domenica 15 febbraio 2026

Diario di una expat a Monaco - #9

Istantanee bavaresi 


All’uscita dalla U-Bahn (Untergrundbahn) di Odeon Platz, la bellezza della piazza mi colpisce sempre: la Feldherrnhalle, il grande monumento ottocentesco commemorativo dei generali bavaresi (ispirata alla Loggia dei Lanzi di Firenze) esercita il suo fascino anche così, con la facciata oscurata da impalcature e recinzioni per lavori di ristrutturazione in corso. La splendida Theatinerkirche (o Chiesa di St.Kajetan) domina con le sue due torri gemelle, che incorniciano la facciata dal colore giallo ocra ed è impossibile resistere alla tentazione di spingere il pesante portone d’ingresso per ammirarne anche l’interno. 

Poco prima che inizi la Ludwigstraße, mi fermo davanti a uno degli accessi all’Englischer Garten e resto ad ascoltare per qualche minuto un gruppo di artisti per strada che si esibisce con musica tradizionale andina. Se mi concentro respiro l’aria delle lontane terre latinoamericane, mentre osservo uno stormo di piccioni allineati lungo un cornicione, che all’unisono spiccano il volo per atterrare insieme su un prato ancora innevato, in cerca di qualcosa da beccare. È tutto molto bello e soave, ma io non sono nel chill, perché esattamente da quando la scala mobile della metro mi ha portata all’esterno, nella splendida Odeon Platz, proprio mentre la zampoña andina accompagnava la merenda dei piccioni, io affidavo alla fantasia la formula giusta per chiedere informazioni su un corso d’inglese, nella scuola dove sono diretta.

Ebbene sì, signori, è arrivato il momento dell’impegno, l’ora di prendere la faccenda “conoscenza della lingua” sul serio. Mi ero ripromessa di cominciare a studiare l’inglese con l’inizio del 2026 e ho dovuto a lungo metabolizzare l’idea per una serie di ragioni, forse la principale quella di dovere resuscitare un’abilità chiusa nella tomba dei miei anni liceali. Ma sono anche testarda e da quando sono qui, in terra straniera (rinunciando a priori alla possibilità di conoscere il tedesco), il pensiero di potere comunicare almeno usando una lingua internazionale non mi ha mai abbandonata. E dunque, eccomi, con in testa tutto il repertorio di frasi e domande formulate dall’IA (in questa occasione di preziosissimo ausilio), che però nella mia mente frullano come le ali dei piccioni rumorosi e sballano l’ordine di sostantivi, verbi, do, does, can I, I’d like, cazzi e mazzi!


Il Cambridge Institute è a pochi metri dalla piazza dove mi trovo, esattamente di fronte al Residenz München, l’ex palazzo reale dei Wittelsbach (oggi uno dei musei più importanti della Germania). Un portoncino, che passa inosservato nella facciata di un edificio moderno, riporta in alto un’insegna quasi invisibile, così al numero 22 di Residenzstraße il mio dito (che vorrebbe rimanere al sicuro dentro un pugno chiuso nella tasca del giubbotto) spinge il pulsante sul citofono, quello che ha l’etichetta con su scritto: “Cambridge”.

Al primo piano, dietro il bancone della reception, un ragazzo dall’aria sbarazzina mi accoglie con un “Hi, how can I help you?” e lì mi fingo spavalda, ma devo spingere a forza le parole su per le corde vocali, se no il suono non esce: “Hi, I’d like some information about your english course... courses” (mi correggo alla velocità della luce). Non starò qua a descrivervi la tipologia di dialogo venuto fuori da quel banalissimo approccio, tra i numerosi miei tentativi di afferrare al meglio tutto quello che mi veniva spiegato, tempistiche, modalità, pacchetti, offerte... e le ulteriori curiosità che volevo soddisfare, stavolta senza copione. Comunque, sorvolando sulla resa del mio inglese, tra improvvisazioni, gesti e richieste da parte mia di parlare more slowly, please, capisco che devo fare un test d’ingresso per accedere al livello adeguato alle mie conoscenze della lingua e alla domanda “Do you have five minutes to take the test now?”, realizzo che mi sono inguaiata, ma che era questo, in fondo, ciò che volevo e senza pensarci, d’istinto, rispondo “yes”.

Mi lasciano sola in una stanza con un modulo di tre pagine contenente le domande che saggeranno le mie competenze; posso perdere il tempo che voglio; appena finisco devo riportare tutto al ragazzo.

I cinque minuti sono diventati venti e, oltre alle cose più semplici vicine alla basilarità, ricorro alla logica o all’intuito per spuntare una delle risposte multiple contemplate. Per me l’opposto di “polite” è “stupid” (sì sì, sono sicura, polite vuol dire intelligente) e molti aggettivi restano senza il loro contrario (accanto a uno di essi scrivo papale I don’t know, ma solo perché non so come si traduce in english “non ne ho la più pallida idea”!) In compenso, so usare le formule interrogative con il do/does e conosco il paradigma di molti irregular verbs (e no, tu non mi freghi piccolo, spregiudicato, “to blow”: al passato fai blew e al participio passato fai blown, tiè! (anche se non ricordo minimamente quale sia il significato). In alcuni casi butto tutto in caciara (insomma, non è mica un esame, questo!) e do il meglio di me nelle frasi che devo formulare io, senza alcun suggerimento. 

Allora, per esempio: prendo appuntamento con un amico per andare a vedere una partita allo stadio, ma all’ultimo momento il boss mi dice che devo finire un lavoro importante e non posso più andare. Cosa dico al mio amico? Devo write two different answers (Ah, ci tengo a precisare con un discreto orgoglio che ho una buona dimestichezza con il reading e capisco diciamo l’80% di ciò che leggo in inglese. Yeah!).

Una delle due risposte che elaboro è: “I hate my boss!”

Okay, mi sono giocata la credibilità!


Con aspettative del tutto neutre attendo di incontrare (sempre nella stessa mattinata) un teacher che da subito, dando un’occhiata al test, mi darà un responso e il responso arriva dopo pochi minuti, veritiero, netto: sfioro il B1. 

Il B1? Sì, posso accedere al corso per il primo gradino del livello Intermidiate.

Mi ero dipinta come un A1 con ambizioni velleitarie e invece.

Così, il lunedì successivo comincio un corso intensivo: trenta ore suddivise in dieci giorni, con appuntamenti quotidiani, dal lunedì al venerdì, ore 9:30/12:30. In pratica due settimane di full immersion in una classe con altre tre persone.


Il primo giorno conosco i miei compagni di avventura, tedeschi tutti e tre: una coppia di senior, Klaus e Margit e una mia coetanea, Daniela. Tentiamo un approccio semplice, così, giusto per rompere il ghiaccio: Margit mi chiede (tutto, naturalmente nel nostro, certificato, inglese B1 in progress): “E come mai vuoi studiare l’inglese? Resterai in Germania per tre anni, è più ovvio studiare il tedesco, no?”E aggiunge “Se io vado in Italia voglio imparare l’italiano, non il cinese”.

Ehm, sì, beh, ecco... Cominciamo bene!


Sono proprio tedeschi!



2 commenti:

  1. sono proprio tedeschi, però per una volta do ragione ai tedeschi!
    quando all'inizio del brano ha scritto che volevi fare un corso d'inglese ho pensato a un lapsus! forse imparare qualche rudimento di tedesco sarebbe stato più utile nella tua situazione di expat a monaco per un lungo periodo, o no?
    ml

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    1. Step successivo, già in programma. Prima imparo a parlare bene l'inglese, un altr'anno proverò a masticare il tedesco (anche se, per me, impraticabile! 😆).
      In realtà c' è una ragione seria (ed è quello che ho spiegato anche ai miei compagni di scuola): mio marito, per lavoro, frequenta un ambiente internazionale e io non so come relazionarmi con colleghi e mogli di colleghi (parlano in inglese).

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