Fermo i pensieri in corsa, quando attraversano il mio cervello; li fisso perché non si confondano nel caos di immagini che quotidianamente registro e di sensazioni che assorbo mentre parlo, osservo, percepisco odori, ascolto, mentre, cioè, i miei sensi lavorano e io li assecondo inconsciamente. È questo ciò che faccio portandomi dietro un taccuino: ce l'ho in borsa e se non è in borsa è in una tasca ma sempre con me, pronto a ricevere suggestioni, a raccogliere e conservare tutto quello che mi colpisce e non voglio vada disperso o dimenticato.

martedì 20 gennaio 2015

CIAK SI GIRA (Parte 1)

LA REALIZZAZIONE AMATORIALE DI UN CORTOMETRAGGIO


Nella vita non è importante avere delle idee, nella vita è importante quanto si voglia metterle in pratica, in che misura il desiderio di renderle concrete riesca a spingere il pedale della fantasia mirando  dritto alla meta. Volere fortemente qualcosa non sempre vuol dire ottenerla, sarebbe bello e fin troppo semplice, ma, lo sappiamo, per raggiungere un obiettivo bisogna studiarlo, analizzarlo, costruirlo e infine trovare modi e strumenti per dargli concretezza.

Qualche anno fa un'idea, balenatami dopo avere letto il libro di Luigi Garlando, “Per questo mi chiamo Giovanni, è divenuta un film recitato dai bambini di una scuola elementare, breve, ma importante per me e per quanti vi hanno partecipato. A distanza di anni, l'articolo letto in un blog (https://dadovestoscrivendo.wordpress.com/2015/01/13/raccontami-la-storia/) mi ha ricordato la passione e l'impegno confluiti nella realizzazione di quel bellissimo cortometraggio e l'invito del padrone di casa del blog citato a parlarne nel mio, mi ha portato oggi a raccontarvi la mia esperienza in un mondo, quello cinematografico, che non mi appartiene, ma verso il quale ho sempre nutrito un particolare trasporto.

Quando parlo di mondo cinematografico non intendo dire che il mio sogno da bambina fosse quello di diventare attrice (in questo sono sempre rimasta coerente: "da grande voglio fare la scrittrice" - asserivo con una certa fermezza già da allora); quello cui mi riferisco è il lavoro che precede la realizzazione di un film, quello che sta dietro alla pellicola finita che poi noi ci godiamo seduti di fronte ad uno schermo, la costruzione di un film, il suo punto di partenza. Così, quando mi si è presentata l'occasione, ho provato a coglierla al volo: realizzare un cortometraggio significava studiarne struttura e meccanismi, significava mettersi in gioco giocando, perché, in fondo, è quello che ho fatto, senza pretendere di conoscere una materia verso la quale ho mantenuto una ovvia incompetenza.

Quando definiamo una cosa "amatoriale", lo facciamo perché il nostro approccio è dilettantistico, ci accostiamo ad un'attività perché la passione ci guida e ciò è un sufficiente presupposto per provare ad agire in quel dato ambito, senza che gli approfondimenti o le conoscenze specifiche ci facciano diventare figure professionali.
Ecco, io ho realizzato il cortometraggio da dilettante con la passione per il video-editing, dunque non ho assunto una veste rigorosa, né avrei potuto farlo, mancandomi gli strumenti e naturalmente le competenze adeguate, ma ci ho provato ed il risultato, seppur impreciso e talvolta persino buffo, ha sorpreso me e quanti con me si sono imbarcati in questa avventura.

GLI INIZI 

"Per questo mi chiamo Giovanni" è il libro scritto da un giornalista, Luigi Garlando, che narra una storia commovente nella quale un padre, con il pretesto di spiegare al figlio l'origine del suo nome, in realtà gli parla di Giovanni Falcone, indimenticabile figura di uomo-eroe dei giorni nostri, che, nella lotta contro la mafia, ha lasciato un segno indelebile nei cuori della gente, divenendo un punto di riferimento della  storia contemporanea. 
La lettura di questo libro mi ha aperto un orizzonte che prima avevo solo immaginato dietro finestre chiuse.
Perché, allora, non parlarne a scuola, con l'intento di sensibilizzare i ragazzi verso un'importante tema di attualità? E perché non farlo attraverso uno strumento creativo alternativo, quale la realizzazione di un cortometraggio?

Un film racconta qualcosa: una storia, ma soprattutto un'emozione o una suggestione scaturenti dalla realtà che viviamo. I temi di attualità, dunque, diventano ottimi spunti da cui partire per costruire una sceneggiatura e affidare questo impegno ai bambini può essere un modo diverso per conoscere, scoprire e soprattutto crescere.

Forte delle mie motivazioni, ho presentato alla Dirigente della Scuola primaria "Don  Milani" il mio Progetto corredato di finalità, obiettivi, responsabili e tempi di esecuzione, inserendo la mia proposta nel programma relativo al concetto di “legalità” che ogni anno vedeva la scuola frequentata da mio figlio impegnata nella realizzazione di diverse iniziative inerenti a tale tema. 
In questo mi sarei fatta collaborare da due amiche con cui avevo discusso e maturato l'idea, colleghe di lavoro nonché mamme di due compagni di scuola di mio figlio: un’assistente sociale laureata in psicologia ed una maestra d’arte, titolare di un laboratorio creativo di arteterapia.
E' superfluo dire (altrimenti perché ne starei parlando) che il progetto fu approvato con entusiasmo.
Era tempo di rimboccarsi le maniche.

IL PROGETTO



Il progetto, nel suo complesso, prevedeva la realizzazione del film, in tutte le sue varie fasi di pre-produzione, lavorazione e post-produzione, con visualizzazione del prodotto finito, tramite proiezione dinnanzi ad un pubblico di spettatori, durante un incontro fissato a conclusione dell'attività laboratoriale.
Il nostro breve film avrebbe raccontato la vita fra i banchi di scuola di due bambini che allora, a undici anni, non avrebbero mai pensato di firmare con i loro nomi una parte della storia che stiamo vivendo, ma che già da piccoli avevano chiari i principi di lealtà ed integrità morale, educati al senso di giustizia e di dovere che fortemente avrebbe caratterizzato le loro personalità da adulti. Così, il racconto aveva un titolo semplice, "Paolo e Giovanni", perché l'intenzione era quella di non svelare da subito le famose identità dei due magistrati - Paolo Borsellino e Giovanni Falcone - diventati quegli eroi che oggi tutti ammiriamo e rimpiangiamo. Il nostro intento non era riproporre una succinta biografia dei due personaggi, né affrontare una rivisitazione della loro storia personale legata al ruolo di giudici; volevamo calare le due personalità nel mondo, un tempo appartenuto anche a loro, dei bambini, perché un tipo di atteggiamento, quello mafioso, può farsi largo anche fra i banchi di scuola ed è fin da quell'età che occorrerebbe formare una coscienza civile educata ai fondamentali valori umani di onestà contro ogni forma di abuso e prevaricazione altrui. 
Così, traendo ispirazione dagli aneddoti raccontati dai familiari dei due protagonisti, ora attraverso gli spunti offerti dal libro di Garlando, ora documentandoci per altre vie, abbiamo ricostruito e liberamente interpretato una possibile "vita da bambini" di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, con le intemperanze dell'uno e la mitezza dell'altro, ma con la ferma intenzione, da parte di entrambi, di fare valere la giustizia contro l'omertà dei compagni e la ribellione di fronte a tutte le forme di prepotenza.
L'idea andava messa su carta, scritta e sceneggiata e poi occorreva preparare lo storyboard e fornirsi di tutti gli strumenti utili per potere eseguire le riprese secondo i "canoni cinematografici": telecamere, macchina fotografica, dolly, "Ciak" e, naturalmente, anche sedia del regista! Per allestire set e scenografia, occorreva recapitare "costumi d'epoca" (grembiuli scolastici con relativi fiocchi, abbigliamento anni '50), lavagne di vecchia concezione, cartelle o cinghie portalibri e stabilire la location per le esterne (una farmacia, l'Oratorio, il tinello di Casa Falcone e la camera da letto di Giovanni).

Il piano del progetto prevedeva due incontri conoscitivi con la quinta classe di scuola primaria designata; durante tali incontri, noi operatrici avremmo presentato il lavoro, dunque raccontato le figure di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, letto insieme soggetto e sceneggiatura, parlato della realizzazione ad opera dei ragazzi dello storyboard, effettuato il casting.
A me il compito di dare le informazioni tecniche del progetto che avremmo portato avanti per quasi quattro mesi e cioè spiegare cos'è un cortometraggio, quali sono le fasi di una produzione cinematografica e quali le figure professionali coinvolte.
Tutto rigorosamente ripreso con una telecamera che avrebbe registrato ogni cosa ai fini della  ricostruzione di un backstage memorabile dell'intero percorso lavorativo seguito.

Posto che tutta la trattazione fatta fino adesso sia servita più a me (per rinverdire certi piacevoli ricordi) che al potenziale lettore (al quale è probabile non interessi tutto ciò), voglio fare di più e provare, come ho fatto nella classe dei giovani attori, a dare una breve spiegazione di come nasce un film, lungo o cortometraggio che sia, quale sia il suo punto di partenza e quale il suo arrivo.
Ovviamente con gli occhi "amatoriali" di chi non fa questo di mestiere.

Ma lo farò nel prossimo post, per non appesantire oltremodo questo intervento... né voi!

2 commenti:

  1. Che bella esperienza, la tua. L'idea poi di immaginare o ricostruire l'infanzia di Borsellino e Falcone, oltre che originale è poetica. Indipendentemente dall'esito finale di questo cortometraggio resta l'esperienza di lavoro e il contatto con i ragazzi. Raccontare i due magistrati a una classe mi sembra un insegnamento civico d'avanguardia. Chissà se per qualcuno di quei piccoli ne resterà traccia crescendo, me lo auguro. Il cinema deve fare riflettere, è una scusa per affrontare e approfondire argomenti di cui non si parla di solito. E raccontare la realizzazione di questi progetti porta sempre un brivido e un insegnamento ulteriore. Porta anche un po' di fantasia.
    Professionale o amatoriale, poi, in fase di sceneggiatura non è troppo diverso, il diverso viene dopo e dipende da investimenti che non hanno nulla a che vedere con il "cuore" di una storia. Finché c'è la carta il divario non è poi così evidente, anzi. Io stesso non sono, e non voglio essere un professionista della sceneggiatura. Sono arrivato ai limiti del salto verso il professionale, ma non ho voluto varcarli per tanti motivi: perciò posso chiamarti "collega". Aspetto la seconda parte, allora.

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  2. Hai usato un aggettivo con cui in molti hanno commentato il cortometraggio, dopo averlo visionato: hanno pensato che fosse poetica la storia, poetica persino l'interpretazione dei ragazzi e la ricostruzione di alcuni momenti "reali" che hanno commosso il pubblico. (Qui mi prendo una piccola soddisfazione personale, avendo montato io il film e avendolo fatto in un certo modo. Ma shhh, questo lo sappiamo solo io e te!)

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