martedì 15 gennaio 2019

"La ragazza con la Leica": cronaca di una delusione annunciata


Gesto simbolico. Il libro è salvo: me ne sono sbarazzata regalandolo.

Premessa: questa non è una recensione sul romanzo vincitore del Premio Strega 2018 (in rete trovate la trama e tutti i giudizi che volete); è solo il resoconto di un’esperienza di lettura, lo posso dire? la peggiore che mi sia mai capitata, dopo quella con Freitas di qualche anno fa (qualcuno se ne ricorderà).

Non che “La ragazza con la Leica” abbia catturato da subito il mio interesse (perlomeno non con quel titolo e non con quella copertina), ma - accidenti a me - la curiosità sui Premi letterari importanti mi induce sempre a sperare in una loro validità, dunque, pur nutrendo un pregiudizio forte sul romanzo, decido comunque di leggerlo.


La copertina mi piace poco: la ragazza, che tiene in mano una sigaretta con spavalderia e la smorfia ammiccante, mi sta dicendo: “vieni a conoscermi,” ma io, non so perché, la trovo un tantino respingente. 
Non mi piace per niente il titolo: “potevano osare e non adeguarsi a ‘ste ragazze che non sanno più con cosa abbinarle”, dice Viola Emi, perché Gerda Taro mi fai l’occhiolino dallo scaffale della libreria, però, se devo darle una possibilità, voglio qualcuno con cui condividere entusiasmo o delusione, nel caso sentissi il bisogno di esaltarmi o di sbattere la testa contro il muro (i Premi Strega, si sa, sono sempre una scommessa). Per questo coinvolgo Viola nella lettura del romanzo e il 17 settembre cominciamo.

La foto, nel prologo, è una pacca della Janeczek sulla mia spalla, come se mi stesse dicendo: “brava, hai scelto bene, questa storia ti piacerà.”


Ci sono due persone che ridono, sedute l’uno accanto all’altra: si guardano e sembrano esprimere, con i loro denti messi a nudo e gli occhi assottigliati dal movimento schietto delle labbra, una felicità senza tempo. Ne sono subito conquistata.
L’illusione, tuttavia, dura poco. 

Il romanzo consta di tre sezioni, ognuna delle quali è narrata dal punto di vista di un personaggio che ricostruisce la vita e la personalità di Gerda Taro attraverso ricordi discontinui e del tutto disomogenei. Le tre voci appartengono a Willy Chardack, Georg Kuritzkes (i due fidanzati di Gerda prima della sua storia con Capa) e Ruth Cerf, (l’amica con cui lei divide l’appartamento a Parigi). Essi affiancano e partecipano della vita della giovane donna, raccontando ora il suo lato civettuolo, tipico di un’età ancora fresca e piena di sogni tutti da costruire, ora lo spirito libero e coraggioso che ne ha fatto un’eroina dell’antifascismo (ancorché poco conosciuta), negli anni cruciali dell’affermazione del nazismo in Europa.

Durante la lettura della prima parte azzero subito la mia autostima di buona lettrice capendo ben poco di quanto si sta narrando e mi sento cretina a perdere la concentrazione una riga sì una no. Il ritmo della scrittura, forse anche il tempo verbale al presente, che muove a scatti la scena come un bollettino diramato dalle agenzie di stampa, mi tengono a debita distanza da una storia in cui vorrei entrare, ma senza trovare la porta d’ingresso. Un messaggio di Viola, a due giorni dall’avvio della lettura condivisa, riduce il mio disagio (fiuuu, non mi sono del tutto rincretinita, allora):

“Procedo a rilento. A volte rileggo righe e righe. Non la trovo una lettura scorrevole. Eppure non capisco ancora perché. La struttura/costruzione delle frasi. Tutti questi nomi,  nomignoli e pseudonimi, i personaggi tirati dentro così (...) “

Willy Brandt, Elisabeth Bergner, David Saymour (detto Chim), Henri Cartier-Bresson, Emerico “Csiki” Weisz, Joris Ivens, John Fernhout, (marito di) Eva Besnyö, Bandi (soprannome di Capa): personaggi che entrano in scena senza riferimenti precisi, citati come se tutti fossimo in grado di riconoscerli; la lingua si inceppa a pronunciarli, questo oltre alla difficoltà di seguire la Janeczek nell'uso indiscriminato di voci straniere, termini non tradotti, anzi intere frasi riportate in lingua originale, che frammentano la comprensione del testo e ne uccidono la fluidità.

“Non mi è andata giù la scelta di quei dialoghi in inglese e tedesco: per fare capire cosa? Per me stonano, anzi confondono.” - scrive ancora Viola e io non posso che essere assolutamente d'accordo con lei.



(No, infatti, non la "perifrasare", che è meglio! In fondo, chi non si lascerebbe trasportare dalla suggestione dell'euforia tinta di "Schadenfreude". 

Comincio a sbuffare con molta frequenza; in ogni caso, leggendo a singhiozzo, saltando interi passaggi di una noia mortale e riempiendo di punti interrogativi i bordi delle pagine...


(Perdonate le mie osservazioni a matita.)

... supero anche lo scoglio della seconda parte, quella di Ruth e mentre il messaggio di Viola del 27 settembre (sono passati dieci giorni dalla nostra partenza) non è di conforto: “Confesso che l’ho riniziato da capo”, io faccio la mia, di confessione: “Niente, la seconda parte è come la prima, discontinua, senza sapore, molti ricordi sono casuali, l’autrice dà per scontato un sacco di passaggi su cui non tutti i lettori sono preparati.”

Perché è così: c’è un periodo storico che andava raccontato nella sua drammaticità e invece è narrato in modo confuso, senza offrire una quadro chiaro degli scenari in cui si sviluppano le vite dei protagonisti; c’è solo l’odore della guerra di Spagna, non la sua tragica sostanza, che miete vittime (come tutte le guerre), ma ne fa una eccellente, cui la Janeczek regala una gloria spenta.
Ho dovuto cercare in rete la vera storia di Gerda Taro e Robert Capa per capire l’importanza del loro contributo e per commuovermi di fronte alla morte di una donna finita a soli 27 anni sotto le ruote di un cingolato, in nome di un attivismo politico in cui crede fino all’ultimo.

“Ma dov’è la Gerda che in punto di morte si preoccupa dei rullini? Quella che sceglie la libertà di essere Storia e non quella degli agi che pure poteva tranquillamente ottenere? E dove sta il sangue, la puzza di bruciato, il fuoco che brucia dentro a quell’età, in quel contesto?”

È lo sfogo di Viola, che condivido.
E condivido anche il resto:

“La storia di Gerda, così come dichiarata nelle intenzioni, meritava un coraggio diverso. Nella scrittura, nelle scelte narrative, nel titolo, nella copertina. Ha tradito tutto e tutti."

La Janeczek aveva un’opportunità e l’ha gettata via. E non mi importa che abbia ottenuto il plauso di una giuria, per me conta solo il fatto che della bella ragazza con la Leica, del suo legame sentimentale e professionale con Robert Capa, delle sue esperienze sul campo, a rischiare la vita per immortalare momenti di cui, altrimenti, non avremmo avuto testimonianza, di tutto ciò a me non  rimane niente: non mi sono affezionata a Gerda Taro, come invece avrei voluto, non ho percepito il suo irresistibile fascino, la sua esuberanza non mi ha conquistata, anzi, audacia e anticonvenzionalità, talvolta, mi hanno persino disturbata. 

Io e Viola, ormai, siamo esasperate: ci definiamo masochiste, autocondannandoci alla somministrazione, a settimane alterne, di pochissime pagine di medicina amara.
Ma io non ce la faccio più e mollo.
Il 20 novembre scrivo un messaggio a Viola: “L’ho abbandonato a pag 230”, mettendo fine all’agonia. A tutto c'è un limite, anche alla fiducia riposta nei riconoscimenti letterari ormai di spessore dubbio.
Non entro nel merito del perché Helena Janeczek abbia vinto il Premio Strega (perché è una donna? perché l’argomento si sposa perfettamente con l’attualità? perché il 2018 è il turno della casa editrice Guanda?), non lo so. 
Che ognuno si faccia un'opinione, senza lasciare prevalere il pregiudizio: la mia era una delusione annunciata, ma l'ho verificata con i miei occhi e tutta la mia pazienza prima di emettere il verdetto finale di condanna.

Adesso aspetto che la beneficiaria del mio regalo mi faccia sapere cosa pensa della ragazza con la Leica.













44 commenti:

  1. Io oltre a sposare il tutto mi do della doppia scema visto che l'autrice parla come scrive e già da lì dovevo lasciare perdere. E comunque sì era il turno della Guanda. Comunque non andrò più a vedere le serate dei premi strega fregata una volta, fregata mai più.

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    1. Hai seguito un incontro con la Janeczek?
      Sai che domenica scorsa avevo una bella occasione di sentirla parlare in una serata organizzata insieme alla Postorino (che, invece, ho conosciuto) e non sono potuta andare? Non avrei cambiato idea, ma, almeno, avrei potuto darle qualche attenuare! :)

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    2. Sì avevo postato l'articolo sul blog, sono andata alla serata a Cervo con la vincitrice intervistata da Dario Vergassola che aveva tentato di farle fare il figurone. Ma niente, ha ceduto anche lui. Lei è proprio un punto di domanda. Il pubblico era interdetto, si continuava a chiedere cosa mai stesse dicendo non era interpretabile o seguibile il suo filo del discorso.
      Secondo me non ti sei persa nulla a non vederla dal vero.

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    3. Mi sono persa il tuo articolo, ma corro a recuperarlo, perché davvero la storia del pubblico interdetto mi fa pensare di non avere esagerato e lo farà pensare soprattutto a Viola, preoccupata di avere calcato un po' la mano con i suoi giudizi. :)

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    4. Uhh, ho letto... Posso ricopiare qua le tue parole?

      "Non conosce l’arte oratoria, sembra avere le idee confuse, forse ha impiegato troppi anni per scrivere il libro per trasmettere l’emozione che l’ha trascinata fin qui. È narcolettica. Fa pause alla Celentano che stancano, trascina la lettera finale per minuti infiniti che ci fanno guardare negli occhi con gli altri seduti ad ascoltare, sembra sempre dire ehmmmmmmmmmmmmmmmm. Giuro non esagero! La piazza è strapiena e sarà il tardo orario, il poco succo che esce dalle sue risposte, ma presto si svuota."

      Non è che questo sia un buon biglietto da visita per correre a leggere il suo romanzo! :D

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    5. Purtroppo è proprio così! Chi lo ha letto e sentito pesante, incomprensibile e vanesio ha colto nel segno. Come poi le possano aver dato un premio ancora me lo domando...

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    6. Dovevano, Nadia, "dovevano" darlo a lei! :(

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  2. Guarda, dopo aver letto "La solitudine dei numeri primi" ho smesso di pensare al Premio Strega come a una garanzia di qualità. Anzi, ne penso il contrario.
    Ciao

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    1. Ciao Gabriele, benvenuto.
      Vuoi sapere una cosa? Neanche a me è piaciuto "La solitudine dei numeri primi", mentre il Cognetti del 2017 sì, molto. Capisco che il giudizio del lettore è sempre vario e soggettivo, ma mi dispiace tutte le volte scommettere sulla bontà del prodotto vincitore del Premio Strega.

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  3. Uuuhh che bello, riprendo in mano il mio blog e ti trovo ^_^...
    Ho letto, in realtà avevo già sbirciato qualche tuo giudizio sul suddetto romanzo via fb... So pertanto chi è la beneficiaria ^_*... Ti direi che mi voglio immolare e provarci anche io, ma, aimè, ho smesso da anni di seguire i premi-premioni, mi sconsolano parecchio... Dunque, mi fido: mi fido di te e della tua capacità di giudizio... Tuttavia, io me lo domando, continuo a domandarmelo sempre: perché vincono? Dai, cavolo, delle motivazioni ci saranno: non si può conferire un premio letterario di una simile portata e aver scritto una roba che solo gli accademici e neppure...

    Bentornata Mari! :*

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    1. Non avevo alcun dubbio che sarei tornata. Mi conosco! E sono feliceeee di ritrovarti qui! *_*
      No, sai, capisco che un articolo del genere sia scritto anche con intenti dissuasivi però non voglio essere del tutto condizionante: cioè, l'80% di critiche che ho letto sono negative, ma non è detto che il romanzo non meriti la lettura. :P
      (Non lo leggere, Irene, non lo leggere... Shhh, non ho detto niente!)
      Al diavolo le motivazioni: vuoi che non si dica che è un capolavoro non compreso da tutti?

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  4. In effetti vale lo stesso discorso di certi premi cinematografici: quando mi dicono di "quel film che ha vinto un premio a Cannes" so già che è una pellicola volutamente noiosa e inverosimile che permetterà al critico intellettualoide di turno di dire: il volgo non lo potrà capire, solo noi geniacci sensibili e raffinati possiamo apprezzarla.
    p.s.: se qualcuno vuole argomentare con me sui meriti di "L'inganno" di Sofie Coppola sono a disposizione, però dico in anticipo che la mia opinione che la trama sia ridicola ai limiti del grottesco.

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    1. E perché, i leoni d'oro dove li metti? Sono una martellata... ehm!

      Non ho visto il film della Coppola e non ho voglia di farmi un'opinione sul suo film, comunque, è vero, anche nel mondo cinematografico, vengono dati giudizi incomprensibili. E in quello canoro, no? Non c'è dove andare!

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  5. Scrivono quintali di inchiostro per recensire positivamente un libro scordando noi lettori. E non è la prima volta che leggo stroncature di libri super premiati. Forse nelle votazioni c'è qualche cosa che non va. Il libro che citi non l'ho ancora letto, ma se ti consola i miei amici non l'hanno ancora visto o comprato: sarà un buon segnale? Ciao

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    1. Magari è un segnale di disinteresse, il che è già qualcosa, visto che i premi così prestigiosi attirano masse di lettori motivati, curiosi, ottimisti, quello che vuoi, che intanto acquistano il libro e sai quanto questo conti nella politica aziendale di una casa editrice.
      Ben ritrovata! :)

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  6. Perfetto! Buono a sapersi così nemmeno compero il libro. Mi piacciono anche i polpettoni molto datati ma che abbiano un senso. Che si capisca cosa si sta leggendo.
    Non sarò una cima ma leggere e non comprendere è odioso!
    I vari premi? Mah.. più sono importanti e più ho dubbi sui vincitori. Ma io son bastian contrario e lo so :)

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    1. Hai detto bene: non comprendere è odioso, com'è stato odioso andare avanti e indietro per non perdere il filo, per stare dietro ai ricordi casuali di chi racconta, una fatica immane, credimi! E ci sarà sempre qualcuno che dirà che simili giudizi sono superficiali e che il capolavoro si annida dove solo gli intellettuali, forse, riescono a scorgerlo. Boh, io ti dico che non mi sono pentita di averlo abbandonato né di averlo regalato (e ai libri mi affeziono in modo morboso, il che è quanto dire!)

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  7. Ecco, già il fatto che ci siano una serie di nomi incomprensibili e personaggini che non si capiscono che facciano mi fa scappare di corsa. So di essere molto limitata, ma il mio cervello ha un vero problema con i nomi che non riesce a leggere e i personaggi che non riesce a riconoscere subito. Grazie della dritta.

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    1. E poi dove sta scritto che io debba per forza sapere che dietro molti di quei nomi si nascondono fotografi e attrici e personaggi politici famosi? Di solito, chi scrive prevede anche la possibilità di finire nelle mani di "ignoranti" e allora qualche nota esplicativa non sarebbe stata sbagliata.

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  8. Eccoti, amica mia. Si riparte, e sai quanto sia felice.
    Dunque, cosa penso. I passaggi che ho letto dalle immagini postate sono in effetti un arzigogolo di cui non mi sorprende in fondo la poca comprensibilità in alcuni tratti, quanto l'ingenuità di certe scelte sintattiche.
    Trovo per esempio ingenua la metafora sulla sincerità concessa solo all'amicizia. Oltre che contorta lessicalmente è proprio ingenua.
    Mi unisco a chi insomma, da quello che vede e legge, si è convinto a non accorrere a procurarsi questo libro. Che di fatto è sì, un'occasione mancata. La storia della Taro è vibrante, coinvolgente, si accorda alle grandi donne dell'epoca, di fatto fu amica di Tina Modotti, altra grande artista della fotografia. Una Gerda Taro dovrebbe essere raccontata in palcoscenico, magari con lo stesso stile con cui affrontai Frida Kahlo, pennellate di racconto che devono rendere un personaggio nella sua totalità e soprattutto, come leggo nel tuo post, riportare il lettore/spettatore in quel tempo così tragicamente segnato.

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    1. Spero, allora, di esserti stata di ispirazione per un prossimo lavoro teatrale: a studiarla bene, Gerda Taro, con la tua sensibilità e la tua capacità, saresti in grado di ricavarne un personaggio indimenticabile, come avrebbe dovuto riuscirci la signora Janeczek. Guarda, sono proprio arrabbiata con lei, per tutto quello che non è venuto fuori dalla sua scrittura, un filo di emozione, una punta di curiosità per tutti gli eventi tirati fuori dal cappello magico della storia. E mi fa piacere che tu abbia notato anche l'ingenuità di tante frasi, ""Tocca a lei, stavolta", non poteva dirlo a nessuno": fare o dire cosa? Non poteva dire cosa a chi? Che nervi non potere seguire i pensieri dei protagonisti; sarebbe stato bello entrare nella loro mente, sentire quello che sentivano loro, invece anche la sofferenza di Robert Taro, dopo la morte della sua Gerda, è una spennellata rapida e fredda su sentimenti tanto profondi.
      Luà, pensaci tu: restituisci luce e gloria a Gerda Taro. Lo merita. ;)

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  9. Ricordo quella tua foto sui social, aspetto anch'io di sapere come l'ha trovato la beneficiaria-temeraria del regalo, e ricordo bene anche il post di Nadia Banaudi sulla serata a Cervo, un vero fiasco se non per la simpatia di Vergassola.
    Io non l'ho letto (e visto ciò dubito che lo farò), so pochissimo di Gerda Taro e meno ancora dell'autrice Janeczek. Ti faccio dunque qualche domanda, per capire meglio. Potrebbe essere un problema di traduzione/edizione? Magari l'originale è in lingua tedesca e in Germania i riferimenti a fatti e cognomi li comprendono subito. Sarebbe bastato secondo te avere delle note a margine che chiarissero fatti e cognomi? O forse quel che manca tra le righe è la passione di una donna straordinaria, limitandosi a mettere insieme un paio di frasi e interviste?
    (mi viene in mente una delle mie scrittrici preferite da sempre, Oriana Fallaci, che anche quando racconta lo sbarco sulla Luna ti trascina dentro quelle vite fin nel dettaglio, per non parlare di Un uomo, biografia di Alekos Panagulis che fu anche suo compagno, ma di cui lei ricostruisce a meraviglia anche gli anni di prigionia)

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    1. Mi riprometto di leggere l'articolo di Nadia, perché sono molto curiosa. Intanto ti rispondo che la cosa grave (sì, la definisco così) è proprio il fatto che non si tratti di una traduzione: il libro è scritto in italiano, dunque nessun attenuante su interpretazioni sbagliate o riferimenti linguistici specifici. Nelle intenzioni della scrittrice c'era il desiderio di trasformare in romanzo una storia che lei ha ricostruito mediante documenti e testimonianze rese da chi conosceva i due fotografi, da qui il limite che hai colto: non c'è anima nei personaggi, sono piatti, manca quella tridimensionalità che crea empatia e ti fa affezionare. Non è riuscita a dare la dignità di romanzo alle informazioni su cui ha lavorato.
      Con Alekos Panagulis, l'amore, la passione della Fallaci siamo su un altro pianeta.
      E poi credo certamente che asterischi e note avrebbero agevolato non dico la lettura, ma almeno la comprensione di tante cose. Una scelta snob (non so come definirla), quella di lasciare tutto "al naturale", come dire "per intenditori" e a me, già questo, da subito, mi ha fatto una grande antipatia.

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  10. Comunque, in Lezioni di tenebra, Helena Janeczek mi sembra molto più a suo agio, credibile e coerente. Non mi piace particolarmente il suo stile ma trovo ci sia un abisso rispetto a La ragazza con la Leica. Mi è sembrato che lì avesse qualcosa da dire mentre qui... non aggiungo altro che penso siano sufficienti i miei virgolettati che ha riportato Marina. Mettiamola pure sulla quantità, uno ha il doppio delle pagine dell’altro, forse va presa a piccole dosi.

    - Viola Emi -

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    1. Quando, in una delle nostre discussioni, hai citato questo libro, ti dissi che mi incuriosiva e che forse lo avrei letto, ma non credo di volere concedere altre occasioni alla Janeczek per deludermi. Forse se lo avessi letto prima, come hai fatto tu...ma avere conosciuto questa scrittrice con "la ragazza con la leica" non è stata cosa buona. Per niente :)

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  11. Lo sbuffo cadenzato è un chiaro segno che si deve usare l'interruttore sull'OFF... io spesso mi ostino, ma un'attività meravigliosa come la lettura merita di meglio dell'ostinazione. :)

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    1. Lo sto imparando, Grazia, piano piano mi sto rendendo conto che hai ragione da vendere.

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  12. Ciao Marina, hai fatto benissimo a segnalare una lettura così deprimente, ci fai risparmiare soldi e tempo! Penso che i lettori debbano essere tutelati, ci pensano i media nazionali a incensare i vincitori del premio Strega più del dovuto. Anche a me questa Ragazza con la Leica non mi attirava per nulla, copertina triste e titolo senza alcuna attrattiva.

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    1. Sai, alla fine i giudizi sono sempre soggettivi, ma condividere quelli negativi è un gesto di amore per il prossimo. :D :D
      Battuta a parte, sono convinta che l'opinione su un libro debba formarsi sul campo, dunque dopo averlo letto, tuttavia testimonianze come quella mia e di Viola possono essere utili, una sorta di avvertimento. :)

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  13. Mamma santa. A me già la copertina ispira tanta noia con quella fotografia in bianco e nero davvero deprimente. Ma poi alla fine non si può fare a meno di chiedersi: perché un libro simile è stato premiato?

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    1. È sempre la solita giostrina di accordi, interessi, scambi.
      Non è una novità, purtroppo, però, spero sempre di trovare l'accordo o lo scambio ben riposto, ecco. Cioè, mi lamento meno se leggo un bel libro, anche se so cosa c'è dietro il Premio Strega.

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  14. Io non sono una grande lettrice, ma leggo abbastanza.
    Difficilmente scelgo un libro perché è stato premiato o perché è un successo, non seguo i premi letterari e men che meno mi faccio prendere da quelle che spesso sono manie collettive.
    Scelgo i libri a pelle ... mi deve piacere sia il titolo sia la copertina ... poi leggo l'argomento ... se questi tre criteri mi soddisfano, allora acquisto il libro.
    In questo caso ... copertina orribile, titolo banale ... non sarei andata oltre.
    Dopo aver letto questo post, poi, le possibilità di lettura sono assolutamente nulle.

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    1. Io, invece, mi lascio prendere dal tam tam su un libro, l'entusiasmo della critica su un testo mi incuriosisce. Mi fido poco dei giudizi altrui, però, dunque se quell'interesse per quella data opera mi prende, mi butto senza lasciarmi condizionare dalle opinioni positive o negative che ne sono state date. Per esempio ho letto la saga di Elena Ferrante, perché non ne potevo più di sentirne parlare. :D

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    1. In fondo, le risposte le conosciamo, ormai sono sotto gli occhi di tutti. Diciamo che il Premio Strega è una farsa, come quei talent show, dove fai finta di scegliere chi sarà il vincitore, ma poi chi dovrà salire sul podio è già bello che decretato ab origine. :)

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  16. ops...volevo rispondere a Maria Teresa... :-)

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  17. Marina sei tornata! Mi ero persa i tuoi ultimi post, dopo vado a recuperare. Già l'articolo di Nadia mi aveva colpito su questo libro e soprattutto sul fatto che avesse smesso di leggerlo da un certo punto in poi, adesso anche questo tuo post ribadisce il concetto. Peccato che il premio strega non sia più garanzia di qualità ma probabilmente una notevole operazione commerciale. In passato ho letto diversi libri che avevano vinto il premio e mi erano piaciuti, negli ultimi anni però ho smesso di lasciarmi influenzare e, nella scelta dei libri, seguo solo il mio istinto. E a quanto pare faccio bene ;-)

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    1. Cercavo di imparare qualcosa dai Premi letterari, da quelli più importanti, perlomeno: se hanno vinto, voglio capire perché, voglio verificare che abbiano qualcosa di straordinario, nel contenuto, nella forma, nello stile. Invece rimango delusa, non tanto dal mio giudizio negativo (quello è un fattore soggettivo, anche una questione di "momenti giusti" per darsi a una determinata lettura, come qualcuno ha rilevato in un commento su Tw); rimango delusa perché mi accorgo dell'inganno, quasi sempre legato all'argomento "ruffiano", alla pacca sulle spalle per accontentare una categoria (da quanto tempo non vinceva una donna?) e così mi passa il piacere di apprezzare il "grande scrittore" premiato.
      Comunque, non tutto è immeritevole, ho letto bei libri in passato, che hanno ottenuto lo Strega: Cognetti, nel 2017 mi è piaciuto, per esempio, e mi era piaciuto anche "La ferocia" di Nicola La Gioia.
      Intanto, ben ritrovata nel mio blog, Giulia.

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  18. Dal tuo resoconto sembra il classico "romanzo che se la tira" che vuole far sentire il lettore stupido e rivolgersi a una non meglio precisata élite intellettuale. Con l'aggravante di un titolo banale e modaiolo. Poi, per carità, io non l'ho letto e ci sono stati romanzi elitari e grandi. Questo a me sembra però solo un'occasione sprecata.

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    1. Per me lo è stata,senz'altro. Poi, va bene, è scritto in uno stile che è piaciuto ad altri, con un andamento poco lineare che, forse, poteva davvero essere seguito solo da quei pochi che conoscono tutti i fatti della storia e i suoi protagonisti, anche quelli meno conosciuti. Ma se vinci un Premio corale, diciamo così, e non di nicchia, devi lasciare a chi non ha conoscenza (o ne ha poca) gli strumenti per informarsi: e dagliela la possibilità di capire di che diamine stai parlando, dove sei e con chi sei! Visto che è un romanzo documentaristico (o un documentario romanzato, non saprei) riempilo di note in cui delucidi, specifichi, dai risposte, guidi alla lettura). Ecco, forse, a me sarebbe bastato questo per farmene un'idea meno vaga (e non dico brutta.)

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  19. ...comunque, non che voglia difendere "la ragazza", ma Freitas mi pare al momento insuperabile. Come illeggibilità, dico... ;-P

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  20. Premetto che non ho letto il libro, perché già dalla copertina non mi aveva convinto, ma il titolo mi aveva leggermente stuzzicata perché conosco molto bene la macchina fotografica Leica, e mi ricorda la mia infanzia. Per fortuna ho pensato che il titolo era solo un grande bluff, e vista la tua recensione credo non mi farò più tentare da questo libro :D
    Ciao
    Marina

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    1. Ciao Marina, dico e ribadisco "peccato!", perché Gerda Taro è stata una fotografa importante, accanto a Robert Capa, in quegli anni di guerra; non li conoscevo e ho avuto piacere di leggere le loro storie de relato, attraverso altre fonti, perché dal romanzo non emerge nulla di ciò che hanno rappresentato. Forse solo chi è già al corrente della storia e dei suoi protagonisti può trovare nel libro dei riscontri, ma allora questo è un romanzo per pochi, non per tutti.

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