giovedì 22 febbraio 2018

Nel bene o nel male, purché se ne parli (dichiarata antipatia per il finale aperto)


Ho un conto sempre in sospeso con gli scrittori che chiudono le loro storie in un modo non corrispondente alle mie esigenze di lettrice; è come se volessi avere da loro spiegazioni circa le ragioni dei finali che non mi soddisfano, per rassegnarmi, poi, al fatto che anche quelli appartengono alla sfera delle scelte narrative: discutibili o meno che siano, restano pur sempre legittime libertà stilistiche. 

In pratica, non sono una fan dei finali aperti, li trovo odiosi, qualche volta persino offensivi. Mi accade spesso (soprattutto leggendo racconti) che l’incipit mi leghi con una corda alla storia; resto prigioniera della trama, rapita dalla curiosità, i personaggi mi prendono, le premesse annunciano sviluppi interessanti e quando tutto va a finire dentro un burrone, ecco, lì divento una iena. Corro baldanzosa e il punto che mette fine alla narrazione mi lascia con i piedi nel vuoto: una sensazione che detesto. Mi sento presa in giro, è come se l’autore avesse voluto giocare con la mia sensibilità (per non dire intelligenza), tradendomi proprio sul più bello.

Certe volte penso che il finale aperto sia solo la strategia furba di chi nasconde un’incapacità, quella di non riuscire a fare quadrare il cerchio per cui risolve il problema scegliendo una via spiccia: è più difficile disegnare una parabola che preveda un inizio, uno svolgimento e una fine in grado di chiudere in modo coerente tutte le parentesi, che arrivare al climax di una storia e lasciare naufragare la risoluzione in un mare di punti interrogativi. 
Anche se, in verità, ci sono sfumature diverse di finali aperti: quelli che non  dicono esplicitamente cosa accade, ma lo lasciano intuire e lì l’incertezza, perlomeno, si appoggia solo su interpretazioni soggettive (chi ha letto Carver o i racconti di Salter sa cosa voglio dire) e quelli che appartengono a una narrativa per così dire estrema, che non si preoccupa nemmeno di tracciare un sentiero, anzi lo interrompe bruscamente e chi è dentro la storia viene catapultato fuori  con un sonoro calcio nel sedere. È questo il caso da cui prendo le distanze.

Anche scrivere un buon finale aperto è un’arte che non s'improvvisa, come ritengo che qualcuno usi questo escamotage con lo scopo di stupire, colpire l’attenzione, lasciare comunque un segno, una sensazione, anche sgradevole, tutto purché non sia indifferenza.

È così ritorno al mio esempio concreto, a quel raccontino nato dall’osservazione di un’immagine, che ho pubblicato domenica scorsa
Ho giustificato il mio finale dicendo che volevo regalare alla storia un’uscita non convenzionale e mi sono misurata con una prova che a me non viene naturale: i racconti devono accompagnare il lettore fuori dalla pagina, non sbattergli la porta in faccia, ma forse nel mio caso non si è trattato nemmeno di un finale aperto, ho solo lasciato insoddisfatto chi si aspettava una verità svelata.
Però, ed ecco la mia sorpresa, ha suscitato delle reazioni e questo mi ha fatto pensare, al punto che, in coda ai commenti di quel post, ho aggiunto un’osservazione che Marco mi ha invitato a trasferire in un articolo a parte per consentire l’eventuale ampliamento della discussione. In effetti mi piacerebbe approfondire la faccenda, così raccolgo il suo suggerimento e ripropongo la questione.

Ho capito, dagli interventi ricevuti, che la mia scelta circa il finale ha diviso la platea di lettori: a chi è piaciuto, a chi meno, a chi no. 
Da una parte do ragione ai detrattori perché, normalmente, avrei scelto altre conclusioni, forse più ovvie, ma meno rischiose; dall’altra sono contenta di avere provocato un effetto: nel bene o nel male purché se ne parli, no? Molte opere letterarie basano su questo principio  il motivo del loro successo.
Da qui la mia curiosità: è meglio andare sul sicuro scrivendo una storia “comoda” oppure fa più rumore e dunque funziona meglio una scelta anche impopolare?

44 commenti:

  1. Domanda difficile la tua Marina.
    Come lettrice ti assomiglio. Voglio bianco su nero alla parola fine. Devo sapere se e come e qunado.
    Quando mi capita di scrivere un racconto invece mi può anche capitare di lasciare libertà di scelta a chi eventualmente lo legge. Un bivio... e voi lettori dove andate? A destra o a sinistra?
    In bozza. Poi leggo e rileggo fino a quando la decisione la prendo io. Perchè così mi piace quando non scrivo ma leggo.

    Ci sono alcuni casi in cui però un finale aperto mi pare l'unica soluzione. Mi sfugge il titolo del libro a cui mi riferisco perchè lo lessi secoli fa ma eco, in quel caso, ci stava veramente bene.
    Se mi torna in mente titolo e/o autore te lo scrivo.

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    1. Chissà se, poi, lo scrittore sa come andrebbe a finire la storia sebbene scelga di farlo immaginare agli altri. Cioè lo scrittore chiude con il bivio perché neanche lui sa dove andare a parare e trascina nell’inconsapevolezza anche il lettore oppure un finale lo scrive, ma solo nella sua mente?
      Certe volte, leggendo qualche testo, ho come l’impressione che l’autore segua la prima opzione e questa “inconsapevolezza” si nota.
      Penso anche che un’apertura ci possa pure stare in qualche storia, forse più in cose brevi, quelle toccate e fuga che ti impegnano poco.

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    2. Anch'io ho spesso quell'impressione. Come se ad un certo punto mi venisse detto... e ora arrangiati!
      Credo che sia spesso una mancanza dell'autore a meno che non sia proprio lampante come deve finire.

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  2. Una delle prime indicazioni utili che mi sia stata data sulla scrittura è che i racconti si giudicano dal finale. In una narrazione breve il senso si acquisisce alla fine (o anche dopo, ripensandoci a posteriori). E quindi sì, il finale aperto, se non è più che giustificato (il finale di Carver non è aperto in senso stretto, poiché offre comunque la chiave interpretativa al racconto, magari ne offre più di una, ecco) è un modo di salvare baracca quando ci sono problemi. Ma quanti grandi racconti hanno finali davvero aperti? Al momento ho un vuoto di memoria, sto pensando a Borges, a certi racconti di Hemingway, a Carver, Buzzati, insomma a grandi autori di racconti. Sicuramente ci saranno grandi racconti con finali aperti, ma a me non ne vengono in mente. Impliciti sì, che lasciano aperte più linee interpretative (due, massimo tre, non duecento), ma del tutto aperti?

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    1. Sì, infatti Carver è uno di quelli che finisce le storie dandoti delle indicazioni “di massima” su come potrebbe concludersi: resto ugualmente insoddisfatta, ma trovo sempre un perché nei suoi racconti; ho citato anche Salter che nei suoi ultimi racconti, come dire, apre squarci di quotidianità che ti fanno vedere una realtà e motivano qualunque finale. Anche le produzioni di gioventù di Cheever hanno questo “vizio” di dire e finire di dire così, un po’ a caso.
      Aperti aperti, sì, ho letto la raccolta di racconti di un esordiente e non ho trovo corretta la sua giustificazione: “beh, la storia mi ha portato là”: là, dove? (appunto)

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  3. Concordo con Pat, domanda non facile.
    Per fare un esempio personale che calza a pennello: uno dei miei primi romanzi ha una finale "aperto" ma secondo me chiaro nel definire una situazione che viene scelta deliberatamente dal protagonista, ovvero attendere e non prendere decisioni affrettate solo per paura di perdere "l'ultimo treno".
    Ebbene, molti che lo hanno letto si sono lamentati che gli sembrava "inconcluso". Siccome c'era di mezzo una potenziale storia, probabilmente si aspettavano i fiori d'arancio, e invece niente, il mio protagonista preferisce restare solo piuttosto che farsi avanti con una "tanto per". A me sembra il finale giusto, però non è stato apprezzato. Ma - che te lo dico a fà - io sono caparbio e lascio il mio finale. Tanto sono talmente di nicchia che posso permettermi di scegliere un finale impopolare :-D

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    1. Me lo ricordo bene il tuo primo romanzo, lì comunque la storia aveva avuto un suo corso, che poi non si sia conclusa come tutti si aspettavano, quella è un’altra cosa. Le aspettative del lettore si possono deludere, ma si intuiva bene che il tuo protagonista aveva fatto una scelta ben precisa.
      E poi impopolare vuol dire far parlare di sé, il che non è sempre un male.

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  4. Non amo troppo nemmeno io i finali aperti anche perché fin lì mi ci ha condotto lo scrittore e trovo non sia onesto non dirmi dove mi voleva portare. Quindi aspetto volentieri il finale che hai pensato per il tuo racconto, se lo scriverai.
    Per rispondere alla tua domanda, credo sia necessario che lo scrittore abbia in mente il finale della sua storia e che lo espliciti al momento giusto. Poi che sia comodo o impopolare non importa, deve essere coerente con il suo pensiero, con il suo stile.

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    1. Siamo d’accordo. Impopolare, poi, può voler dire molte cose: lo è un finale aperto, ma può esserlo anche un finale poco contestualizzato, non in linea con la premessa, qualcosa che ti porta lontano dalle aspettative. In questi casi, però, non sono così critica: ci può stare, anzi sono quelle letture che ti restano impresse più a lungo.

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  5. In risposta alla tua ultima domanda: dipende da che scrittore vuoi essere. E, per questo, non credo sia necessario aggiungere altro. Per i tipi di finale: tanto non ci sta mai bene nulla! :) Passami la generalizzazione e prendila come una battuta. Il punto è che spesso a un finale esplicito ci lamentiamo lo stesso perché non era quello che ci aspettavamo. Io non sono così rigida nel catalogare il piacere (o dispiacere) di una lettura in base al finale (ma nemmeno in base ad altri criteri): mi piace leggere storie. E, nonostante tutto (...), le storie non sono matematica.

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    1. “Dipende da che scrittore vuoi essere”:

      uno scrittore coraggioso, che sappia vivere bene le eventuali critiche, sappia intascarle ed eventualmente volgerle a suo favore.
      Non io. 😊 Se scrivo mi auguro di piacere, non di sollevare polemiche.
      Io, invece, finisco per non apprezzare la storia che mi è parsa interessante, se proprio sul più bello mi sento dire “ciao ciao”.

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    2. Io credo esista una sola risposta possibile: lo scrittore deve essere onesto. Vale a dire: deve prendere la storia - ma che sia una storia vera - e portarla fino in fondo, dove si esplicano gli effetti più devastanti di quello che racconta. Il tipo di finale è funzionale a tutto ciò, senza se e senza ma.
      E se in quello che racconta non c'è deflagrazione, in fondo, ciò significa che il finale è del tutto vuoto e, a ritroso, che era vuota pure la storia. Ci ha dato una sbobba fatta di pagine e pagine che non sono andate da nessuna parte. E, allora, dovrebbe essere onesto - almeno intellettualmente - ed evitare di sbrodolare cose che nemmeno lui sa dove vadano a parare.
      Uno scrittore non è un giocatore di dadi.

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    3. È superfluo, ma lo dico lo stesso: sono assolutamente d’accordo con quello che dici.

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  6. D'istinto opterei per la scelta impopolare. Dipende comunque dalla storia stessa. Prendi la grande epopea di Margaret Mitchell: se avesse concluso "Via col vento" con un "e vissero felici e contenti", avrebbe lasciato lo stesso retrogusto in chi ha apprezzato sia il romanzo che la versione (decisamente molto al di sotto) cinematografica? :)

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    1. Finale epico! Però quella è una conclusione che lascia in sospeso ma, perlomeno, “a panza china” (= a pancia piena😄)
      Comunque, sulla versione cinematografica sono assolutamente d’accordo.

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  7. Potevo far finta di niente? Be', sì, potevo. Il finale: non sai che lo è finché ci arrivi. Io non lo so mai come finiranno i miei racconti, e se lo sapessi mollerei all'istante la storia. Se non sorprende me, perché mai dovrebbe sorprendere il lettore?
    Per il resto: mah! Non so cosa aggiungere :)

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    1. Invece hai fatto bene a non ignorare la questione: tu sei il mago dei finali aperti. 😋 Saresti da intervistare. 😄
      Quindi, Marco, tu ti sorprendi sempre quando arrivi alla conclusione delle tue storie?
      Il tuo processo creativo parte da un inizio e poi tu scrivi finché non ti dici: basta, così può funzionare? oppure basta, non è necessario aggiungere altro? Cosa ti fa dire: posso finire qui?
      Mi affascina la tua teoria del “mollo la storia se so da subito come va a finire”. 🙂

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    2. Ma tu vuoi sapere troppo! ;)
      Sì, io capisco mentre scrivo, non so mai come finirà finché a un certo punto "intuisco" che finisce lì.
      Come dici? Che non ho svelato niente? Eh, lo so. Pure per me rimane un mistero. E no, non è che chiudo la storia perché non ne ho più voglia :)

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    3. Perlomeno, Marco, non si può dire che tu non sia coerente: finali aperti - risposte aperte. 😂

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  8. Da lettore non amo i finali in cui non mi si dice deliberatamente dove va a parare la storia. Sarà che sono rimasta un po' "scioccata" dal libro di Donna Tartt "Il piccolo amico". Trecento pagine di thrillerone, lettura intensa, molto accattivante, tesa a far girare la pagina, e sul finale, puf... della serie: ti arrangi, non ti dico chi ha commesso il fatto, lo posso fare, in fondo sono io che conduco il gioco. Se l'avessi avuta davanti in quel momento, come minimo glielo avrei sbattuto in faccia quel tomo :D In un racconto invece ci può stare, penso anch'io che può essere un metodo per lasciare qualcosa nel lettore, fosse anche una reazione perplessa. Un finale non definito non lascia indifferente ^_^

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    1. Ma poi lasciare un thriller senza colpevole è un crimine esso stesso, è una scelta sadica. 😄 Io avrei reagito alla stessa maniera.
      La struttura di un romanzo si presta meno a certe conclusioni, nel senso che in un romanzo la storia si sviluppa in varie direzioni, i personaggi sono di più, gli intrecci sono più complessi, in questo caso il finale aperto potrebbe non risolvere chiaramente ma dare dei suggerimenti, mettere comunque in tasca degli elementi che danno delle risposte. Lasciarlo completamente aperto smonta tutta l’impalcatura su cui si è retta la storia: non vale niente che sia stata una bella storia, se non va a finire da nessuna parte.
      Il racconto, forse e sottolineo forse, per la sua brevità rispetto al romanzo, dimezza il tempo di durata della delusione.😉

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  9. Cara Marina, io non sono così allergica ai finali aperti, anzi. Fatta eccezione per quello che definisci una scelta estrema, che mi lascia indispettita al punto da chiudere il libro e non riaprirlo più (i libri che ho amato li consulto di continuo) il finale aperto mi intriga. Mi piace che resti qualcosa in sospeso perché penso che il rapporto tra lettore e autore debba essere dinamico, come il flusso della storia. Io scrivo e racconto, tu interpreti. Devo pur lasciarti uno spazio, non mi piacciono gli autori che occupano ogni angolo della mia fantasia di lettrice...

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    1. Un punto di vista legittimo. Capisco la tua necessità di affrontare una lettura dinamica, che lasci spazio all’interpretazione; penso che quando l’”apertura” del finale è gestita bene possa risultare accattivante: oggettivamente so che è così, ma soggettivamente voglio che la mia fantasia si sviluppi nell’immaginare ambienti, situazioni e personaggi, mi piace essere guidata dentro una storia, abbandonarmi senza la fatica di cercare risposte, piuttosto che stare dietro alle congetture.

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  10. In realtà il tuo non era proprio un finale aperto. In teoria il finale è "aperto" a una possibile continuazione, mentre il tuo era un "non-detto". Hai lasciato cosa fosse successo all'immaginazione del lettore, e se questo può essere visto come una "pigrizia" o una mancanza di idee nel tuo caso l'ho vista come un tocco di stile.
    Però attenzione: non sempre è così. Colorado Kid di S. King è un giallo dove alla fine NON viene svelato il colpevole e lì ti viene voglia di prendere a mazzate l'autore perché non si può mica lasciare così l'autore.

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    1. "lasciare così il lettore". Lapsus. :)

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    2. Anche Rosalia ha parlato di un thriller che non svela il colpevole: lo trovo assurdo.
      Per quanto riguarda il mio raccontino, è come dici tu: il mio intento era quello di portare il lettore a immedesimarsi nella condizione degli amici che vorrebbero sapere, ma non sapranno mai, è un non detto. Ti confesso che ho trovato divertente mantenere il segreto e ti ringrazio per avere trovato che in questa mia idea ci sia un tocco di stile.

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  11. Quoto in pieno il commento di Marco Lazzara (non per pigrizia,eh).

    Buona giornata Marina 🙂😘

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    1. Grazie, Iara. Una buona giornata anche a te. 😘

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  12. Parliamo un momento di questi thriller che non svelano il colpevole. King, in questo momento, è il più grande raccontatore di storie di questo tipo; a mio parere, pur essendo un grandissimo costruttore di intrecci, non scrive letteratura ma facciamo finta che sì, scriva letteratura di alto profilo.
    Poi pensiamo a Fontana, con il suo "Concetto spaziale" o a Manzoni con la sua "Merda d'artista": entrambi hanno realizzato opere che hanno un senso solo perché erano loro. Quel taglio nella tela (e quel famoso barattolo di latta) hanno un senso solo perché, prima, ci sono stati anni di studi e realizzazioni diverse che hanno costruito un contesto e un "discorso" sull'arte, su una certa idea di bellezza e, persino, del lavoro di un artista nel mondo che si trova ad abitare. Senza contare che sono stati i primi a farlo e che qualsiasi tentativo di seguirne le orme squalificherebbe chiunque ci provasse.
    Ergo, immagino che King possa pure permettersi di fare un thriller senza svelare il colpevole.
    Per tutti gli altri, che non sono King: scrivere un thriller senza svelare il colpevole ha lo stesso valore di una scatola piena di deiezioni.

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    1. Però credo anche che non si commetta reato di lesa maestà se non si gradisce King quando si prende la libertà di certe scelte (che lui può anche permettersi) e poi lascia il lettore deluso. Lui sopravvive anche senza un lettore, ma io smetto di considerarlo un intoccabile (io generico, eh, ché l’ho letto in gioventù, ma non è il genere che prediligo.)
      Fontana e Manzoni: nell’arte, chi ne capisce, mi ha insegnato che ogni giudizio resta sospeso perché ogni artista porta nella sua opera significati profondi che spesso non comprendiamo, ma che dobbiamo supporre ci siano (quello che dici tu.) Come spiegare altrimenti il successo di un taglio o, peggio, quello di un barattolo con certa roba dentro.

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    2. Il mio era solo un "vae scriptoribus": non copiate King, lui può, voi no. :D

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    3. E mi pare cosa buona e giusta.
      Che poi, tra prendere a modello uno scrittore e imitarlo c’è differenza.
      Sarebbe curioso capire cosa significhino nella nostra scrittura entrambe le cose.

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    4. Simulazione contro emulazione. Un aereo simula il volo degli uccelli; se lo emulasse, sbatterebbe le ali. (Sai che ridere, a bordo!)

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    5. King se lo può permettere, senza dubbio, però non è che quel romanzo ci abbia guadagnato da una tale scelta. Anche perché nel commento a fondo libro King stesso afferma esplicitamente che aveva in mente diverse soluzioni per la risoluzione del mistero, un paio delle quali - dice - molto buone.
      Detta così, sembra proprio che ti sbatta in faccia di averti fregato.
      Insomma, un peccato perché il libro era davvero avvincente.

      Concludo (ma questo non centra col discorso) che l'affermazione secondo cui al momento sia il migliore scrittore di questo tipo di storie è discutibile; ma qui si entra nel discorso di opinioni e gusti letterari, quindi giustamente uno la pensa come vuole.

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  13. Io non ho particolare avversione per il finale aperto, se ben gestito. Come hai detto tu, esistono diversi modi per chiudere una storia. Se la fine è comunque intuibile, va benissimo. Tra l'altro, tra i finali più amati, anche se si tratta di un film e non di un libro, c'è quello de "Le fate ignoranti", non so se hai presente: (SPOILER)il bicchiere che cade a terra e non si rompe. Lì, Ozpetek ha dato un indizio molto chiaro su quello che sarà il futuro sviluppo della loro relazione. Altri autori, invece, cadono in quello che io chiamo: "effetto ghigliottina". Ovvero, tranciano la storia, senza possibilità di appello. E questo non solo non mi piace, ma mi fa anche abbastanza incazzare.

    Esiste poi il caso di alcuni gialli (come quello che ho finito ieri) in cui il finale è chiaro, ma non tutti i dettagli vengono sufficientemente spiegati. Anche questa a mio avviso è una forma di incapacità. :)

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    1. P.S. Per quel che riguarda la domanda finale, siccome mi conosci bene secondo me sai già come la penso: essendo contraria all'auto-censura e al bisogno di compiacere il popolo, penso che la sensibilità e l'intuizione dell'artista debbano aver la meglio sulla "popolarità" di una decisione. Ovviamente, però, deve assumersi la responsabilità di ciò che ha fatto. In poche parole, se a qualcuno il risultato non piace, non deve frignare da genio incompreso. :)

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    2. Nei film sono più tollerante di fronte a un finale aperto, con le condizioni che dici tu. (Ho visto “Le fate ignoranti” e ricordo quel finale, sì), in un libro mi sembra di avere sprecato inutilmente energie. L”effetto ghigliottina” rende perfettamente l’idea: m’incazzo anch’io, molto. 😁
      Il finale è tale se “risolve”, se molti dettagli rimangono senza risposte l’insoddisfazione è doppia, potrei anche non apprezzare il buon finale se molto “nel mezzo” resta sospeso.

      GIusto anche assumersi la responsabilità di una scelta, che implica una capacità di capire a monte cosa si sta facendo e molti, invece, mollano al caso la storia perché guidati da zero consapevolezza.

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  14. Ho gli stessi tuoi gusti mentre leggo, e li applico anche alla scrittura, non perché immagini di assecondare i gusti di chi legge, ma perché il lavoro mi sembra proprio incompleto senza un finale: io ho inventato la storia, io devo raccontarti come finisce. Per me è così, ma capisco che possa essere visto diversamente. Però devo dire che il finale aperto fa un effetto diverso in un racconto e in un romanzo. Se ho avuto poche pagine per immergermi nella storia, non me la prendo troppo se l'autore mi lascia a bagno; se invece ho investito sentimenti e attenzione in un romanzo e l'autore non mi racconta cosa succede... difficile che legga altro di suo. Un vantaggio pratico il finale aperto ce l'avrebbe (anche se dubito che chi lo usa lo faccia per questo motivo): evita il problema del lieto fine, da me molto amato, ma da molti considerato banale.

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    1. A sì, anch’io fan del lieto fine, quale banale: io devo prendere una boccata d’aria quando chiudo l’ultima pagina di un libro. 🙂
      Come dicevo a Rosalia, anch’io sono convinta che a un racconto si perdoni più facilmente la delusione di un finale aperto, in un romanzo investi più tempo ed energie e sei meno disposta a tollerare le bizzarrie di un autore a qualunque grado di fama appartenga.

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  15. Diciamo che, prendendo come spunto, il tuo racconto del post precedente, se decidevi di svelare cosa avesse visto dovevi avere un'idea davvero travolgente perché con tutta la suspense che avevi creato, se non avevi un'idea importante avresti creato un senso di delusione come un "ah tutto qui?" Quindi anche se anch'io preferisco "sapere" e conoscere "la verità" resta il fatto che per chi scrive secondo me, è rischioso quindi se da lettore avere un finale chiaro può essere per me preferibile per una ragione di egoismo e di soddisfazione personale, artisticamente parlando, credo che sia meglio lasciare il mistero piuttosto che rischiare di svelare una verità meno sconvolgente rispetto all'attesa che il racconto o un qualunque romanzo aveva acceso. Detto questo, sono sicuro che se tu avessi optato per dirci cosa il tuo personaggio aveva visto, sarebbe stato cmq un finale efficace coinvolgente.

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    1. Hai colto il senso della mia scelta: io avevo un’idea, ma avrebbe banalizzato una storia che già di suo non aveva picchi di grande interesse (tranne scoprire la volta scorsa che avere chiamato la banda “triumvirato” poteva portare a sviluppi intriganti), così mi sono detta: tutti si aspettano di sapere cos’ha visto Cesare... e io non glielo dico. 😋
      Ho giocato un po’, anche perché sono d’accordo con quello che dici: il finale dev’essere un “signor finale”, non è che si trovino soli in quelli aperti le fregature!
      Diciamo che il finale è quello che ti ricorderai sempre di una storia: se lo sbagli, hai lavorato inutilmente su tutto quello che lo ha preceduto.

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  16. Io sono allergica ai finali aperti. Poi ne ho scritto uno e m'è passata l'allergia. Dipende anche dal genere: nei romance un finale aperto non va bene, lasciando stare alcune trilogie che sono finte trilogie perché devi attendere il terzo libro per leggere il vero finale. Lo vedo bene nell'horror (tutti morti e l'assassino pazzo è scappato, pronto per il sequel... ma è un finale aperto?). Oppure un finale aperto ma a scelta del lettore (quello che scrissi io): ti descrivo entrambe le possibilità, non ti dico cosa sceglierà il protagonista, perché così la scelta diventi più tua, caro lettore. E anche perché a certi dilemmi non c'è una risposta giusta. Comunque vada, qualcuno soffrirà.

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    1. Quando il finale ti dà la possibilità di scegliere fra piu alternative è diciamo semiaperto, cioè non ti dice come vuole farlo finire l’autore, ma comunque ti indica delle strade: quello lo accetto anch’io e certe volte mi intriga pure. Ma sai quanto mi fanno imbestialire quelle storie che non vanno a finire da nessuna parte, quelle che raccontano qualcosa senza farti immaginare non dico la soluzione, ma neanche il significato in sé di quello che stai leggendo?
      Ne ho letti racconti così e tutte le volte ho sbattuto il libro ripetendomi: “guai a me se ci casco di nuovo” . Il fatto è che non lo sai mai a priori e quel racconto ti prende e vuoi vedere come va a finire e... burrone! Grrrr 😠 🙂

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