giovedì 15 aprile 2021

Contenuto o stile: nel giudizio su un libro cosa condiziona di più?


L’ultima lettura? Parliamo di come Chuck Palahniuk si sia casualmente introdotto nella mia vita di lettrice, dopo una discussione a tavola con mio figlio, che mi ha fatto ripensare a quanto nulla ricordassi di un film visto anni fa, tranne che mi fosse piaciuto molto; quel “Fight club”, recitato da Brad Pitt e Edward Norton, che sapevo essere tratto da un romanzo, senza conoscerne l'autore. Così, più che rivedere la traduzione cinematografica, ho voluto leggere il libro e, come spesso mi accade quando il desiderio irrompe, senza rifletterci su, ho scaricato l’ebook e, in mezzo ad altre due letture già avviate, ho inserito anche questa, che ha recuperato e superato lo stato di avanzamento delle precedenti in men che non si dica. Un’incursione di cui non mi sono pentita: in pratica, ho lasciato un romanzo al 70%, l’altro ancora agli inizi e ho divorato questo in tre giorni. Si vede che mi è piaciuto. 
E mi è piaciuto sì, proprio perché la trama mi era del tutto oscura, nonostante la visione del film (con me queste cose non sono rare, non stupitevi!), per cui mi sono goduta i colpi di scena, ma soprattutto perché lo stile di Palahniuk è stata una straordinaria scoperta. 


Come al solito, mi viene spontaneo fare il paragone fra la scrittura omologata del bravo esordiente e la grandezza degli scrittori che, a ragione, diventano famosi. 

Un giovane di ottime speranze ha pubblicato un romanzo con una nota casa editrice; lo sto leggendo adesso, ma, a parte la stesura corretta e le capacità innegabili dell’autore, la storia mi lascia indifferente e so perché: abbonda di luoghi comuni, inseriti in un contesto raccontato in prima persona e con il tempo verbale al presente, ovvia combinazione nella maggior parte delle narrazioni che fanno la fortuna di tanti esordienti, oggi.

Okay, anche “Fight club” è in prima persona e al presente ed era un esordio, ma vi assicuro che letti in contemporanea, i due testi, non sono neanche lontanamente paragonabili: uno scala l’Everest, l’altro le colline dietro casa mia.

 

Forse sono io quella con l’ottica sbagliata, che non sa cogliere la preziosità racchiusa in molti libri e resta spesso (non sempre, per fortuna) delusa da contenuti o modi di scrivere che sembrano asserviti solo ed esclusivamente alle esigenze del momento. Questi sono i tempi che parlano di sbarchi clandestini, di razzismo e di una generazione di giovani cinici, che disperdono energie nella vacuità di festini hard, droghe e sesso libero, dunque raccontarne garantisce una presa facile sul pubblico.

La storia che sto leggendo butta nel calderone i temi degli odierni dibattiti sociali: l’immigrazione, la dissolutezza anche in ambienti sofisticati (mi viene da pensare ai party nella “Terrazza sentimento” delle recenti cronache) e poi mette in campo il solito passato difficile, che finisce inevitabilmente per condizionare l’esistenza delle persone: figlia cresciuta con una mamma drogata che muore e lei ruba, ma solo per compiere un’opera buona e spaccia, ma solo per dare una mano al fratello. Così la ragazza stronza che, almeno, all’inizio è coerente con il suo personaggio, in realtà è una vittima della società, che commuove e ottiene dal lettore indulgenza, divenendo, poi, la protagonista di una storia d’amore: un classico! 


Mi chiedo: cosa condiziona maggiormente il giudizio su un’opera, la storia in sé o lo stile in cui è scritta, a prescindere dal contenuto?


Ho capito solo negli ultimi tempi, dopo anni in cui mi sono sempre ostinata a leggere un certo tipo di narrativa, che la mia preferenza non va tanto a un genere letterario a scapito di altri (escludendo i classici, che formano una categoria a sé), ma al “come” la vicenda è narrata: lo stile, per me, ha un’importanza che prima ritenevo secondaria rispetto alla storia. Mi bastava che le trame mi piacessero, che mi coinvolgessero e tutto il resto contava meno. Invece mi accorgo, adesso, che mi interesso al contenuto narrato, ma con un occhio attento allo stile e che non riesco a valutare un libro senza guardare alle scelte operate dall’autore, ai mezzi espressivi utilizzati, se sono banali, se sono standardizzati, se seguono le regole della buona scrittura o, egregiamente, le ribaltano. Quando ho letto “Infinite Jest” continuavo a ripetermi: “Wallace è pazzo”, “Wallace è malato”, “chi mai scriverebbe come Wallace?”, ma quella scrittura “impossibile” mi ha totalmente conquistata.

Palahniuk scrive storie al limite del raccapricciante, potrebbero non avvicinarsi minimamente ai miei gusti, eppure “Fight club” mi è piaciuto molto, perché la trama nichilista, che sfiora il grottesco, è trattata con uno stile unico: le convenzioni della sintassi non sono osservate, c’è questo incalzare ossessivo di espressioni. Sobbalzo insieme alle parole, perché esse danno alla scrittura un ritmo psicotico, che rende il mio scorrere gli occhi fra le righe un’esperienza elettrizzante, mai noiosa.



Il brano, tratto da “Fight club”, sta parlando di una malata terminale che il protagonista incontra in un gruppo di sostegno


Prendi il giovane esordiente, invece, con la sua trama scritta benissimo, i dialoghi fluidi ed efficaci, le descrizioni impeccabili, ma le tematiche abbastanza scontate: se non le fai camminare su idee stilistiche innovative, non so un linguaggio fuori dal comune, un lessico all’avanguardia, persino su azzardi grammaticali, rimane comunque una storia poco stimolante, che finisce per esaurire ogni curiosità.



Incipit de “Gli annegati” di Lorenzo Monfregola

Giungo a queste conclusioni: nella narrativa contemporanea, di storie belle potrebbero essercene tante. Se non è uno stile originale a connotarle, tengono piacevolmente compagnia per la durata della lettura, poi vengono archiviate e si dimenticano. 

Le storie brutte e basta non hanno bisogno di commenti, ma quelle scomode, disturbanti, lontane in genere dai gusti personali, si salvano se sorrette da una scrittura graffiante, provocatoria, strana, originale; dallo stile, insomma, che è l’unica ragione per cui quella lettura rimarrà indimenticabile, nonostante il suo contenuto.


È un’opinione confutabile, la mia?




 


24 commenti:

Irene Z. ha detto...

Condivido pienamente il tuo punto di vista, Marina. Certo, tu metti sul piatto della bilancia Palahniuk - eheheheheheh - e cosa pretendi? Che l'esordiente riesca a reggere il confronto? (anche se, ti dirò, lo stralcio d'esordio che hai proposto non mi è dispiaciuto). Il mio punto di vista è assolutista: sei uno Scrittore solo quando possiedi il talento del contenuto (la genialità della trama) e al contempo quello dello stile (uno stile tuo, originale, naturale, che viene fuori con la stessa facilità con cui respiri - perché, per l'appunto, ne possiedi il talento). E'come essere uno chef: puoi anche preparare la lasagna più particola e gustosa al mondo ma se nel piatto la presenti come un'accozzaglia di sfoglia e quant'altro, a chi andrà di mangiarla? A far la lasagna siamo buoni tutti: ma la Lasagna indimenticabile la confeziona solo chi possiede il talento per farlo. Stile e contenuto: di pari passo, con un pollice in più allo stile.

Giovanni ha detto...

Lo stile è lo stile, è la pelle dell'autore che si fa viva su carta e non tutti ne hanno, di stile. Si può rendere banale la più grande storia perché è uno stile asciutto e uguale a quello di tanti altri che nemmeno ti ricordi chi lo ha scritto perché hanno insegnato a tutti che le storie si scrivono così se vuoi essere chiamato scrittore. E si più rendere molto accattivante una storia uguale a tante altre ma raccontata con uno stile originale.
Poi tra capolavoro, bravo autore e il resto del mondo ci passano oceani.
A volte credo sia anche l'umore che ci aiuta nella lettura e ad apprezzare un dato autore in un dato momento. Magari in un altro periodo, rileggendo lo stesso autore, non si riesce a rimanerne così affascinati come è accaduto quella volta, però sullo stile c'è da alzare le mani.
Con lo stile si plasmano le cose, come quando lavori la ceramica. Il materiale è creta, la creta è sempre la stessa, però poi dipende da chi usa la creta cosa è capace di fare. Per gli autori sono le parole, la sequenza di parole e le parole stesse che messe insieme definiscono l'autore e il suo stile. Facendo attenzione, ovviamente. Perché le parole confondono.

Claudia Turchiarulo ha detto...

Per me lo stile è fondamentale.
Potrei leggere con fatica una breve storia meravigliosa ma scritta male, e invece divorare un libro di 300 pagine dai temi pesantini, ma scritto con fluidità.
Ecco, questo per me conta davvero.
Lo stile è fondamentale.

P.S. Credevo di essere l'unica a rimuovere completamente la trama dei film (e dei libri) dai miei ricordi. ;)

Luz ha detto...

Secondo me, di base, il paragone non regge. Bisognerebbe fare scontrare due giganti, allora se ne può parlare. L'esordiente si muove in uno spazio confortevole, il suo incipit è ben scritto, ma rientra in una correttezza formale e forse in un déjà vu che alle lunghe annoia, o perlomeno non resta memorabile. Il grande autore dalla scrittura provocatoria è quello dallo stile che lo ha reso celebre, molto più che la storia.
Vengo al tuo piano iniziale: il cosa o il come? A mio parere devono funzionare bene entrambi. Perché se Palaniuk ha un "come" d'effetto ma la storia si sgretola e frammenta in quello stile che poi è la cosa che ricorderai, allora è un bello spettacolo di stile. La sua scrittura a ben guardare non è nemmeno una vera narrazione, assomiglia piuttosto a una drammaturgia, è tutta sensoriale, graffiante, scardina i canoni della narrazione tout court. Perché non mi si venga a dire che la narrazione vera, oggi, quella autentica e unica possibile sia questa. Può essere una proposta, una possibilità. Preferisco l'ipotassi alla paratassi. Forse perché in fondo un testo così in tanti si possono provare a farlo, e certo garantisce un ritmo veloce che non ti fa staccare dalla pagina. Preferisco la complessità sintattica di Roth, di Márai, di certo Baricco, per dire tre veri scrittori.

Annamaria ha detto...

Quando ero più giovane, amavo molto gli Esercizi di stile di Raimond Queneau. Li trovavo fantasiosi e divertenti e in effetti lo stile è senza dubbio l'elemento che rende accattivante anche un testo banale. Però...nel momento di creare una vera e propria narrazione, non si può costruire sulla banalità o sul vuoto, occorre anche sostanza.
Alla domanda il cosa o il come? rispondo quindi "entrambi" e mi trovo d'accordo con Luz perché penso anch'io che, oggi, uno stile come quello di Palahniuk in "Fight club" non sia l'unica narrazione autentica possibile.
Grazie!

Ariano Geta ha detto...

Lo stile ha certamente la sua importanza. Si può narrare la stessa, identica storia con due stili diversi, e se nel primo caso sembrerà un po' soporifera nel secondo potrebbe benissimo essere trascinante. E' questo che distingue lo scrittore / narratore dall'uomo comune che racconta una storia.
Però alla fine però deve anche esserci del contenuto. Per fare un nome celebre, io evito accuratamente Baricco perché dopo aver letto "Seta" e "Novecento" ho capito che lo stile costruito sopra una storia che alla fine non dice nulla, personalmente non mi aggrada (quella su Baricco è solo una mia opinione, eh! Non ho la pretesa di enunciare verità oggettive, specialmente quando si parla di letteratura).
E quindi sì, lo stile è ciò che rende tale uno scrittore. Però è una peccato se dietro lo stile non si rivela un contenuto all'altezza.

Marina ha detto...

Mi sono trovata a leggere in contemporanea questi due libri, non che quello dell’esordiente fosse brutto, anzi, ti dirò, è partito bene, poi si è un po’ perso nella storia d’amore, ma obiettivamente è scritto da mani esperte, si vede. Però anche “Fight club” era l’esordio di Palahniuk: oggi lui è famoso, ma quello era il suo primo libro e già scriveva in quel modo. Ecco, su questo hai ragione: credo ci siano persone con un talento nella scrittura, risultano originali da subito, senza doverlo prima imparare. Le storie belle scritte con uno stile unico sono il top, ma ho capito che se io dovessi scegliere tra storie belle, scritte in modo ordinario e storie meno belle, con uno stile ingegnoso e originale, il mio voto andrebbe a quest’ultime.
Poi, certo, la signora lasagna indimenticabile... che te lo dico a fare! 😁

Marina ha detto...

Ottimo finale! 😁
Hai detto ciò che penso: in fondo, anche la trama di “Fight club”, in sé, ripete una tematica conosciuta, ma Palahniuk l’ha trattata in un modo inedito e credo sia questo ciò che uno scrittore dovrebbe fare, perché tutto è stato detto, difficile raccontare qualcosa di totalmente innovativo, ma esiste uno strumento, uno solo, per riuscire a farlo ed è lo stile.

Marina ha detto...

Sei in ottima compagnia, vedi? Ma poi, la cosa grave è che di solito non mi ricordo nulla, eppure via via che vado riscoprendo la storia, mi torna in mente qualcosa; questa volta, zero totale, però è stato un bene, perché non mi sarei goduta la lettura del libro di Palahniuk conoscendone la chiave di lettura e tutti i risvolti. Ed è un caso in cui, pur non amando questo genere di storie, ne sono rimasta entusiasta.

Marina ha detto...

Sai perché ho osato il paragone? Perché “Fight club” è stato l’esordio di Palahniuk. Ora lo leggiamo per la sua fama, ma all’inizio, con quel libro, nessuno lo conosceva come narratore. Questo esordiente, bravissimo, la sua scrittura è perfetta, davvero, potrebbe diventare anche lui famoso, un giorno (cosa che, ovviamente, gli auguro di cuore), ma resta il fatto che si è cimentato su un terreno su cui tutti potrebbero sperimentare la propria bravura nella scrittura. Dunque, al netto della fama di Palahniuk, io avevo davanti due romanzi “esordienti” e, nonostante le tematiche di entrambi non mi fossero congeniali, ho dovuto ammettere che lo stile ha segnato la differenza.
Adesso, vorrò leggere altro dì Palahniuk, perché voglio capire se, come dici tu, il suo è solo un esercizio di stile oppure se le sue storie sono tutte interessanti. Questa di “Fight club” è una storia bella, violenta, forte, abbastanza inquietante, ma di sostanza. Il valore aggiunto, però, per me, è stato proprio il come ha saputo raccontarla.
Ho voluto fare una riflessione oggettiva, perché, affidandomi alla soggettività, anch’io, quanto a letture, farei scelte diverse, però se ci fermiamo ai grandi è scontato, con Roth, Marai, Baricco, il gioco è facile, ma se volessimo apprezzare un esordiente, sconosciuto, cosa ci conquisterebbe? Ecco che ti dico che starei più attenta allo stile che alla storia in sé, perché quello lo allontanerebbe dall’ordinarietà di questi giovani, promettenti, scrittori.

Marina ha detto...

Escludere totalmente la sostanza a favore della forma no, non mi sognerei mai di apprezzare un lavoro solo stilisticamente originale, senza riscontrare una trama di base. L’ho letto un libro così, anche questo di un esordiente, che ha scritto un romanzo allucinante, senza capo né coda, solo con delle astrusità stilistiche innovative, anche troppo, che, forse, potevano essere persino geniali se si fossero accompagnate a una narrazione sensata.
L’unica narrazione autentica possibile no, ci mancherebbe, ma una narrazione unica in grado di farsi indimenticabile sì! Se anche preferisco altre scritture, non posso che applaudire a questa di Palahniuk, perché so che non dimenticherò mai il modo in cui ha raccontato la morte incalzante di un soggetto al culmine della sua malattia.

Marina ha detto...

Io ragiono più in termini di “affinità”, quando suol dirsi: questa storia è o non è nelle mie corde. Così, ho delle preferenze quando scelgo cosa leggere e un genere letterario di favore rispetto ad altri. Tuttavia, quando m’imbatto in letture che, forse, mai avrei scelto o in curiosità che vorrei soddisfare (come quella, improvvisa, che mi è insorta per Palahniuk) e quelle letture mi sorprendono per il contenuto (non nelle mie corde) trattato in un modo che ha fatto presa su di me, allora, insomma, gridò al grande successo personale, cioè lo trovò più gratificante che andare sul sicuro con le letture che so mi piaceranno. E le migliori scoperte dipendono sempre dallo stile riscontrato in quegli autori (vedi il citato Wallace).

Giulia Lu Mancini ha detto...

Non ho letto nulla di Palahniuk, mi incuriosisce l’altro suo romanzo Invisible monster che parla di un argomento complesso quanto terribile.
Comunque lo stile è importante ed è anche importante che piaccia, per esempio non sono mai riuscita a leggere un romanzo di Baricco, come Ariano, il suo stile non mi coinvolge, un contenuto ci vuole altrimenti anche uno stile perfetto resta un guscio vuoto.

Grazia Gironella ha detto...

Apprezzo uno stile originale, ma non mi piace che mi distragga dalla storia, come a volte succede, quindi per me è più importante il "cosa", senza dubbio... ma uno stile decente, magari un po' incisivo, non si può inserire nel pacchetto? Non si può avere... tutto?

Irene Z. ha detto...

Marina, però convieni con me che di Palahniuk ne nasce 1 ogni 1000 (a essere buoni 500)?😁...
Secondo me dopo una certa ti stancheresti dello stile che si divora una buona trama 😉 La vedo un pò come Luz.

Marina ha detto...

In Palahniuk, almeno in questo romanzo che ho letto e che per ora è l’unico, trama e stile si sposano alla perfezione, non c’è solo una esibizione di talento fine a se stessa. Ho semplicemente seguito e apprezzato molto la storia perché aveva un elemento potenziato che era lo stile. Quello che sto tentando di dire è che una trama non brutta, solo lontana da un gusto personale, può trovare il favore del lettore, che preferisce leggere altro, grazie al modo in cui essa è scritta.

Marina ha detto...

Sono d’accordo. Ma, per me, vale anche il contrario: intendo dire che può esserci una storia interessante che, però, si fa fatica a seguire a causa dello stile, per esempio “Accabadora” della Murgia. A me non è piaciuto, perché a fronte di una tematica così importante ben narrata nella trama, il suo preziosismo nel linguaggio non è riuscita a conquistarmi (stessa cosa accaduta quando ho letto, della stessa autrice, “Chirù”)

Marina ha detto...

Sì, certo e ci sono libri che soddisfano sotto entrambi gli aspetti. Lo stile deve colpirmi, dunque essere anche bizzarro, nel caso, solo se leggo un libro che non è nelle mie corde. Io non ho mai voluto leggere Palahniuk perché pensavo non mi fossero gradite le sue storie (sentendone parlare), poi, proprio senza averlo preventivato, mi sono trovata immersa in questo “Fight club” e mi sono ricreduta, perché catturata dallo stile. Dunque, lo stile non deve per forza essere quello adottato da Palahniuk, ma per apprezzare narrazioni cui normalmente non dedicherei il mio tempo, allora sì, penso che esso sia molto importante.

Marco Lazzara ha detto...

In realtà per me ci devono essere tutti e due.
Stephen King è bravissimo a scrivere, bisogna riconoscerglielo, ha quello stile che ti cattura e che fa divorare i suoi libri. Però da un ventennio o giù di lì ha sfornato tante di quelle porcate che alla fine sono lo stesso illeggibili. Scritte bene, per carità, ma se la storia non va, non andiamo da nessuna parte.
Anni fa ho invece letto il romanzo d'esordio della Gazzola, L'Allieva, e ho pensato a quale immenso CULO ha avuto questa qui. Il romanzo non è brutto o scritto male, però è proprio sciapo. Eppure pubblicato da una grossa casa editrice, un esordiente, e poi ne hanno tirato fuori una serie televisiva di successo. Non so come sono i successivi, però miseria.
Se poi stai cercando uno stile particolare, innovativo, in un esordiente, con una storia intrigante, leggiti il primo della serie della ghostwriter di Alice Basso. Almeno ti diverti.

Marina ha detto...

Mi è capitato di vedere in tv “L’allieva” e insomma, non mi ha fatto impazzire. Ho subito immaginato che il romanzo potesse non farmi altrettanto impazzire, ma nessuna curiosità di verificare. Sono storie che possono prendere o meno, ma per le quali non gridi al capolavoro e oggi si sa che il successo dipende da mille altri fattori. A me piace stupirmi, scommettere su cose che sono sicura scarterei e invece, alla fine, risultano essere sorprendenti: la mia comfort zone, nella lettura, va in direzioni ben precise, ma io adoro scardinare i miei pregiudizi e le mie certezze. Per questo uno stile innovativo su una storia che, forse, mai leggerei, mi elettrizza. Cercherò il libro che suggerisci e vediamo se mi scatta la curiosità, perché comunque un guizzo lo devo avere, se no parto male.

Tenar ha detto...

Credo serva un giusto mix.
Al momento sto leggendo "Acquadolce" un romanzo africano dallo stile molto particolare ed è lo stile, principalmente, a tenermi avvinta, ma lo stile deve essere funzionale a ciò che si racconta. Tra le letture di quest'anno ho amato moltissimo "Venivamo tutte per mare" in cui uno stile molto particolare (credo sia uno dei pochi libri narrati alla prima persona plurale) si adattava perfettamente al racconto delle donne immigrate dal Giappone agli USA. Lo stile fine a se stesso, invece, mi irrita.

Marina ha detto...

La riflessione è nata dalla lettura di quel romanzo, “Fight club”, che forse non avrei mai letto, per il genere, per il contenuto. Va bene che la prima molla che mi proietta verso un libro è la curiosità, ma con questo di Palahniuk ho anche sperimentato il gusto di godermi una storia resa accattivante proprio dallo stile. Non mi sono annoiata, sono entrata dentro la paranoia dei personaggi e mi è piaciuto. Allora, viva le storie che catturano solo perché scritte in un certo modo, le storie che scopri essere belle perché raccontate con uno stile bello.

Barbara Businaro ha detto...

Oddio, dei due non mi entusiasma nessuno. Che se il romanzo di Palahniuk è scritto tutto così, allora preferisco il film (e non è no di quei film che mi entusiasmano...)
Scrivere un romanzo è come fare una torta, e qui so che mi seguirai bene. ;)
Ora ci sono dei pasticceri che fanno delle torte meravigliose da vedere, elaboratissime, come il "Boss delle torte" italo americano Buddy Valastro che si vedeva tempo fa su Real Time, ora Discovery+. Torte a forma di macchina da Formula 1 a grandezza naturale, torte che replicano un intero cartone animato Disney, torte che per trasportarle devono essere in dieci, fermando pure il traffico.
Poi le assaggi e non sanno da niente. Perché è sempre pan di spagna, crema al colesterolo (non si può chiamarlo burro), pasta di zucchero e coloranti che nemmeno Giotto aveva tanta disponibilità. Stop.
Poi vai al Rifugio Passo Manghen e ti servono lo strudel più buono dell'universo, fatto da loro. Che a vederlo diresti "è solo uno strudel, il classico con mele, uvetta, cannella, dentro la sfoglia..." ma a mangiarlo è un salto in paradiso, come se il posto non meritasse già di suo. E io non sono nemmeno una patita di strudel!
Quindi tra contenuto e stile non saprei dirti cosa conta di più, l'importante è l'esperienza di lettura nella sua totalità.
Ci aggiungo: confrontare un autore estero, che tu leggi in traduzione, pubblicato nel lontano 1996 con un autore italiano pubblicato nel 2021, pure anno di pandemia, non è proprio proprio corretto. L'autore estero arriva in Italia quando ha già affrontato il suo mercato, con chissà quali sostegni può permettersi l'editore da quelle parti. L'esordiente italiano ha già vinto solo per avere trovato qualcuno che lo pubblica, di questi tempi. E dubito che gli editori italiani siano così propensi a rischiare uno stile particolare. Probabilmente scrivendo come Palahniuk non avrebbe nemmeno passato la selezione della segretaria che legge le mail...

Marina ha detto...

Però se trovi lo strudel buono vestito da Formula 1, il fatto che il dolce sia buono e anche presentato in modo originale aumenta il plauso verso il pasticcere. Salvando sempre i gusti personali, quello è ovvio, che se non ti piace la pagina di Palahniuk non provo a convincerti del contrario. Per me la lettura di Fight club è stata sorprendente, ma mi era piaciuto anche il film, in verità. Palahniuk è molto originale, non si può non ammetterlo: ho letto anche “Soffocare” e la storia è pazzesca, cose assolutamente non mie, ma godibili solo per il modo in cui sono scritte. Mi sono divertita, nonostante la follia (magari ne riparlerò più approfonditamente in altra sede).
Il ragionamento sull’esordiente è convincente. È vero, i tempi di pubblicazione sono diversi e non sappiamo come gli esordienti di quindici anni fa venissero trattati da editori, tra l’altro, americani. Certo, hai ragione, soprattutto con la crisi nell’editoria che stiamo vivendo noi qui! Comunque,il giovane scrittore ha scritto bene il suo libro, scontatino, ma sicuramente qualitativamente valido. Incontrerò l’autore al prossimo incontro di lettura. Gli dirò le cose che ho pensato, anche alla luce della riflessione fatta in questo post. Un’altra persona alla quale starò sulle palle! 😖 😋