Fermo i pensieri in corsa, quando attraversano il mio cervello; li fisso perché non si confondano nel caos di immagini che quotidianamente registro e di sensazioni che assorbo mentre parlo, osservo, percepisco odori, ascolto, mentre, cioè, i miei sensi lavorano e io li assecondo inconsciamente. È questo ciò che faccio portandomi dietro un taccuino: ce l'ho in borsa e se non è in borsa è in una tasca ma sempre con me, pronto a ricevere suggestioni, a raccogliere e conservare tutto quello che mi colpisce e non voglio vada disperso o dimenticato.

venerdì 12 dicembre 2014

ELOGIO DEL RACCONTO

Siamo sicuri che il Racconto sia figlio di un Dio minore?


Chi ama scrivere sa che raccontare è un bisogno che si sprigiona da un antro nascosto del cervello e vuole fortemente venire fuori. Scrivere è un'esigenza che sa aspettare i tempi giusti per essere soddisfatta e che deve indossare un adeguato abito per manifestarsi.

Che veste diamo, dunque, a ciò che scriviamo? Perché la narrazione necessita di un involucro, di una forma stilistica che ne tracci il sentiero. Possiamo scrivere delle storie lunghe e allora attenerci alla struttura del romanzo oppure concentrarci sulla brevità di esse facendo rientrare ciò che scriviamo nei parametri tipici del racconto.

Cos'è esattamente un Romanzo e cosa un Racconto?

Il Romanzo è un genere letterario, appartenente alla narrativa in prosa, cioè a quel modo di raccontare non espresso in versi, libero da regole ritmiche legate alla metrica e da qualunque vincolo di tipo formale. Anche il Racconto appartiene a questa stessa categoria, ma ha una struttura diversa o meglio parte da un presupposto diverso: riuscire a concentrare l'emozione suscitata dalla narrazione in un numero contenuto di pagine.

Dunque la prima palese differenza riguarda la lunghezza della narrazione e  forse proprio da ciò nasce la scarsa attenzione che si manifesta verso la forma del racconto, sotto l'influenza del pregiudizio che esso abbia una valenza minore rispetto alla nobile forma narrativa rappresentata dal romanzo (salvo, poi, leggere bellissimi racconti a fronte di illeggibili romanzi).

Ma non è soltanto il numero di pagine a fare la differenza, perché ci sono degli elementi fondamentali che caratterizzano i due generi letterari nella loro STRUTTURA e nel CONTENUTO.

Strutturalmente, il romanzo per definizione richiede un'estensione maggiore, come una piattaforma larga su cui dispiegare la complessità di una storia. In esso ci si sofferma di più sull'ambientazione, i suoi tempi e i suoi luoghi, sui personaggi, sui dialoghi e quant'altro serva a costruire la vicenda nel suo divenire.
Nel racconto lo schema narrativo è più semplice, necessita di pochi elementi: un'idea che rappresenti l'inizio, uno svolgimento che ruoti attorno a esso e una fine che non necessariamente completi il percorso seguito.

Dal punto di vista contenutistico, il romanzo offre l'opportunità di spaziare, argomentare, dettagliare; nel romanzo la narrazione consente descrizioni più ricche di particolari, intrecci efficaci, dialoghi più estesi e si dà voce a molti personaggi, anche secondari, che tornano utili ai fini della vicenda narrata. La storia è, cioè, più complessa, si aprono più scenari, talvolta si affrontano più temi ed è come un lungo viaggio intrapreso insieme all'autore che scrive. A dispiegarsi sono anche le emozioni suscitate, diluite nel tempo le attese.
Il racconto, invece, parte da un singolo elemento, un'idea, un impulso raccolto dalla realtà o una fantasia balenata in un momento, che rimane ferma su quella porzione spazio-temporale; esso non si dilunga in meticolose descrizioni, i suoi personaggi sono pochi e subito ben delineati. Mi piace riportare alcune espressioni lette altrove: il racconto è come un'inquadratura, come puntare l'obiettivo fotografico su un particolare; è una lente d'ingrandimento centrata su un dettaglio. Il racconto è un viaggio più breve che concentra le emozioni, senza sacrificarne l'intensità. 

La scelta è dunque fra la corsa di resistenza ed uno scatto sui 100 metri.

Aggiungerei due elementi non trascurabili: lo SCOPO e il grado di DIFFICOLTÀ.

La domanda che chi scrive dovrebbe porsi è: cosa voglio dire con ciò che narro? Qualunque narrazione ha uno scopo: scrivo perché voglio creare interesse attorno a un argomento che mi è caro, perché voglio raccontare una vicenda personale, perché voglio stupire con effetti speciali. Così un romanzo offre l'opportunità di affacciarsi su un'epoca della storia, di abbandonarsi alla pura fantasia per dare vita a personaggi del tutto immaginari; può essere un diario personale, un viaggio nella fantascienza.
Vero, si possono scrivere racconti motivati dallo stesso spirito, ma il racconto deve colpire subito l'attenzione, deve accompagnare una suggestione o suscitarla, deve invitare a una riflessione che nasca immediata, dunque ha uno scopo per così dire, d'effetto, deve colpire vivamente l'animo del lettore, irrompere nella sua mente con una cascata di emozioni subito percepite e subito efficaci.

Ovviamente sia il romanzo che il racconto vanno incontro a difficoltà che operano su piani diversi: nel romanzo, il fatto di avere tanto da dire apre la strada alla responsabilità di dirlo bene perché altrimenti noia e ripetitività possono rendere vano un lavoro che magari ha impiegato anni per venire alla luce; nel racconto, proprio le sue ridotte dimensioni espongono al rischio di non dire nulla, alla fine, se non si dà il giusto equilibrio al ritmo della narrazione e non si bilancia bene l'occhio puntato sul dettaglio; le sequenze diventano povere e perdono quel dinamismo che invece dovrebbe caratterizzare un racconto ben scritto.

Allora, romanzo o racconto? Amiamo dilungarci o sintetizzare? Esprimerci sulla lunga corsa o in un tratto di strada breve?

Non c'è una regola che imponga di scegliere questo o quel genere: chi scrive sfrutta entrambe le opportunità a seconda del momento, del grado di ispirazione, di quello su cui vuole porre l'accento.

Io, per esempio, nel corso della mia "evoluzione letteraria", sono passata dagli sfoghi contenuti dentro un diario personale, parentesi commentate di vita quotidiana, a racconti molto brevi, quasi degli squarci di immaginazione aventi le più disparate fonti di ispirazione: suggestioni raccolte dopo la lettura di una notizia su un giornale, ricordi rinnovati di episodi legati all'infanzia. 
Era l'epoca in cui leggevo parecchi maestri del racconto, partendo da Edgar Allan Poe per arrivare ai nostri Verga, Pirandello (le cui novelle mi hanno trasmesso il gusto del "breve ma intenso"). 
Non ero ancora capace di organizzare il lavoro su più piani operativi e mi confondeva l'idea di dovere preparare una probabile scaletta da seguire per rendere la narrazione coerente.
Confesso il mio vecchio errore di valutazione nel pensare che scrivere racconti sia più semplice che imbattersi in una storia lunga. Alla fine, eleggendo la scrittura a mio interesse primario, ho capito quanto al contrario non sia affatto semplice inventare storie brevi che coinvolgano il lettore al pari di un romanzo, pieno di antri da cui entrare e uscire, personaggi riccamente sfaccettati, vicende sospese dentro un arco di tempo più lungo.
In verità io credo che la strada dei racconti non sia così facilmente percorribile, perché la brevità frena un po' l'illusione di immedesimarsi appieno in una storia. Paradossalmente, è più facile raccontare qualcosa avendo a disposizione un'area mentale più dilatata che restringere il campo a poche pagine purché di valido contenuto.
Dopo avere scritto una Raccolta di racconti inedita, ho abbandonato la strada dei "racconti" in veste di scrittrice, ma continuo volentieri ad interessarmi a essi in veste di lettrice, perché quando sono scritti bene sono un piccolo piacere che mi concedo, una chicca, una parentesi che apro non di frequente e che per questo apprezzo di più.
Così, dopo essermi goduta la lettura di Julio Cortazar e quella di AnnaMaria Ortese, di recente ho anche letto una bellissima storia scritta da un maestro contemporaneo del racconto, Luca Ricci (che peraltro ho avuto il piacere di conoscere alla presentazione del suo libro "Mabel dice sì": racconto lungo o romanzo breve?), il quale mi ha ulteriormente convinto che per scrivere storie di qualità non sempre è necessario avvalersi della forma più lunga, perché ci sono autentici gioielli della letteratura che vanno oltre le regole dettate per il romanzo senza perdere in bellezza e valore.

Anche se spesso ci sfuggono le dinamiche del mercato editoriale e statisticamente hanno più successo i romanzi, dovremmo sfatare il mito del racconto come "fratello minore" e spingere di più l'acceleratore su questa  forma letteraria spesso trascurata. Non dimentichiamo che, nel 2013, ad essere insignita del più importante Premio in campo letterario, il Nobel, è stata Alice Munro, famosa scrittrice di racconti.

Durante un'intervista, Luca Ricci ha risposto alla domanda "Qual è la differenza maggiore che riscontri quando scrivi un racconto, rispetto a un romanzo?" 
Mi piace riportare qui la sua risposta a chiusura di questo mio contributo:

"C’è una definizione molto bella di Boris Ejchenbaum, formalista russo. Secondo lui un romanzo è “una passeggiata per vari luoghi che sottintende una tranquilla via di ritorno”, mentre un racconto è “un’ascensione sulla montagna il cui scopo è uno sguardo da un punto elevato”.  Uno scrittore di racconti agisce proprio così: è un tizio che non ha paura di sacrificare tutto - società, mondo, Storia e perfino il suo narcisismo linguistico - per offrire al lettore un punto di vista più elevato." 






5 commenti:

  1. Poco tempo fa ho ricevuto tramite social l'invito a leggere un racconto. Sorvolo sulle modalità dell'invito, che ho ritenuto al limite dello spam, ma sapendo quanto è difficile a farsi conoscere ho voluto dare una possibilità a questo "collega". Ho letto il suo racconto e non mi è piaciuto. L'ho riletto per capire perché. Ho dato un'occhiata ad altri suoi racconti. Gli ho infine esposto la mia opinione (con la quale non era d'accordo) scrivendo che alla fine il suo racconto non mi lasciava niente, non mi dava risposte, non mi faceva porre domande. Non capivo insomma cosa volesse comunicarmi.
    Non nascondo di aver sorriso soddisfatto leggendo il tuo articolo, proprio ripensando alla sua obiezione, secondo cui bisogna scrivere senza pensare di dover comunicare qualcosa.
    Per quanto mi riguarda ho uno scopo ben preciso: suscitare emozioni, come fanno gli scrittori i cui testi adoro leggere. È questo il motore del mio lavoro, sorprendere, far sorridere, anche amareggiare, perché no?
    L'anno scorso ho rotto il ghiaccio con la scrittura, adesso sto sperimentando e affinando la mia tecnica. Sogno di correre la lunga maratona del romanzo ma sono sempre stato a corto di fiato :) eppure mi sto godendo delle soddisfazioni, arrivate proprio grazie ai racconti. Chissà che non mi ci trovi così bene in questa dimensione da non stancarmene mai.

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  2. Quella dei racconti è una strada che ho percorso anch'io con una raccolta che però è rimasta inedita. Ne ho scoperto il valore e, contestualmente con esso, tutte le difficoltà ed è per questo che ho trovato più percorribile la strada del romanzo. Certo, non si può prescindere da un'innegabile verità: bisogna dire qualcosa, comunicare, emozionare, ma bisogna farlo bene, con consapevolezza di tecniche e contenuti.
    Grazie per avere lasciato il tuo contributo di pensiero!

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  3. Maledizione, avevo l'intenzione anch'io di parlare del racconto. Ma questo post ha già sviscerato tutto, potrei ricopiarlo integralmente, cambiando un po' le virgole... Lunga vita la racconto!

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  4. Dimenticavo: il cappello introduttivo al tuo blog è quasi un manifesto per blogger-scrittori. Concordo con tutto ciò che dici in quelle dieci righe.

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  5. Grazie, c'è una poltrona comoda anche per te, da queste parti! :)

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