giovedì 16 novembre 2017

E con questo ho detto tutto



Ci avete mai fatto caso che quando parliamo siamo un concentrato di luoghi comuni?
Se usassimo un segnale di allarme per ogni frase fatta utilizzata durante una conversazione, sarebbe un bel concerto di bip. Io stessa, nell’incipit di questo post, ho scritto: “ci avete mai fatto caso?”, che è un modo abbastanza convenzionale per dire “vi siete mai accorti? avete mai prestato attenzione?” ma anche prestare attenzione, tutto sommato, è un’espressione stereotipata e anche tutto sommato è uno luogo comune della lingua. Insomma, non se ne esce più

Usiamo i luoghi comuni in modo naturale, fanno parte della nostra quotidianità, perché semplificano e rendono immediata la comprensione e l’efficacia di un concetto, sono strumenti di comunicazione facilitata e noi, linguisticamente pigri, preferiamo adottare delle “scorciatoie cognitive”, come ho letto da qualche parte. 
In uno scambio informale, non danno tanto fastidio - bip - anzi rendono bene l’idea - bip - ci vengono spesso in aiuto - bip - per mettere l’accento -bip - su un pensiero che vogliamo condividere.
Vi dico solo che nei commenti al post di giovedì scorso ne ho contati non so quanti nei miei interventi: guardarsi allo specchio, montarsi la testa, darsi una calmata, escludere a priori, buttare nel calderone, pensare di cavarsela, trovare sfogo, assumersi la responsabilità, avere tutte le ragioni, sporcarsi le mani, mettere in discussione, farsi l’idea, arrivare alla conclusione. E ne ho sottolineati ancora che non aggiungo all’elenco per non allungare il brodo.
Li ho detti tutti io (e ne ho trovati tanti anche fra i commenti di altri), ma in questo caso giustifico i luoghi comuni perché quella era una chiacchierata fra amici. Per lo stesso motivo per cui li giustifico dentro il dialogo di una storia che ho letto di recente, dove ci sta che un personaggio dica all’altro: 
- Ora che la fortuna mi è venuta a bussare alla porta, non posso tirarmi indietro al primo problema, capisci?-
E che l’altro risponda:
- Capisco che la maggior parte delle persone che si sarebbero trovate nei tuoi panni avrebbero probabilmente fatto la stessa cosa...

Siamo in un dialogo, okay. 

Che accade se noi con il pallino della scrittura raccontiamo una storia infarcendola di espressioni stereotipate?
Possiamo divertirci solo con esercizi a tema, come il thriller paratattico per frasi fatte di qualche tempo fa (ho riletto le versioni dei partecipanti, tutte una più bella dell’altra.)

Che accade se noi con la passione per la lettura leggiamo una storia che ribolle di luoghi comuni? 
Poi, se capita di scovarla nell’universo self (aridaje, sono entrata in fissa), quello è solo un caso. Bippp!
Trascurate l’ultima frase, era una provocazione. 
Eppure...

Centocinquanta pagine.
Le informazioni del Kindle calcolano tre ore e ventisei minuti di lettura. Io ho impiegato quasi tre settimane (questa la dice lunga su quanto abbia trovato interessante la storia.)
La copertina è brutta, ma il titolo ha un richiamo gradevole, sebbene scontato.
Leggo e sottolineo ben 102 frasi fatte tra espressioni colloquiali, metafore e similitudini. Elimino quelle presenti nei dialoghi e ne restano 100, qualcuna ripetuta due volte: “mi aveva messo la pulce nell’orecchio”, “senza farsi prendere dal panico”, “togliere il fiato”; qualcuna quattro: “sentivo l’eco”, “nodo in gola”; una tre volte: “davano il meglio” e un'altra ben cinque: “respirare a pieni polmoni”.
Potrei fare un elenco lunghissimo, ma mi basta condividere questa pagina in cui sono contenuti quindici luoghi comuni, concentrati in trenta righi. 


Ecco cosa accade: si abusa degli stereotipi... e  della pazienza altrui.

Io l’ho imparato nel tempo, l’ho fatto a mie spese e puntualmente ci casco tutte le volte che scrivo. 
Ovatto” qualunque rumore, “riempio i vuoti” di chiunque, rendo “sordo” ogni dolore, ma non si scrive così
In un post per il blog, forse, dico forse, transeat, ma in un racconto, peggio in un romanzo, non si può essere altrettanto tolleranti. Non ci sono scusanti: scrivere è una cosa diversa.

Scrivere è lo sforzo che dobbiamo fare per modulare il pensiero libero, la capacità che dobbiamo avere di dire le cose nel modo in cui nessuno le direbbe. Può darsi che l’autore del romanzo con le cento sfumature di frasi fatte si sia divertito a scrivere la sua storia (visto che non dobbiamo trascurare l’aspetto ludico della scrittura), ma se rende pubblico ciò che lo ha fatto tanto rilassare non regala arte alla collettività, si sta solo autoapplaudendo per la vena creativa che, alla fine, di creativo ha ben poco. 
Invece la scrittura è responsabilità verso chi legge, è riuscire a trascinare il lettore dentro la storia non perché una frasetta ovvia e abusata glielo abbia accompagnato, ma perché ha pensato, elaborato, ideato artifizi nuovi, espressioni, immagini, qualcosa che non sia mai stato detto, qualcosa che non annoi (e non mi riferisco alla debolezza della trama), soprattutto qualcosa che non risulti inutile nella pagina.

Io sudo sette camicie quando scrivo e, accidenti!... continuo a sbagliare.

Ma che scrittori siamo se ci facciamo aiutare dal conformismo linguistico?

55 commenti:

  1. Dico solo una cosa: chi scrive ha l'obbligo di dire cose che gli altri non sono in grado di dire, in modi che gli altri non sono in grado di pensare.

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    1. Sono d'accordo con quello che dice Michele. E aggiungo che per quanto riguarda i luoghi comuni (e altre sciatterie varie) secondo me è anche un problema di modelli. Leggendo il brano riportato in questo post e quelli riportati nel post precedente trovo un po' un calco dello "stile" di molti romanzi pubblicati anche da c.e. importanti. Mi riferisco soprattutto ai vari romanzi di personaggi televisivi, cantanti, ecc...
      Certo: non sono un valido esempio di letteratura, ma mi pare che molti aspiranti scrittori tendano molto in quella direzione, perché la percepiscono come la ricetta giusta per scrivere il romanzo "scorrevole" e "che si fa leggere" (che espressioni orrende!) e quindi di potenziale successo. Insomma, molti scrivono così perché guardano a libri che hanno un certo successo di vendite (vero o presunto), che in qualche modo entrano in classifica (dimenticandosi che entrano in classifica molte volte per il nome in copertina e non per il valore letterario) e pensano che se libri così, che non sono poi così distanti dal loro modo di scrivere, hanno quel successo, allora anche il loro testo può avere delle possibilità.

      Non so, questa è solo una mia piccola riflessione, ma a volte la sensazione è che la pigrizia nel rileggersi, nel ragionare in maniera critica sul proprio testo e nell'essere disposti a metterci mano lavorando su stile, trama, ecc.. sia sempre figlia di ciò che si legge e del rapporto che si ha con i testi che si leggono.

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    2. Ciao Andrea,
      che si trovi uniformità di linguaggio non mi stupisce; ho potuto verificarlo anch’io proprio leggendo le nuove leve della narrativa italiana, spesso vincitrici di concorsi pubblici o con esperienze in settori in cui è richiesta la capacità di scrivere. Finché si sfrutta una moda, finché si approfitta dell’interesse del momento facendo il gioco delle case editrici e le case editrici premiano perché devono campare, ti rassegni: è così che funzionano le cose. Ma è quando il romanzo non è “scorrevole” e “non si fa leggere” che trovi sbagliato un sistema che consente di pubblicare anche ciò che è scritto male.
      Io contesto la pigrizia di cui parli e la mancanza di un’autocritica costruttiva, il mollare la rogna al lettore, tanto io il mio dovere l’ho fatto scrivendo la storia, chissene. È una forma di strafottenza che non so perdonare.

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    3. Sottoscrivo il commento di Michele a cui non saprei aggiungere niente.

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  2. Come per i congiuntivi. Né abbondare né scansare a ogni costo: in medium (spesso) virtus est. Che è poi un altro luogo comune ;-)

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  3. Post interessante. Compito per casa: prendi quella pagina che hai riportato, quella con le frasi evidenziate, e riscrivila. Senza BIP.

    Vediamo cosa ne esce. ;-)

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    1. E vediamo, dai. Voglio vederla riscritta in un tuo post, così veniamo a fare i compiti in casa tua.
      Poi scegliamo la versione migliore e io la propongo all’autore del libro che sarà felicissimo di avere ispirato un esercizio letterario. 😉

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    2. Non sono così bravo, dovresti saperlo. ;-)
      Sono qui per imparare, io!

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  4. "Tutto sommato" condivido. Che si scriva in modo diverso che si tratti di una mail, un commento, un racconto ci sta (e sennò non scriveremmo -scriverei- più niente). Che certi dialoghi giustifichino certe "parlate" anche. Poi leggo il testo che proponi: è in prima persona. Quindi il personaggio sta raccontando. Questo modo di parlare è coerente? Che poi possa piacere o meno (avere a che fare con persone e/o personaggi che si esprimono così) è il passo successivo, anzi viene due passi dopo. Perché prima viene da chiedermi quanta consapevolezza ci sia nell'aver usato proprio quelle parole. Sono state scelte o sono venute così e basta? La proposta di Darius la trovo interessante anche perché "cade a fagiuolo" rispetto a quello che ho notato (la meraviglia di come suonava meglio, di come era più piacevole leggere) su alcune correzioni a una cosa che avevo scritto qualche giorno fa. Ripenso a un tuo post che ho amato molto, quello sulla buona scrittura. E, in questo caso, a quanto la forma aiuti la sostanza.

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    1. Sarebbe bello chiederlo all’autore. Posso dirti le impressioni che ho avuto io leggendo il libro: secondo me non c’è stata consapevolezza nella scelta di un uso così smodato di frasi fatte, il tenore del romanzo non è tale da fare percepire una cosa del genere. Nella storia manca la profondità, non c’e quella tridimensionalità che potrebbe portare a una lettura in chiave diversa. A me è sembrato proprio un uso pigro della lingua e della fantasia. Ma allora il bello della scrittura dove sta se trovo i concetti che voglio esprimere impacchettati dentro frasi ripetute da tutti?

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  5. Visto il suggerimento di Darius, ho letto (letto davvero, intendo) la pagina proposta. Togliere le frasi fatte sarebbe come riverniciare un muro abbastanza marcio da rischiare il crollo a ogni momento. Il conflitto c'è ma l'autore è abilissimo a evitarlo con una perla di "tell, don't show". Che peccato non sapere mai con quali parole sia andato "dritto alla meta" tanto da "tarpargli le ali".
    Parafrasando Paolo Zardi: "Se non lo sai scrivere, lascia perdere".

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    1. Mi pare che tu stia dicendo che il testo è completamente da buttare.
      Potrei anche essere d'accordo, anche se una pagina non è mai sufficiente per giudicare un'opera.
      Però mi pare anche che tu la butteresti per altri motivi (stile?), non solo per l'abuso di luoghi comuni.

      Invece trovo che Marina, nel suo post, si sia focalizzata sui luoghi comuni e sul loro abuso. Quindi il senso del mio compito per casa è provare a riscrivere quella pagina (ma si può farlo su qualsiasi pagina) prestando attenzione alle parti evidenziate, riscrivendole diversamente.
      Riscrivere le parti evidenziate non significa semplicemente toglierle.

      Dopotutto, è un esercizio di scrittura anche questo. ;-)

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    2. E mi sa che sono d’accordo con te, Michele. Anche perché, avendo letto il testo, posso confermare che da salvare c’è un filo di trama possibile talmente sottile da non essere sufficiente a giustificare un intero romanzo.
      Tuttavia, Darius propone di trasformare il “tell don’t show” in “show don’t tell”, che potrebbe essere un’opera di editing sul testo a gratise per il nostro emergente scrittore.

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  6. L'abuso di frasi fatte può condurre a una scrittura sciatta, non c'è dubbio.
    Però credo che un testo narrativo vada letto - appunto - su un piano narrativo. E io, da lettore, in genere mi pongo di fronte al testo come un lettore, non come un professore di italiano. Magari sono troppo accontentabile, eppure ti garantisco che non dispenso stellette nelle recensioni, il mio voto (da lettore, non da critico eh!) in genere è tre, quattro lo concedo con parsimonia, cinque lo riservo a pochissimi libri.
    Insomma, occorre valutare l'insieme. Il testo, ma anche la storia, ma anche l'enfasi data o non data, ma anche lo scopo del narratore (se è una narrazione leggera, un linguaggio alla Erri De Luca non ci sta mica tanto bene ;-)
    Insomma, io a volte ho trovato orribilmente noiosi libri scritti con un linguaggio magniloquente e profondamente erudito. Perché la narrazione era lenta, pesante...

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    1. Non è necessario scrivere da erudito: l’altro lato della medaglia (a proposito di frasi fatte), qui, non è l’uso di una lingua più aulica a fronte di una più colloquiale. Stiamo parlando di un autore che non si è sforzato di fare capire cosa sta accadendo sulla scena, perché ha trovato quindici vie più facili, tutte in una pagina, per raccontarlo.. Certo, tu lettore puoi sorvolare su tutto ed essere così la speranza di questo scrittore, ma ci sono lettori che stanno attenti a certi meccanismi e non li accontenti con scritture del genere.

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  7. Mi è tornato in mente il mio commento giocoso ai tempi della "caduta di Marina" :D

    Per rispondere alla domanda finale, faccio appello a quanto da te scritto:

    Usiamo i luoghi comuni in modo naturale, fanno parte della nostra quotidianità, perché semplificano e rendono immediata la comprensione e l’efficacia di un concetto, sono strumenti di comunicazione facilitata

    L'abuso non è mai una cosa buona, ovviamente, ma in entrambe le direzioni.
    Proprio per questo non condivido l'idea per cui:

    Scrivere è (...) la capacità che dobbiamo avere di dire le cose nel modo in cui nessuno le direbbe.

    rafforzato dal successivo:

    qualcosa che non sia mai stato detto

    Ritengo che la ricerca di una presunta originalità debba avere un altro obiettivo.

    In ambiente musicale si sente spesso dire che "le note sono 7" e, salvo tutti i casi di plagio, questa minima base di partenza non è un limite, anzi, diventa un grande stimolo per chi compone.
    Tra l'altro le canzoni più orecchiabili, al pari di alcuni capolavori anche di musica classica, sono caratterizzate da riff, i temi semplici che si ripetono, magari con variazioni, ma sono sempre gli stessi.

    In più ci sarebbe, a mio parere, da fare una distinzione tra la narrazione e i dialoghi.
    Se anche accettassi il discorso precedente (ma non lo sto facendo :P) per la prima "categoria", per la seconda avrai qualche difficoltà in più, a meno dell'ambientazione (immaginate un personaggio della Bellonci dire "We, raga, tutto rego?" :D).

    Il lettore (medio) vuole sì, calarsi nel romanzo, sostituirsi ai protagonisti, ma come si sentirebbe al cospetto di dialoghi non corrispondenti alla vita "reale"?

    Giusto per eccedere un po': la lettura dovrebbe essere un piacere, se si deve ricorrere ad un vocabolario ogni dieci pagine, che piacere è?
    E con questo non voglio aprire una diatriba sulla cultura del lettore (medio) o degli scrittori stessi.

    Ah, la risposta! :D

    Non credo che una serrata ricerca linguistico-stilistica sia la chiave necessaria ad aprire le porte dell'olimpo della letteratura.
    E questo vale sia che detta ricerca sia fine a se stessa, sia che la si senta come un dovere o una responsabilità.
    Padroneggiare un'arte è anche saperne fare un buon uso, non solo per il lettore medio (stavolta senza parentesi ;) ).


    PS: quanti luoghi comuni sono riuscito ad inanellare? :P

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  8. “Ritengo che la ricerca di una presunta originalità debba avere un altro obiettivo”.
    Non confondere il linguaggio originale con l’originalità nella sua resa: non bisogna imitare Cortázar (se non altro perché è impossibile) che, certe volte, è come se facesse l’acrobata sopra il trapezio mentre scrive, non è necessario usare linguaggi strani, inventare espressioni nuove, basterebbe trovare il modo per pilotare meno un pensiero: “era lì che rideva di gusto” (faccio un esempio). Perché non “mostrare” qualcosa che dia a me lettore modo di vedere il personaggio ridere. Non c’entra la semplicità o l’originalità, né la ricerca linguistico-stilistica, perdonami. C’ è lo sforzo dello scrittore di non concedersi scappatoie.

    Sui dialoghi, ti bacchetto 😜: non hai letto bene l’articolo, dove l’unico spazio che concedo ai luoghi comuni è proprio lì.

    Io non trovo per niente piacevole una lettura del genere.
    E, appunto, padroneggiare un’arte è saperne fare buon uso: tu lo hai detto! 😋

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    1. Ti perdono :P

      Sullo sforzo dello scrittore, come detto in un commento al precedente post, siamo d'accordo, purché non sia un dettame (il senso del dovere grassettato). Ogni autore si "crea" il proprio stile, ma se dovesse essere il risultato di un processo fine a se stesso, potrebbe sfociare nella forzatura. Il migliorarsi è lecito e naturale, il volerlo fare a tutti i costi, no, perlomeno dal mio punto di vista. Da lettore (medio), fissato con la lettura cronologica delle opere, apprezzo la crescita quando è acquisita, non quando risulta artificiosa.
      Citando l'originalità volevo proprio focalizzare l'attenzione sul risultato compessivo finale. Banalmente, se un'idea è brutta, puoi usare sia luoghi comuni che linguaggi più "alti" o alternativi e il risultato sarà sempre una schifezza :P

      Sui dialoghi, non mi riferivo al tuo post :P
      Forse avrei dovuto specificarlo o scriverlo meglio, ma mi hai dato l'occasione per farlo.
      Il dialogo è conseguenza dell'ambientazione e dei personaggi e un luogo comune in più è ammesso (da parte di entrambi :P) purché rispetti il contesto, da qui il mio esempio. Altrettanto ovvio è che, nel momento in cui si vuole non concendersi delle scappatoie, il discorso cambia, ma sempre in relazione a quanto detto finora.

      E sulla preferenza personale, come sai, non mi esprimo :D Anche a me non è piaciuto poi tanto quanto ho letto nell'immagine, ma, appunto, per farne buon uso, devi saper padroneggiare l'arte :P

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    2. Paolo, ma che stai a dì: che riempire un libro intero di frasi fatte rientra nello stile personale di uno scrittore? Che evitare di scrivere così è un “dettame” cui non piegarsi?
      Ma se vuoi fare lo Scrittore hai il dovere di migliorarti, se scegli di non farlo è perché ti sollazzi con le cosucce che scrivi e allora neanche c’e da approfondire la questione: cessa la materia del contendere.
      Se un’idea è brutta e la peggiori con i luoghi comuni, puoi fare solo una fine, che è quella che a te non piace nell’immagine del post. 😋

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    3. O non riesco a spiegarmi o stai fraintendendo, in entrambi i casi c'è un problema :D

      Non ho mai detto che sbrodolare frasi random corrisponda ad uno stile. Né che, nel caso specifico, non sia opportuno migliorare.
      Se ci limitiamo solo all'esempio in figura, c'è poco da discutere.

      Quando ho scritto:
      L'abuso non è mai una cosa buona, ovviamente, ma in entrambe le direzioni.
      ho cercato di condensare il mio pensiero nella maniera più generale possibile.

      La crescita, come il migliorarsi, è un processo infinito, per gli autori e non solo. Cambia il punto di partenza, motivo per cui ho la mania di leggere in ordine cronologico, tra l'altro.

      Tu stessa hai ammesso che il tuo romanzo pubblicato ha delle pecche e sono abbastanza sicuro che, ad oggi, scriveresti in maniera diversa quei passaggi. Crescita, appunto.

      Il quid su cui puntavo l'attenzione (visti gli scarsi risultati, ci riprovo) è che bisogna migliorarsi in maniera consapevole, e non perché devi a tutti i costi, rischiando, magari, di ottenere un esito opposto(*). Tutto qua.

      (*)Hai presente quelli che si mangiano i vocabolari per infarcire i loro scritti con la premiata ditta Aulico&Desueto? Il passo tra "fa figo" a "fa schifo" è molto breve.

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    4. Ma se parliamo di crescita, come fa a crescere un autore che si autopubblica? Lo fanno crescere le recensioni positive dei lettori?
      E migliorarsi in maniera consapevole non è forse confrontarsi con chi è in grado di dirti: guarda, il tuo romanzo è un luogo comune con un titolo, prova a toglierne qualcuno!
      E forse faccio fatica a spiegarmi anch’io, non è un problema di vocabolari e pagine con termini aulici e desueti. Ma un minimo di consapevolezza la vogliamo almeno garantire quando scriviamo con lo scopo di pubblicare?
      Poi, lascia perdere l’immagine: era per scuotere le coscienze, una provocazione che andava con il titolo, anch’esso più comune di un luogo comune. 🙂
      Ho capito che si allunga la lista di cose da discutere solo di presenza. 😉

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  9. Proculo e troculo e mi contraculo, biascico il muto solitario spurgico follendo il motulo de lo strafacchio. Nunco lo manchio e poscia stiracchio, jornicamente me lo sbafacchio.
    Capisci in nocciolo della destrata, sarponico gesto mestulante e ossirico manchete ruspolo e giovattarico.

    È un nonsens? No, chi lo sosterrebbe in una notte senza luna? Tu? Io? E se io affermassi che così -più o meno- parleranno tra cento anni i nuovi nati della settima generazio dopo la nostra, avresti il coraggio di sostenere che sono un pazzo e un bestemmiatore?
    E potresti tu dirmi come invece parlerebbero e come scriverebbero? E quale partito politico voterebbero, se ce ne fosse ancora uno e se alla domenica entrerebbero in una chiesa cristiana, in una moschea o in una paganica assemblea?
    Vedi?
    Tu scrivi come me, pensando con le parole che ti vengono alla mente, e queste sono figlie del tempo in cui tu ed io viviamo. Potresti ribattermi che tu le pensi e e scrivi meglio di me. questione di convincimenti, e forse avresti ragione, ma useresti le mie stesse identiche espressioni, parola più parola meno, sbizzarrendoti solo sulla punteggiatura, perché su grammatica e sintassi ti concedo il braccio e passeggiamo insieme, lo avrai capito spero, perché intelligentina sei. Batti sui tasti molto meglio di me e fai pochi refusi laddove io ci pascolo capre e vacche.
    Per io resto sai tacere come so tacere io e parli non a vanvera.
    Respira a fondo prima di iniziare la tua risposta. Poi sputala fuori, ma attendi ancora un attimo che apro l'ombrello.

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    1. Scrivere solo per luoghi comuni: una scelta rivoluzionaria. Potrebbe dunque essere già in corso un’evoluzione della scrittura e io giudicarla male perché ancorata a vecchi schemi?
      La buona scrittura dovrebbe essere fuori dal tempo, quello in cui viviamo, quello che ci sarà fra cent’anni, quello della settima generazione dopo di noi.

      “- ma ti retilla la murta? Non dirmi bugie. Ti retilla davvero?
      - Moltissimo. Dappertutto, qualche volta troppo. È una sensazione meravigliosa.
      - E ti fa mettere con i plinei fra le arguste?
      - Sì, e poi ci intrattorniamo i porzi finché lui non mi dice basta basta.”

      È il “gliglico” inventato da Julio Cortázar, che ha scritto “Rayuela” nel 1963: 54 anni fa.

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    2. Sei più colta di me. Io non conoscevo il gliglico e di Cortázar lessi un paio di racconti ma non Rayuela. Vedi? Adesso rispondimi, visto che sei così garbata: quale dei nostri editori pubblicherebbe un testo scritto in gliglico o in murfico?
      E oltre te e me chi lo leggerebbe?

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    3. Vincenzo, non hai nulla di meno di Fosco Maraini!
      Scrivimi una bella pagina in questo motteggiare assurdo, me la porto al laboratorio teatrale ragazzi. :)

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    4. Ecco la mia ricetta del lonfo al latte:

      1) Metti pochissima acqua in una pentola capiente, falla scaldare, aggiungi l'aglio, un pizzico di sale e il pezzo di lonfo. Scottalo da ogni lato, poi unisci il latte e cuoci per circa un'ora con il coperchio sistemato a metà.

      2) Fai restringere il sughetto a fuoco basso. Riponi la carne in un piatto e lasciala intiepidire. quindi taglia l'arrosto a fettine di 1/2 centimetro e servilo con il condimento e una macinata di pepe a piacere.

      Quasi quasi segnalo questa mia ricetta a Giallo Zafferano. :D

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    5. Mi oppongo. Dopo accurato studio zoologico fu appurato che il lonfo era il mio compianto persiano. Non era cucinabile, Tanto meno ora che è defunto.

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    6. @Vincenzo
      E se non ci considerano gli editori (mi sa proprio che un esordiente che scrive in murfico farebbe una sconsolante fine) ci autopubblichiamo, ma che problema c’e, 😜

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    7. Un pensiero per il persiano :(

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    8. ...e per il lonfo bollito! 🙁

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  10. Qui, cara Marina, siamo alle basi del mio primo corso di scrittura creativa. Evitare i luoghi comuni, punto.
    Così può parlare solo un personaggio unico e inimitabile: Agnese dei Promessi Sposi, gli altri sono solo incapaci di trovare nuove soluzioni lessicale, per cui riciclano quelle altrui.

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    1. Incapaci di trovare soluzioni lessicali. Incapaci, appunto.

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  11. In controtendenza, devo dire che non ho niente contro le frasi fatte. Sono soltanto accostamenti di parole usati frequentemente nel tempo, e in questo non trovo niente di male, visto che usiamo il linguaggio degli esseri umani normali, come i lettori. Se mi esprimo spontaneamente in modo originale, ottimo; ma pormi tra gli obiettivi di scrittura quello di evitare le frasi fatte sarebbe una forzatura, che tra l'altro distoglierebbe la mia attenzione da altre banalità evitabili, come le metafore trite o i cliché. Su queste sì, un po' di creatività è necessaria.

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    1. Però così tante sono un po’ come il caffè gileppo.
      Le frasi fatte vanno bene e sarebbe meglio evitare le metafore trite. Ma molte delle frasi fatte del brano sono delle vere metafore: tirare dritto, tarpare le ali, andare dritto alla meta, girarci attorno, sollevare un polverone. Tutto linguaggio figurato ormai logorato dall'uso.

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    2. Caffè... gileppo??? E' vero, molte frasi fatte sono metafore, ma non tutte mi sembrano della stessa levatura. Al mio orecchio alcune non sembrano banali, ma solo normali, mentre altre sono... meno sobrie, come dire, e diventano un calo di stile nel testo. Non le demonizzerei... ma ci "farò caso". ;)

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    3. Ahah, vedi? Io, per esempio, faccio un uso smodato di espressioni gergali che poi esporto quando scrivo in via informale, come questa volta. Faccio fatica a trattenermi con le frasi fatte, per questo le vedo dappertutto. 😁
      Ah sì, “gileppo”: significa pieno zeppo di zucchero. 😉

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    4. Gileppo mi sa che sia "glassa" in siciliano...

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    5. Sì, è una glassa. Lo si usa come aggettivo per dire che una cosa è molto, eccessivamente, dolce.

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  12. Ecco, questo è uno di quei post "obbligatori", quelli che fanno riflettere. Mi fai venir voglia di aumentare la dose di nazirevisionismo che esercito nella correzione di temi e nell'editare il romanzo.
    Dobbiamo riflettere, hai ragione!
    ... e quella pagina è davvero agghiacciante.

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    1. Mentre fai la nazirevisionista, però, mi raccomando, non citare la fonte di ispirazione che qui comincio a temere le ritorsioni, io. 😋

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  13. Bel post, mi ha fatta riflettere su qualcosa cui non aveva mai pensato con accuratezza.
    Purtroppo è vero, quando scriviamo spesso ci sfugge un modo di dire che nel parlato usiamo così naturalmente che non ci rendiamo nemmeno più conto che di quello si tratta. Un modo di dire.
    Possiamo solo cercare di stanarli tutti durante la revisione, immagino, o cercare di allenarci quando parliamo a non utilizzarli più :D

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    1. Fermo restando che è sempre l’esagerazione che occorre evitare, ché se metti qualche frase fatta sparsa qua e là, nessuno viene a dirti niente, soprattutto se giustificata dal contesto o non compromettente, penso che comunque non guasti stare attenti a come e quanto si usano in un testo. Aggiungiamo anche questo parametro nella revisione.

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  14. ritengo che uno scrittore debba usare la lingua italiana correttamente senza concedersi a luoghi comuni o stereotipi...in giro ci sono taluni personaggi che dovrebbero seguire ripetizioni private dal prof. Sabatini dell'Accademia della Crusca, reso celebre dalla tv la domenica mattina :)
    ciao Marina, sei proprio "gaiarda" come direbbero a Roma!

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  15. Ho letto tutti i commenti, mi sa che è stato già detto tutto (frase fatta anche questa, credo)! Come Grazia non ho nulla contro le frasi fatte purchè non siano eccessive, un po' come afferma Ivano con quella frase in latino...buona domenica Marina

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    1. Moderazione, certo, forse anche una giusta selezione di frasi fatte, magari evitando quelle troppo abusate o le metafore scontate. Ma io ho fatto un esempio di concentrazione di luoghi comuni che credo si potesse/dovesse evitare.

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  16. Hai posto l'accento (eh eh eh...) su una questione molto interessante. A volte mi capita di leggiugghiare post analoghi su questioni di scrittura che sono più di lana caprina (questa me la passi?) che altro, mentre quella che poni tu è decisamente concreta.
    Tra l'altro, adesso che mi viene in mente, quello di non absusare dei luoghi comuni non era uno dei dieci consigli di scrittura di Beppe Servegnini?

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    1. Come tutti gli abusi, questo è quello forse più involontario, ma proprio per questo il più pericoloso, nella scrittura. Io la prima, eh, che certe volte scrivo questi post indicativi a mo’ di promemoria per me, prima che per gli altri.
      E sì, Severgnini non si è mai risparmiato quando è stato il momento di puntare il dito contro metafore, citazioni et similia.

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  17. Bella riflessione Marina, sicuramente da tenere presente. Ragiono sul fatto che le nostre menti sono impegnate di frasi fatte e luoghi comuni che all'occorrenza saltano fuori come cangurotti dal marsupio della mamma. Più che utili scorciatoie, credo siano zavorre che condizionano la nostra scrittura ma più a fondo, il nostro modo di pensare. In generale, liberarsene farebbe un gran bene per dire le cose in modo diverso, ma anche per regalare ai pensieri un nuovo respiro.

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    1. Non dico quando parlo, quando scrivo qui o altrove ma sempre in modo informale, però ci sto provando a limitare l’uso di luoghi comuni: non mi ero mai accorta prima di adesso di quanto me ne serva io nel quotidiano. Non ci ho mai fatto realmente caso e invece... Non demonizziamoli, d’accordo, ma regalare ai pensieri un nuovo respiro (espressione che mi è piaciuta tantissimo) mi pare un esercizio prezioso. 🤗

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  18. Verissimo Marina. Tempo fa, trattando il tema in un post, ho scoperto che il diffondersi delle frasi fatte e dei luoghi comuni è frutto dell' omologazione del pensiero, conseguenza dell'appiattimento culturale prodotto dai mass media, in particolare dalla televisione. Fin dalla più tenera età (Bip) siamo bombardati (Bip) da milioni di messaggi pubblicitari il cui successo dipende dall'efficacia delle espressioni stereotipate. Perdona le frasi fatte;)

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    1. La cosa curiosa è che fanno parte di un bagaglio linguistico talmente strutturato che ormai nemmeno ci facciamo caso. L’omologazione è avvenuta in modo naturale, mentre invece la disomologazione è un processo che richiede attenzione: accorgersi di essere incappati nello stereotipo e, quando è necessario, correggersi. Io dico che si è sempre in tempo per provarci. 😉

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  19. Buongiorno!
    Complimnetio per il blog! Il tuo post è molto interessante! Sono diventata una tua nuova Follower! A presto buona giornata!

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