Fermo i pensieri in corsa, quando attraversano il mio cervello; li fisso perché non si confondano nel caos di immagini che quotidianamente registro e di sensazioni che assorbo mentre parlo, osservo, percepisco odori, ascolto, mentre, cioè, i miei sensi lavorano e io li assecondo inconsciamente. È questo ciò che faccio portandomi dietro un taccuino: ce l'ho in borsa e se non è in borsa è in una tasca ma sempre con me, pronto a ricevere suggestioni, a raccogliere e conservare tutto quello che mi colpisce e non voglio vada disperso o dimenticato.

martedì 16 settembre 2014

Un anno di #TWITTER


Mi gioco subito una carta sbagliata affermando, con la sincerità che mi caratterizza, che non amo particolarmente i social network! Sbagliata perché c'è qualcosa di incoerente fra la mia frequentazione di due di essi e l'idea che nonostante tutto ho maturato sull'uso delle reti tessute sulle piazze virtuali del web.
Se qualcuno mi avesse detto, al tempo dei miei venti anni, che avrei avuto migliaia di conoscenze solo esprimendo la preferenza con un rapido click su una tastiera, avrei manifestato un inattaccabile scetticismo; invece adesso che sono stoicamente madre nell'era dei cosiddetti "nativi digitali", mi trovo anch'io a scegliere nuovi "amici" e a fare un'attenta selezione di "follow", ma con un vantaggio che proprio l'età raggiunta mi garantisce: la capacità di guardare a tutto questo col giusto distacco e con quell'equilibrio che, invece, nelle fasce più giovani - ahimè - è sempre più raro trovare.
Rifiuto il pensiero di vantare un numero infinito di amici solo perché nel mio profilo c'è un lungo elenco di nomi e di foto di persone che nemmeno conosco; gli amici - pochi ma veri - li incontro per un caffè al bar: un caffè reale, con tanto di tazzina calda e fumante, non fotografata e spedita come "pic" dentro una community virtuale, per augurare il buongiorno.
Eppure ho imparato che demonizzare i social network è allo stesso modo un errore, perché è per sfatare il pregiudizio che avevo sui principali di essi che mi sono iscritta prima su Facebook e poi su Twitter. E ho scoperto che non è poi così male avere un account perché credo che la chiave di lettura sia proprio questa: dare un senso alla propria presenza virtuale in rete, avere uno scopo che non sia il banale autocompiacimento nel far sapere a tutti dove si è, con chi e cosa si stia facendo. Io ho deciso di destinare al pubblico di Facebook la mia passione per la creatività manuale e a quello di Twitter il mio profilo letterario, così nel primo offro una vetrina di manufatti sotto l'etichetta "Ali di Carta", lavorati nel mio laboratorio artigianale, nel secondo provo a farmi conoscere con il mio nome e cognome, nella convinzione che le persone vadano conquistate e l'interesse del pubblico cercato, costruito con pazienza, prima di proporre, in veste di scrittrice, la lettura del romanzo che ho scritto.
Tralasciando i miei soddisfacenti tre anni su Facebook, è del mio primo anno su Twitter che voglio parlare. Quando con timidezza ho bussato alla porta di questo social network, l'idea di "cinguettare" in soli 140 caratteri mi è sembrata geniale: c'è gente che ama parlare e parlare e parlare ed io personalmente arrivo a leggere le prime due righe dei papelli che invece trovo scritti altrove. Essenzialità e brevità sono due parole d'ordine alle quali mi piego molto volentieri. Un pensiero in poche righe è un intelligente modo di partecipare ad una riunione virtuale. Primo step superato: la collocazione di nome e profilo fra gli utenti di Twitter. 
La scelta di chi seguire non è ardua quanto il trovare chi vuole seguire te, perché il meccanismo della non necessaria reciprocità ti porta ad essere una voce solitaria in cerca di orecchie, che il più delle volte non dimostrano interesse per quello che dici. E lì passi dal sentimento di invidia per chi ha migliaia di followers che "ti preferiscono" o ti "retwittano" allo scoraggiamento che segue al "ma chi me lo fa fare!", sempre dietro l'angolo.
Per non parlare dell'effetto negativo prodotto dal cosiddetto "defollow", un semplice deprezzamento che ovviamente non coinvolge la persona quanto quello che condivide sul network. Una cosa ragionevolissima, per carità, ma dal forte impatto emotivo, perché chi scrive mostra sempre un po' di egocentrismo frustrato, ad un certo punto, da chi ti cancella dalla lista dei followers. E non puoi nemmeno chiederne le ragioni! Di alcuni "defollowers" ricordo nome e account, perché sono stati tra i miei "fan" più presenti nella pagina delle notifiche con le loro stellette e poi? la magnifica app rivelatrice dei "non più seguaci" mi ha segnalato la loro rispettabile "dipartita".
Poco male! per un tot che va, c'è un tot che viene e il gioco continua. Twitter è un passatempo che può diventare l'occasione per conoscere persone interessanti; sono contenta di non essere fuggita i primi tempi, quando la visibilità era davvero scarsa ed io provavo timidamente a fare conoscere i miei pensieri. Ho insistito e sono approdata ad alcune, ormai, irrinunciabili realtà, una per tutte la gratificante esperienza della #Twittlettura con il gruppo gestito con passione e competenza da @TwoReaders.
Ho scoperto interessi, affinità, mi piacciono la condivisione e il confronto.
Così la premessa di questo articolo va a farsi benedire e trovo ad hoc un tweet di @CristianoMinima, un nuovo follower, che ironizza scrivendo: "ma io prima di iscrivermi a Twitter.... che caspita facevo?"




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