Fermare i pensieri in corsa, quando attraversano il nostro cervello; fissarli perché non si confondano nel caos di immagini quotidianamente registrate e di sensazioni assorbite mentre parliamo, osserviamo, percepiamo odori, ascoltiamo, mentre, cioè, i nostri sensi lavorano e noi inconsciamente li assecondiamo. Ecco, è questo ciò che faccio io portandomi dietro un taccuino: ce l'ho in borsa e se non è in borsa è in una tasca ma sempre con me, pronto a ricevere suggestioni, a raccogliere e conservare tutto quello che mi colpisce e non voglio vada disperso o dimenticato.

martedì 13 ottobre 2015

Le "Cinquanta sfumature" del Pentamerone

Un modo diverso per sottolineare la funzione della metafora

"La persistenza della memoria" - Salvador Dalì

Userò un pretesto letterario per confessare la mia passione per le metafore. Il pretesto letterario è un testo del diciassettesimo secolo scritto in lingua napoletana da Giambattista Basile, scrittore di epoca barocca che, con quest'opera, ha creato il primo precedente storico di "fiaba" utilizzata come espressione popolare. 

La raccolta si chiama "Pentamerone" (o "Lo cunto de li cunti") per via della struttura formata da cinquanta fiabe narrate da dieci personaggi in cinque giornate.

Prima, però, una necessaria nota introduttiva - e contemporanea - per giustificare la mia divagazione di oggi.

Lo scrittore che narra deve usare un linguaggio che favorisca l'immersione nel racconto in - e direi anche con - tutti i sensi: il lettore deve guardare con gli occhi, udire con le orecchie, gustare con il palato, sentire con il naso, toccare con le mani; deve "vivere" dentro la storia in cui si immedesima aprendo il libro.
Per riuscire a fare ciò, egli deve intrecciare pensieri in periodi compiuti che abbiano soggetti, predicati, aggettivi, anche avverbi, quando servono; deve fare in modo che il lettore si senta partecipe di una scena, protagonista attivi di un dialogo; deve smuovere l'immaginazione, provocarla, guidarla. E non è sempre scontato che ciò accada. 
Sì, abbiamo sopra la testa un cielo e non è difficile scrivere che esso è azzurro o grigio, che le nuvole lo attraversano e che di notte si riempie di stelle. Possiamo anche parlarne così, ma l'effetto si appiattisce un po', credo. E se invece dicessimo che il cielo mette in pace il mondo, o che che è la proiezione di pensieri sereni, non lo percepiremmo come luminoso e bello? Se lo descrivessimo come lo specchio di oscuri presagi, non lo avremmo, al contrario, mentalmente dipinto di grigio?
Ho finito da poco un libro della scrittrice tunisina Azza Filali, Ouatann, ombre sul mare; leggete in quanti modi l'autrice prova a trasmettere la sensazione rilasciata dal mare:

Tutt’intorno il mare aveva quel fruscio di seta delle notti estive,”

Più tardi, il vento tacque e il mare invase la camera.

In lontananza, il mare fa oscillare le sue onde, un rollio ben temperato che fa da orlo alla notte.”

Oggi, il mare ha bagliori metallici, è da un mese che lo contemplo, non ha mai avuto il turchese imbecille degli opuscoli per turisti».
(Questa è fantastica! n.d.r)

Rappresentare un'immagine con espressioni che suggeriscono un'idea, che spingono la fantasia a dare il massimo di sé, senza fornire subito il "benservito" con le parole ovvie, è quello che per me si dovrebbe fare in narrativa. E così ammetto che mi piacciono le metafore come le riuscite similitudini: “nel lucernario, il mare continua a muggire come un animale ferito.” (Frase sempre tratta dal romanzo di cui sopra); forse più le prime che le seconde, quando si rafforza un termine o un concetto con parole che sappiano migliorarne la forza espressiva. Preferisco l'evocazione di immagini, la comunicazione attraverso espedienti che suscitino sensazioni particolari. Ma anche lì bisogna fare attenzione a non cadere nella facile banalità, con tutti quei luoghi comuni e il linguaggio stereotipato che spesso tolgono spessore ed efficacia al testo; così come è speculare il rischio di incappare in metafore esasperate che rendono la descrizione ridondante, fin troppo ricca di un'espressività che la trasforma solo in uno stucchevole giro di parole.

Quest'estate - e mi riallaccio alla premessa - ho letto un breve saggio scritto da Italo Calvino, che si chiama "Sulla fiaba". Dopo averlo citato anche in un mio precedente post, adesso lo metto in campo per un capitolo che ho trovato straordinario: "La mappa delle metafore", quello, cioè, in cui Calvino traccia un inventario molto rappresentativo delle metafore utilizzate da Basile nel suo "Pentamerone".
Basile visse durante il periodo barocco, dove ogni manifestazione espressiva di natura letteraria, artistica e musicale assumeva un carattere ampolloso, con forme affettate di ricercatezza ed elaborazioni complesse. In letteratura, poi, venivano prediletti alcuni temi tendenti al brutto, al grottesco, persino al macabro. Nell'opera citata, il nostro autore seicentesco ci offre un esempio del suo denso linguaggio barocco, tutto intriso di metafore che lui usava, per dirlo con le parole di Calvino, non come "un ornamento che infiora la struttura degli intrecci" ma come "la vera sostanza del testo". 

Credetemi è un vero divertimento leggere con quante sfumature Basile abbia rappresentato albe e tramonti, trepidazione sessuale e morte.

Voglio condividere con voi parte del campionario oggetto degli studi di Calvino, sicura che troverete interessanti alcune straordinarie forzature:

ALBA:
"... quando la Notte fa gettare il bando degli uccelli promettendo buona mancia a chi le recherà notizie d'un branco d'ombre nere sperdute..."

"... quando il gallo, che è spione del sole, avvisò il padrone che le ombre erano fiaccate è disfatte..."

"... tostoché per la visita del Sole, furono liberate tutte le ombre che erano state messe in carcere dal Tribunale della Notte..."

"... quando le ombre della notte, perseguitate dagli sbirri del sole, sfrattano il paese..."

"... quando al mattino la Luna, maestra delle ombre, concede feria alle discepole per la festa del Sole..."

TRAMONTO:

"... non ancora la Notte era uscita alla piazza d'armi del cielo a passare in rivista i pipistrelli..."

"... quando il Sole è portato come mariolo con la cappa sul capo alle carceri dell'occidente..."

"... quando il Sole, desideroso di dormire alle rive del fiume dell'India senza zanzare, spegne il lume..."

... quando la Luna, come chioccia, chiama le stelle a beccare le rugiade"

MORTE:

"Calate le vele della vita, entrò nel porto di tutti i guai di questo mondo..."

"Giunti sul punto di saldare i conti con la natura e di stracciare il quaderno della vita..."

"Figli miei benedetti, già poco possono tardare gli sbirri del tempo a sfondare la porta degli anni miei..."

Ma ho lasciato il piccante alla fine, così da dare il tempo ai minori di età di voltare pagina web e a noi di goderci anche le sfumature hard del Pentamerone:

"quando sentì presso di sé quella persona, e, tastando, s'accorse del morbido, e dove pensava di toccare pungoli di istrice, trovò cosa più sottile e molle della lana barbaresca, più pastosa e soffice della coda di martora, più delicata e tenera delle piume del cardellino, si lanciò ad abbracciarla e stimandola una fata le si attaccò come polpo e, giocando a passera muta", fecero a pietra in grembo".

Un libro di esordiente scritto azzardando metafore simili potrebbe rappresentare una nuova svolta oppure decretare la morte di un sogno.
Io suggerirei di non provarci!

A voi piacciono le metafore?

P.S. Ho pensato di ripescare l'argomento dopo essermi gustata il post di Tenar sulle sue sensazioni a seguito della lettura de "L'amante di lady Chatterly" di David Herbert Hawrence, con particolare riferimento alle cinquanta sfumature di foresta inglese da cui ho mutuato il titolo di questo post.

20 commenti:

  1. Le metafore mi piacciono molto, specie se usate con maestria ;-)
    Però da questa: "quando il Sole, desideroso di dormire alle rive del fiume dell'India" dovrei dedurre che il sole è tramontato a est? ?_?

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Boh, perché il fiume dell'India che sarebbe?
      Se la devo dire tutta, io ho solo riso, onestamente!

      Elimina
  2. Le metafore, oggi, sono complicate da usare perché quasi nessuno può permettersi di farlo. Serve molto coraggio e una capacità comunicativa da "creativo" che si trova raramente: penso a D'Annunzio, per dire, che infatti ha fatto tanto il pubblicitario quanto l'autore.

    Però fammi fare il pedante :)
    quelle di Azza Filali non sono proprio metafore: più che altro mi paiono sinestesie (tranne la terza, direi). Altra figura retorica, che a me piace moltissimo.

    A proposito di pedanteria ti dico solo questo:
    Una ragazza va dal suo moroso e gli dice:
    - Basta, non ti sopporto più. Ti lascio.
    - Ma perché?
    - Perché sei insopportabile, sempre inutilmente preciso.
    - Preciso?! Adesso sono diventato un righello! Semmai, pignolo.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. No, in realtà della Filali volevo sottolineare il modo in cui approfondisce le descrizioni.
      (Ho cercato, nel frattempo, il significato di sinestesia!)
      Miii, ma come sei preciso!!

      Elimina
  3. Evocare le immagini con le parole (senza cadere nei luoghi comuni) è qui che sta la bravura di uno scrittore,
    ecco io non sono sicura di riuscirci soprattutto per il rischio di incappare nelle famose frasi fatte…
    belle le metafore di Calvino (mi piace quella del tribunale della notte).
    Le metafore mi piacciono, ma a piccole dosi.
    Pere quanto mi riguarda cerco di non abusarne... :-)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. per non pere ... non era una metafora

      Elimina
    2. Accidenti, le frasi fatte sono sempre dietro l'angolo, vero!
      Però anche le elaborazioni troppo roboanti sono da evitare come la peste! Come sempre buon senso ed equilibrio dovrebbero guidare i passi anche di uno scrittore!

      Elimina
  4. A me le metafore piacciono quando sono insoliti, calzanti e poche. Una ogni tanto quando ci sta. Il passare in rivista i pipistrelli di Basile, ad esempio, è meravigliosa.

    Ti ringrazio molto per la citazione. Lawrence è in generale parco di metafore, abbonda solo quando la narrazione si fa piccante. Il risultato è che mi ha generato più perplessità (anche a livello tecnico, non conoscendo l'esatta forma delle piante a cui gli amanti dovrebbero assomigliare) che sensualità... Insomma, quando il troppo stroppia.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. E poi ricordiamoci sempre dei tempi in cui scrivevano: Basile lo fa nel '600, in quel contesto barocco tutte quelle metafore pazzesche sono calzanti, ma tu te lo immagini scrivere in quel modo oggi?
      Eppure, non scherzavo quando ho chiuso il post dicendo che potrebbe essere un'autentica rivoluzione per uno scrittore contemporaneo esordire con un linguaggio simile! :)

      Elimina
  5. A me piacciono le metafore (purché non siano troppo astruse), soprattutto come lettore.
    Come scribacchino le evito perché ho sempre paura di essere... astruso ;-)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Io no le evito ma le doso e le calibro in base alle esigenze narrative.
      Non ne abuso, perché sono anche un bel rischio!

      Elimina
  6. Le metafore mi piacciono, ma il punto di vista in terza limitata - specialmente quando i protagonisti sono giovani - mi impedisce di usarle come vorrei. Pensieri troppo evoluti e profondi potrebbero stridere con la natura del N. ventenne, che comunque è un tipo pragmatico e alle prese con problematiche che lasciano poco spazio a divagazioni poetiche. Già quando cresce posso osare un po' di più...
    Se il punto di vista appartiene a un altro personaggio... dipende!
    Uso le metafore se riesco a veicolare il concetto senza staccarmi troppo dallo stile che ho scelto. Mi piacerebbe che ogni figura retorica scaturisse in modo quasi naturale dalla scena stessa...

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Giusto oggi, quando ho letto la tua nuova parte, mi dicevo che certo la metafora non si addice a una tematica postmoderna e infatti immaginavo il tuo N. , in mezzo a tutti i suoi guai, sparare qualche bella frasona piena di significati espressivi. Una terribile stonatura. Impensabile! È proprio un fatto di "genere narrativo" adeguato al proprio linguaggio!

      Elimina
    2. Sì è vero però ci sono tanti altri modi per andare in profondità, per fortuna. In fondo mi interessa scrivere una storia bella e ben scritta, senza incoerenze. Quando rivedrò l'intero libro farò anche un bell'esame del punto di vista! :-D

      Elimina
    3. Se parli di profondità, non hai da chiedere consigli a nessuno! ;)

      Elimina
  7. La metafora è un'arma a doppio taglio. La si trova involontariamente più che cercarla. Un'arma a doppio taglio è una metafora non voluta, per esempio. Sarà anche una buona metafora? Ma chissà.

    Un matrimonio è un'arma a doppio taglio. La useresti questa frase in un racconto? Un uomo è un righello. Sempre troppo corto per un matrimonio. E qui come la metti? Buona? Pessima? Quando una metafora funziona?

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Mi sento confusa. Non ho capito se a confondermi è la metafora, il doppio taglio, il righello o il matrimonio!

      Elimina
  8. Le metafore mi piacciono molto, ma le preferisco semplici e belle, isolate, non complesse o intrecciate. Nella complicazione, secondo me un po' del loro potere si perde. Certo senza metafore la scrittura sarebbe molto più arida! :)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Sono d'accordo soprattutto con l'idea della semplicità nella metafora: un eccesso di fantasia rischia di sfociare nel grottesco.

      Elimina