Fermare i pensieri in corsa, quando attraversano il nostro cervello; fissarli perché non si confondano nel caos di immagini quotidianamente registrate e di sensazioni assorbite mentre parliamo, osserviamo, percepiamo odori, ascoltiamo, mentre, cioè, i nostri sensi lavorano e noi inconsciamente li assecondiamo. Ecco, è questo ciò che faccio io portandomi dietro un taccuino: ce l'ho in borsa e se non è in borsa è in una tasca ma sempre con me, pronto a ricevere suggestioni, a raccogliere e conservare tutto quello che mi colpisce e non voglio vada disperso o dimenticato.

martedì 13 dicembre 2016

Il momento è ancora delicato?


"Una delle prime cose che ho imparato facendo il mestiere dello scrittore è che i racconti non vendono, anzi i racconti non fanno una lira, visto che era il lontano 1995."

Sono le prime righe dell'introduzione della raccolta di racconti "Il momento è delicato" di Niccolò Ammaniti, pubblicato nel 2012.

Venti anni fa Gian Arturo Ferrari, allora capo della Mondadori, voleva ripubblicare con la grande casa editrice il primo romanzo di Ammaniti, "Branchie", uscito sotto l'etichetta Ediesse. Poiché la transazione con i detentori dei diritti sul libro non andò a buon fine, chiese all'autore se avesse pronto un altro romanzo e lui rispose che no, in quel momento non ne aveva, ma aveva disponibili dei racconti. La controproposta fu rifiutata, anche se poi, con l'aggiunta di uno racconto lungo, la raccolta di Ammaniti fu pubblicata con il titolo di "Fango".
Nonostante le soddisfazioni, questo dei suoi è il libro che ha venduto di meno.
Perché i racconti non sono appetibili. I racconti non portano guadagno alle case editrici, i racconti non piacciono quanto i romanzi.
Ma è ancora così?

Trascurando il fatto che la pubblicazione della seconda raccolta di racconti di Ammaniti sia dipesa anche dalla sua indubbia fama, non notate comunque, adesso, un'apertura maggiore verso il racconto? direi quasi una rimonta del "fratello minore" del romanzo, che di minore, in realtà, ha solo il numero di pagine?

Ne ho già scritto in passato, in un vecchio post, ma ne riparlo volentieri perché pare che si faccia più "rumore", oggi, attorno al genere "racconto": fioriscono laboratori e progetti a esso dedicati, prova ne sono il portale cattedrale.eu, interessante "osservatorio" che monitora, sostiene e promuove il racconto, la nascita della casa editrice Racconti Edizioni, che pubblica solo opere in questa veste letteraria e l'esistenza di piattaforme (Tre racconti, Altri animali), che sono luoghi virtuali di incontro, condivisione e confronto creati nel presupposto di restituire al racconto la dignità che merita all'interno del panorama letterario.

Sembrerebbe che anche le grandi case editrici concedano più spazi alla narrazione breve, perché, forse, intuiscono il bisogno della gente di trovare soluzioni immediate e di maggiore fruibilità indotte dalla frenesia ormai diffusa della vita quotidiana.
Si legge poco perché non si ha più tempo di stare dietro a una storia lunga? perché la stanchezza, la sera, dopo una giornata di lavoro, fa desiderare il letto più per chiudere gli occhi che per tenerli aperti sulle pagine di un libro? E magari si rimane per giorni interi senza toccare il romanzo in lettura, con il rischio di lasciare la vicenda a metà strada, di dimenticarne gli intrecci, di smaltire la tensione che la continuità di solito garantisce. 
Se è il tempo a giocare un ruolo fondamentale, allora il racconto potrebbe essere la risposta giusta: le storie si concludono nel giro di poche pagine, non si lascia nulla in sospeso,  è più facile leggerle in un'unica soluzione, c'è anche la possibilità di non seguire un ordine di lettura: in un'antologia si può scegliere il titolo che incuriosisce di più, aprire a caso il libro e partire dal racconto centrale, leggere quello che chiude l'opera.
Senza considerare che ormai ci sono i dispositivi mobili che consentono una lettura comoda ed efficace dappertutto: in metro, in treno, dal parrucchiere, mentre aspetti il turno dal dentista (ogni riferimento autobiografico è puramente casuale.)

Sarebbe, tuttavia, riduttivo pensare che solo il fattore temporale possa determinare la scelta della narrazione breve rispetto a quella classica del romanzo. 
Ci sono motivi che io trovo ancora più condivisibili.

Premesso che non sono nuova all'esperienza "racconto", perché in passato ne ho letti parecchi: Italo Calvino, Edgar Allan Poe, Franz Kafka. Poi è venuto il tempo di Luigi Pirandello, Giovanni Verga, Grazia Deledda, Dino Buzzati, Jorge Luis Borges, Stefano Benni, Daniel Pennac, Yukio Mishima, Julio Cortazar, Anna Maria Ortese, Romain Gary, Niccolò Ammaniti, di recente Alice Munro, David James Poissant, e sono sicura di dimenticarne qualcuno. 
Dirò di più, credo proprio di essermi formata con i racconti, infatti ne scrivevo tanti e molti sono ancora lì, a disordinare i miei cassetti. 
Oggi, a distanza di più di venti anni, ho ritrovato l'interesse per la scrittura e la lettura di storie brevi, quelle di autori conosciuti (degli ultimi ho giusto parlato martedì scorso), ma anche quelle di autori in self (sto finendo di leggere l'ultimo capitolo della "Trilogia delle erbacce" di Marco Freccero: "La follia del mondo".) 

Non voglio essere ripetitiva elencando i vantaggi evidenziati altrove dai sostenitori del genere "racconto", ma mi soffermo su uno degli aspetti a mio avviso più interessanti: consentire al lettore di conoscere rapidamente gli elementi stilistici di un autore. 
Il romanzo coglie una dimensione dello stile adottato da uno scrittore, poi la conferma (o la smentita) arriva leggendo altre sue opere. Una raccolta di racconti rende più facile questa indagine, perché ogni racconto è un assaggio di quei tratti formali che caratterizzano un tipo di scrittura, le tante storie sono come piccoli romanzi che svelano il modo in cui un autore si atteggia di fronte all'arte della narrazione e danno la misura di ciò che da questi possiamo aspettarci.
Io ho scoperto così Edna O'Brien: i suoi racconti hanno un sapore che adesso so essere la sua cifra stilistica.

Ciò detto, quanta fiducia siamo disposti a concedere alla forma letteraria del racconto, supponendo che probabilmente non sia ancora questa la strada giusta per affermarsi?
Gli aspiranti scrittori non scrivono racconti perché sanno che un romanzo avrebbe una chance in più di pubblicazione? 
È per questo che arrivano meno proposte di racconti alle case editrici?

"Caro Ammaniti, lasciamo perdere, il momento è delicato", rispose Ferrari all'autore di fronte alla richiesta di pubblicare i suoi racconti.

Risponderebbero ancora così gli editori?

42 commenti:

  1. In realtà se un autore mi piace non disdegno di leggere anche una raccolta di racconti e poi, hai ragione, con il tempo risicato che abbiamo può essere preferibile per non perdere il filo...

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  2. Io, anche come lettore, apprezzo molto i racconti. Li prediligo quasi. Però non saprei dire se a livello editoriale ci sia ancora la tendenza a considerarli "minori" rispetto al romanzo o se le cose siano cambiate.

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    1. Io credo che stiano cambiando. Ho notato che molte case editrici stanno rieditando i racconti di autori famosi, c'è un ritrovato interesse da parte dei lettori di storie brevi. Scriverne da aspiranti scrittori, forse, incontra ancora qualche resistenza, ma anche in questo caso ho idea che qualcosa volga in positivo.

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  3. Trovo che quella del racconto sia una forma letteraria difficile, ho letto quasi tutti gli autori che hai citato in un periodo della vita che mi portava a desiderare di emulare quella maestria e capacità. Probabilmente è vero che i racconti non sono appetibili dal punto di vista commerciale come il romanzo, ma è anche vero che riuscire a condensare una storia in poche pagine offrendo orrizzonti di infinite prospettive è pura arte.

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    1. Sono convinta anch'io della stessa cosa. L'errore sarebbe pensare che scrivere racconti sia più facile solo perché la brevità comporta meno impegno. È il contrario: nella lunga corsa puoi esprimerti con calma e trovare mille modi per arrivare all'obiettivo finale, nel breve percorso devi muoverti con perizia perché la strada è una e non puoi sbagliarla. È anche per questo che leggo i racconti: studio l'efficacia di poche pagine, l'impatto che hanno su di me. Per imparare.

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  4. Da più parti, ultimamente, hanno lavorato per ricreare il mercato dei racconti: data la saturazione degli spazi classici, è stato ovvio imboccare una strada che all'estero ha una propria, normale, dignità.
    In questo senso hanno lavorato (e stanno lavorando) ottimamente i ragazzi di Racconti Edizioni: cresciuti alla scuola di minimum fax (e si vede), sono spesso visibili sia sulla carta stampata che sui social. Le proposte di livello alto ci sono (oltre a quelle che nomini, tutte buonissime, si può aggiungere Effe per esempio); comunque entrare lì non è più facile che nel circuito classico.
    Come ho detto anche altrove: personalmente trovo che scrivere racconti sia molto più difficile che scrivere romanzi.

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    1. Quello delle riviste letterarie è un mondo da scoprire: avevo sentito parlare di Effe, io conoscevo Con.tempo.
      Comunque, è vero che farsi apprezzare in questi ambiti non è cosa semplice: scrivere racconti non è meno difficile che scrivere un romanzo, l'attenzione è la stessa, la presenza di un editor è fondamentale anche in questo caso. Riconoscere pari dignità a racconto e romanzo è ammettere che il lavoro e l'impegno hanno la stessa matrice legata a un'idea valida e a uno sviluppo forte, soprattutto alla consapevolezza che la scrittura, in qualunque forma si presenti, va seguita, curata, perfezionata in ogni suo aspetto.

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  5. Io sono un amante del racconto breve e di conseguenza un grande fruitore del genere. Mi domando però se il libro ne sia il contenitore ideale. Io credo di no, il racconto dovrebbe trovare spazio su riviste e giornali, ad esempio, sulle pagine di blog, magari allegato a un romanzo (Urania, mi pare, un tempo lo faceva, o forse era Galaxy) o venduto singolarmente magari stampato in un formato particolare. Il racconto dovrebbe avere una sua dignità da solo, non necessitare di essere accorpato ad altri per raggiungere un numero di pagine che ne giustifichi la stampa. Ciò non toglie che io compri diverse raccolte di racconti ogni anno, ma la raccolta dovrebbe essere appunto una raccolta, non nascere come tale. Se mi perdoni il paragone un po' azzardato sarebbe come se un cantante incidesse come primo album un best of.
    Purtroppo in Italia le riviste e i giornali di rado pubblicano raconti e questo riporta al punto di partenza, come la pubblichi una raccolta di racconti (i migliori di quelli già pubblicati) se nessuno li pubblica prima?
    Il digitale però sta riaprendo un po' le porte, prendi ad esempio la collana zoom di feltrinelli che pubblica solo racconti lunghi che altrimenti difficilmente vedrebbero la luce.

    P.S. presentarsi a un editore con una raccolta di racconti è una cosa delicata, le poche che mi sono capitate in valutazione erano una collezione di tutto ciò che l'autore aveva scritto, un "tanto per provarci", una buona raccolta deve avere un filo conduttore e la scelta dell'ordine non può essere casuale. Se si riesce a presentare una raccolta che abbia un senso come insieme ben venga, altrimenti meglio destinarli ad altri scopi.

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    1. Il tuo paragone mi pare azzeccatissimo.

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    2. Per una casa editrice sarebbe un dispendio enorme pubblicare singoli racconti di poche pagine: penso al lavoro di impaginazione, la scelta di una copertina di volta in volta, il numero di copie da stampare, il rischio di invenduto sarebbe altissimo. Una raccolta sì, giustifica il tentativo. Ci sono anche modalità sperimentate che a quanto pare funzionano: le antologie multiautoriali a tema, ma anche il racconto lungo, che qualcuno chiama anche romanzo breve (forse anche furbamente, per risultare più convincente): in questo è maestro Luca Ricci, per esempio.
      È vero che le raccolte spesso accorpino "the best of", l'ultima che ho letto era così, il meglio della produzione dell'autrice degli ultimi cinquant'anni, ma forse per i grandi nomi questo ha un senso, per un aspirante certo, direi di no. L'apertura di cui parlo, tuttavia, ha anche questa finalità: concedere più spazio al racconto buono dello scrittore emergente, per questo esistono questi laboratori dove si fa sperimentazione e da cui escono ottimi prodotti.
      Sono d'accordo che una raccolta di racconti debba avere un filo conduttore che può essere il tema, la presenza di un elemento che si ripete, una tipologia di protagonisti. Storie diverse, ma come capitoli di un unico romanzo.

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  6. Per la mia esperienza (soggettiva, è vero, magari la realtà è diversa) il momento è ancora difficile, molto. I racconti che pubblico sul blog sono puntualmente i contenuti non solo con meno commenti, ma anche con meno letture. Magari i pochi commenti sono dovuti al fatto che sono brutti (anche se a quel punto preferirei ricevere stroncature che essere ignorato), ma se i miei lettori fissi, quelli che leggono tutto il resto, nemmeno li aprono, è evidente che la colpa non è mia - non del tutto, almeno. Ed è inutile dire che questo è sconfortante, visto che sono spesso i contenuti del blog a cui tengo di più. Ma tant'è, ormai me ne sono fatto una ragione :) . Che lo voglia o no, così vanno le cose.

    Comunque, non conoscevo risorse come Cattedrale e Tre Racconti. Ma credo che nei prossimi giorni andrò a dare un'occhiata e magari ci farò un pensierino per propormi ^_^ .

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    1. Infatti, è vero che oggi chi scrive racconti e ha un blog sfrutta la condivisione pubblica per farli conoscere, ma io sono convinta che i canali giusti siano altri, forse più ufficiali, diciamo così: la strada dei concorsi è sempre valida, la proposta di un racconto alle riviste o alle piattaforme dedicate di cui parlavo serve di più, invece la pubblicazione sulle proprie pagine virtuali lascia il tempo che trova, soprattutto perché in pochi (e sono sempre conoscenti) si soffermano a leggere con reale interesse la storia che hai scritto e quello non è un buon metro di valutazione. Ogni tanto lo faccio anch'io, più per divertimento, ma non mi aspetto granché. Le risposte serie le cerco altrove.

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  7. Io penso che il momento (per gli editori) sia sempre delicato.
    Non certo per questioni di preferenza tra racconto o romanzo ma perché immagino che loro facciano valutazioni completamente diverse da chi scrive. Chi scrive non sempre pensa solo ed esclusivamente alle vendite...

    Indipendentemente dalla forma (racconto o romanzo) credo giochi molto la sua fruibilità, la quale sta vivendo una nuova dimensione: oggi con le nuove tecnologie la connettività più o meno permanente a cui siamo inesorabilmente esposti permette di rendere più immediato e diretto il contatto tra chi scrive e chi legge.
    Non parlo tanto del self-publishing (e relative piattaforme) ma delle modalità che tanti scrittori, senza neanche troppe pretese di voler pubblicare e vendere a tutti i costi, riescono comunque a farsi leggere. Basta un blog e qualche profilo social e chiunque (senza pretese, ribadisco) può far leggere i propri racconti. Insomma, al netto di tutte le possibili soggettività, il messaggio arriva più diretto e immediato, quindi più veloce e facilmente fruibile.

    E' vero che un racconto, vista la sua forma tendenzialmente breve, trova più facilmente spazio in un post. E quindi è anche questo che forse tende a spingerlo di più. Naturalmente questa dimensione breve va a nozze con il poco tempo e/o la frenesia di chi legge.

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    1. Come dicevo a Mattia, io invece non sono convinta che un blog sia sufficiente per presentare un racconto. Lo fai e qualcuno viene a leggerti, ma è un veicolo povero (consentimi questa espressione), perché non è così che trovi un consenso solido. Il mezzo è diretto, è più fruibile, ma il vero valore poi non lo riconosci dai like ricevuti. Quello che voglio dire è che anche un racconto necessita di un editing curato, non è la storia mordi e fuggi che posti e via. Se tu mi dici che chi scrive e pubblica non ha pretese, allora va bene, ma se qualche pretesa ce l'ha, secondo me, è sempre "al di fuori di sé" che deve rivolgere l'attenzione.
      Il problema delle case editrici è capire quanto si leggano i racconti, perché solo con i numeri e le indagini di mercato alla mano possono elaborare nuovi progetti editoriali.

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    2. E' proprio per questo che ho premesso dicendo "senza pretese".

      Senza pretese per chi scrive significa: senza voler pubblicare a tutti i costi, senza voler diventare famosi a tutti i costi, senza raccontare una storia dall'editing perfetto. (Esistono fior di romanzi in libreria con editing perfetto ma consistenza poverissima...).

      Senza pretese per chi legge significa: senza pretendere una lunga storia (perché ho poco tempo per leggerla), senza pretendere di leggere solo autori famosi, senza andare a cercare il pelo nell'uovo in fatto di editing (spesso chi legge ignora totalmente cosa sia l'editing...). E, spesso, chi legge non ha la pretesa di leggere un racconto perfetto (per inciso: chi legge spesso non nota un congiuntivo fuori posto perché non ha una finissima cultura grammaticale...).

      Che ci piaccia o no c'è gente che scrive solo per il gusto di scrivere e raccontare storie. Anche gratuitamente.
      E c'è gente che legge solo per il gusto di leggere e di evadere anche solo per pochi minuti. Meglio se può farlo gratuitamente.

      In questo quadro un blog o anche solo un profilo social ben curato possono bastare. Parliamo di racconti, ma ci sono anche le poesie, gli aforismi, i pensieri brevi. In questo senso la nuova fruibilità digitale apre nuovi canali diretti e immediati che mettono in comunicazione chi scrive (senza pretese) e chi legge (senza pretese).

      Trent'anni fa questi racconti restavano chiusi nei cassetti. Oggi questi cassetti sono diventati digitali.

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    3. Io parto dal presupposto che uno scrittore che pubblichi, qualunque cosa pubblichi, nel proprio blog o in un social, lo faccia per essere letto (altrimenti potrebbe evitarlo). E il pubblico è formato da lettori distratti che non cercano il pelo, ma anche da lettori attenti, che fotografano chi sei e cosa fai e il pelo lo cercano eccome. Allora lo scrittore che vuole sollazzarsi, quello che scrive solo per il gusto di farlo, non dovrebbe rimanere senza pretese. Non dovrebbe esistere la pretesa di piacere, ma quella di scrivere in un certo modo sì, dovrebbe sopravvivere anche in caso di racconti di mezza paginetta.

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    4. Ok, se pubblichi qualcosa da qualche parte lo fai per essere letto.
      Ma quello che dico io è che ci sono persone che scrivono per essere lette, punto.
      Non hanno interesse ad avere un riconoscimento tangibile dell'avvenuta lettura. Riconoscimento che può essere un commento, una recensione, un like, una vendita, una citazione, una segnalazione.
      Vogliono solo raccontare qualcosa, fissare pensieri, manifestare emozioni e donarle al viandante senza aspettarsi nulla in cambio.
      E' come se sentissero l'esigenza di esternare il proprio sentire.
      Il pittore lo fa dipingendo.
      Lo scultore scolpendo.
      Il musicista suonando.
      E lo scrittore scrivendo.

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  8. Io credo che il nuovo direttore Mondadori direbbe ad Ammanniti che "il momento è ancora più delicato". :D

    Se prima era più facile, adesso pubblicare racconti nell'editoria che conta è da mission impossible. La natura stessa dei racconti non si confà alle esigenze economiche del mercato.

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    1. Tu dici? Pensavo che, invece, adesso, rispetto al passato, qualcosa si fosse mosso. In libreria trovo più raccolte di racconti sotto etichette importanti. Magari si parte dai grandi scrittori e poi, via via, si concedono più chances anche agli emergenti. Perché non augurarselo con un po' di ottimismo. :)

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    2. Il mio ragionamento non lo butto a caso, ma nasce da alcune considerazioni, che magari possono essere errate, ma sono ben delineate.

      Quando il direttore di Mondadori pronunciava questa famosa frase ad Ammanniti, il mercato dei libri era in crescita.
      Noi ci ritroviamo in un mercato dei libri che dal 2011 a oggi è crollato del 22% in termini di fatturato. Nell'ultimo rapporto AIE di questi giorni, ci dicono che finalmente siamo passati a un incoraggiante +0,2%. E' giusto essere ottimisti, ma nascondere la polvere sotto il tappeto la sposta soltanto. Se consideriamo l'inflazione annuale, +0,2 significa che siamo ancora col segno meno.

      Però, nonostante il fatturato in questi anni sia crollato, anno dopo anno sono aumentate le pubblicazioni. Cosa sta succedendo? Quello che gli addetti ai lavori ci dicono da un po'. Diminuiscono le vendite per singolo volume, per distribuirsi su più pubblicazioni.
      Per far fronte alla crisi gli editori pubblicano di più.
      Ma a questo punto dirai, se pubblicano di più, daranno maggiore spazio ai racconti. La risposta a mio giudizio è ni.
      In un periodo di crisi, un'azienda può sperimentare col braccino corto. Per riprendersi è costretta a puntare a quel che già funziona.
      E allora aumentano i libri che già hanno mercato, i VIP, come parlavi nei precedenti post, aumenta la frequenza degli scrittori che il fatturato lo portano sempre in positivo, Vitali, Volo, Baricco ecc... Si vanno a cercare quelle storie in cui il lavoro di editing è lieve e quindi il costo è più basso.
      I racconti per un editore, soffrono di un grande problema strutturale. Manca la storia. Ovvero troppe storie, anche con filo conduttore, sono più difficili da spiegare al lettore.
      Leggi la sinossi di un romanzo, da lettore ti convinci e lo compri. Da una sinossi di racconti è difficile cogliere la storia.
      Il passa parola nei racconti è più complicato.
      "Sai questo romanzo mi è piaciuto tantissimo..." "Di cosa parla?" "Il protagonista..."
      Viceversa
      "Sai, questa raccolta di racconti mi è piaciuta" "Di cosa parla? "Di tante cose" "Ma sono tutti belli i racconti?" "Alcuni sì, alcuni no..."

      Insomma, per farla breve. A noi lettori più evoluti, i racconti piacciono un sacco. Ma il mercato è fatto di lettori che vogliono leggere storie tonde tonde in cui immergersi.
      E considerato il mercato in crisi, e la voglia di rischio degli editori prossima allo zero, secondo me il nuovo direttore Mondadori direbbe ad Ammanniti:
      "il momento è ancora più delicato". :D

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    3. Però sai che rivoluzione se le grandi case editrici si affidassero alle preferenze dei lettori orientate verso i racconti e puntassero su questi per ripianare i deficit di mercato. Perché i racconti piacciono e si leggono e, forse, paradossalmente, i lettori occasionali leggerebbero più volentieri un libro di storie brevi che un romanzo di 400 pagine. Utopia, no? Un po' come quella della vittoria del selfpublishing sull'editoria tradizionale. :)

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    4. Il self publishing non deve vincere sull'editoria tradizionale. E' solo una nuova opportunità per chi non si ingabbia.
      Anche a me piacerebbe che ci fosse più spazio per i racconti.
      Non so se gli editori siano miopi o cauti a ragion veduta. Quando non ci si rimettono i soldi di tasca, le opinioni sono sempre tutte buone, ma sono loro che cacciano i soldi. E noi da lettori possiamo solo protestare: ehi, sforzatevi di più.
      Ma il momento è comunque sempre delicato... :D

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  9. Io leggo sia romanzi che racconti. Non ho problemi. Sono diversi tra loro ed è anche normale. Però penso che un bel racconto, scritto bene, con una storia anche se condensata in poche pagine o righe, abbia un fascino speciale.
    Deve però essere ricco, storia, pathos, umorismo,ironia...
    A me, personalmente piacciono!

    Ps anche un romanzo di mille pagine se è "vuoto" o scritto male vale nulla

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    1. Anche perché tolleri di più un racconto scritto male e vuoto che un romanzo che ti ha tenuto settimane appesa a una storia e alla fine non ti ha detto niente.
      Sai, sempre Ammaniti, come concludeva l'introduzione della raccolta di cui parlavo?
      Diceva: il romanzo è come una storia d'amore, il racconto è la passione di una notte. Un paragone azzardato, ma direi corretto.

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    2. Sì... ma anche la passione di una notte può dare infinito piacere :)

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  10. Ormai in questo Paese tutto è delicato. Ma credo che non si debba aspettare più che gli editori si aprano ai racconti, ma occorre lavorare perché i racconti (e la narrativa) arrivino alle persone. L'editoria è destinata a percorrere strade inedite, e spesso noi ragioniamo ancor con la testa "vecchia".

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    1. Per me è come un circolo vizioso: le case editrici pubblicano se la domanda è forte e la domanda si incrementa se le case editrici spingono in quella direzione. Se tutto resta nel circuito de "noantri" non c'è evoluzione, non si va avanti.
      Tu autopubblichi e va bene, scelta legittima, ma perché non provare a venire allo scoperto in un altro modo? Tu avresti tutte le carte in regola, i tuoi racconti hanno raggiunto un livello che potrebbe ottenere di più.

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  11. Il momento è delicato il generale, ma i racconti si stanno facendo spazio. Ci sono editori che pubblicano ormai a cadenza regolare antologie di racconti (ad esempio quelle gialle per le feste di Sellerio, quindici anni fa sarebbe stata fantascienza) e altri che si lanciano anche su questo mercato, ancora minoritario. Delos Digital, con cui lavoro, pubblica per lo più racconti, che meglio si prestano alla lettura digitale.
    In generale, poi, per un esordiente è più facile farsi strada con i racconti, tra riviste e concorsi, che subito con il romanzo. Quindi direi che per l'editoria è un pessimo momento, ma il racconto sta sorprendentemente meglio di prima.

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    1. Sì, sposo il tuo ottimismo. Il racconto si sta facendo strada con una dignità che gli va riconosciuta.
      Ci sono tante realtà, anche se a me sconosciute, che lavorano in questa direzione, segnale forte di un interesse che non tramonta ma ha bisogno di maggiore sostegno: quello dei lettori, in primis.

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  12. Forse, con i racconti, si ha la sensazione di non riuscire a intrappolare i personaggi. Non si origina empatia, non si sentono diventare parte di quel quotidiano che dedichiamo loro ritagliandoci del tempo. Non mi trovo d’accordo con questa spiegazione, ma potrebbe essere vera per altri.

    A proposito di racconti, ne ho scritto uno da poco, e per quanto concerne il romance ironico, direi che è l’esatto sunto del mio stile (tanto per confermare ciò che hai appena detto). ;)

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    1. Sì, qualcuno ha bisogno di restare immerso in una storia il più a lungo possibile e lo capisco, perché anch'io ragiono così, il più delle volte. Però bisognerebbe dare maggiore fiducia anche alle micro immersioni, perché durano meno, ma spesso sono fulminanti e ti lasciano per giorni quella strana sensazione che solo le esperienze brevi ma intense sanno offrire.

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  13. A me, piacciono entrambi e per le ragioni che più o meno avete già indicato nei commenti precedenti. Per quanto riguarda la pubblicazione di racconti singoli non so... Forse, si tende a proporli in raccolte per una questione economica? Come si stabilisce il valore di un solo racconto? Le persone sarebbero disposte a comprarlo, che so a un euro, quando ci sono romanzi in offerta allo stesso prezzo? Quanto costa a un editore questo tipo di pubblicazione? Più che altro, io mi pongo domande.

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    1. La pubblicazione di un solo racconto penso abbia dei costi che non rendono opportuno l'investimento. Penso anche che con le possibilità offerte dal web di leggere a gratis racconti, nessuno sia interessato ad acquistarne uno se pubblicato in formato singolo.
      Una raccolta, però, avrebbe la struttura di un romanzo e potrebbe giustificare la spesa. Non so, la logica è che se una cosa piace dovrebbe incontrare anche il favore del mercato. Allora la domanda sarebbe: forse non piace abbastanza?

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  14. Come sai, ho scritto e scrivo racconti per proporli ai concorsi (mi aiuta avere un piccolo pubblico cui rivolgermi), ma non ne leggo quasi mai perché amo le storie lunghe. Premesso questo, credo che non sia una buona idea scrivere racconti pensando che siano un piede nella porta di una carriera da scrittore. E' possibile che lo siano (tutto è possibile!), ma mi sembra un'ipotesi remota. Allora è meglio scrivere romanzi? Io dico che è meglio scrivere quello che corrisponde al proprio momento, che dà la maggiore intensità e soddisfazione. Scrivendo si impara a scrivere, e questo di sicuro serve! Con i racconti puoi anche partecipare ai tanti concorsi esistenti. Non serve in termini di carriera (salvo eccezioni), ma puoi avere delle soddisfazioni che rafforzano la tua autostima, cosa che a sua volta ti invoglia a scrivere. E' il circolo virtuoso che conta, secondo me. Gli obiettivi importanti restano per forza nebulosi, quindi servono solo come direzione verso cui puntare il timone.

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    1. Anch'io scrivo racconti per allenare la scrittura e leggo quelli degli altri perché trovo che siano una forma di espressione ugualmente affascinante rispetto alle storie lunghe. Il successo non arriva dalla pubblicazione di racconti? Questo è attualmente vero per le ragioni commentate, di sicuro non arriva per un aspirante. Tuttavia l'avere scritto dei racconti, avere vinto qualche concorso, essersi resi riconoscibili in alcuni contesti può essere un buon passaporto per ottenere credibilità agli occhi del pubblico e di un editore. Per questo ritengo che anche i racconti vadano curati alla stregua di un romanzo e non sottovalutati come piccoli passatempi con cui tenersi in forma per non perdere l'abitudine alla scrittura.

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    2. Se ho dato l'impressione di intendere i racconti come utili passatempi, mi sono espressa male. Sottolineavo che possono anche aiutare lo scrittore a migliorare, ma il loro valore intrinseco è innegabile.

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    3. Assolutamente no, Grazia. Il tuo discorso era chiaro. Era una riflessione in generale. :)

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  15. Anche io ora sto preparando un racconto per un concorso, ma si tratta di un caso più unico che raro. Le dimensioni di un'opera non mi hanno mai spaventata. Mi preoccupa di più la generale tendenza alla brevità, che potrebbe penalizzare il romanzo in stesura..

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    1. Il romanzo è tale quando la storia per essere raccontata necessità di una certa lunghezza; il racconto è tale quando le storia per essere raccontata necessità di una certa brevità. Le vie di mezzo si chiamano indistintamente romanzo breve o racconto lungo.
      Il tuo è a tutti gli effetti un romanzo.

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  16. Credo che il ragionamento di Marina sia corretto dal punto di vista del pubblico, perchè anch'io ho intorno persone disposte a leggere più racconti che romanzi. E credo che siano gli editori che stanno perdendo un altro treno...
    Dal punto di vista della scrittura, ho scritto qualche racconto quando ancora non lo chiamavo tale. Adesso invece scrivo più racconti che altro, perchè tutti gli autori finora letti avevano cominciato dai racconti (anche se poi vengono pubblicati per ultimi, o per niente).

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    1. Sì, sono un'ottima palestra di scrittura. Il mio percorso scrittorio segue una curva: ho cominciato con i racconti, poi ho scritto il romanzo, ora sono di nuovo in fase racconti, mi tocca un romanzo a sto punto. ;)

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