo (quando mi dite "scrivi!", io penso che la mia sia soltanto una scrittura efficace, senza stile e volontà alcuna).
    La questione delle tecnica è duplice per me: le scuole di scrittura possono servire sì, ma non devono neppure snaturare o creare regole troppo rigide (se poi a farlo sono le scuole stesse o chi recepisce, non saprei), perché spesso a star dietro a 'ste cose la scrittura si appiattisce e tede a diventare "industriale", termine che prendo in prestito da Ivano (usato in altro contesto, ma efficace qui).
    Quindi la tecnica sì, ma, per come la vedo i,o poca scuola e tanta tanta lettura tra generi diversi, epoche diverse, stili alti e bassi ecc.

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    1. Può darsi anche che non sia nelle tue intenzioni scrivere, eh, che noi ci scherziamo sopra perché ci riesci benissimo, ma scrivere è anche "volerlo fare". Dalla tua hai la bellezza della lettura, quella è sempre una signora maestra.
      Io, però, quando parlo di tecnica non mi riferisco alle solite regolette dell'uso parco di avverbi e aggettivi o cose del genere, parlo di una capacità consapevole di gestire la struttura narrativa fatta di linguaggio, ambientazione, in modo che tutto converga a determinare l'efficacia di un testo. Una maestria che denoti padronanza, ecco. Neanche a me piace la scrittura "industriale" al'Ivano. :)

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    2. Ecco... allora forse le scuole di scrittura creativa possono soltanto supportare, per la tecnica che intendi tu (e anche io) ci vuole costanza e impegno e studio (oltre a leggere tanto). Avevo letto un bellissimo articolo, molto duro, sulla questione se lo ritrovo te lo faccio avere ;)

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    3. Ecco quello che un punto da cui partire: capacità consapevole di gestire la struttura narrativa fatta di linguaggio e ambientazione. Mi hai tolto le parole di bocca.

      Glò, aridaie con non so scrivere. Bastaaaaa, lo fai beneeeee :D

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    4. E avresti dovuto vedermi, Max, mentre le scrivevo ste cose... :D

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    5. Non è che non so scrivere XD però non ho il talento della scrittura ;) Voi siete altro mondo, mi diverto a giocare quando capita, ma davvero non mi ritengo all'altezza!

      Marina... ti abbiamo vista/immaginata, credimi :D

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  6. Le lezioni di Pontiggia le avevo già scaricate dal sito della Rai, ma l'indirizzo era diverso. Di lui non ho mai letto nulla, e credo che prima o poi dovrò colmare questa lacuna.
    Per il resto che dire? Scrivete! Non badate troppo a quello che pensano o dicono gli altri, e non riempitevi la testa di idee o riflessioni che hanno come scopo solo quello di renderci gradevoli e presentabili agli occhi altrui.
    È tempo perso ;)

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    1. Infatti Marco, ho visto che già qualche anno fa lo avevi segnalato nel tuo blog (se vedi la barra laterale il tuo blog rimanda a quel post, una cosa abbastanza singolare)
      Anch'io penso che leggerò il suo primo libro, adesso ne sono proprio curiosa.

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  7. Scrittore in un certo senso si nasce. Il desiderio e la necessità di scrivere sono probabilmente una tendenza congenita, però non bastano. C'è chi ha la nacessità di scrivere ma gli basta tenere un diario. C'è chi compone poesie orride, e tuttavia nella loro orridezza sono sincere, necessarie per chi le scrive, più sincere e più necessarie quanto si possa immaginare giudicandole solo per la loro orridezza.
    E c'è chi scrive racconti, romanzi, e non si acoontenta di scriverli e basta, vuole essere all'altezza dei grandi autori, così cerca di migliorarsi, di impegnarsi. Ecco, pochissimi di quest'ultima categoria poi diventano anche scrittori. Ma qualcosa di innato c'era in loro, semplicemente non si sono fermati a una diario o a qualche poesia orrida.

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    1. Io penso che esista la passione per la scrittura e il talento. Entrambe nascono con noi, ce le portiamo dentro: l'amore per la passione si manifesta in tenera età, i diari, i quaderni con le poesie, i raccontini di quando andavamo ancora alle elementari e si affina nel tempo, se aumentano le pretese e si costruiscono sogni; il talento spesso rimane nascosto e poi improvvisamente esplode, oppure è quello che ti porta già da piccolo a fare cose straordinarie. Ecco, io lo vedo più come un'eccezione in capo a pochi, un po' come Mozart nella musica o Beethoven. Il talento è quello che ti porta a quindici anni, chessò, a scrivere la grande opera. Per questo ritengo che tutti noi siamo o saremo o potremmo essere scrittori appassionati, ma non talentuosi.

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  8. Scrittori si nasce o si diventa? Bel dilemma Marina, ma io penso che non ci sia una risposta assoluta, c'è chi scrive per seguire un impulso irresistibile e magari questo impulso o passione lo rende determinato a continuare a scrivere. Forse scrittore è colui che non riesce a smettere di farlo e trova comunque il modo di farlo, un po' come il pittore che dipinge o il musicista che compone.

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    1. Sì, l'amore per la scrittura ti spinge a scrivere, ma per me è scrittore chi fa di quell'amore un bene per tutti, intendo dire che lo scrittore per me è colui che ha a cuore il destinatario dei suoi pensieri, per questo dico che non può improvvisarsi: lui si fa dono per gli altri e non può presentarsi alla festa con un vestito macchiato (non so se ho reso)

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  9. Io penso che scrittori si nasce. Il bello è che non lo sai finché non cerchi di diventarlo. :-D
    Ma questo vale per tutte le arti e tutti i mestieri. O no?

    Se nella vita sapessimo già quali sono i nostri talenti, beh, mi piglierebbe un po' la noia. E' un po' come svegliarsi la mattina di Natale sapendo già cosa c'è sotto l'albero... :-)

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    1. Sai Darius, come ho risposto ad Ariano, alla fine penso che il talento sia un'altra cosa: tu ami scrivere, io amo scrivere, questo desiderio nasce in noi e si scopre, si sviluppa quando meno te lo aspetti, lo puoi trovare sotto l'albero a Natale, puoi ignorarlo per anni e ritrovartelo che ti insegue quando sei grande, ma il nostro non riuscire a fare a meno della scrittura non è il talento che abbiamo.
      Alle scuole medie avevo un compagno che scriveva versi da fare impallidire i poeti più ispirati: gli nascevano spontanee. Adesso fa il medico, pensa. Chi ama scrivere vuole diventare scrittore, chi ha talento non è detto che voglia seguire la strada indicata dal suo talento.

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  10. Non si finisce mai di imparare, e di porsi domande, è bello il tuo post proprio per questo.
    Mi piacciono i commenti e le risposte che hai scatenato, siete grandi tutti.
    Io scrivo solo cavolate per diletto e non ho certo il talento e la stoffa per una scrittura elevata o efficace, non mi pongo obbiettivi importanti. Forse dipende anche dall'età non giovane? Può essere.
    Prima di andare in pensione scrivevo parecchie cose di getto che mettevo in un cassetto. Tutto materiale che è sparito con un trasloco. Non credo che ci fosse il poema del secolo visto le cavolate che continuo a scrivere, ma il poema non lo bramo nemmeno.
    Mi piace molto leggere e restare sul pezzo "la scrittura". La scrittura mi permette di rileggere le mie fantasticherie e rielaborarle passando ore piacevoli.
    Per migliorare mi sta sta bene tutto che siano giochi, esercizi, corsi, gruppi di lettura, leggervi nei blog, va bene tutto. Sono di bocca buona, trangugio tutto ciò che mi capita.
    Non sono immediata e ho tempi lunghi da nonna, qual io sono, ma persevero.
    Non è mai troppo tardi per imparare, chi meglio di me lo può dire.
    Poi se son fiori e per caso fioriranno in una edizione tanto meglio, anzi strepitoso. Ma se lo pubblico da sola non saprò mai se sono fiori da dedicare hai bambini o ciofeche, ho bisogno di un parere positivo.

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    1. Tu sei fresca, i tuoi racconti rappresentano la serenità che vivi. Però fammi un favore, Anna Maria. Non dire più che scrivi cavolate.
      Poi l'età non conta niente, c'è sempre tempo per migliorarsi, per imparare, per tutto, ma la scrittura deve rimanere impegno e divertimento insieme. :)

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  11. Cara Marina, la vita non porta solo gioie ma anche dolori che devi digerire, per tornare a sorridere. Ognuno deve trovare il proprio modo per superarli.
    La mia scrittura mi fornisce una evasione a costo zero, libera energie positive, da ossigeno al mio cervello.
    E' per questo che rimango nell'ambito che da sempre mi appartiene, sono un'ex insegnante scuola dell'infanzia.
    Visto che la scrittura per me è evasione, deve essere una roba leggera e non certo thriller, horror, gotico ecc.
    Sai che felicità ad immaginarsi le scene trucolente ;)
    Te le rimugini, lavori, scervelli per risolverle tutta la giornata notte inclusa, sai che gioia!
    Preferisco ridere e sorridere con le favole che necessitano di un lieto fine e di ironia.
    Bada che leggo di tutto, anzi ciò che spaventa e le emozioni forti mi tengono ancor più incatenata alla lettura, ma ho bisogno di un lieto fine o di una risoluzione che mi faccia intravvedere uno spiraglio di luce.
    Per il costo zero, mento a me stessa perché come tutte le passioni mi lascio trasportare. Così appena vedo un libro per ragazzi con illustrazioni che mi conquistano, non posso lasciarlo lì, in quella pila di libri. Almeno uno lo devo salvare, adottare e portare a casa. :)))

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    1. Ma porca miseriaccia ladra!!!
      Scusa Marina l'imprecazione ma ho riletto ciò che ti avevo scritto questa notte e ho visto un erroraccio ammeso che non ce ne siano altri.
      Ahahahahah noncelapossofare ;)))
      Ma son di coccio e persevero.
      Comunque questo è un segno dell'età quando scrivevo le programmazioni non mi sono mai accorta di sbagliare i verbi, ora mi succede spesso. :(

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    2. Se ci mettiamo pure a fare il pelo ai commenti in un blog è la fine. Puoi stare tranquillissima, Anna Maria! :)

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  12. Ho letto di volata, Marina. Con grande grande interesse. Lascio il mio pensiero veloce, ma conto di tornare.
    Sono fermamente convinta che scrittori innanzitutto si nasca: un pò come per ogni forma d'arte, ci DEVE essere una predisposizione naturale, un istinto, una dotazione genetica, una scintilla di vitale e visionaria follia che consenta, a chi scrive, di ricorrere alla parola per trasmettere un'Emozione. D'altro canto, il talento senza tecnica, senza allenamento, senza ambizione, è ben poca cosa. Si può essere predisposti alla pittura, al canto, alla danza ma se non si studia, se non ci si sacrifica, se non si sperimenta e non si è indirizzati, il talento rimane un'opportunità sprecata.
    Io, da che ho memoria, ho sempre scritto. Ricordo che da piccolissima, avevo appena quattro anni, venivo elogiata come una sorta di prodigio perchè a furia di ricopiare le lettere dai testi dei fumetti avevo imparato a leggiucchiare da sola. A scuola, poi, divenni, nei vari passaggi, il fiore all'occhiello degli insegnanti di lettere. I brava, e brava, e brava, si sprecavano. Ma io non ho costanza. Sono disordinata di natura. Non mi sono mai applicata, non ho mai indirizzato la mia scrittura ad una palestra che potesse in qualche modo forgiarla, istruirla. Non sono mai stata ambiziosa in questo senso, ecco. Scrivo come viene, tanto, tantissimo, e mi piace pure: come quando hai un amante che non cambieresti con nessuno al mondo ma non ufficializzerai mai la relazione. Eppure, scrivere è l'unica cosa che mi rende felice: ma basta questo per definirsi scrittori? Suppongo di no. Ed è per questo che ogni volta che mi è stato proposto di lanciarmi, di far revisionare le bozze dei romanzi scritti per gioco e passati ad amici, di tentare la strada "perché è un peccato, sei così talentuosa", ho sempre rifiutato... Perché senza disciplina, di solo talento, sindacabile per altro solo quando si è veramente letti dal pubblico "fuori", la scrittura, specie ai giorni dei social e delle piazze virtuali, rimane una forma di comunicazione, ma con quale futuro? Senza volerlo, finisco anche io con un punto interrogativo. Forse perché più volte mi ritrovo a chiedermi cosa, chi, sia veramente uno "scrittore" ai tempi nostri ... e, sinceramente, non sono ancora riuscita a scegliere una risposta.

    Grazie come sempre per i magnifici spunti!

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    1. Alla voce scrivere per sentirsi felice alzo la mano anch'io e dico: anche a me la scrittura porta benessere, ma non devo coltivare aspettative serie, sennò al benessere aggiungo quel tanto di stress indotto per ovvie ragioni dall'impegno, dalla ricerca della costanza, dallo studio e lì bisogna pedalare, non scoraggiarsi, essere convinti del percorso che si vuole seguire... Alla fine, spesso mi riduco a pensare che scrivere sia una gran fatica e poi? Come dici tu, con quale futuro? Magari evitiamo di pensarci, così ci godiamo solo la parte bella del processo creativo di scrittura.

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  13. È molto bello questo ragionare a tre su Pontiggia, su cui io sento di non aver molto da aggiungere, se non che è un piacere leggervi.
    Su scrittori si nasce o si diventa ho smesso di interrogarmi tempo fa. Io racconto storie e cerco di farlo al meglio. Lo faccio perché ho la testa piena di storie e devo metterle su carta per non farla esplodere. Forse la predisposizione è questa e se non lo è va bene lo stesso

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    1. Sì, credo che la predisposizione sia proprio questa: avere la "necessità" di scrivere storie.
      Per quanto riguarda l'iniziativa a tre, io trovo interessante che ognuno di noi abbia tratto spunti diversi ascoltando la stessa lezione. Proseguiremo l'avventura.

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  14. Credo che la passione per la scrittura sia innata nell'uomo. A volte può essere nascosta, celata, taciuta, latente, a volte chiara, rivelata. La parola, scritta o parlata, fa parte dell'uomo, indipendentemente se questo sia uno scrittore "professionale" o meno. Scrittori si nasce o si diventa? L'uno e l'altro. Vi è un legame indissolubile. Personalmente la penso così.

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    1. Quindi per te nasciamo, in fondo, tutti potenzialmente scrittori, perché la parola, scritta o orale che sia, fa parte dell'uomo?
      Uhm, no, io credo che la scrittura, intesa come processo creativo, sia una predisposizione che può assumere la veste più ordinaria della passione o dell'interesse, che dir si voglia oppure quella del talento. Una predisposizione che in entrambi i casi, naturalmente, va affinata.

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  15. Io credo che il narrare sia un bisogno e una capacità insita nell'uomo, per cui siamo tutti narratori e avvalendoci della scrittura siamo tutti scrittori, ma che Scrittori (s maiuscola) si nasca e non si diventi: esattamente come per essere Musicisti e Pittori bisogna avere quel certo talento scritto nelle profondità di alcune aree del nostro cervello.
    Ma anche lo Scrittore rimane potenziale se non sviluppa appieno le sue capacità con l'impegno e l'esercizio, quindi in questo senso Scrittore si diventa.

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    1. Pontiggia, infatti, dice che anche la scrittura di talento non può prescindere dall'uso della tecnica. Dunque, provo a dedurre, tu sei un narratore nato, scrittore perché per esprimere la tua capacità hai scelto di scrivere, ma non Scrittore? Oppure ti sentì Scrittore ma ancora soltanto potenziale?

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    2. Poni una riflessione complessa. Provo a esternarti il mio modo di vedere la cosa. Prendila con le pinze perché dopotutto sono solo le mie riflessioni.

      Noi esseri umani siamo tutti narratori nati, perché quello del raccontare è una necessità volta a esprimere un qualcosa insito in noi a livello neuroanatomico (vedi il mio guest-post da te). La scrittura è solo una forma di narrazione (un tempo c'era il racconto orale, oggi quello scritto, ma ci sono anche altre forme, come la canzone), il cui scopo è di creare interazione e istruzione sociale ed emozionale.
      Ora, alcuni di noi hanno un talento specifico, diciamo maggiore della media, per il narrare, come altri ce l'hanno, per esempio, per visualizzare relazioni spaziali, muoversi in maniera aggraziata, essere introspettivi o intuire relazioni logico-matematiche, ovvero espressioni diverse dell'ampio spettro dell'intelligenza umana. Questo talento nel narrare, che prende diversi aspetti dello spettro intellettivo, può esprimersi in diversi modi: scrivere narrativa, saper spiegare in maniera chiara dei concetti a un gruppo di persone, immedesimarsi in un qualcuno diverso da sé per raccontarlo agli altri. Sono tutte sfumature dell'abilità del narrare. A chi questo viene naturale, è molto capace a farlo, allora è un Narratore. Nello specifico, Scrittore.
      Io riconosco in me in questa capacità, come mi riconosco anche l'abilità logico-matematica, mentre non quella cinestesica o quella spaziale. Per cui io posso essere un Narratore o uno Scienziato, ma non un Artista del Movimento o delle Arti Figurative. Questo in me si è espresso in diverso forme: ho avuto infatti un passato teatrale, lavoro come insegnante e scrivo narrativa. Ma a prescindere tutto è potenziale finché non lo si sviluppa: un muscolo è un insieme di proteine, tessuto connettivo e cellule, ma se non lo si allena non risponde adeguatamente alle sfide che gli sono poste.
      Quindi per me i livelli sono: narratore, buon narratore, Narratore potenziale, Narratore, Narratore eccelso. Io mi sento al livello di Narratore (Scrittore in questo caso specifico), perché ho ormai passato il livello di solo potenziale, ma migliorando col tempo e l'impegno potrei forse ambire a divenire eccelso (ma non è detto che questo avvenga).

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    3. Sei stato chiaro. Io mi riconosco una predisposizione curata nel tempo, nella tua scaletta, tuttavia, mi vedo ancora in uno stadio di potenzialità che dovrei, vorrei imparare a esprimere.

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    4. Non posso io dire se tu sia scrittrice o Scrittrice (solo tu puoi farlo, in base alle tue inclinazioni e capacità), ma direi che lo stadio di potenziale l'hai già più che superato.

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    5. Sento di essere predisposta, ma di scrivere sempre dentro un limbo. A me servirebbe il riconoscimento ufficiale, per venirne fuori, la pubblicazione, per esempio, che non sia "auto", però. :)
      Ovviamente, prima, dovrei scrivere ciò che vorrei venisse apprezzato.
      E lì, entrano in gioco le potenzialità non espresse.
      Ecco il punto.

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  16. Marina scrivi dei post che incollano al video! Fosse finita lì! No, l'interesse continua nei commenti, per cui ho deciso di ritagliare del tempo per starti dietro :D
    Poni un dilemma che abbraccia tutte le professioni, ma veramente tutte, credimi, al punto che ci si scherma dietro questo dilemma per scremare. Siamo arrivati al punto che ormai il talento non lo si riconosce più, e per quelli del Settore chiamati in causa, se per caso si accorgono di quello che hanno tra le mani o davanti agli occhi, lo smontano ancora prima che arrivi a qualsiasi livello.
    Confesso che Pontiggia non lo conosco, e cercherò di colmare questa lacuna, ma posso dirti che la fiducia è quella che fa da novanta ;)
    Sul coltivare la propria scrittura, imparare, ascoltare chi più ha esperienza, non sarebbe nemmeno da precisare, poiché assolutamente necessario per "crescere". E' una questione di completezza personale e interiore :)
    Un abbraccio
    Marina

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    1. Grazie, Marina. Quando propongo questi articoli è perché mi piace discuterne, conoscere l'opinione degli altri, che è sempre utile in un confronto.
      Se ho inteso quello che pensi, dici che in molti casi il talento viene ignorato a favore di altre qualità o a favore di altri elementi considerati di ordine superiore? Io ho capito la tua allusione e spero che non sia una norma fra gli addetti al settore, sennò addio tutti! :)
      Ho scoperto anch'io da poco Pontiggia, ma mi è subito sembrata una gran bella scoperta! ;)

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    2. Per oggi sono cotta, ripasserò a fare alcune precisazioni :D
      Ciao

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    3. Diciamo che la crisi ha portato a comportamenti non propriamente corretti, anche se ritengo che certe deviazioni attecchiscano solo se c’è una predisposizione a monte del soggetto giudicante e terreni fertili (il contingente sicuramente è uno di quelli). Molti dei termini della lingua italiana sono ormai snaturati dal loro vero significato, e vedo soltanto un gran proliferare di frasi fatte “da esperti”, etichetta spesso auto-incollata che porta all’altezzosità del giudizio in termini assoluti.
      Mi inquieta invece il dover per forza appartenere ad un genere letterario unico, come se una volta pubblicato il primo libro su un determinato argomento, si finisce per essere intrappolati in esso. Scrittrice di gialli, di libri rosa e via dicendo. Per questo motivo ritengo che se mai dovessi scrivere un libro ricorrerei al self publishing per avere modo di farmi conoscere a tutto tondo, dato che mi piace spaziare tra più generi. Certo avere un editore alle spalle fa comodo, ma occorre fare i conti anche con le leggi del mercato. Tutto dipende dagli obiettivi che si vogliono raggiungere. Voglio fare lo scrittore a tempo pieno? Allora è il caso di trovare una buona casa editrice ;)
      Saluti
      Marina Z.

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    4. Metti in campo diversi spunti, Marina, tutti interessanti.
      Sulla prima parte, mi piacerebbe sapere se le tue considerazioni nascono da qualche esperienza diretta. Invece mi incuriosiva la tua sicurezza nell'affermare che ricorreresti al self publishing perché questo ti darebbe modo di fare conoscere tutti gli aspetti in cui si esprime la tua scrittura. E dunque ne deduco che tu non miri a fare la scrittrice a tempo pieno, cosa che, ahimè, credo difficile per molti. Però, al di là del genere letterario che sentiamo più vicino a noi, perché pensare che soltanto l'autopubblicazione possa garantire la possibilità di spaziare in più generi? Magari un editore potrebbe apprezzare la versione in giallo di Marina Zanotta, un altro quella in rosa, perché escluderlo?

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    5. Non lo escludo, ma gli editori di tal fatta sono rari, e bisogna sapere a chi rivolgersi.
      Ho intavolato un discorso lungo da snocciolare nei commenti, hai ragione, e sono uscita un po’ dal seminario, e non vorrei aver dato adito a fraintendimenti. Con il termine “giudicanti” non intendo certo i Giudici intesi come Magistratura, ma di coloro chiamati a valutare il lavoro di chiunque, in senso ampio. In quest’accezione sì ho assistito a stroncature immotivate, e in alcuni casi persino inutilmente offensive.
      Cara Marina l’equilibrio e l’obiettività non sono qualità facili da trovare.
      Per concludere il discorso, e rimanendo in tema con il tuo post, diciamo che ricorrerei al self publishing per rompere il ghiaccio, per non avere filtri e blocchi di alcun genere, per non parlare delle scadenze imposte. Se poi incontro un editore competente, brillante, che apprezza il mio modo di scrivere e soprattutto ha il coraggio di rischiare, non mi tiro certamente indietro :D
      Già che ci siamo, lo troviamo pure simpatico e gentile? Pretendo troppo? Ah ah ah ah
      Un abbraccio.
      Marina

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    6. Competente, brillante, che sa apprezzare, con il coraggio di rischiare, simpatico e gentile?
      Se credi ai miracoli tutto è possibile! :D

      Sul discorso in generale, conoscere il punto di vista altrui è sempre un arricchimento, anche se poi hai ragione, la piazza virtuale limita la discussione. A piccole dosi, conoscerci così, è meglio di niente! :)
      A presto

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    7. Ho volutamente esagerato per scherzare un po' ;)
      I miracoli ... mai dire mai!
      Alla prossima
      Marina

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    8. Piccola precisazione: nel commento sopra (ultimo) il riferimento era alla ricerca dell'editore, sul resto ero seria.

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    9. Capitissimo, non preoccuparti! ;)

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  17. Più che sentire il bisogno di definire che tipo di scrittrice sono, al momento sento il bisogno di liberarmi dai miei preconcetti in merito. Mi sono sempre vista più come artigiana che come artista, perciò potrei rientrare nella categoria degli scrittori dalla comunicazione efficace (se va bene!), ma ho apprezzato una frase detta dal mio agente qualche tempo fa, in cui definiva la mia scrittura "commerciale, ma capace di sconfinare nel letterario". Niente etichetta, insomma. Tutto può essere, si vedrà nel tempo. E' un'indeterminatezza che mi fa sentire bene. :)

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    1. Hai dalla tua il bellissimo apprezzamento (io lo trovo incoraggiante) che ti ha rivolto l'agente: capace di sconfinare nel letterario significa lavoraci un po' che hai tutte le carte in regola. Nessuna etichetta, ma una concreta aspettativa, che è già un ottimo spunto per non mollare mai.

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  18. Ma quello che veramente mi chiedo, Marina, è: per quale motivo scriviamo? Per passione? Per ricevere il consenso generale? Per avere successo? Per lasciare una traccia?
    E ancora: tutti i più grandi scrittori si sono posti come obiettivo l'ambizione di sfondare?

    Non credo...

    E allora, perchè scriviamo?...

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    1. È la domanda delle domande, cara Irene. Scriviamo per passione e perché è bello condividere questa passione con qualcuno; così vorremmo ottenere il consenso, ma non cercarlo a tutti i costi e lasciare una traccia, anche senza sognare il successo.
      Ecco, forse è questo il senso vero di ciò che facciamo: lasciare qualcosa che parli di noi nelle parole che scriviamo.

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    2. Hai detto TUTTO, cara Marina. Tutto quello che c'era da dire.

      GRAZIE

      :)

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