domenica 19 luglio 2020

GLIFO EDIZIONI: "La giustizia è cosa nostra" di Attilio Bolzoni e Giuseppe D'Avanzo

Per la rubrica “Il vino buono sta nelle botti piccole”, vi presento la casa editrice indipendente: 


Oggi ricorre il ventottesimo anniversario della strage di via D’Amelio e non a caso ho deciso di parlare di un libro-inchiesta, scritto a quattro mani da Attilio Bolzoni e Giuseppe D’Avanzo, due giornalisti molto apprezzati in Italia nella saggistica su argomenti di mafia
Il tema affrontato è la giustizia secondo Cosa Nostra, l’organizzazione mafiosa che, tra gli anni Ottanta e Novanta, sfruttava il metodo dell’avvicinamento del giudice compiacente per “corrompere” lo Stato e renderlo complice di contenziosi aggiustati con sentenze truccate che sminuivano, fino a vanificarlo, il lavoro di indagine di uomini che credevano nella giustizia, quella vera.

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Palermo è la città dei miei studi universitari. Mi sono laureata in giurisprudenza, ho frequentato il Tribunale, ho persino avuto l’esperienza, per me traumatizzante, di entrare nell’aula bunker della mia città, Caltanissetta, e guardare negli occhi Totò Riina con le mani aggrappate alle sbarre: un animale in gabbia che mostrava ancora tutta la sua ferocia.
Ero a Palermo negli anni in cui la piovra allungava i tentacoli ovunque e vinceva le sue battaglie contro lo Stato, non soltanto con attentati clamorosi (ricordo bene gli omicidi Saetta, Rostagno, Livatino, Lima, fino alle stragi di Capaci e Via D’Amelio), ma anche attraverso le strategie che questo libro mi ha disvelato in tutta la sua drammatica, per certi aspetti ripugnante, verità: l’impunità dei mafiosi guadagnata in virtù della permeabilità dell’ordine giudiziario alle sollecitazioni dell’organizzazione criminale. 
L’inchiesta dei due giornalisti parte proprio da questo assunto, dimostrato grazie alle testimonianze dei pentiti, ai processi verbali d’interrogatorio, alle requisitorie dei pubblici ministeri, alle numerose sentenze, che hanno arricchito di fonti l’accurata indagine da essi condotta.

L’uomo d’onore è tragico, fatalista, cinico. Le certezze che lo accompagnano sono essenziali: la moglie gli sarà fedele, la prole gli sarà devota, la famiglia di sangue non lo abbandonerà mai, la famiglia dell’onore lo proteggerà e ai suoi figli non mancherà il pane. C’è un’altra convinzione che non lascerà mai l’uomo d’onore: egli non subirà condanne.

I mafiosi accettavano la prima sentenza di condanna come “atto politico”, ma volevano la certezza che, giunti al grado finale del processo, quella sentenza sarebbe stata di assoluzione totale. E in questo la scelta dell’avvocato era determinante. Per gli uomini d’onore il legale era fonte d’informazione, ambasciatore, anche minaccioso messaggero. Naturalmente il malaffare avvocatesco veniva coltivato dove c’erano dei giudici che lo tolleravano e la giustizia veniva amministrata in questa rassegnata convivenza collettiva con la mafia, interrotta dall’azione caparbia di uomini, che accettavano il rischio di imbattersi in un nemico tanto subdolo quanto indomabile perché illuminati da coraggio e onestà morale. 
Uno di essi fu Emanuele Basile, pugliese, capitano dei carabinieri e comandante della Compagnia di Monreale.

Le campane delle parrocchie di Monreale cominciarono a suonare. Il sole stava sparendo dietro i maestosi ficus del Belvedere. Sotto c’era il Parco con i giardini più rigogliosi della Conca d’Oro. E ancora più in basso, velata da una nebbiolina azzurra, c’era Palermo.

Un panorama magnifico che stava per farsi testimone di un efferato delitto.
Il giorno della processione del Santissimo Crocifisso, nella notte fra il 3 e il 4 maggio del 1980, il giovane ufficiale fu ucciso da tre sicari di mafia, mentre faceva ritorno a casa con la moglie e la figlia di quattro anni.

Dopo il primo colpo di pistola ce ne fu un secondo. E ancora un terzo e un quarto e un quinto. Tutti sparati alle spalle tranne l’ultimo, il colpo di grazia alla nuca.

Il capitano Basile era uno di quelli che al Palazzo di Giustizia, volgarmente e con sarcasmo, chiamavano afferraminchie nell’aria: raccoglievano pile di informative, quintali di verbali, centinaia di pagine con nomi ascrivibili all’interno di associazioni mafiose, ma le toghe eccellenti, poi, sentenziavano che senza prove i ragionamenti non portavano da nessuna parte e le ipotesi, senza un indizio, non avevano alcun valore.
Basile aveva trovato una pista che portava agli assassini di Boris Giuliano; voleva che il risultato delle sue indagini finisse nelle mani del giudice istruttore Borsellino con il quale stava collaborando per ricostruire l’allora misteriosissimo clan dei Corleonesi. 
Doveva morire.

Il processo per l’omicidio Basile fu istruito nel 1980 ed ebbe il suo epilogo quindici anni dopo. Ancora, nel 1992, c’erano magistrati che denunciavano pressioni sul caso e avvocati che si adoperavano per fare eliminare i capi di imputazione: Cosa Nostra non mollava. 
La lunga battaglia combattuta a suon di rinvii, sospensioni, eccezioni formali e di incostituzionalità, diventò il simbolo della giustizia aggiustata tra la Sicilia e Roma. 

Una di queste diaboliche tappe giudiziarie vide all’opera un magistrato, Corrado Carnevale, che, nel 1987, riuscì a rendere nullo il giudizio d’Appello e la sentenza impugnata, rilevando un vizio di forma. Allora era Presidente della I sezione penale della Corte di Cassazione e il suo nome fu al centro di uno dei più grandi scandali della magistratura italiana: il giudice “ammazzasentenze” trovava difetti in ogni provvedimento che avesse il contrassegno dell’antimafia; su 6000 processi esaminati all’anno, almeno uno su tre veniva “cancellato”. 
Carnevale era convinto che la mafia non esistesse. Riteneva che non fosse altro che un insieme scoordinato di bande delinquenziali senza momenti unificanti di comando.

Cosa Nostra è una particolare organizzazione criminale ma non la sola” sosteneva “per questo deve avere particolari connotati che la distinguano... Il problema è stabilire una volta per tutte quali sono queste caratteristiche che possano consentire di definirla tale.”

In pratica, il giudice non faceva che applicare il suo assioma: “ditemi cos’è la mafia, fatene una legge e io l’applicherò. Se la legge non c’è non c’è neanche la mafia e non c’è la legge da applicare.”

E così, in nome dell’onnipotenza dell’argomento giuridico, invalidava provvedimenti di arresto, annullava condanne all'ergastolo e processi, respingeva ricorsi, assolveva da accuse, inceneriva anni di investigazioni e centinaia di condanne, disprezzando il lavoro di quelli che lui chiamava giudici sceriffi:

“La Costituzione vuole il magistrato in toga e non in divisa.”

Per questo preferiva chiudere i conti con quell'apparato di uomini e idee che minacciava l’impunità mafiosa. Non stimava l’operato di Paolo Borsellino né quello del collega Giovanni Falcone.
Ma proprio quest'ultimo riuscì ad avviare un’altra delle sue “rivoluzioni riformiste”, che dette il colpo di grazia all’impianto di malaffare e corruzione messo in piedi da Cosa Nostra.
Giovanni Falcone cambiò le regole, accogliendo la proposta del Consiglio Superiore della Magistratura di una rotazione della competenza, per i delitti di mafia, tra tutte le sezioni della Cassazione: il monitoraggio di ogni provvedimento emesso dalla I sezione dal 1989 scardinò i capisaldi su cui si fondava il sistema perpetrato dal giudice Corrado Carnevale e dal collegio scelto da lui.
Il 30 gennaio 1992, l’ultima sentenza del Maxiprocesso istruito dal pool di Palermo, sfregiò per sempre il potere degli uomini d’onore. Furono confermati gli ergastoli. La mafia perse le sue certezze. Giovanni Falcone pose una pietra che nessuno potrà mai rimuovere. 
E con questo firmò la sua condanna a morte. Anche quella di Paolo Borsellino, appena due mesi dopo. 

Nessun procedimento disciplinare era stato fino allora assunto nei confronti di Corrado Carnevale per superamento dei limiti e dei doveri istituzionali. A renderlo intoccabile i suoi agganci con la politica “che contava”, quella di Andreotti, che intervenne personalmente ribadendo: “Carnevale non si tocca.”
E invece fu toccato
Le sue vicende giudiziarie lo vedranno, in seguito, condannato per concorso in associazione mafiosa, poi assolto in Cassazione “perché il fatto non sussiste”.

Fa impressione leggere le battute del suo ultimo interrogatorio dinnanzi a uno dei procuratori che si occupavano delle indagini sul coinvolgimento del giudice negli affari di mafia:

Che giudizio ha di Giovanni Falcone?
“Non posso rispondere: non ho mai avuto la possibilità di valutare gli atti posti in essere da questo collega.”
“Come uomo, non come magistrato... presidente, che giudizio ha di Giovanni Falcone?”
“Nessun giudizio.”
“Via presidente, non c’è italiano che no coltivi una sua idea di Falcone.”
“E io, invece, non ho nessuna opinione di Falcone né come magistrato perché non l’ho conosciuto, né come uomo, perché non l’ho conosciuto.”
“Per la sua morte, almeno, un’idea se la sarà fatta, no presidente?”
“No. E non è vietato dalla legge.”

Perché il presidente della I sezione penale della Corte Suprema di Cassazione, Corrado Carnevale, ha sempre rispettato la legge.


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Glifo Edizioni nasce a Palermo nel 2013 dall'iniziativa di due giovani mossi dall'entusiasmo e dal desiderio di dare un contributo al fermento culturale che in quegli anni rianima la città.
Il catalogo della casa editrice abbraccia diversi settori, spaziando dall'editoria per l'infanzia, con testi che vantano una bellissima grafica, alla saggistica, la narrativa, l'arte e il teatro contemporaneo.
Per saperne di più, questo è il sito: glifo.com/it

6 commenti:

  1. Una ferita aperta per il nostro paese. Me lo ricordo il famigerato Carnevale, una cosa incredibile: tutti i mezzi di informazione segnalavano con sdegno la sua ineffabile presenza in ogni sentenza annullata, in ogni decisione che di fatto favoriva gli imputati per mafia, eppure lui continuava a stare al suo posto. Uno scandalo assurdo.

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    1. Lo ricordo anch'io, e ricordo anche quell’impunito di Adreotti che lo difendeva a spada tratta. Che orribili pagine della nostra storia!

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  2. E' stato un periodo veramente nero. Ora abbiamo difficoltà di ogni genere, ma forse qualcosa è migliorato. Oppure no?

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    1. Diciamo che è cambiato il metodo e sicuramente i meccanismi sono altri, ma secondo me malaffare e connivenze sono rimasti immutati.

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  3. Apprezzo davvero chi mantiene la memoria di questi fatti, ma non credo riuscirei a leggere un saggio di questo tipo senza stare malissimo... Ricordo le immagini di Capaci, tutto lo schifo prima, e tutto lo schifo dopo. E come te non credo ci siamo liberati della mafia, ha solo cambiato maschera, non usa più il tritolo, ma chissà quali altri modi ha trovato.

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    1. Davvero Falcone e Borsellino hanno rappresentato un momento storico di svolta: per la prima volta la manovra stragista di Cosa Nostra è andata a buon fine, ma ha decretato anche la sconfitta dell’organizzazione mafiosa. Finita l’epoca dei vecchi boss, adesso la nuova Cupola si nasconde in ambienti impensabili. E forse fa anche più paura.

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