giovedì 19 novembre 2020

Lessico familiare

Nel luglio del 1998 ero a Marina di Massa, per seguire il corso di “Diffusore di Diritto Internazionale Umanitario” presso la Croce Rossa Italiana: ero già volontaria del soccorso da due anni e, poiché il pulicio del diritto internazionale non aveva mai smesso di sfruculiarmi il cervello dal giorno della laurea, decisi di partecipare alle selezioni, superai le prove e partii per le due attese settimane.

La mattina dell’arrivo, noi partecipanti seguimmo l'iter previsto per il riconoscimento, l’accettazione e quella routine insurtusa che, in genere, precede l’inizio di un corso. D’obbligo, il momento della presentazione. 

Gli accenti erano di chiara provenienza: tutti rigorosamente settentrionali. Io mi trovavo in mezzo a due veneti, che sibilavano invece di parlare. Così, quando pronunciai il mio nome a piena voce e subito mi fece eco quell’entusiastico: “me soru!”, da dietro, mi voltai e fui felice di scoprire di non essere l’unica terrona lì in mezzo. C’era un catanese fra noi: Gaetano, per gli amici Tano.


Io e Tano condividevamo un linguaggio a noi familiare: ci veniva spontaneo inserire espressioni dialettali in mezzo al corretto uso del lessico italiano e fu sorprendente come in pochi giorni fossimo riusciti a catalizzare l’attenzione di tutti, creando veri e propri tormentoni: “T’arricrii”, “Compà”, “Tridicino ammisca ammisca”, “Lagnusu”…


La struttura ospitante era immersa in una pineta magnifica: si soffriva poco il caldo e le aule, dove si svolgevano le lezioni principali, godevano di un'aerazione naturale che ci faceva dimenticare di essere in piena estate. Ma ce n’era una, in un prefabbricato poco distante dalla mensa, collocato in una spianata priva di alberi, che alle tre del pomeriggio si trasformava in un forno crematorio e lì noi, dopo la pausa postprandiale di un’ora, andavamo ad azzupparci la lezione di “Evoluzione delle operazioni di Peacekeeping.”


"Minchia, ma qua dentro s’accùpa. Per non lamentarci ammátula dovremmo chiedere di spostarci altrove."


Marcello il bergamasco aveva sempre una strana reazione quando sentiva i termini usati da Gaetano durante il suo eloquio: sembrava un entomologo che studia con attenzione un insetto. La curiosità di Gianluca il padovano era di natura diversa: si faceva ripetere la parola, apriva il notes degli appunti e la segnava a margine di foglio. Aveva i bordi di ogni pagina tempestati di “sicilianismi”.

Fui io l’artefice del pezzo forte della collezione, che giunse un pomeriggio in cui l’assenza di un insegnante portò alla sostituzione dell’interessante lezione sulla “Protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato” con quella, per me noiosissima, sulle “Tecniche di comunicazione efficace.”

Talmente efficace che quando ci chiesero di sceglierci un banco che a noi sembrasse più congeniale (per un esercizio che aveva uno scopo mai capito), non solo non mi mossi da quello dove mi ero già accomodata, ma accompagnai la mia manifestazione di pigrizia con una frase solenne: 


“Maria, quanto m’abbutta sta camurria.”


Attorno a me si creò subito una bolla di silenzio: tre secondi in slow motion, in cui i colleghi più vicini sbarracarono bocca e occhi, Raffaella di Como disse: “cooosa?” e il passaparola, come nel gioco del telefono senza fili, arrivò a Gianluca il padovano, seduto dalla parte opposta dell’aula, che non perse tempo ad azzardare una trascrizione dell’espressione sul suo quaderno.


Dunque, lessicalmente, la frase contiene due parole con significato analogo; si direbbe una ridondanza con valore rafforzativo: l’abbuttamento è un atteggiamento di stanchezza, di lassismo, se ti abbutta fare una cosa è perché non ti va, ti viene a noia. La camurrìa è una seccatura, qualcosa di fastidioso. “Quanto mi abbutta sta camurrìa” significa letteralmente “quanto mi scoccia sta scocciatura”, solo una ripetizione. Ma è proprio questo il bello del dialetto siciliano: ha la capacità di riempire di significato espressivo una sensazione che altrimenti troverebbe uno sbocco ordinario, di scarso impatto. 

La camurrìa potenzia il valore della semplice seccatura: “sei una camurria” o “sei camurrusu”, non ha la carica spenta di “sei una scocciatura” o “sei un seccatore” (che poi, a volere essere ancora più precisi, essere camurrusi significa avere superato i limiti normali di sopportazione ed essere vicini a provocare una bella incazzatura.)


Feci la mia lezione di lessico siciliano la sera, durante la cena a mensa. Da quel momento camurrìa fu il termine più inflazionato, con tutte le varie declinazioni: "si misi a camurria" (è diventato insistente), "oggi il dente mi camurrìa" (mi dà particolarmente fastidio); si faceva a gara, fra i "pulentun", a chi lo usasse nel modo più funzionale e farlo diventare di uso comune, con gli accorgimenti legati alla pronuncia corretta, rimane uno dei ricordi più soddisfacenti di quell’esperienza. 


A fine corso, gli appunti di Gianluca il padovano divennero un prontuario di vocaboli siculi distribuito a tutti come souvenir da portare in patria, insieme all’attestato di “Diffusore D.I.U.” e al distintivo da attaccare sulla divisa della Croce Rossa.


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Pulicio (pulce)

Sfruculiare (stuzzicare)

Insurtusu (fastidioso)

Me Soru (mia sorella)

Arricriarsi (Divertirsi, godere)

Compà (compare)

Tridicino ammisca ammisca (una persona che si intromette, che si  fa i fatti degli altri)

Lagnusu (pigro)

Azzupparsi (sopportare)

Accupare (soffocare)

Ammàtula (a vuoto, inutilmente)

Sbarracare (spalancare)

...

...






22 commenti:

  1. Azz! Non trovo più il prontuario nisseno-italico per appuntarmi queste perle. Che camurrìa! Dove l'avrò messo??

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  2. Wow.
    Minchia che figata. Ahah
    Una volta scrissi un post sui dialetti, e fu proprio lì che uno dei miei hater cominciò a gettare merda sui meridionali e a disseminare ovunque il suo odio razziale.
    Spero che tu sia più fortunata.
    Perché fu davvero una... CAMURRIA!

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    1. E me lo ricordo sì, camurria bottana! (Questa è l’estremizzazione, citata fra gli esempi più comuni. Certo, non è raffinata, ma dimmi che non rende l’idea)😆

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  3. Il siciliano, come altri dialetti, è una vera e propria lingua con la sua sintassi e la sua grammatica specifica. Accompagnate alla musicalità esuberante delle sue varie sfumature (perché, a quanto ne so, un palermitano e un catanese non parlano in modo proprio identico ma hanno i loro localismi) penso sia questo mix a stuzzicare curiosità riguardo il "siculo".
    Io non ho niente da dire invece perché dalle mie parti si parla praticamente romanesco, e come diceva qualcuno "il romanesco è italiano parlato male" (tu che stai sul posto puoi darci la tua opinione su tale affermazione ;-)

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    1. Sì, è vero: ogni zona della Sicilia ha le sue chicche dialettali, oltreché cadenze diverse. Per esempio, noi nisseni calchiamo molto i gruppi di consonanti e tendiamo a parlare come la rana dalla bocca larga 😁,palermitani e catanesi hanno tonalità inconfondibili, però molte espressioni hanno valore universale; in questo caso, davvero la nostra è una lingua unitaria.
      A me piace il romanesco, tantissimo, ha delle espressioni uniche: il daje non lo puoi tradurre; ndo vai, ndo stai hanno un appeal pazzesco. Forse è vero che si capisce, non è un dialetto incomprensibile: vedi sotto cosa ha scritto Barbara! Ma che è, arabo?

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  4. Ti xe un bagolo, Marina! (Sei uno spasso, Marina)
    Muso duro, bareta fracà, e lassa in tel caigo i cocari imusonà.
    (Viso duro, berretto premuto in testa, e lascia nella nebbia gli stupidi arrabbiati)
    Venessian quasi buraneo (Veneziano, quasi come le derivazione di Burano)

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    1. La prima me la sono scritta: ha un che di esotico sentirsi dire “bagolo”! 😁
      Se posso stare alla larga dai cocari imusonà sono più felice.
      Venessian: l’unica parola traducibile. 😁
      Certo, con certi dialetti non si scherza!

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  5. E poi con Montalbano la parola "camurria" divenne internazionale assieme ai "gabbassisi" e a tante altre fantastiche espressioni :)
    Ammetto però che la tua spiegazione di "camurria" mi ha fatto capire molto meglio il significato della parola.
    I dialetti sono l'anima dell'Italia e a volte esprimono dei concetti in modo più incisivo dell'italiano.

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    1. Sì, ci sono parole o frasi dialettali irrinunciabili, che per colore ed espressività, hanno un’efficacia linguistica che il migliore italiano non riuscirebbe a eguagliare. Camilleri, poi, ha sicuramente contribuito a rendere universale il nostro dialetto siculo.

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  6. Mi sarei divertito un sacco. Tempo un giorno e parlavo come te. Adoro i dialetti e mi diverto a parlarli. Poi, sai, son cresciuto nei vicoli di Genova, negli anni '70 le lingue ufficiali erano il siciliano e il napoletano. Mettici anche che negli anni ho sposato due gabibbe 😉: siciliana una e della Basilicata l'altra.
    Òua, séns’âtro poiescimu dî che l'italien no a lè de bónn-a réiza pe esprìmme i sentiménti

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    1. C’era un genovese al corso (davvero il nord era super rappresentato, del sud c’eravamo solo noi, un campano e un romano.), ma lui non si mescolava alla caciara che mettevamo su quando si stava insieme. 😁

      Aspè, che provo a tradurre: qua senz’altro possiamo dire che l’italiano non ha una buona qualcosa per esprimere i sentimenti. 🤓
      Come sono andata?

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    2. Alla grande, ottima traduzione. In merito alla descrizione di quel genovese, devo dire che corrisponde al genovese DOC. Il genovese odia tutto, tutti. Persino se stesso. Alla notizia della distanza di sicurezza di un metro è caduto in depressione mormorando tra sé e sé: "mou belin, ma non andava bene il chilometro e mezzo che abbiamo sempre utilizzato? Perché ridurlo?"😁😁😁
      Per fortuna io sono un genovese di terza generazione e di sangue misto (un po' friulano, piemontese, toscano).

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  7. Questo tuo post è una pennellata di delizie.
    Dovresti farne tutta una serie, Mari'. E da una serie così potrebbe nascere perfino un libro. :)

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    1. Avevo scritto un raccontino usando il dialetto, che ora riposa nella sua tomba (la famosa chiavetta distrutta). 😭
      Era una sciocchezzuola, ma c’ero affezionata.
      Il post nasce perché un amico mi ha chiesto di scrivere qualcosa sulla “camurria” e io mi sono improvvisamente ricordata di questo episodio.
      Una serie? 😁

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    2. Concordo con Luz. C'è in cuore di un romanzo in questo post. Dai, scrivi!

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    3. Eh, grazie per l’incoraggiamento. Chissà!

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  8. Che gustoso spaccato di realtà ci hai offerto, Marina. Dovrei prendere appunti anch'io, che tra i "polentun" ci vivo. :)

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    1. Ogni dialetto ha le sue particolarità: a me piaceva, per esempio, il termine “sghei” o “belin”, ritrovato anche qua grazie a Massimiliano, solo che noi siciliani di solito abusiamo, ecco, direi così! 😁

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  9. A luglio 1998 avevo da poco fatto l'esame di terza media...

    All'università a Chimica un mio compagno di corso mi usava come metro di giudizio sull'impossibilità delle lezioni e la conseguente desertificazione dell'aula: "oggi è per cultori" indicava una lezione in cui la popolazione studentesca si era notevolmente diradata (cioè era meno della metà), mentre "oggi è per VERI cultori" quella in cui eravamo rimasti quattro gatti.
    Poi c'erano le ovvie battute a sfondo sessuale: l'attacco nucleofilo da retro (un mio professore, per evitare ambiguità, diceva "da tergo"), il lattone (un tipo di composto, divenuto immediatamente insulto, sottintendendo un cu-), la culometria (ambigua contrazione del termine coulombometria, che scatenò l'ilarità del compagno di cui sopra).

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    1. E che non lo so che tu si carusu? 😁

      La terminologia scientifica si presta molto e, in effetti, come non farsi venire qualche battuta con la culometria! Anche quella “da tergo” se le scippa! 😂 (Lo vedi, è inutile, una sicilianata mi esce sempre!) 😁

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