Fermare i pensieri in corsa, quando attraversano il nostro cervello; fissarli perché non si confondano nel caos di immagini quotidianamente registrate e di sensazioni assorbite mentre parliamo, osserviamo, percepiamo odori, ascoltiamo, mentre, cioè, i nostri sensi lavorano e noi inconsciamente li assecondiamo. Ecco, è questo ciò che faccio io portandomi dietro un taccuino: ce l'ho in borsa e se non è in borsa è in una tasca ma sempre con me, pronto a ricevere suggestioni, a raccogliere e conservare tutto quello che mi colpisce e non voglio vada disperso o dimenticato.

giovedì 22 settembre 2016

Thriller paratattico n. 57 - Dove eravamo rimasti?

Ah, sì, agli effetti sonori di Michele Scarparo.


Et voilà, mes amis! 
Intanto ho piazzato l'insegna: l'ombra della mano assassina con la luna piena sullo sfondo.
Il est si charmant!
Mi avete riconosciuto?
Oui, je suis la giovane donna parigina del Thriller paratattico

E riparto da qui.

Ho detto au revoir a Michele Scarparo (che nel Thriller scorso ha scritto la versione migliore fra quelle presentate) e con il permesso di Helgaldo sono venuta a bussare alla porta del Taccuino. In valigia ho messo Montmartre, la coltre di buio, il muro, la scala. Purtroppo ho dovuto caricare pure gli ubriaconi del bar... Che facevo, li lasciavo a fare baldoria lì, senza motivo? 
Avete paura dei ratti? Ne ho giusto un paio nella tasca dell'imperméable, ma tranquilli, sono addestrati, fanno solo scena.

Ormai lo sapete tutti cos'è il "Thriller paratattico", dico bene? Autrement, Helgaldo lo spiega in modo esauriente nella prima parte di un suo articolo.
È stato lui a dare vita a questo... come definirlo: jeu letterario? Un allenamento, un test, una divertente compétition tra coloro che si mettono alla prova? 
Mais oui, visto che c'è persino un premio messo in palio per chi dovesse aggiudicarsi la manche settimanale, scrivendo la versione più votata del Thriller: un libro, che Helgaldo, gentilmente, regala al vincitore.

Marina mi ha detto che posso comportarmi come se questa fosse ma maison e io ne approfitto. En outre, sono stata già sua ospite occasionale nella primavera scorsa. La conosco dalla prima volta in cui ho fatto la mia timida apparizione vestita di similitudine, nel primo post di Helgaldo dedicato al Thriller. Ci frequentiamo da quel giorno. 
Da allora, ne ho fatta di strada. Ho partecipato a 56 sviluppi tematici e ad altrettanti esercizi letterari, sono stata la protagonista del Thriller di Helgaldo ma anche di quello ereditato da Michele. Per un anno e mezzo ho vissuto dentro favole, saggi e filastrocche. Ho indossato abiti grotteschi, parlato linguaggi sconosciuti, mi sono accorciata in sei parole, concentrata nei versi di una poesia, trasformata in effetto speciale cinematografico.
(Leggere per credere. E non sarà tempo perso, croyez moi!)

Nessuno come me conosce le potenzialità raggiunte dalla scrittura tutte le volte che sono stata reinventata, riadattata, rielaborata a seconda delle esigenze narrative.

Ed è quello che mi piacerebbe continuare a dimostrare anche da qui.

Come?

Il est simple! 
Invitandovi a partecipare al gioco.

Quello che dovrete fare è solo:
  1. leggere il brano paratattico.
  2. Sviluppare il componimento secondo le indicazioni fornite ogni settimana.
  3. Pubblicare qui la vostra versione, utilizzando la forma anonima prevista per i commenti (purtroppo non potrete superare il limite imposto dallo spazio concesso in quest'area). 
Avrete tempo fino a mercoledì prossimo per scrivere i vostri elaborati.

Lo stesso giorno sarà pubblicato un post riepilogativo dei componimenti giunti. 
Giovedì sarà proclamato il vincitore e verranno date le nuove istruzioni per la settimana successiva. 
Così, fino a esaurimento di idee!

Questa volta non ci sarà un meccanismo di votazione affidato al pubblico, ma sarò io che sceglierò il Thriller più convincente secondo un criterio di selezione assolutamente soggettivo che motiverò (questa è la ragione dell'anonimato).

Se devo giudicarvi, immagino vorrete conoscermi, sapere come sono fatta e come sono fatti anche gli altri protagonisti del Thriller.
Per esempio, potreste essere voi a inventarci.

Opera di Alessandro Siviglia
Potremmo ripartire dalla caratterizzazione dei personaggi. Sapete l'importance che ha in una buona scrittura la riconoscibilità degli attori in campo attraverso la puntuale descrizione del loro aspetto e delle loro qualità esteriori. 
Dovete solo lavorare di immaginazione.
Io sono giovane, questo è l'unico dato certo. Gli uomini che mi aspettano al bar sono ubriachi, i ratti affamati e il dentista soddisfatto del proprio lavoro. 
Tutto qui?
E poi? 
Siamo alti, bassi, magri, grossi? Come abbiamo i capelli e gli occhi? Hanno una forma anche naso e bocca e le nostre facce? Come sono le nostre espressioni? Le nostre voci? Le mani, le sopracciglia? Persino i nostri denti, se volete mostrarli nel racconto. 
In che modo ci muoviamo? Abbiamo segni particolari? Come siamo vestiti? E chi più ne pensa più ne metta.
Tutto contribuisce a creare la nostra immagine. Descriveteci nel dettaglio,  abbiate cura e attenzione per ogni particolare.

Materializzarci nella vostra fantasia sarà il miglior modo per conoscerci. E per divertirci insieme.

Oh, parbleu, ho parlato tanto. Invece è tempo di mettersi in gioco.

Ehi, monsieur dentiste, è giunto il momento di entrare nel Thriller!
(Cet homme sta sempre a contarsi le corone in tasca!)
Si va in scena. 

Questo è il brano paratattico:

Una giovane donna si trova sperduta nel quartiere parigino di Montmartre, intorno a lei una scura coltre di buio. La giovane cammina fra i vicoli costeggiando un lungo muro, ha paura, entra finalmente in una casa. Sale le scale, comincia a intravedere una luce, si trova nel mezzo di un bar frequentato da uomini ubriachi. Gli uomini si avventano su di lei: la vogliono rapinare, forse abusarne. La donna urla di terrore, i maniaci la legano, la buttano in un fiume, aspettano sulla riva di vederla divorata dai topi. La donna sprofonda nell’acqua, comincia a dondolare. Si sente soffocare. Una mano la scuote, si sveglia, finalmente la voce amica del dentista: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!»


E voi, che fate, ci provate?

34 commenti:

  1. Ma certo che oui, che ci proveremo. Aspetta che vado a rispolverare la mia maschera da Anonymous, butto giù due righe e mi ripresento :)

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  2. Fantastico Marina. Io sono dentro! Ma tu quindi, abbandoni il campo?

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    1. Si metta agli atti che Helgaldo ha sempre partecipato, anche quando giudicava. :)

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    2. Confermo. Anche se in questo modo ci si esclude automaticamente dalla scelta. Salvo votare se stessi.
      A proposito... Complimenti Michele!

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    3. Sarò anonima anch'io! In fondo è la madame parigina a giudicare! :P

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  3. La ragazza sembrava ancora più piccola di quanto già non fosse. Forse era la gonna lunga. O forse lo scialle, in cui si stringeva per difendersi dalla coltre oscura che avvolgeva Montmartre. Solo il rossetto color ciliegia stava a dimostrare quanto non fosse più una bambina ma una giovane donna. I passi, a scatti veloci, la portavano da un vicolo all'altro come se fosse incerta sulla direzione da prendere. Infine si era arrestata davanti a un portone da cui filtrava una luce. C'era una scala, dentro, che saliva verso un brusio di voci allegre.
    Era salita ma si era trovata dinnanzi a una malaparata: una ventina di ceffi da galera, occhi iniettati di sangue e alito mefitico da vino, la guardavano con intenzioni poco benevole. Si erano avvicinati e lei aveva subito pensato che volessero derubarla. Se non peggio.
    Dopo aver fatti i loro porci comodi, avevano legato e gettato la giovane giù, nel fiume. Ridevano, mostrando quei pochi denti marci che erano loro rimasti, e additavano un gruppo di sorci neri, che erano entrati saettando nell'acqua e che dimenavano le lunghe rosee code nel tentativo di raggiungere la ragazza e assaggiarne le morbide carni.
    Lei aveva dondolato, poi era andata sotto. Sparita in un vortice d'inchiostro gelato. Infine, prima di esalare l'ultimo respiro, aveva visto una mano. Era forte, con le unghie curate, e la scuoteva delicatamente. Poi era stata la volta di una voce calda e amichevole. Infine era apparso il dentista, con il volto liscio di barba appena fatta e gli occhi azzurri tipici degli uomini del Nord Europa: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!»

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    1. C'è sempre qualcuno che dà inizio alle danze!
      Tres bien! :)

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  4. Intanto complimentoni per l'esordio scoppiettante! L'avevo detto che avresti dato un tocco femminile.
    A bien tot.

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  5. Caratterizzazione dei personaggi, una bella idea Marina! mi ritiro per pensare ...

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  6. Una giovane donna si trova sperduta a Montmartre. Indossa un maglione verde militare lavorato a maglia, un po' liso e slabbrato, che le si sforma addosso coprendole le linee dei fianchi e nascondendole ogni altra curva femminea. Le gambe che, invece, muscolose si intuiscono dentro i suoi leggins si muovono in modo marcato segnando un percorso fra i vicoli del quartiere parigino che fanno sembrare il suo incedere una marcia. Ha paura, le mani piccole e tozze sfiorano un lungo muro, entra finalmente in una casa. Sale le scale, comincia a intravedere una luce, si trova nel mezzo di un bar frequentato da uomini ubriachi. Chi con occhi incavati, chi con occhi sporgenti, tutti la osservano con le lingue penzoloni e le braccia ruvide, coperte da tatuaggi e peli, sono protese per afferrarla. Gli uomini vogliono rapinarla, forse anche abusarne. La donna urla di terrore, i maniaci la legano, la buttano in un fiume, aspettano sulla riva di vederla divorata dai topi. La donna sprofonda nell'acqua, il maglione inzuppato la porta giù in fretta. Si sente soffocare, i capelli lunghi le si attorcigliano attorno al collo, non avrebbe mai pensato che... svegliarsi in un lettino dal dentista, con ancora tutta la bocca imbalsamata di anestetico e detergente, le avrebbe regalato una tale gioia inaspettata.
    Passata subito con la richiesta della mezza corona.

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    1. Era disinfettante non detergente.

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    2. Tranquillo/a, ne terrò conto! :)

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  7. Una giovane donna – mi chiamo Amelie ma non ho mai visto il film. Ho 25 anni, sono alta 1,72, peso 54 chili e mi sono laureata il mese scorso in architettura. Mi piacerebbe progettare una chiesa futurista che si specchi nella Senna. Indosso sempre qualcosa di rosso: una sciarpa, o guanti lunghi molto chic, o un capo intimo malizioso. Ho avuto tre ragazzi finora, il mio primo rapporto completo a 17 anni, ma non ho sentito niente. Vivo con mia madre, mio padre se ne andò che avevo 8 anni, lo vedo durante le vacanze. Ho fatto danza classica per 3 anni e sono un'inguaribile sognatrice. Adoro i dolci anche se non dovrei mangiarli per via dei denti. E niente, ho sbagliato strada – si trova sperduta nel quartiere parigino di Montmartre, intorno a lei una scura coltre di buio. La giovane cammina fra i vicoli costeggiando un lungo muro, ha paura, entra finalmente in una casa. Sale le scale, comincia a intravedere una luce, si trova nel mezzo di un bar frequentato da uomini ubriachi – Mi chiamo Maurice, sono un balordo, vivo sotto i ponti. Sto tutto il tempo qui al café con la Banda dei cinque: beviamo, bestemmiamo e non paghiamo il conto. Ho trent'anni ma ne dimostro 50. Mi mancano tre denti qui davanti perché tiro di boxe, ma sono quello che le prende. Mi hanno anche rotto il naso ma non sono mai andato giù al tappeto. Non ho mai avuto una ragazza, non so cos'è l'amore e quando ho bisogno vado con le puttane. Non ho studiato e me ne vanto: quelli studiati sono tutti dei maniaci. Ehi!, che bel bocconcino, lasciatene un po' anche a me, ora arrivo! Ma va in tv questo documentario? –. Gli uomini si avventano su di lei: la vogliono rapinare, forse abusarne. La donna urla di terrore, i maniaci la legano, la buttano in un fiume, aspettano sulla riva di vederla divorata dai topi – Io sono Bulldozer e se incontro un gatto lo affronto a muso duro. Una volta ne ho messi in fuga 10 anche se dicono che non è vero. Sono il 37esimo fratello di una nobile famiglia che stava nelle cantine di un antico palazzo storico al centro di Montmartre. Poi c'è stata una disinfestazione e ora abitiamo lungo il fiume. Adoro l'odore che ristagna negli scoli della Senna. Sono attratto da un topo femmina con due occhietti favolosi: stiamo cercando tana ma non è facile con questo sovraffollamento. Preferisco il fiume al vecchio palazzo perché si fanno incontri buffi. Scusate se vi lascio ma hanno appena fiutato una cosa interessante che galleggia. Mi tuffo a vedere bene –. La donna sprofonda nell’acqua, comincia a dondolare. Si sente soffocare. Una mano la scuote, si sveglia, finalmente la voce amica del dentista – Sono il dottor Dreyfus, dirigo questo studio da 6 anni. Ne ho 47 e mi ritengo un bell'uomo. Sono sposato, ho una figlia di 12 e un'amante di 24. Non sono un porco. Basta che gli si offra una bistecca ben cotta all'angolo e le ragazze giovani vanno in estasi. Mia moglie invece non è mai contenta anche se la tratto come una regina e spendo un capitale. Per lo più parliamo perché lei con i suoi coetanei non si trova bene. Questo rapporto mi fa sentire giovane. Mi mantengo in palestra e non ho la pancetta, ho gli occhi chiari e un viso regolare. Il mio punto di forza? Il tono della voce, direi. Rassicurante: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!».

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  8. “Bella senza averne l’aria” Guccini avrebbe definito così la giovane donna, se solo l’avesse avvistata sperduta a Montmartre. A remare contro il suo fascino di trentenne, l’abbigliamento da turista: scarpe comode e basse, pantaloni con tante tasche per contenere di tutto, priva di trucco, capelli legati in malo modo. Eppure la camminata ondeggiante la rende simile a una top model su una passerella, è bella sì, con lo sguardo intenso degli occhioni neri e la bocca dai denti perfetti. Finalmente il suo girovagare trova ristoro in una casa, ma ad attenderla uomini brutti, ma tanto brutti, che aiutatemi a dire brutti, loro sì che ne hanno l’aria e pure le intenzioni che oltre ad essere brutti sono bruti e brutali e ubriachi con quegli occhi acquosi instupiditi da sangue e vino. Unti sembrano unti, e quando si avventano su di le, la vogliono rapinare, forse abusarne, la giovane donna bella senza averne l’aria sente quell’appiccicume lucido come di carta di focaccia. Sudore grasso di salumi scadenti. Urla di terrore, i maniaci la legano, la buttano in un fiume, aspettano sulla riva di vederla divorata dai toponi grassi e orrendi che abitano nella Senna e che lei non ha visto mai perché di notte, quando quei luridi sorci dai lunghi baffi che nulla hanno da spartire con Topolino escono dalle tane, lei dorme sfinita dopo una giornata di scarpinate tra i musei e mannaggia perché non è rincasata in hotel anche quel giorno, invece di attardarsi a Montmartre? La donna sprofonda nell’acqua. Si sente soffocare. Una mano guantata di verde anestesia la scuote, si sveglia, finalmente la voce amica che collega subito al volto rassicurante e baffuto del dentista, alla sua pancia prominente – ama tanto i tortellini alla bolognese – e a quei capelli ricci che gli scappano dalla bandana, un dentista con la bandana? Sì, “Tutto fatto signora, mezza corona!” Che la giovane donna è bella senza averne l’aria anche grazie ai frequenti ritocchi odontoiatrici, all’apparecchio da piccola e alla sbiancatura da adulta, un sorriso Durbans, direbbe la pubblicità.

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  9. La borsa pesante, i tacchi sottili e scomodi, una ridicola pettinatura da soubrette, il trucco vistoso, tutto in me è fuori luogo in queste strade ammantate da una fitta coltre di buio. "Perché mi sono lasciata convincere a venire a Montmartre?" "Pier, hai chiuso con me." Mi inoltro nei vicoli senza sapere da che parte andare. "Sono giovane, non stupida." In un gesto di stizza sciolgo i capelli che ondeggiano sulle spalle nude come stelle filanti dorate. Il mio corpo trema fasciato nel tubino nero, quello preferito, indossato solo nelle occasioni speciali. "Gran bella occasione, essere piantata al telefono e perdersi in un quartiere sconosciuto." Rimugino rabbiosa senza stabilire quali delle due cose mi faccia più male. Tiro su gli occhiali sul naso, gli occhi sono cristalli lucidi pronti a infrangersi da un momento all'altro. Costeggio un lungo muro lasciando dietro di me un'intensa scia di profumo. Guardo lontano alla ricerca di un locale ancora aperto. Ho la vista offuscata, dalle lacrime, dalla nebbia. Ho paura. Intravedo una luce provenire da una casa in fondo al viale; mi dirigo da quella parte con passo solerte. Mi accingo a bussare, ma mi accorgo che la porta è aperta. Entro. Ci sono delle scale, mi suggeriscono dove andare. Mi ritrovo in un bar. La puzza di fumo e di vino colpisce le mie narici con la violenza di un pugno. Trattengo il respiro, mi sistemo per l'ennesima volta gli occhiali. Devo decidermi a comprare le lenti a contatto, mi dico. Concentro lo sguardo sui clienti. Tutti uomini. Noto che mi stanno fissando. "Ah, non dovresti essere qui. Perché sei qui?" Piagnucola la mia coscienza cancellando le ultime briciole di coraggio. “Ciao bella.” Mi sento chiamare. “Ci fai compagnia?” Mi volto verso quella voce impastata. Indugio per qualche momento sul corpo muscoloso che mi sovrasta costringendomi ad alzare la testa per incontrare i suoi occhi: scuri, rossi, affamati. Una cicatrice profonda gli solca il mento. Distolgo lo sguardo senza fiatare. Un uomo basso, sulla quarantina, con i capelli rasati e una grossa pancia sporgente, sopraggiunge alle sue spalle. "Hei", grida sguaiato; barcollando si fa più vicino. In una mano ha un bicchiere pieno di vino, le braccia nude, ricoperte da lunghi peli neri. “Sei sorda?” Mi dice, strascicando la erre. “Il mio amico ti ha fatto una domanda.” Indietreggio di pochi passi, altri individui mi circondano. Tutti grossi, rozzi, vestiti con abiti dismessi. Li osservo pietrificata, mi scrutano ansiosi come fossi una bottiglia di champagne. Temo vogliano rapinarmi, o peggio. Mi allungo in tutto il mio metro e settanta, sforzandomi di controllare il terrore che pervade il mio esile corpo. Faccio per voltarmi e andare via, ma due mani ruvide come carta vetrata si posano sulle mie spalle. Tutto precipita in pochi istanti. Si avventano su di me, ignorano le mie urla disperate. I loro corpi pesanti su di me, uno dopo l'altro mi avvinghiano, mi schiacciano, si prendono la mia pelle, la dignità. Sbraito con tutta la voce che posso. Si stufano. Mi legano, mi buttano nel fiume. Restano a guardare dalla riva mentre affondo e divento pasto per topi. Stanno arrivando, sento i loro squittii; li conosco bene, mi è capitato di vederli. Sono grandi, con una lunga coda, gli occhi piccoli, curiosi, il pelo scuro e viscido e soprattutto, artigli ben affilati. Non voglio finire così, mangiata viva dai ratti. Sprofondo nell'acqua, comincio a dondolare. Cedo alla tentazione di aprire la bocca, soffoco. Un tremito scuote il mio corpo, poi un altro. Sbatto le palpebre dietro le lenti, i miei occhi si aprono su un viso che richiama i colori della terra, la bocca aperta in un sorriso gentile. Due occhi profondi come la Senna indagano la mia espressione confusa. E' Pier, il mio dentista. Mi sorprendo con la mano stretta alla sua, morbida, delicata. La ritraggo imbarazzata. Con voce rassicurante mi dice: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!»

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  10. Alta, avvenente, distratta. E sperduta. La giovane donna non avrebbe mai detto che Montmartre nascondesse così tanti vicoli oscuri. Il mal di testa, che l'aveva indotta a uscire per una boccata d'aria, non era affatto passato. Anzi: ora aveva anche un sottile mal di denti. La sua lingua indugiava compulsivamente sempre sul solito molare. Avrebbe dovuto farsi vedere da un dentista. Scacciò via sconsolata quel pensiero, decisa a ritrovare la strada del ritorno. Ma la scura coltre di buio, intorno a lei, non l'aiutava. Nemmeno il suo soprabito, se era per questo. Di nero vestita, mentre camminava aveva la sensazione di essere un tutt'uno con quel regno di ombre scure. I suoi capelli, di un castano chiaro, parevano essersi spenti. Anche la luna sembrò voltarle le spalle. Le nuvole accentuarono ulteriormente il buio. Rallentò per un attimo il passo, indecisa sul da farsi. Cominciava ad aver paura. Costeggiò un lungo muro alla ricerca di una via d'uscita. Alla fine si decise a entrare in una casa la cui luce sull'uscio aveva tutta l'attrazione di un salvagente comparso all'improvviso. Salì le scale ma ben presto si accorse che l'oscurità le aveva giocato un brutto scherzo. Quella che sembrava essere una casa accogliente in cui chiedere informazioni, in realtà era... un bar? No. Le bastò un colpo d'occhio per capire. L'anticamera era ingombra di un banchetto di legno che doveva aver conosciuto tempi gloriosi nella reception di qualche albergo dimenticato. Dietro di esso, una signora ricambiava il suo sguardo divertita. Trucco pesante, abiti succinti. Le movenze provocanti esaltavano l'essenza surreale di quell’atmosfera improvvisa. Una casa di incontri. Oltre l'anticamera un angusto corridoio sul quale si affacciavano svariate stanze. Poco di lato un piccolo salotto dove uomini ubriachi si sollazzavano con donne senza dignità nelle pose più oscene. La vernice scrostata dei muri non aveva perso i colori sgargianti di un tempo. L'aria densa di fumo, fragranze dolciastre e sudore pungente tradiva la clausura indegna di quel posto dimenticato da Dio. Un luogo persino peggiore del buio che prima la impauriva. Ma prima che potesse girare i tacchi, la giovane donna si sentì addosso gli sguardi divertiti di altri uomini che avevano subito notato la sua bellezza. E che non avevano più voglia di aspettare la prima donna libera in quella notte sacrificata all’altare della perdizione più dissoluta. Uomini sogghignanti con braccia palestrate e pettorali tatuati. Sperduta e perduta, urlando di terrore, la donna cercò di sottrarsi al peggio. Ormai ghermita, si sentiva già soffocare quando una mano, più di tutte, con ferma decisione la scosse, svegliandola da quello che era un brutto incubo.
    “Mezza corona” disse il dentista con voce suadente.

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  11. Una giovane donna persa nel famoso quartiere di Montmartre, in una scura coltre di buio.
    Ha una gonna corta e incede elegantemente su pregevoli scarpe tacco dodici, il viso truccato e i capelli fluenti e leggeri che le cadono sulle spalle come nuvole primaverili.
    Ha paura, lungo quei vicoli si sente del tutto fuori posto. Ma come le era venuto in mente di conciarsi come per andare a una festa e di infilarsi in quel quartiere? Lei che si perdeva regolarmente anche utilizzando google maps?
    Doveva cercare un locale dove chiedere indicazioni. All’improvviso vede una luce filtrare da una porta alla fine di una scala, osserva meglio c’è l’insegna di un bar. Sale cautamente, se cade da quei tacchi si può rompere l’osso del collo. Entra e lì capisce che l’osso del collo se lo romperà anche senza cadere dalle scale. All’interno uomini rudi e sguaiati, ubriachi, brutti e sporchi, con l’alito fetido.
    Gli uomini si avventano su di lei le strappano i vestiti da dosso e abusano di lei.
    La giovane sviene e dopo un po’ sente l’acqua gelida del fiume che l’avvolge, dei topacci dagli occhi spiritati le mordono le caviglie e i piedi ormai libere dai tacchi.
    All’improvviso una mano la scuote, la scrolla e la sveglia.
    È il suo giovane dentista dagli occhi azzurri e dal sorriso smagliante, bellissimo nel suo camice bianco che le dice “Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!”.

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  12. Cosa ci fa una giovane donna, con quelle gambe eleganti e i piedi sottili da ballerina, tutta sola in mezzo ai vicoli del quartiere parigino di Montmartre? I capelli biondi, che la luce del tramonto colora di rame, le incorniciano un viso piccolo e rotondo, da cui due occhi azzurri, appannati dalla paura, sbucano guardinghi. Si è perduta mentre, una scura coltre di buio avvolge il cielo della sera che sopraggiunge.
    La giovane cammina fra i vicoli costeggiando un lungo muro, poi vede finalmente una casa ed entra. Le mani di un candore regale si piantano lungo la ringhiera della scala e le dita affusolate cercano di darle coraggio con una stretta forte e decisa. Sale fino all'ultimo piano, una luce la inganna e quando apre la porta si trova nel mezzo di un bar frequentato da uomini ubriachi. Hanno canotte sudicie e calzoni sdruciti. I capelli di alcuni sono matasse aggrovigliate e untuose sopra teste lucide di sudore. Gli uomini si avventano su di lei: la vogliono rapinare, forse abusarne. Hanno mani callose e unghia nere e le loro bocche sono tombe scoperchiate di cadaveri decomposti. La donna urla di terrore, i maniaci la legano, la buttano in un fiume, aspettano sulla riva di vederla divorata dai topi. La donna sprofonda nell’acqua, comincia a dondolare. Si sente soffocare. Una mano la scuote, si sveglia, finalmente la voce amica del dentista. Che splendido esemplare di uomo: immancabili denti bianchissimi su un sorriso da attore. La pelle non intaccata da alcuna ruga, le sopracciglia curate e non un capello bianco in testa. Un bel vedere dopo l'incubo da cui si è appena risvegliata.
    «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego.
    E il mio numero di telefono, lo vuoi?

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  13. Ohlallà quanti Thriller! Non so se riuscirò a partecipare (quest'autunno ho un calendario fitto che mi strozza, al pari degli ubriaconi del bar) ma passo sempre a leggere!

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    1. Mi raccomando ,però, Barbara, non farti buttare nel fiume, che poi ti ritrovi con un dente estratto che devi pure pagare mezza corona!
      Se ti viene qualche ideuzza, nel frattempo...

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  14. Lei è bella, Lei è giovane, Lei s'è perduta nel quartiere parigino di Montmartre. Veste sempre di chiffon nei colori pastello, profuma di Chance di Chanel. Le piace il vento che le muove la gonna, che le accarezza le lunghe gambe affusolate, che le rinfresca la pelle scaldata dal sole del pomeriggio in piscina. È tardi, sta arrivando il buio, lei se lo è sempre immaginato come un uomo vestito di scuro, compreso di capello a tesa larga e un grande mantello che lancia sul mondo, oscurandolo. Ha paura di lui. Costeggia un lungo muro, lo tocca: è liscio, piastrellato di piccoli pezzi di vetro colorati: un mosaico. È troppo vicina per riuscire a vederne tutto il disegno, ma dove ci sono le sue mani altre mani sono disegnate come le sue, mani lunghe, da pianista. All'altezza dei suoi occhi ci sono altri occhi freddi, lucidi e inanimati che l'osservano. Si scosta spaventata. Entra in un portone, sale le scale, in fondo al corridoio intravede una luce, si trova nel mezzo di una festa di addio al celibato. Gli uomini chiaramente brilli la salutano con battute goliardiche, credono che sia arrivata l'intrattenitrice che stavano aspettando.
    La accoglie un muscoloso Channing Tatum vestito da poliziotto, lei rimane fulminata dai penetranti occhi azzurri dell'uomo, lui scoppia in una sottile risata complice che alle orecchie di lei stride come il rumore del coltello che striscia sul piatto.
    - È in vitardo! - dice lui strascicando le parole - ma shono contento che scia finalmente avvivata. - che delusione, pensa la giovane, era meglio se stava zitto.
    Arrivano anche gli altri. Si assomigliano in modo inquietante, tutti con gli stessi muscoli, gli stessi occhi azzurri, lo stesso taglio di capelli a spazzola, la stessa divisa finta, lo stesso odore di alcool che esce dalle loro bocche sguaiate.
    Lei grida, teme che possano abusare di lei. I Channing Tatum la legano, la buttano nel fiume, lei prima di toccare l'acqua vede una famigliola di topini che banchettano miseri avanzi. Il topo più grosso, alla sua vista si getta nel fiume; spera di dare alla famigliola una cena più succulenta.
    La gonna di chiffon sembra un'enorme medusa che le impedisce la vista, si sente soffocare, finalmente si sveglia.
    Sente la voce amica del dentista.
    - Il dolore era causato da un pezzo di pop corn incastrato fra i molari. Quando va al cinema non deve rimpinzarsi con quella roba! Per stavolta è solo mezza corona. A proposito... che film ha visto? -

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    1. Niente anonimato per te, Isabella?
      Nessun problema, ovviamente. Era giusto per garantire la totale neutralità del giudizio.
      (Comunque, non deludi mai!) :)

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  15. Scusa! mi sono accorta solo ora. Ops... Vabbè, per la prossima volta cercherò di stare più attenta :)

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  16. Non sono molto bravo coi thriller...
    Magari ci proverò più avanti, dopo aver ritrovato quanto meno il desiderio di scrivere in senso narrativo e non solo meramente comunicativo.

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    1. Il Thriller è solo una scusa per misurarci nella scrittura senza mai dimenticare il divertimento.
      Quando vorrai, se vorrai, la signorina di Montmartre aspetta di essere plasmata dalla tua penna! :)

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  17. Dunque stavolta sei giudice e giuria? Scommetto che il ruolo ti piace da morire... :)

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    1. Sì, da morire! :)
      Ti unisci a noi?

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    2. Vabbé, ma solo perché sei tu a chiedermelo.
      Solo non ho rispettato le indicazioni. Mi spiace, ma l'ispirazione al momento è su altri fronti. Sgridami pure.

      Allora cominciamo, va', che domattina si va in stampa.
      R.M., giovane donna, anni 24, resta separata dagli amici in zona Montmartre (agg. rif. al pericolo girare di notte per Parigi, ricercare altri casi). Stando alla Sûreté, entra nel Café Aulait, noto per le sue frequentazioni equivoche (cercare a integr. precedenti articoli su Aulait), dove un gruppo di ceffi (modificare termine) ubriachi la assale e cerca di derubarla. Viene sequestrata, legata e portata sul lungo Senna (agg. rif. stato inquinamento fiume e presenza topi?). Il corpo è ritrovato il mattino dopo (lasciar perdere inquinamento Senna). Corredare di foto (ricordarsi di contattare Jean).
      Stanco, stanco, stanco. Mi ci va una birra. In tasca ho solo mezza corona. Spero mi basti.
      (Più tardi)
      Ho riletto gli appunti per l'articolo. La storia non mi convince. Ubriachi che legano una donna e la buttano nella Senna? Bisogna parlare di nuovo con la testimone, questa Marine Garnier. Mi sembra inventata di sana pianta.

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    3. Marine Garnier è pericolosissima (ricordarsi di tenerla d'occhio): lancia inviti dal suo blog (agg. rif a un certo taccuino) e costringe (correggere in convince) i naviganti del web (a quanto pare solo i più simpatici: buono a sapersi!) a perdere tempo con un certo Thriller paratattico (informarsi sulla natura dell'aggettivo paratattico).
      È necessario osservarne i movimenti per provare a coglierla in flagranza (segnare sul calendario: ogni giovedì rimanere in zona). Tanto sono anonimo, non mi riconoscerà.

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