Fermo i pensieri in corsa, quando attraversano il mio cervello; li fisso perché non si confondano nel caos di immagini che quotidianamente registro e di sensazioni che assorbo mentre parlo, osservo, percepisco odori, ascolto, mentre, cioè, i miei sensi lavorano e io li assecondo inconsciamente. È questo ciò che faccio portandomi dietro un taccuino: ce l'ho in borsa e se non è in borsa è in una tasca ma sempre con me, pronto a ricevere suggestioni, a raccogliere e conservare tutto quello che mi colpisce e non voglio vada disperso o dimenticato.

martedì 2 giugno 2015

IN MEDIO STAT VIRTUS - La virtù sta nel mezzo. La mia scelta narrativa


"In medio stat virtus", dicevano i filosofi latini, la virtù sta nel mezzo. Anche in un contesto letterario possiamo applicare il principio della par condicio, così, dopo la citazione greca della scorsa settimana, Panta rei, mi sono affidata, oggi, a una famosa citazione latina per ragionare su un concetto che ho esteso  nell'ambito della mia passione, la scrittura.

Dire che la virtù sta nel mezzo significa cercare un equilibrio fra due eccessi opposti, una giusta mediazione fra due estremi.
Cerco questo anche nella mia vita, le mie posizioni non sono mai esasperate, riesco a filtrare i punti di vista altrui per elaborare un mio pensiero che dia equilibrio ai contenuti, in generale. Lungi da me, nel presente contesto, rivelare presunte simpatie verso questa o quella ideologia di stampo politico, le correnti di pensiero in questo ambito mi lasciano del tutto indifferente, ma è sul piano letterario che applico il principio della virtù nel mezzo, perché è quello con il quale giustifico le mie scelte di tipo narrativo.

Se torno indietro di parecchi anni, ricordo di avere passato la fase del "tempo delle mele" in compagnia dei libri della collezione Harmony; me li regalava mia nonna, quando andavo a casa sua; comprava una rivista alla quale, con scadenza mensile, era allegato uno di questi volumetti dalle copertine fantastiche in cui primeggiavano sempre un lui e una lei appassionatamente avvinghiati, con colli estesi a raccogliere baci voluttuosi o stretti in abbracci sensuali. Non ho mai capito se mia nonna me li passasse dopo averli letti lei o se me li rifilasse per liberarsene, interessata solo alla rivista mensile; comunque sia, in un caso o nell'altro, io me li leggevo e, già da allora, trovavo smielate le storie di amori e tradimenti vissuti fra un amplesso e l'altro; qualche volta sorridevo per l'accoppiata classica donna bella e ricca/uomo giovane e palestrato, io che all'epoca avevo perso la testa per uno sfigato con le lentiggini!
Poi ho passato la fase del genere horror e non perché mi innamorassi sempre di ragazzi non famosi per la loro bellezza (oggi si direbbe il "brutto che attrae"), bensì perché amavo i libri di Stephen King (Shining e Carrie sono stati i primi romanzi horror che ho letto e che mi hanno tolto il sonno per non so quante notti) e  sfidavo me stessa (ci provavo pure gusto!) guardando in tv i film cult del maestro del brivido, Dario Argento (la saga de Le tre madri e Profondo Rosso sono gli unici film di cui potrei raccontare ogni raccapricciante dettaglio).
E mentre anche a quattordici anni mi sembrava impossibile scrivere storie d'amore con trame scontate e lieto fine, a quell'età risale, invece, il mio primo tentativo narrativo in un genere letterario influenzato dalle mie letture e dalla mia ostinate scelte cinematografiche: insieme a un'amica, compagna di banco a scuola e di avventure, scrissi un lungo racconto horror il cui maniaco seriale aveva le sembianze del nostro professore di storia e filosofia (persona, al contrario, squisita, soprattutto giovane e attraente) e per vittime i compagni che ci stavano più sulle scatole (sceglievamo in che modo cruento eliminarli a seconda del grado di antipatia). Il racconto si chiamava "Nel cuore della notte".
Riuscivo, all'epoca, a scrivere anche dei simpatici testi ironici con cui io e le mie amiche ci facevamo le più grosse risate; raccontavo scene scolastiche reinterpretate o brevi sketch comici che occupavano le pagine del mio diario scolastico.

Ecco, l'amore narrato nella sua enfasi, i crimini mostrati nella loro efferatezza e la quotidianità alterata dall'umorismo, sono esasperazioni di realtà che non racconterei più e da cui oggi prendo le distanze. Che il tempo trasformi le abitudini, muti i gusti, porti a guardare le cose da prospettive diverse, è normale; a me ha regalato una maturità consapevole che ha orientato nuove scelte in campo letterario. Lentamente mi sono allontanata dalle "estremizzazioni" e i miei canoni narrativi, adesso, sono improntati al concetto di equilibrio, essendomi resa conto che una storia sentimentale può essere raccontata senza ostentare passione e svenevolezza, una tragedia essere solo intuita nel suo forte dramma, l'ironia apparire  tra le righe.

Equilibrio. Questa, nel tempo, è diventata la mia parola d'ordine.

Se è, dunque, una storia d'amore che voglio raccontare, non mi piace concentrare l'attenzione soltanto su animi troppo sensibili, mostrando donne dal romanticismo affettato e uomini tormentati dal sentimento; né, tuttavia, rendo debole la passione appiattendola dentro un linguaggio scialbo, che non coinvolga per niente. Scelgo di parlare d'amore come un elemento che si mescola ad altri, causa ed effetto di situazioni che rappresentano il cuore della storia; un ingrediente che aggiunge sapore, non una voce prevalente in campo.
Nel descrivere i personaggi non punto i riflettori sulla loro necessaria perfezione fisica: donne top model e uomini attori cinematografici sviliscono l'immaginario; ma nemmeno li lascio muovere nella storia senza identità alcuna; preferisco mostrare un particolare che li caratterizzi, un modo di gesticolare, di camminare, una smorfia nell'espressione del viso.
Se è vero che, in qualche modo, siamo ciò che scriviamo, trovare una giusta via di mezzo è quello che io chiedo, adesso, alla mia scrittura. Rappresenta un'evoluzione di un pensiero che è partito dall'idea di stupire con ogni effetto speciale per ridimensionarsi in una visione più sobria.
Sono ancora molto legata alla storia del mio primo romanzo "31 dicembre" perché con esso ho pienamente soddisfatto le mie istanze di giovane universitaria fortemente ispirata, ma dopo vent'anni la mia visione della vita è cambiata e inevitabilmente altre sono divenute le mie esigenze narrative.
Forse alcuni generi letterari sono caratterizzati proprio da una mancanza di "equilibrio", per come ho voluto intenderlo io in questo articolo ed è per questo che a me piace di più la letteratura non di genere.
Se vi chiedessi in che modo intendete il concetto "in medio stat virtus" applicato alla letteratura, cosa mi rispondereste (se ci vedete, come me, un collegamento)?
Il vostro stile narrativo ha subito dei mutamenti nel tempo? O siete sempre rimasti coerenti con le vostre preferenze verso un genere letterario?






27 commenti:

  1. Quando ho iniziato scrivevo urban fantasy con sfumature horror e una vena romance. Con il tempo la vena romance ha preso il sopravvento e lo stile è mutato. Le descrizioni si sono dimezzate, il tempo narrativo ridotto, i dialoghi quadruplicati.
    Sono dell’idea che un buon equilibrio possa essere presente in ogni genere, ma non ho mai letto un Harmony. Forse proprio perché ho paura che non ci sia nessun bilanciamento.
    Detto ciò, torno a leggere il romanzo rosa che ho lasciato sul divano. ;)

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    1. Che poi credo sia giusto provare un po' tutto prima di trovare un equilibrio che metta a posto gusti, tendenze e forma mentis! Ma adesso toglimi una curiosità: che tipo di storie scrivi tu? Cioè, cosa racconta un romanzo urban fantasy con una prevalente vena romance?

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    2. Intendi cosa scrivevo, prima di approdare ad altro? Principalmente storie di personaggi fantastici legati all'universo horror/gotico. Anche se nella storia i protagonisti e gli antagonisti si smangiucchiavano/picchiavano/uccidevano tra di loro c'era sempre qualcuno che si voleva bene, particolarmente bene, tanto da non smangiucchiarsi/picchiarsi/uccidersi. :D

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    3. Un urban fantasy horror gotico con contaminazioni rosa! :)
      E invece adesso a cosa sei approdata?

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    4. Saltello dal romance ironico alla fantascienza distopica. :D
      Tu?

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    5. Ordinaria narrativa non di genere: pensieri e parole, spero sempre cuciti nel miglior modo possibile. :)

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  2. Io credo di essere ancora in viaggio per imparare a scrivere quello che ho sempre sognato di scrivere. Mi piacciono le storie di genere non banali, con personaggi a tutto tondo, che fanno girare pagina con l'ansia di sapere come va a finire, ma che intanto smuovono dei ragionamenti. Mica facile! Col tempo mi sono spostata sempre più dal fantastico al giallo e allo storico, non per disamore per il fantastico, ma perché il giallo è più congeniale a quel viaggio nei chiaroscuri dell'animo che mi interessa.

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    1. Ecco, hai detto bene, è lo smuovere il ragionamento, il viaggiare nell'animo dei personaggi che mi sa tanto di equilibrio raggiunto nella ricerca verso il miglior modo di esprimersi nella scrittura. Significa che ci sono elementi che scavano a fondo e non si fermano all'azione eclatante di un fantasy, per fare un esempio o solo al modus operandi dell'assassino di un giallo. La banalità dovrebbe essere sempre bandita, a prescindere dal genere letterario.

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  3. Nel corso del tempo di certo il mio stile è cambiato, e spero anche che sia migliorato, e magari che migliori ancora un poco.
    Per il resto, io credo che il lettore non sappia quello che vuole, glielo devo dire io. A quel punto, lui sa cosa si può aspettare da me, e cerco di offrire sempre una storia lontana da luoghi comuni e slogan. Per me equilibrio è anche non cercare di strizzar l'occhio a chi legge, o fingere di essere amicone a tutti i costi. Niente effetti o effettacci: la storia, e le giuste parole. Nient'altro. Non so se ci riesco sempre, però ci provo.

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    1. Infatti lo scrittore furbo non è lo scrittore equilibrato: cerca solo la via breve per farsi conoscere da quanti più lettori possibile; poi, però, l'opera furba rimane senza fondamenta e dunque la sua durata è effimera, quella scritta con criterio e le giuste parole si afferma nel tempo e non si dimentica. Il mio concetto di equilibrio nella scrittura mira a questo secondo obiettivo.

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  4. Cambiato sicuramente, è inevitabile. Prima cercavo maggiormente il colpo a effetto, la scena grottesca veniva preannunciata ed enfatizzata, evidenziata, sparata. Poi ho capito che se la scena è riuscita in se, il grottesco non c'è bisogno di esasperarlo con commenti e dettagli. Da questo punto di vista sono molto più equilibrato adesso.

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    1. È esattamente ciò che intendo: le esasperazioni diventano ridondanti se già esistono parole misurate che descrivono perfettamente la situazione senza ricorrere a grossi effetti speciali. Capire che talvolta la semplicità paga più dell'eccesso non necessario credo sia fondamentale per chi cerca il miglioramento nella propria scrittura.

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  5. La mia scrittura è sicuramente cambiata nel tempo e, oserei dire, migliorata ma sopratutto diventata più equilibrata, per riallacciarmi al tuo titolo.
    In passato leggevo Liala, non ricordo se avevo tra i 14 e 15 anni, ho letto anche qualche Harmony, un paio perché dopo le storie sembravano tutte uguali, nel tempo mi sono sempre più appassionata a storie più introspettive.

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    1. Le storie d'amore fanno parte di un bagaglio di letture dal quale, credo, passi la gran parte delle persone in età adolescenziale, direi quasi un "must" soprattutto nel mondo femminile. Da lì in poi si affinano gusti e le scelte si fanno più specifiche: cambiando il tipo di letture cambiano anche i modi di scrivere.

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  6. Mi sono persa questo post, pubblicato mentre ero fuori sede per il ponte!
    "Equilibrio" è la mia parola d'ordine: sono della bilancia, non potrebbe essere altrimenti, quindi questo post mi è piaciuto molto!
    Per quel che riguarda i generi, io sono appassionata di gialli e thriller, la mia libreria ne è piena, però non mi sentivo ancora pronta per una trama così complicata, ed ho optato per una storia un po' diversa. Ciò nonostante, la mia passione per i gialli un po' mi condiziona: anche se la storia è basata prevalentemente sui personaggi, ci sono un paio di misteri e di colpi di scena, che si riveleranno poco a poco. E (ti anticipo quello che leggerai a breve) c'è un personaggio scomparso da anni, in seguito a un allontanamento volontario, e ci sono un paio di cambiamenti strani nel lasso di tempo 2000-2015 che il lettore dovrà comprendere...
    Nonostante questo, però, non credo che il mio romanzo appartenga ad un genere specifico: lo vedo più come un mainstream che può piacere indifferentemente a uomini e donne, forse più alla fascia 25-45, e a un pubblico abbastanza colto.
    A ispirarmi, più che un libro è stato un film: "La meglio gioventù", di Marco Tullio Giordana. Non so se l'hai mai visto, dura 6 ore ma l'ho praticamente imparato a memoria.... sono schifosamente radical chic!
    Per quel che riguarda il romanticismo, cerco di tenermi lontano dal cliché, e in questo sono aiutata dal fatto che il mio protagonista sia tutt'altro che sdolcinato e abbia un modo tutto suo di esprimere i sentimenti. Mi piace pensare ad una relazione che non brucia in un'unica fiammata, ma si nutre giorno dopo giorno fino a diventare stabile.
    Quanto alla bellezza... beh, se devo essere sincera nessuno dei miei personaggi è propriamente un cesso, almeno secondo la mia immaginazione. Però non cado nemmeno nel cliché della perfezione estetica. "Lui" è un tipo un po' trasandato, che non cura il proprio aspetto, e sarà più affascinante da adulto che non da ragazzo, e "lei" non ama mettersi in mostra, tende a rendersi un po' anonima. Inoltre, a livello di scheda, ho trovato per entrambi qualche difettuccio. Non so se verrà fuori a livello di trama, ma mi serve a renderli più realistici. :)

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    1. Non ho visto il film, però ne ho sentito tanto parlare.
      Io tendo a descrivere personaggi che risultino affascinanti quando osservano o quando dicono le cose; infatti nei dialoghi sono molto esigente e non so mai se risultino, alla fine, efficaci.
      In questo fine settimana mi dedicherò al tuo capitolo 3! ;)

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    2. Tranquilla, non c'è alcuna fretta! :)
      In questi giorni sono andata parecchio avanti. Ho quasi scritto tutto il quattro. Io tendo a essere molto critica nei confronti dei miei dialoghi, e mi sono dovuta imporre di smetterla di maneggiarli fino alla revisione, per il solito problema della lentezza. A volte mi sembrano un po' infantili e banali, ma ci sto lavorando tantissimo. :)

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    3. Sì, ecco se devo trovare una cosa veramente difficile da scrivere, sono i dialoghi. Anch'io ci perdo tantissimo tempo!

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  7. Sono anch'io una fan dell'equilibrio; gli estremi non mi attraggono quasi mai. Io però, cresciuta a pane e Liala (di mia madre), non ho mai rifiutato un lieto fine, e tuttora lo prediligo. Solo che adesso lo voglio vedere giustificato dalla storia, non buttato lì senza senso. :)

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    1. Siamo in due ad avere una tappa romanzo rosa nel cassetto!
      E ad essere fan di equilibrio e lieto fine.
      Ci sarà anche un po' di saggezza da maturità raggiunta?

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    2. Io sono nata vecchia e sto ringiovanendo con il tempo, perciò non so... ;)

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  8. Io sono sempre rimasto fedele al mio genere e non lo ho mai tradito, e anche se questo puo' essere visto come un eccesso reputo la fedelta' una virtu'

    -Mirko

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    1. E qual è il tuo genere letterario, Mirko?

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    2. Avventura-fantasy-lotta

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  9. Io leggo poca narrativa "di genere": mi tengo alla larga da brutture commerciali, 50 sfumature e quant'altro, però le storie ad ampio respiro in genere mi prendono. Ho notato che mi attirano le storie corali e io nel mio piccolo c'ho provato col primo romanzo. Oddio, è stata una scelta casuale, semplicemente mentre scrivevo anch'io mi sono reso conto che non mi stavo focalizzando su un protagonista principale. Come lettore sono molto attratto dalle storie con molti personaggi, da autore però mi rendo conto che occorra una certa maestria nel tenere in piedi in modo equilibrato, appunto, tutta la trama. Io spero di essermi evoluto come stile nel corso del mio cammino letterario (parolone :-)), però allo stesso tempo ammetto che mi fa piacere sentire da più parti che quando si legge un mio libro si sente che l'ho scritto proprio io, segno che nel bene o nel male una mia impronta la lascio, proprio come stile, visto che poi a livello di scelte narrative sono passato con disinvoltura dal romanzo, alla raccolta testi (non mi viene da chiamarle poesie) alla sceneggiatura teatrale, fino alle ultime due pubblicazioni di saggistica. E' bello sperimentare ma so i miei limiti e pertanto mai mi sognerei di scrivere un fantasy o un giallo/noir, non ne sarei proprio capace. Mi piace la narrativa... boh... non di genere, diciamo "mainstream", senza tacciare questo termine di negatività

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    1. Fantasy, giallo, fantascienza sono fuori anche dalla mia portata! La narrativa non di genere resta il mio punto di forza. Più di una persona, leggendo il mio libro, mi ha detto esattamente la stessa cosa che hanno detto a te: la mia impronta è presente (ma se ne accorge solo chi mi conosce!).
      Non saprei dove mettere mano, invece, con i saggi e, devo dire, non ne leggo tantissimi, ma mi convinco ogni giorno di più che dovrei stringere amicizia con questo genere a me tanto ostico!

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