giovedì 6 maggio 2021

Scrivono tutti così


I classici della letteratura ci parlano da lontano, attraversano i tempi, senza mai chiudere parentesi; avvicinano le generazioni di ogni epoca, grazie alle tematiche che restano attuali e alle riflessioni riadattabili in ogni contesto storico. Per questo non saranno mai dimenticati. 

Impariamo dai classici, eppure guai a imitarne lo stile. Quello sì, che si evolve, risponde a esigenze diverse, segue regole sempre nuove.

Immagino un romanzo del ventunesimo secolo scritto alla Proust maniera (per esempio), con un’ipotassi spietata, l’uso cavilloso di aggettivi e nessuno show don’t tell. 

Le moderne scuole di scrittura, ormai, prendono le distanze da un certo usus scribendi. Insegnano i fondamentali della narrazione creativa: mostrare è un imperativo categorico, dire meno l’imperativo categorico bis. Danno preziosi suggerimenti su come  gestire il tempo nelle storie, centrare il punto di vista, organizzare bene la svolta, definire i personaggi e poi spiegano le tecniche per impostare un efficace conflitto e dicono come affrontare il viaggio dell’eroe... Regole omologanti, alla fine, che però forniscono una buona base per chiunque voglia avvicinarsi al mondo della narrazione. È un problema usare troppi avverbi o iperqualificare soggetti e oggetti; attenzione a subordinare in modo eccessivo una frase, ché perde mordente e non sia mai farsi sfuggire la d eufonica


Ma quando nasce la scrittura creativa asservita alle regole?

Ci sono sempre state e gli autori del passato se ne fregavano bellamente o si sono imposte nel tempo come un’esigenza voluta da chi, da cosa?


Se la scrittura creativa si evolve, chi scrive "all'antica" non sbaglia, è solo anacronistico, il che comunque equivale a commettere un errore - forse - se l’obiettivo è tentare la via della pubblicazione. 

Sarebbe più rivoluzionario, oggi, leggere un romanzo “old style”, uno di quelli con descrizioni distensive, avverbi di modo e orde di aggettivi, che cullarsi nelle scritture scontate di tanti autori che viaggiano tutti alla stessa velocità.


Il must dei romanzi italiani odierni, soprattutto degli esordienti che hanno la fortuna di trovare spazio e attenzioni nel mondo editoriale, è l’associazione di tre regole da cui non si scappa (che poi non sono proprio regole, forse più scelte stilistiche.)


Cos’hanno in comune questi tre incipit?


Mi sveglio completamente nudo.

Sono steso su un tappeto d’erba, in mezzo a un parco. Alcune persone mi osservano. Una donna copre gli occhi del bambino che porta per mano. Qualcuno mi indica ridendo. Altri mi lanciano sguardi stupiti. Ce n’è uno che sta per aizzarmi un cane contro.

("Antipodi" - Raffaele Napoli)


Questa non è la storia di un gruppo musicale.

Al massimo, proprio al massimo, potremmo dire che ha come sfondo la musica.

E l’ipotesi di mettere su un gruppo.

Tuttavia da qualche parte bisogna cominciare quando si racconta una storia. E questa storia comincia perché io avevo deciso di rimettermi a suonare.

("Come una canzone" - Luca Giachi)


Il fiume puzza del mondo intero e io ci sto affogando dentro. L’acqua è scura, è verde, è viola, sta bruciando, è cattiva. Sento i rumori, sento le voci, sento le risate della città che se ne sta là fuori a vivere. Mentre io sto per crepare, qui, adesso. Io so nuotare bene, ma ora si mette male.

("Gli annegati" - Lorenzo Monfregola)


La combinazione vincente: scrittura paratattica, io narrante e tempo verbale al presente.

Scrivono tutti così, oggi. Okay, non tutti tutti gli scrittori/scrittrici, ma la maggior parte sì. Mi accorgo sempre più spesso che questa è una formula convenzionale, che mette d’accordo sia gli editori sia i lettori: gli editori pubblicano ciò che piace ai lettori e i lettori vogliono sentirsi protagonisti delle vicende e si immedesimano di più se il protagonista li fa camminare al proprio fianco. È indubbio che prima persona e tempo presente creino una vicinanza e un’immediatezza che rende la storia narrata ancora più fruibile. I periodi brevi, le frasi corte agevolano un certo ritmo, sono incalzanti, dicono: “dai, respira come me, stammi dietro”, ma io ho maturato un mio personale pregiudizio (l’ennesimo) verso questo stile narrativo, perché mi sembra che appiattisca gli autori dentro un canone che si è consolidato “per usanza”. E nella scrittura creativa non dovrebbero vincere la tradizione, i parametri standard, ciò che tutti fanno, anche se bene.


Non discuto sui contenuti, sia chiaro, perché le storie (pure quelle degli incipit citati) non sono brutte storie, sono di buona fattura, tuttavia mancano di originalità nella definizione stilistica e questo me le rende analoghe, depotenziate in partenza. Posso solo gradire una trama piuttosto che un’altra, preferirne una in particolare, ma a me quel “Vado lì. Faccio questo. Dico quello. ..." mi fa solo pensare a una scrittura che cerca facili conferme. Ottenendole, purtroppo.


Veniamo alla mia esperienza da narratrice.

Predico bene, adesso, ma ho razzolato male. 

Non sapete quante volte, scrivendo racconti (ormai li completo e li archivio come perenni “prove tecniche di trasmissione”), abbia provato a trasformare la terza persona e il tempo passato (a me più congeniali) in prima persona e tempo presente. E mi sono pure adoperata a rendere il meno ipotattica possibile la mia scrittura (io che amo virgole, punti e virgola e gerundi). L’ho fatto perché mi sono convinta che è questo ciò che piace alle giurie dei concorsi, agli addetti ai lavori, al pubblico giudicante. In pratica, ho ragionato come tanti: questo è richiesto - questo offro.

Che sciocchezza! Si scrive nel modo in cui viene naturale, non è necessario assecondare il flusso predominante e andare dietro a impostazioni preordinate e compiacenti. 

Le uniche "regole" che, nella scrittura, adesso reputo opportune sono quelle legate all’abuso di avverbi e aggettivi, perché, in effetti, credo si possano dire più cose e meglio senza farsi aiutare dalle parti variabili e invariabili del discorso previste dalla grammatica. Snellire il testo, in tutti i modi in cui si può farlo, secondo me, rende maggiore giustizia alla purezza della creatività. E ho anche capito l’importanza del “mostrare”, senza rinnegare la bellezza, certe volte, del “dire”.


In buona sostanza, come scrittrice continuo a cantarmela e suonarmela da sola, come lettrice, invece, continuo a rompere i...




46 commenti:

  1. Penso tu abbia individuato proprio le caratteristiche che oggi vanno per la maggiore, in scrittura.
    La combo io narrante+tempo presente credo anche che faciliti la scrittura e la gestione dei tempi.
    La scrittura con frasi brevi non mi piace per niente, è come se mi costringesse a un'attenzione continua, del tipo che se lascio passare sullo sfondo una parola, mi perdo il senso. La trovo molto faticosa, da lettrice, anche se sembra strano.

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    1. Ho aspettato di leggere qualche romanzo con queste caratteristiche, perché già in molti racconti (vincitori di concorsi vari) avevo notato l'uso costante di io narrante e tempo presente. Ho constatato che vanno di moda, insieme alla paratassi. Non mi sarebbe dispiaciuto imbattermi in questo tipo di scrittura se fosse stato meno inflazionato, ma a me non piace tutto ciò che è ripetitivo e diventa prassi.

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  2. Odio i libri scritti al presente. Odio le frasi troppo brevi. Sanno da pensierini da prima elementare. Sembrano scritti da decerebrati. Che usano frasi e effetto. E punteggiature che fanno figo.
    Ops, ho scritto al presente e con frasi brevi, e frasi a effetto con punteggiatura da figo!

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    1. Ma sai, forse, in certi racconti l'ho persino apprezzato. Nelle narrazioni brevi, la scrittura per frasi corte può scandire un ritmo e connotare in un certo modo la storia, però, in generale, anch'io penso che spesso siano scelte fatte perché la moda ha decretato che un libro possa avere più successo così. E questo uso, per così dire, condizionato della scrittura mi demotiva molto.

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  3. La struttura paratattica la adoro, Hemingway era un maestro in questo, ma non sopporto il tempo presente. A volte quando scrivo e mi trovo in difficoltà cambio l'io narrante (forse il più facile) e il tempo verbale, ma con il tempo presente non mi diverto prorio

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    1. La scrittura minimalista è così. Penso anche a Carver, per non risalire agli scrittori classici e capisco che possa affascinare. Quello che capisco meno è la poca voglia di sperimentare cose diverse, la scelta quasi obbligata dell'aspirante scrittore che per trovare il consenso si adegua a un'abitudine ormai consolidata.
      Fra tutte le prove fatte, in effetti, quella che tollero di più è il punto di vista in prima persona, perché anch'io col tempo presente ho un rapporto conflittuale.
      Alla fine, scelgo sempre la terza persona e il passato remoto o l'imperfetto.

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  4. Non sono d'accordo sul fatto che ci si debba adattare a quello che piace ai lettori o alle giurie.
    Trovo, però, che ciascuno scrittore dovrebbe adoperare più il cuore che le regole stilistiche.
    Quando leggo, amo farmi trasportare da una storia che sia scorrevole e densa di emozioni. Se dovessi imbattermi in un telegramma o, peggio, nella lista della spesa, chiuderei il libro già alla seconda pagina.

    Quando scrivo, invece, i polpastrelli viaggiano da soli sui tasti del PC, così come la penna scorre sul foglio. E' tutto automatico. Non sto lì a badare alla sintassi o alla consecutio temporum, poiché ho la fortuna di avere delle buone basi di grammatica, che mi impediscono di commettere errori tecnici, sin dalla prima stesura. Pertanto, lascio fare al cuore e poco alla testa.

    Solo leggendo il tuo post mi sono resa conto, ad esempio, che ho sempre adorato scrivere in prima persona e al presente.
    Sono quindi moderna? Io? Ma va! :))

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    1. Una volta ho scritto un racconto in terza persona limitata e al passato remoto. Poi, così, per fare una prova, ho trasformato tutto in prima persona e tempo presente. A parte che molte cose non ho potuto più dirle, perché l'io narrante è molto limitativo, ma mi sono resa conto che la storia aveva preso tutto un altro respiro, che alla fine a me non piaceva. Però, poiché con quel racconto volevo partecipare a un concorso, ho scelto di farlo con la versione in prima persona e tempo presente, nella convinzione che potesse fare più presa. Il concorso lo ha vinto un racconto che, guarda caso, aveva un io narrante al presente. Non lo so, mi sembra che queste caratteristiche rispondano di più alle richieste attuali: scrittura diretta, immediatezza di linguaggio. Ma io preferisco un'altra narrazione, c'è poco da fare.
      Diciamo, che se ti misuri con l'editoria moderna, tu parti avvantaggiata. ;)

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  5. Ho notato anch'io che la prima persona con il tempo al presente va per la maggiore, tuttavia credo che la prima persona sia limitante, sotto certi aspetti perchè c'è un solo punto di vista e non permette di esplorarne altri. In un romanzo spesso un diverso punto di vista può servire alla storia. Certo dipende dal tipo di storia. Sto leggendo un romanzo di Donato Carrisi, è scritto in terza persona, e ho controllato anche gli altri suoi romanzi che ho sull'ipad, sono tutti in terza persona, è uno degli autori più venduti, quindi mi sembra che vada molto anche la terza persona, almeno per i thriller... anche se poi Carofiglio alterna romanzi in prima persona con romanzi in terza, chissà forse è solo l'intimo sentire dell'autore rispetto alla storia.

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    1. In effetti, è più un trend da esordienti, verificato in base alle mie esperienze di lettura. Poi, è vero che se esistono i punti di vista e i tempi verbali è perché ognuno personalizza la propria scrittura come vuole, ma è come se ci fosse una moda in corso, per cui scrivere in quella maniera va di più che in altre, come se ci fosse una domanda alla base che prevede solo quel tipo di offerta. Non so se è solo una mia sensazione.

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  6. Cara Marina, aggiungerei una certa brevità delle proposizioni. Insieme all'uso della prima persona danno ritmo, anche se a volte mi lasciano una sensazione di piattume, smarrimento. Sì, questo è ciò che va per la maggiore, non credo solo tra gli esordienti. In questo periodo sto notando che si vende molto (e si copiano molto) romanzi che raccontano saghe familiari, specie al femminile, alcune molto pregevoli ma alla fine stancanti e ripetitive. Ammetto che apprezzo infinitamente il romanzo ottocentesco e dunque sono a disagio in questa modernità, anche come scrittrice. Uso la prima, ma sempre con una certa allure del passato. Mi sono sempre sentita vetusta, vintage. Ora un po' meno :)

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    1. Anche le tematiche, è vero, non hanno nulla di nuovo. La gara è fra chi scrive meglio le stesse cose. A me piace lo stile classico: al di là del punto di vista, la scrittura minimalista, il periodare sincopato, mi conquistano meno. Che ben vengano, oggi, testi vintage: sarebbero davvero innovativi, in questo panorama letterario. 🙂

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  7. Non paragonare il tuo stile con gli altri, non levarti la gioia della scrittura. Non scegli tu se nasci papavero o tulipano e non c'è niente di peggio che un papavero che si atteggia da tulipano! Non funziona e basta. L'ho provato sulla mia pelle di recente, perché io leggo cose ben diverse da quel che scrivo. Quando ho letto "Lungo petalo di mare" di Isabel Allende (zero dialoghi, ipotattico, ecc) ho desiderato così tanto scrivere un libro così bello che ho provato a riscrivere qualche capitolo della mia storia copiando il suo stile. Ne è uscito un brodo riscaldato che nessuno vorrebbe assaggiare. :)

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    1. Sono d’accordo: tradire uno stile che viene naturale è una perdita di tempo. Resta una forzatura. Ma spero, nel contempo, che le nuove leve non si plasmino in base al comune sentire e che non si abituino a scrivere in un certo modo solo perché è così che sperano di ottenere l’attenzione di giurie o editori.

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  8. L'importante è restare fedele a se stessi. Le "regole" della scrittura creativa sono ottimi strumenti che però deve decidere l'autore quando usare e quando invece è più efficace una cara vecchia martellata! ;-)

    PS: a che tipo di concorsi partecipi? Io per anni ho inviato materiale, poi sono diventato più selettiva e ora me ne tengo piuttosto alla larga... magari hai trovato qualcosa di interessante? :-)

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    1. Mi sa che ho fatto la tua fine: ero fissata con i concorsi. Poi ho cominciato a selezionare quelli che mi sembravano più opportuni (in genere, le competizioni lanciate da riviste letterarie, specie se quotate), poi ho capito che anche lì a vincere è sempre un certo tipo di scrittori (giovani, spesso con occupazioni vicine al mondo dell’editoria ed esperienze pregresse nel settore letterario, tipo premi presi, concorsi vinti, pubblicazioni in varie riviste) e ho mollato del tutto. Sono tornata alla mia primitiva scrittura, quella, famosa, per la nostra personale soddisfazione.

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  9. Io ho sempre sempre adorato la scrittura in prima persona. Sin da ragazza. Mi affascinava. Per quello cercavo i diari o gli epistolari. Ed anche per quello, ma non solo, nella tesi di laurea ho trattato il metodo narrativo del romanzo dell'Olocausto, prima vera avvisaglia della letteratura contemporanea in prima persona (mantenendo comunque i tempi narrativi - eravamo, fummo e così via).
    Credo fermamente che l'evoluzione storica-sociale influisca imprescindibilmente su ogni campo, e come hai detto splendidamente tu, Marina, il lettore di oggi preferisce sentirsi accanto al personaggio, camminare fianco a fianco con lui: è sacrosanto, la comunicazione è cambiata, il linguaggio è cambiato, i mezzi che abbiamo a disposizione per esprimere le nostre idee sono cambiati dai tempi dei "classici". Se fai caso, cinema e letteratura spesso convergono: quando guardi una commedia oggi, quasi sempre inizia come inizierebbe il romanzo da cui magari è tratta. Cosa dovrebbe fare un editore? Ma il vero quesito è: per cosa scrive uno scrittore: per se stesso, per la massa, per ambire ad un "titolo"? Ultimamente ho letto "Eppure cadiamo felici" di Enrico Galiano (un insegnante di Pordenone). è scritto in terza persona ma col tempo presente. Ed è bellissimo! Un romanzo che arriva al cuore, in grado di parlare ai ragazzi ma anche agli adulti. Dopo averlo letto sono andata a sbirciare le recensioni: centinaia e centinaia di commenti positivi che dicono quanto, in tutta la semplicità della sua scrittura, questo autore riesca a dire... Certo, forse non vincerà mai il premio Strega come un Veronesi (anch'esso dedito ad una scrittura sperimentale - e che scrittura, che stile!) ma Galiano è riuscito a raggiungere tutti. La sua scrittura vale, perché sono i lettori a decretare un successo, le nicchie rimangono limitate a loro stesse.

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    1. Domande sacrosante, quelle che ci poniamo ogni volta che scriviamo: capisco quanti scrivono perché vogliono piacere soprattutto alle case editrici da cui aspirano a essere pubblicati. Credo,, alla fine, che sia sacrosanto essere liberi di avere gli obiettivi che si vogliono avere, però io, che ragiono da scrittrice/lettrice, non vorrei mai compiacere editoria e pubblico, sgamo subito il testo dalla tematica “cool” e finisco sempre per lamentarmene. Poi, quelli sono i modi e i tempi: se esiste la prima persona, perché non usarla? Se si può raccontare al presente,perché non farlo? Cioè, non auspico un divieto nell’uso stilistico scelto per la narrazione, noto solo che il linguaggio nuovo e i tempi cambiati, in molti casi, hanno appiattito la scrittura.
      Ora cerco l’autore che citi. 👍🏻

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    2. Mari, ti devo confessare che, se ne fossi capace, io mi piegherei pure alle masse ehehehehe. Mettendoci il cuore, certo, e tutto quello che sono in grado di trasmettere. Ma mi basterebbe uno, uno solo, assestato e di successo: e smetterei di girare precaria a destra e a manca. Peccato che scrittori secondo me ci si nasce :( Leggi quello che ti ho consigliato di Galiano *_* poi mi dirai. Anzi, te ne prego, sperimenta l'audiolibro, durante le tue passeggiate! Mi piacerebbe tanto condividere con te questa esperienza.
      Ti abbraccio, amica mia, e ancora buon compleanno <3

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    3. Tu dici: ‘na botta e via! 😂 (e che sia buona!)
      L’audiolibro, ancora, non mi conquista, però sono una curiosa, che sperimenta, dunque metto in conto anche quest’esperienza.
      Ancora grazie! 🤗

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  10. Se può consolarti (magari no, visto che non sono mai stato pubblicato ;-) la penso allo stesso modo. Per come la vedo io, uno deve scrivere come si sente di scrivere. Come già diceva Ghislanzoni, meglio essere un asino originale che una scimmia uguale a tutte le altre. Per me Pirandello è modernissimo. Boccaccio è contemporaneo. Il fatto che la loro scrittura sia così diversa da quella attuale non è solo una questione di epoca diversa. D'Annunzio era contemporaneo di Pirandello, eppure la sua scrittura era diversissima. In verità credo che se un libro è valido, lo è prescindere da stile, contenuto, contesto e quant'altro. Se un libro è valido, E' VALIDO, punto.

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    1. Ecco, autori contemporanei che scrivono in modo diverso, in modo da potersi distinguere uno dall’altro. Questo è il punto: magari i libri, cioè le storie sono belle e sono scritte bene, ma il romanzo di Tizio potrebbe essere scritto da Caio o da Sempronio in maniera indistinta, perché manca quella cifra stilistica che faccia la differenza fra loro.
      Ci sono tanti libri validi, io ho letto romanzi in prima persona e al presente che mi sono piaciuti molto,però mi hanno comunque portato a dire, a inizio pagina, “e te pareva!” e cominciare così una lettura, per me, non è il massimo.

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  11. Penso che ogni epoca abbia il suo stile privilegiato, la sua scrittura tipica. E' vero che oggi si tende a privilegiare gli elementi che hai elencato, ma di certo questo non ci deve obbligare ad adeguarci alle preferenze di lettori o editori. Devo dire che personalmente ho adottato il presente in prima persona in "Tra l'ombra e l'anima" e come esperienza mi è piaciuta, ma in seguito non ho più usato il tempo presente. Di fatto non così semplice da maneggiare come si pensa e poi a me onestamente piace molto di più raccontare al passato. Invece per la prima persona, ammetto di averla usata parecchio (tutti gli ultimi tre libri sono scritti così) e la trovo molto più accattivante anche come lettrice. Ti dirò di più, il romanzo che sto scrivendo attualmente l'avevo iniziato con una terza persona per poi cambiare idea radicalmente. Non so se scrivo invece in modo "paratattico", ma spero di no, perché non mi fa impazzire. Comunque, una certa semplificazione nella prosa c'è stata anche da parte mia, lo ammetto.
    In ogni caso, tu devi seguire l'istinto, ciò che ti viene naturale. I calcoli non hanno senso secondo me in questo ambito. Una storia deve piacere prima di tutto a noi stessi, solo in secondo luogo ai lettori. Editori e concorsi poi hanno ancora meno rilevanza per quanto mi riguarda :P

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    1. È come dici, per questo ho espresso questa sorta di lagnanza: bisognerebbe scrivere guidati dal proprio istinto verso un certo tipo di scrittura: che sia in prima, seconda, terza persona non conta, nemmeno che sia scritta al presente o al passato, ma che sia il frutto di una ricerca, di una sperimentazione personale, anche di un gusto proprio. Invece il mio forte pregiudizio è che molti scrittori seguano solo l’onda, cavalchino un “modus” comune, che non ha nulla di innovativo. Per dire: adesso, se io volessi scrivere una storia in prima persona e al presente, non lo farei solo per non essere parte della massa di nuovi scrittori dediti solo a questa formula stilistica. Tu mi dirai: ma che ti frega, se è così che vuoi scriverla, questa storia. E invece, questo mio pregiudizio è fortemente condizionante e limita anche i miei giudizi sulle letture.
      Lo so, sono complicata! 😅

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  12. Dovremmo ritrovarci fra un paio di secoli per controllare che cos'è rimasto di questi romanzi tanto cool XD

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  13. Molto interessante, Marina! Anch'io amo la struttura paratattica e conosco diversi giovani privi di particolare esperienza sul campo che tuttavia, con pochi cenni, sanno costruire un'atmosfera capace di farti già entrare in una storia. Credo sia un dono di natura.
    Io non sono così, prima di tutto perchè non sono una scrittrice e - al di fuori del blog - non mi sono mai misurata con prose di grande respiro. Ma poi penso che - al di là della giusta regola di snellire un discorso per renderlo più efficace - ognuno di noi abbia dentro di sè un suo ritmo di scrittura...oserei dire una musica, che corrisponde al modo in cui è nel profondo. Ed è questo che va seguito!

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    1. È quello che voglio dire: seguire la propria “musica”, anziché una moda o ciò che si pensa possa risultare più pubblicabile, visti i tempi e le nuove tendenze.
      In certi casi, la scrittura paratattica piace anche a me, ma quando è in equilibrio con quella ipotattica. Ho letto un libro molto bello, “Resto qui” di Marco Balzano e lui mirabilmente passa da periodi ben articolati a frasi corte, che servono a dare un ritmo preciso alla narrazione, un respiro che funziona bene. Ma tutta una trattazione a soggetto, predicato e complemento oggetto no; se non sei uno scrittore famoso al quale perdoni tutto, di te, giovane scrittore, non mi rimane nulla.

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  14. Nell'ultimo libro avevo scritto alcuni racconti in prima persona al tempo presente, la trovavo una scelta fresca e per me funzionava, specie sul più lungo. Però la maggiorparte era al tempo passato e così, per una questione di omogeneità dell'intero libro, ho dovuto mettere tutto al passato. Un po' a malincuore, perché mi sarebbe piaciuto tenerli come nella versione originale, però sono convito che funzionasse meglio così.
    Un vezzo stilistico che però mi sono concesso in alcuni, e che è quasi un tratto distintivo che usavo nei racconti miei più antichi, è quello di non dare un nome al protagonista, e lasciarlo semplicemente raccontare.

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    1. È così: una scrittura deve funzionare in primis per chi scrive, dunque non arriverei a demonizzare una scelta piuttosto che un’altra, ho solo la presunzione di pensare che un certo stile sia indotto da altre ragioni che non siano realmente libere. Vedi, per esempio, il tuo tratto distintivo mi convince di più: almeno non mi sa di idea inflazionata.

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  15. ???
    I miei quattro lettori mi hanno sempre accusato di lasciare i finali troppo aperti nelle mie storie strampalate.
    Ma anche tu, con il tuo post, non scherzi.
    Hai lasciato addirittura l'ultima frase in sospeso: "continuo a rompere i ..." ???
    :-D :-D :-D

    Quello che non mi ha mai convinto, delle "moderne scuole di scrittura", è che troppo spesso chi insegna non ha mai scritto qualcosa di decente. E quindi cosa insegna, esattamente?
    Poi fioriscono regole che, siccome vengono da una presunta "scuola", non fanno altro che generare omologazione, per poi perpetuarla.

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    1. E dire che è una delle più classiche espressioni “fatte”! 😁
      Esatto: le scuole saranno pure importanti per chi vuole imparare a trasformare un’idea in pensiero scritto, ma alla fine, insegnando a tutti le stesse cose, con gli stessi schemi e lo stesso iter da seguire, producono solo scritture in serie. Chi si distingue lo fa grazie a uno stile personale che,alla fine, quelle regole, le disattende (però deve saperlo fare, eh, se no è meglio lo scrittore omologato che, almeno, abbia concepito una bella storia.)

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  16. Il problema di questo tipo di scrittura è che non è riconoscibile. Non conosco i tre autori di cui hai riportato l'incipit, ma se tu avessi messo un nome e il titolo di un romanzo altroché un altro non si noterebbe la differenza.
    La scrittura in prima persona mi piace molto, ma è parecchio difficile. Asciugare la scrittura mi trova del tutto d'accordo, anche per ottenere un maggiore effetto di incisività rispetto a quello che si vuole dire. Invece non apprezzo per niente quelle frasi troppo brevi costellate di punti fermi. Ah, l'affascinante punto e virgola, chi l'ha più visto? ;)

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    1. È quello che penso, esattamente: sono scritture che potrebbero essere di uno scrittore piuttosto che dell’altro: dov’è quell’elemento che rende unico lo stile? La storia raccontata, alla fine, può fare la differenza, nel senso che una può piacerti o meno più delle altre, ma lo stile si appiattisce nelle stesse scelte. E questa sensazione non mi lascia, dopo avere letto diversi romanzi immersi appieno in questo cliché stilistico (per non scomodare i contenuti).

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    2. Nel commento precedente volevo scrivere "anziché", invece ho scritto "altroché". Ho riflettuto se questo appiattimento dipenda dalle scuole di scrittura o meno, ma non so darmi una risposta, anche perché ci sono autori contemporanei che invece sono riconoscibilissimi. Solo per fare un nome, Murakami: ha uno stile che può piacere o meno, ma è difficile confonderlo con un altro. Tra l'altro leggevo che se ne è sempre infischiato di scrivere in un certo modo... scrive proprio come gli pare e fa benissimo.

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    3. Più che altro, la mia riflessione riguarda gli esordienti e tutti gli scrittori alle loro prime esperienze. Ovviamente chiunque vorrebbe essere pubblicato, dunque strizzare l’occhio a certe condizioni non è una tragedia, ma esistono lettori/trici che, invece, poi, chiedono conto di certi risultati e lì sta la fregatura, nel mio caso, perché sono una di quelle lettrici, ma sono anche una scrittrice e oppongo resistenze dove per molti la scelta è facile.
      Murakami, beh, lui è il mio idolo: il suo modo di scrivere, nella sua apparente semplicità, parla al pubblico in modo unico.

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    4. Cristina: Murakami scrive come gli pare perché è *magico*, purtroppo non funziona per tutti XD

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    5. Sono d'accordo con te, Andrea! :)

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  17. Come per tutte le scuole di ogni ordine e grado, ti vengono fornite delle basi poi però nella pratica sta al singolo capire quali regole tenere e quali buttare. L'omologazione è l'antitesi della creatività stessa! Purtroppo però, come fai notare tu, entrano in campo le leggi del mercato, domanda e offerta, lettori e case editrici.
    Personalmente non mi trovo benissimo con la prima persona, la forma più naturale per me è sempre stata la terza persona al passato. Poi però comanda la storia, per cui l'ultimo racconto, "Rosso" che ha preso pure te fin dall'incipit, è in prima persona al presente, il fantasma di un uomo che assiste al suo funerale. E' partita così e l'ho lasciata andare avanti. In altri casi invece la prima persona è proprio "dovuta", penso ad alcune collane di romanzi rosa, per quanto una storia d'amore non è meno bella se raccontata in terza persona, no?

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    1. Non che oserei mai dire che prima persona e presente verbale sono brutti e da evitare, però quando ti capitano tutti insieme e su letture di scrittori nuovi (e bravi, aggiungerei) resti un po’ male, perché, al di là di ogni buona intenzione, ci vedi l’inghippo “ruffiano”. Lo so che spesso è solo un pregiudizio, ma io con quelli, ormai ci vado a nozze e, qualche volta, c’azzecco pure! 😏

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  18. Nei consigli della scrittura creativa di oggi - domani, chissà - c'è molto di interessante, se si vuole comunicare bene, eppure considerare questi consigli come imperativi sarebbe una sciocchezza. E' vero, può darsi che il pubblico di lettori ed editori si sia assuefatto a un certo modo di scrivere e reagisca meglio a quello che agli altri, ma sarà proprio la "trasgressione" a fare la differenza? Ne dubito. Ho scritto in prima persona al presente, mi è piaciuto farlo e probabilmente lo rifarò, ma non è una scelta a tavolino, fissata una volta per tutte. Anzi, il prossimo romanzo sarà in terza persona al passato remoto. A parte questo, raramente riesco ad apprezzare appieno i classici, per fortuna con qualche eccezione. La voce "vecchia" è un fantastico deterrente per me.

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    1. Io immagino un insegnante di queste scuole che, nel fare esercitare gli studenti alla scrittura efficace, dia dei consigli che poi è naturale seguire se sei alle prime esperienze. E credo sia anche giusto, non mi permetterei mai di criticare l’operato di persone che lavorano nel settore e hanno le competenze richieste. L’effetto finale, però, a me lascia questa sensazione, ma la mia opinione, per fortuna, non è insindacabile. Lo voglio ribadire, a scanso di equivoci: non dico che le storie scritte in prima persona e al presente siano, sol per questo, brutte; penso che chi si approccia alla scrittura per la prima volta, molto spesso si appoggia alla formula che può garantire più successo e adesso è l”io narrante” che vince su tutto. 😁

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  19. Proprio in questi giorni sto leggendo L'acqua del lago non è mai dolce, di Giulia Caminito, candidata al Premio Strega (la incontreremo virtualmente col il gdl di cui faccio parte su Instagram). Bene, la sua scrittura è esattamente come i tre incipit che citi. È dunque vero che non esiste altro modo di narrare oggi? Di questo libro scriverò una recensione, ma ciò che mi importa dirti oggi è che se il libro è ben scritto e la storia c'è, mi capita di non pensare più alla sua struttura. Ci si abitua. Come tu in pratica scrivi, ci si entra dentro. Credo che la Caminito ci sia riuscita.

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    1. No, per fortuna, esistono ancora i tanti altri modi di scrivere! È solo che c’è una forte tendenza verso questa forma e tu me lo confermi. Sono convinta anch’io, poi, che, se la storia è bella, l’apprezzi: recentemente ho letto due libri molto belli scritti così, ma ho proprio fatto una statistica di ultime letture e hanno tutte uno stile analogo. Ecco, la mia è più un’osservazione sullo stile, senza toccare il contenuto.

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  20. Il punto di vista non deve essere una moda. Deve essere una necessità della storia. Molti personaggi implica la terza persona, al limite se ci sta un protagonista assoluto puoi fare una prima e tante terze persone. Poi si può fare pure la terza e narrare in modo immerso la storia di un solo personaggio. Ognuno decide da sé. Io non ho mai applicato la moda, ma la necessità che dettava la storia. Lascio agli altri fare la moda e me ne frego :D .
    I miei romanzi della serie prevedono la prima persona al tempo presente e al tempo passato quando si parla appunto di eventi presenti o di eventi passati. La raccolta di racconti che sto scrivendo prevede solo terza persona al passato. "Joe è tra noi" era tutto in terza immersa al presente e al passato.
    Ho letto anche storie in cui c'erano 10/12 voci narranti tutte in prima persona e scritte da una scuola di scrittura creativa quindi io ignoro a piè pari mode e regole visto che poi ognuno fa sempre come vuole.

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    1. Non è tanto il punto di vista a essere alla moda, quanto il tipo di storia: il racconto intimista è quello che vince i concorsi letterari. L’ho notato soprattutto negli ultimi anni, partecipando ad alcune competizioni: alla fine, veniva premiato sempre il pezzo narrato in prima persona, se al presente meglio. Ho solo fatto una statistica spiccia, poi, è ovvio, che questa non sia necessariamente la regola, però posso dirti che mi ha condizionata? Adesso, se voglio scrivere qualcosa, ci penso un attimo, se voglio scriverla con l’io narrante!

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