martedì 17 settembre 2019

Ebreo, spia o comunista (parte prima)



Fa un caldo infernale, oggi. 

Supero il cancello di bronzo che simboleggia un groviglio di corpi martoriati e mi fermo nel piazzale d’ingresso del Mausoleo delle Fosse Ardeatine, a osservare una statua raffigurante tre corpi con le mani legate; i volti sono quelli di uomini in differenti stadi della loro vita (un ragazzo, un adulto e un vecchio), uniti da un comune destino.





L’imponenza della scultura mi incute soggezione, ancora di più ciò che essa rappresenta, ma una vera e propria angoscia mi assale quando supero l’imbocco delle cave e mi inoltro in un tunnel buio culminante in un luogo che mette i brividi.
Nell’anfratto delimitato da un cancelletto che ha la stessa simbologia di quello più grande, all’entrata, i miei occhi vedono l’orrore dei 335 cadaveri ammassati uno sull’altro, condannati a morte su ordine di Hitler.





“Italiani e italiane!
Un delitto senza nome è stato commesso nella vostra capitale. […]”, recitava l’inizio del comunicato ufficiale formulato dal CLN (Comitato centrale di liberazione nazionale), il 28 marzo 1944.
“Sotto il pretesto di rappresaglia per un atto di guerra di patrioti italiani, in cui esso aveva perso 32 dei suoi SS, il nemico ha massacrato 320 innocenti, strappandoli al carcere ove languivano da mesi. Uomini non di altro colpevoli che di amare la patria - ma nessuno dei quali aveva parte alcuna né diretta né indiretta in quell’atto - sono stati uccisi il 24 marzo 1944 senza alcuna forma di processo, senza assistenza religiosa né conforto dei familiari: non giustiziati ma assassinati.”

Invece un nome quel delitto lo ebbe: esso passò alla storia come l’Eccidio delle Fosse Ardeatine.


Nel marzo del 1944 Roma era carica di tensione e di frustrazione. 
I tedeschi avevano occupato la capitale, mentre re e governo erano fuggiti  abbandonando la città nel caos e senza alcun passaggio di poteri.
Roma era una “città aperta” le cui case tremavano al fragore delle truppe tedesche in movimento e agli scoppi delle bombe alleate. Sovraffollata di rifugiati dalle campagne, era una città di spie, agenti segreti, informatori, torturatori, prigionieri di guerra fuggiaschi, ebrei ricercati, gente affamata. 
In questa atmosfera era nato un movimento di resistenza, i sei partiti antifascisti a Roma avevano costituito una timida unione clandestina, detta Comitato di liberazione nazionale.
Si chiamavano partigiani.

Gli uomini che ne fecero parte erano persuasi di combattere una guerra contro la guerra. Fra i militanti c’era un giovane studente di matematica, Mario Fiorentini (nome di battaglia Giovanni), di venticinque anni, con il sogno di diventare insegnante e l’incubo di essere deportato in Germania per essere destinato ai lavori forzati: aveva partecipato all’attacco alle caserme in Via Giulio Cesare ed era miracolosamente sfuggito al conseguente rastrellamento di migliaia di romani a opera dei tedeschi.
Adesso, con la moglie, sposata da poco, viveva da clandestino e in uno dei primi giorni di marzo era affacciato alla finestra di una vecchia casa d’affitto a godere del silenzio innaturale di una città spenta da paure e proibizioni. Un silenzio allarmante, che a lui richiamava la guerra, quell’odiosa guerra che gli sbarrava il futuro. Fu, dunque, in quel pomeriggio che la quiete venne interrotta dal suono di tamburi, dapprima smorzato e poi sempre più concitato, proveniente da un punto fuori dalla visuale del giovane; il passo cadenzato e il calpestio degli stivali sopra le pietre del selciato si avvicinò sempre più, scoprendo una colonna di ufficiali tedeschi, che marciava con i nastri delle munizioni a tracolla, scortati da un autocarro dotato di mitragliatrice e il simbolo delle SS sull’uniforme grigia e sugli elmetti.
La formazione di più di centocinquanta uomini, lunga circa cento metri, passò sotto la finestra di Fiorentini e sparì in una delle anguste strade che salivano verso il palazzo Barberini. Non era la prima volta che ciò accadeva e il giovane partigiano memorizzò il nome della strada in cui sentì rapidamente svanire il suono martellante dei passi e dei canti marziali: era via Rasella.






Il progetto di attaccare i tedeschi, entrato nella mente di Fiorentini, dopo avere constatato che la colonna di militari seguiva sempre lo stesso percorso e sempre alla stessa ora, sfociò in un piano concordato con altri membri del GAP (Gruppi di azione patriottica), che studiarono nel dettaglio una trappola per colpire il nemico tedesco. E via Rasella si prestava bene allo scopo, essendo stretta, senza negozi né passanti. 


Via Rasella oggi

Nascosti in una cantina, i partigiani discussero a lungo su tempistica e modalità di esecuzione: un vera e propria azione di guerra, che
sarebbe andata ben oltre il puro significato militare, perché avrebbe elettrizzato la cittadinanza romana, quasi tutta unita nell’opposizione al fascismo, pur essendo divisa e insicura sul modo di opporglisi.
Due giovani innamorati di ventuno anni sarebbero divenuti i protagonisti principali dell’atto bellico: Carla Capponi e Rosario Bentivegna. A essi furono affidati i ruoli chiave della missione: indispensabile vedetta la prima, esecutore materiale dell’attentato il secondo.
All’esterno, in un angolo del cortile, un carretto per l’immondizia, rubato da un deposito municipale, giaceva, vuoto, sulla ghiaia. 
Il 23 marzo, carico di 18 kg di tritolo, fu piazzato in via Rasella e al segnale concordato, alle tre e quarantacinque del pomeriggio, esplose, mettendo in moto un meccanismo di morte che non si arrestò se non trenta ore più tardi.

“Il sole fitto di crudele luce, / conficcava lame/ nel pulviscolo di primavera/ rosso./ Passavano uomini come ombre/ nei trench cenere e asfalto, /volti che non afferra la memoria./ Pure è la mia essenza vera, /me stessa ch’ora mi sfugge: /né si fissa a questo gesto/ l’ultimo da ricordare./ Lunga pena segnavano i minuti, / vibravano come lame colpite/ per ricader su di noi/ costretti nell’angusta via; / i cuori compressi nel petto. Ci teneva alla prova/ una insufficienza d’essere/ ch’esigeva contorni fissi/ un gesto, non grattacieli di parole. /Sotto i colpi del tacco/ risuonò cadenza sul selciato, /s’appressò al cuore. / (Premeva il cervello la sola parola rimasta intatta)./ Ad un cenno di Franco si capì che giunta era l’ora del giudizio./ Ad ogni angolo un viso era su di noi/ proteso come in attesa/ e passò via, spazzata dalla paura, /la timidezza giovane/ dei nostri venti anni.”
(Tratto dal poema inedito e senza titolo, scritto da Carla Capponi pochi giorni dopo l’attentato, in cui esprime i sentimenti provati nei momenti che precedettero l’esplosione di via Rasella.)
Le notizie dell’attentato si diffusero in fretta e raggiunsero il quartier generale del Führer, nascosto nella Prussia orientale; la sua reazione fu riferita da un ufficiale dello stato maggiore della Wolfsschanze: 

“Sembra  una belva ruggente. Desidera far saltare in aria un intero quartiere della città, compresi gli abitanti. Bisogna fucilare italiani in altissima proporzione. Per ogni SS uccisa dovrebbero venire fucilati da trenta a cinquanta italiani.”

Ma la richiesta irragionevole di Hitler fu ridimensionata: il numero scese a dieci.
L’ordine definitivo fu di uccidere dieci italiani per ogni tedesco morto, dunque 320 persone, che divennero 330, dopo la notizia del decesso in ospedale di un altro ufficiale tedesco. In realtà queste vite, considerate del valore di un decimo rispetto a una vita tedesca, erano state svalutate ancora di più: i carnefici uccisero 335 uomini, cinque oltre il numero stabilito, sacrificati semplicemente per errore. 

“Era un errore, ma poiché eravamo lì...”

Il tenente colonnello Kappler si occupò di compilare le liste delle vittime designate accordandosi con il capo dell’SD in Italia, generale Harster, di giustiziare persone già condannate a morte o all’ergastolo, insieme a quanti, seppur non ancora condannati dal Tribunale, fossero considerati passibili della pena di morte.
Intanto, nessuna notizia del dramma consumatosi in via Rasella era trapelato: i giornali tacevano riportando, prevalentemente, insieme ad altre informazioni minori, il resoconto completo della cerimonia fascista, che quel giorno celebrava il venticinquesimo anniversario.

L’intera azione di rappresaglia doveva svolgersi in totale segretezza e senza clamore.


 - continua






10 commenti:

  1. il primo pensiero che mi viene in mente è che ci sono persone morte "per rappresaglia" in nome di una libertà e di un bene superiore. uccisi, come si dice in tedesco, per genickschuss, con un colpo alla nuca. la nazione deve molto al partito d'azione (antifascista), a bandiera rossa (vicinissimo alla sinistra radicale) e in generale a tutta la resistenza romana

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    1. I partigiani artefici dell’attentato sono stati insigniti della medaglia al valore, però per quell’atto di guerra sono morte più di trecento persone e sentirsi responsabili di aver provocato un massacro non dev’essere stato facile da sopportare. E a Roma chi poteva interagire per evitare la tragedia è rimasto lontano o comodamente protetto dentro le stanze di un palazzo.
      Il libro racconta verità ributtanti: quanta pochezza, quanta indifferenza, anche da autorità insospettabili... come il Papa.

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  2. La guerra è un vicolo cieco che conduce sempre al massacro.

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    1. Non si è più visto niente di simile, in Italia, da allora, ringraziando il cielo e sono fra quelli che non pensa che il recente Governo avrebbe fatto rivivere tempi ormai morti e sepolti nella memoria di questo Paese.

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  3. Quando rifletto su questi orrori resto sempre più allibita di fronte alle atrocità di cui sono stati capaci nazisti (e fascisti). Purtroppo gli eccidi continuano anche ai giorni nostri in altre aree del mondo e, spesso, neanche troppo lontano da noi.

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    1. Abbiamo avuto un passato orribile, con alleanze deleterie e personaggi storici discutibili. Eppure, di fronte alle disgrazie e ai drammi di chi vive ancora la guerra altrove, non guardiamo più a ciò che abbiamo passato per ottenere libertà e democrazia, ma solo al modo per tenercele strette. E ce ne freghiamo bellamente di chi non sa nemmeno cosa siano libertà e democrazia.

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  4. "Nonno, com'era la guerra?"
    "Brutta"
    Avevo sei anni credo, mio nonno parlava pochissimo, nonostante gli rovinavo sempre la montagna di granturco ammonticchiata alla sera, cercavo sempre di scalarla e non capivo perché mi trovavo sempre per terra. Peggio ancora, gli avevo scarabocchiato la sua grammatica inglese. Credo, perché nessuno me lo spiegò bene e ora non c'è più nessuno che possa farlo, che fosse stato preso dagli americani, ma fu la sua salvezza per certi versi. E imparò pure l'inglese. Non era un nostalgico del Duce (che poi a guardare bene i nostalgici non hanno nemmeno l'età per essere davvero "nostalgici"). Non mi ha detto di più sulla guerra, ma quando ne leggo, credo che quel "brutta" fosse adattato a me bambina. Forse voleva dire "orribile".

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    1. Orribile, già. Ed è una fortuna che noi si possa viverla solo tramite i ricordi di chi "c'era" direttamente o indirettamente. Credo che provare a immedesimarsi non basti a capire cosa sia una guerra, però trovare sempre una scusa per parlarne aiuta a non dimenticare.

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  5. Leggere queste cose è sempre molto doloroso, ma queste cose devono continuare a essere scritte perché non bisogna dimenticare. E sempre meno riesco a capire come ci sia gente che inneggia a quel passato, che cmq per tanti versi non è passato.

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    1. Grazie di essere passata, Kuku.
      Per questo esistono i libri e per questo si deve continuare a leggere: dove la memoria nell’uomo fallisce, quella della parola scritta rimane eterna.

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