Fermo i pensieri in corsa, quando attraversano il mio cervello; li fisso perché non si confondano nel caos di immagini che quotidianamente registro e di sensazioni che assorbo mentre parlo, osservo, percepisco odori, ascolto, mentre, cioè, i miei sensi lavorano e io li assecondo inconsciamente. È questo ciò che faccio portandomi dietro un taccuino: ce l'ho in borsa e se non è in borsa è in una tasca ma sempre con me, pronto a ricevere suggestioni, a raccogliere e conservare tutto quello che mi colpisce e non voglio vada disperso o dimenticato.

giovedì 4 giugno 2015

AUTOPUBBLICAZIONE: la mia visione critica


Il self-publishing, oggi, consente di accorciare distanze fra il sogno e la sua realizzazione, così anche un obiettivo difficile come la pubblicazione diventa possibile perché fattibilissimo, alla portata di tutti e altamente democratico.
Ho sperimentato l'autopubblicazione anch'io, ma mi piace sempre ricordare e difendere la mia posizione a riguardo, che non è quella dello scrittore che percorre la via breve per ottenere ciò che non riesce a ottenere, bensì l'approdo in un circuito che garantirà una sorta di immortalità al romanzo scritto e pubblicato qualche anno fa e che altrimenti scomparirebbe.
Non perdo mai l'occasione per sottolineare questo aspetto del mio rapporto con il self-publishing, perché in esso vedo, nonostante tutto, più difetti che pregi.

Considerato tutto quello che ormai si dice e si legge circa il binomio scrittore/Editore in eterno conflitto di interessi, con scrittori sempre più convinti di essere bistrattati (qualcuno, forse, a ragion veduta) da Case Editrici che si ostinano a fare un macro lavoro di scrematura, cestinando nove opere su dieci e Editori che non ne vogliono sapere di concedere spazi agli emergenti, tranne in pochissimi, fortunatissimi, casi, perché hanno sempre conti da far quadrare e la massa da accontentare; considerato, dicevo, tutto questo, qual è, infine, il risultato che si ottiene con l'autopubblicazione? Che ci ritroviamo a leggere qualunque cosa, senza un filtro, un setaccio che trattenga i brutti lavori e lasci passare solo quelli realmente meritevoli.
Con il self-publishing si determina un pout-pourri di pubblicazioni e poiché la gran parte è costituita da opere di aspiranti allo sbaraglio, la qualità e la bellezza delle opere di spessore finiscono per rimanere soffocate.

Da un paio di anni a questa parte ho deciso di dedicare una fetta del mio tempo alla lettura di scrittori esordienti che si sono autoprodotti e che, scoraggiati dalla difficoltà di capitare sotto gli occhi interessati di un Editore, si sono autopubblicati sfruttando gli strumenti che talune piattaforme mettono a disposizione a tal fine.
Sono affascinata dal mondo sommerso di potenziali ottimi scrittori che con umiltà o, al contrario, con giustificata presunzione, cercano un modo per farsi leggere e lo trovano mettendo in rete il proprio lavoro. In questo caso, la guida verso una scelta che poi si riveli giusta è data dal puro istinto: io, per esempio, non guardo mai tutti i post di autopromozione che affollano le pagine di Facebook o di altri social, a dirla tutta mi fanno proprio antipatia, anche perché più esaltano il sensazionalismo di certe storie meno curiosa sono di leggerle. Mi conquistano il titolo, la copertina e, quando mi soffermo un po' di più, le notizie sull'autore e qualche recensione. Ho letto di tutto: storie commoventi, storie con trame costruite bene, storie che risentivano di influenze legate ad autori stranieri, ho persino - udite udite - letto un paio di romanzi di fantascienza per verificare il mio grado di sopportazione (uno è stato interessante, con l'altro ho faticato ad arrivare alla fine, ma per principio ho voluto spingermi sino all'ultima pagina). Mi sono trovata anche alle prese con storie d'amore da fare impallidire Liala, un thriller banalotto vincitore di un premio e un horror psicologico che al di là dell'idea, che in sé aveva qualcosa di originale, era tutto da buttare per l'uso scorretto della lingua italiana.
Questo mio viaggio nell'universo degli aspiranti/esordienti scrittori mi ha fatto capire molte cose e su alcuni miei pregiudizi ho persino dovuto ricredermi. 

Il self-publishing è un'arma a doppio taglio.

Con l'autopubblicazione tutto si semplifica, nessuna trafila per arrivare al dunque: scrivo - pubblico. Stop.
Ma lo leggiamo spesso, lo hanno detto in tanti, non basta scrivere una storia per diventare automaticamente scrittori: la fantasia è un pregio che non tutti possono vantare di avere, vero, ma anche i pregi  pagano un prezzo per essere riconosciuti tali. 
Allora una storia molto bella e anche scritta bene segue l'iter classico con tanto di spedizione di lettera di presentazione e sinossi a una Casa Editrice, con la speranza di una risposta per la quale occorrerà aspettare tempi biblici (fosse anche nella modalità del silenzio-rifiuto, per cui oltre un congruo tempo di attesa meglio mettersi l'animo in pace), cento storie brutte e scritte con i piedi bypassano il problema e con un paio di passaggi diventano "pubblicate", con la spiacevole conseguenza che il mercato del self-publishing viene svilito, al punto che sono pochi i lettori che si affidano ai libri di chi si autopubblica. 
Il Self-publishing, nell'immaginario di chi ama leggere, diventa sinonimo di accozzaglia di lavori scadenti.

La rivalutazione del lavoro di un Editore

Questo è il mio pregiudizio sventato.
Vero tutto, che le Case Editrici puntano alla vendibilità del prodotto, anche se non del tutto di qualità, per fare quadrare il bilancio; che alcuni autori "conosciuti" avranno sempre una corsia preferenziale a prescindere da ciò che scrivono; che ci sono Editori che lanciano sul mercato libri illeggibili promuovendoli come best-seller solo perché in alcuni ambienti (leggi in casa di molti Premi letterari, i più prestigiosi) c'è una spartizione di priorità che tocca ora a questo ora a quell'altro, ma mi rendo anche conto che non è facile trovare il fuoriclasse che sveli un vero talento da scrittore alla sua prova d'esordio. Se il popolo di convinti aspiranti scrittori pensa che tutto ciò che scrive sia bellissimo, immagino editor, consulenti, agenzie letterarie alle prese con tanta approssimazione e con le maledizioni di cui sono destinatari quando decretano con il loro giudizio (quasi sempre di una schiettezza disarmante) la bocciatura secca dell'opera di uno autore emergente.

La mia convinzione, alla fine, è che il self-publishing rappresenti un gettare facilmente la spugna sul ring anziché il costruirsi una valida opportunità. Temo che ciò porti sempre più a una sottovalutazione degli strumenti stilistici-narrativi indispensabili per una buona scrittura e, al contrario, a una sopravvalutazione di capacità non riconosciute.
Il traguardo va conquistato con il sacrificio, il sudore, con i tentativi non andati in porto, l'esperienza sul campo, i fallimenti, le piccole soddisfazioni, i gradini scalati uno per uno, che individuano una crescita, l'acquisizione di una maggiore consapevolezza. 
Si impara dagli errori, le critiche negative costruiscono certezze, si cambia, si matura e, finalmente, forse, si diventa scrittori.

La parola a voi, aspiranti scrittori, esordienti autopubblicati, autori esperti, pubblico di sognatori con un libro ancora nel cassetto, avete voglia di aggiungere qualche vostra considerazione?



28 commenti:

  1. Io non so ancora - considerando che sono ancora alla prima stesura - quale sarà il destino del mio romanzo. Ma, se non dovesse essere preso in considerazione dall'editoria tradizionale, tengo in considerazione anche l'eventualità di auto-pubblicarmi.
    Mi dispiacerebbe se dopo tanta fatica il mio lavoro dovesse finire nel cassetto, anche se potrei sempre farlo girare in fotocopia agli amici e ai parenti!
    Di una cosa però sono certa: ho intenzione di scrivere una bella storia, ben strutturata, con personaggi interessanti e uno stile piacevole, senza refusi o errori di grammatica, senza cliché. In poche parole, voglio proporre al pubblico un'opera di qualità e, se non ne ancora le competenze tecniche di una professionista, punto a maturarle, mi prendo tutto il tempo che mi serve per imparare, faccio leggere le mie bozze senza attendere la revisione per poter prevenire invece che curare e trovare consigli validi. Insomma: sputo il sangue, e lo faccio volentieri.
    Pertanto, anche se dovessi auto-pubblicarmi, non rinuncerò a investire nell'editing e nella copertina. Non so neanche se il titolo che ho scelto vada bene... Farò tutto il possibile affinché il mio romanzo non finisca nel calderone dei romanzi banalotti e sgrammaticati! :-D

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    1. Brava,sono d'accordo! Questo è il buon uso che tutti dovrebbero fare del self-publishing. Peccato che molti lo vedano come un contenitore nel quale scaraventare qualunque cosa! :)

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    2. In bocca al lupo. :)
      Un selfpublisher nemmeno se lo cerca l'editore. Per come la vedo io "selfpublishing" è una mentalità. È chiaro che sono uno dei pochi che la pensa così. Molti dicono di essere selfpublisher o di ricorrervi se non trovano un editore, ma non sposano la filosofia e l'impegno che c'è dietro l'autopubblicazione e presentano il testo appena finito di scrivere in Word e lo caricano sullo store e permettono poi di far parlare male di tutta una categoria. Mi sono imbattuto anche io in testi del genere, ma ho incontrato anche testi che in alcuni casi erano addirittura superiori alla qualità di un editore decente che pubblica anche qualcosa di buono. Il primo testo autopubblicato che lessi fu: "Il professore" di Bernardo Cicchetti. Una piccola perla che mi fece cambiare modo di vedere le cose.
      Ricorrerà a un editor? Eh, beh... Costano, costano. Se se lo può permettere si ritenga fortunata :) altrimenti c'è da imparare a fare l'editor prima ancora che lo scrittore (e ho sperimento personalmente che sono due mestieri distinti e separati :) ). Non voglio scoraggiare nessuno, ma scrivere è una di quelle cose che non sono tanto naturali e farlo bene è davvero difficile, però magari dopo tantissime revisioni, letture incrociate da parte di più persone esperte sul un testo, si riesce a tirare fuori un romanzo decente.
      Ancora in bocca al lupo.

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    3. Sì, credo si possa anche dire che il self-publishing è una forma mentis, ma in persone come te, Giovanni, che sono scrupolose e lavorano tanto "dietro le quinte" per presentare al pubblico un prodotto valido sotto ogni profilo (e sai che lo dico con cognizione di causa). Altri, purtroppo, non ragionano allo stesso modo e sono quelli che, per usare le tue parole, rovinano la categoria.

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  2. Secondo me c'è un modo solo per sapere se valgo qualcosa come scrittore, al di là dell'editoria: partecipare a qualche concorso. Uno di quelli di nome, possibilmente. E vincerlo, naturalmente :)
    Ecco, a quel punto, se ancora l'editoria non mi ascoltasse, potrei sentirmi autorizzato a percorrere le strade del "self" pensando di poter offrire un buon prodotto ai miei lettori e sentendomi abbastanza sicuro da investire diverse centinaia di euro tra copertine, editing e tutto quello che serve. Lo considererei un investimento sul medio/lungo periodo, però, e non una rivincita contro un qualche fantomatico "mondo chiuso".

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    1. È esattamente ciò che ho fatto io: prima ho cercato con il romanzo un riconoscimento pubblico, che c'è stato vincendo un concorso letterario; capisco che la storia che ho raccontato possa non incontrare il consenso di tutti, però il fatto di essere stata giudicata meritevole di un primo premio mi ha dato una bella dose di sicurezza. Il concorso, lo dico sempre, resta un ottimo punto di partenza.

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  3. Condivido le tue riflessioni. Non avendo le giuste risorse tecniche, al momento mi tengo lontana dal self. Ammetto anche un po' di ritrosia nell'acquisto. Quando pago vorrei un minimo di qualità garantita (proprio minima, tipo di leggibilità) che a volte nel self non c'è. E bruciata una volta...

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    1. Il selfpublishing non è generalizzabile. Lei generalizzerebbe usando la parola "editore" per parlare sia di grandi editori che di piccoli, che di medi che di editori a pagamento che di quelli a doppio binario? Fanno scelte completamente diverse le pare? Una generalizzazione della parola "editore" è errata. E così lo è per la parola "selfpublisher" perché sta mettendo a confronto teste che pensano in modo diverso e che hanno competenze ed esperienze diverse. Direbbe che il cibo fa schifo se le capitasse di mangiare della carne dura immangiabile? Capisco che è facile generalizzare su un fenomeno che non si capisce, però...

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    2. Ecco, vedi? Tu sei l'esempio di quello che ho scritto: alla fine l'auto pubblicazione penalizza i buoni lavori, perché determina preconcetti e sfiducia nel prodotto. Non vorresti provare a ricrederti? E così mi collego anche al commento di Giovanni che invita a non generalizzare, perché, in effetti, anche quello è un errore.

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    3. "a volte" non mi sembra generalizzare. Vuol dire "a volte". E acquisti fatti mi hanno reso più cauta.

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  4. Hai detto tutto tu :-)
    Personalmente ormai gestisco il self-publishing come un hobby: allo stesso modo in cui esistono i pittori della domenica, io sono uno scrittore della domenica.
    Per superare il - giusto - problema che poni, ovvero il rischio di pagare per leggere robaccia, ho necessariamente messo a disposizione in forma gratuita alcuni dei miei scritti affinché chi voglia testarmi possa farlo a zero spese e poi decidere.
    D'altro canto anche amazon (la piattaforma che utilizzo per autopubblicare i miei ebook) offre la possibilità di leggere gratuitamente le prime pagine del libro per farsi un'idea. Mi sembra equo, no?

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    1. Che poi, se ci pensi, non dovrebbe nemmeno essere un problema di denaro, perché, dai, non dirmi che chi vuole leggere un libro autopubblicato in ebook desiste perché non vuole cacciare dal portafoglio la cifrona di 0,99 centesimi (più o meno il prezzo di un ebook). Forse, ti sentì più a posto con la coscienza offrendolo gratis, almeno la gente si fa meno scrupoli a buttare via i soldi!
      È un problema di volontà e pregiudizi: io li acquisto e li leggo volentieri, come volentieri sto finendo il tuo libro autopubblicato! ;)

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    2. Ci tengo molto a sapere la tua opinione ;-)

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  5. Ormai io non invio più nulla alle case editrici tradizionali. Non ho voglia di aspettare due, tre anni per avere in risposta un bel silenzio. Sia chiaro: hanno ragione loro e io ho torto. Ma non ho più voglia di aspettare. Se ho qualcosa che mi sembra discreto, lo pubblico. Quello che si vede in classifica, e che ha ricevuto il nulla osta dell'editore, spesso è di mediocre qualità. Però hanno alle spalle il nome, la storia... Va bene così. Perdo delle opportunità di crescita? Certo, ma pazienza. Mi consola che pure "loro" perdono qualcosa, e che forse chi si autopubblica è una specie di carbonaro, destinato a restare ai margini eppure capace di indicare una narrativa differente, migliore di quella che occupa le classifiche.

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    1. Invece non è detto che abbiano ragione! Il fatto è che siamo in presenza di un bel cane che si morde la coda: le case editrici snobbano gli esordienti perché hanno qualche pregiudizio e gli esordienti si danno verso da soli; più gli esordienti fanno "da sé, più aumenta la possibilità che il bello e il buono si perdano nella massa di schifezze e questo fortifica gli Editori nel loro atteggiamento; così più difficile è arrivare nelle scrivanie di quest'ultimi, più lo scrittore non ha voglia di aspettare... e il circolo continua.
      Comunque il mio interesse per tutto ciò che le Case Editrici snobbano nasce proprio dal piacere di scoprire autentici gioielli.
      Io ho letto il tuo libro: a buon intenditore...

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  6. Cio che scrivi Marina è molto interessante e dovrebbe essere letto da tutti colore che pensano di avere qualcosa da dire. Personalmente ho sempre seguito la strada che consigli anche se poi gli Editori non sempre rispondono.
    Ci sono alcuni premi letterari che hanno come primo premio la stampa del libro. In passato ne ho vinti due e le mie prime pubblicazioni sono avvenute in questo modo. Mifarebbe piacere avere un tuo giudizio sul mio scritto

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    1. Ciao Marisa, benvenuta.
      Anche la mia pubblicazione è avvenuta per via di un concorso vinto, ma questo non decreta un successo, semmai è un primo importante gradino.
      Che storie hai scritto? perché ormai è noto che io non ami leggere fantasy, fantascienza o gialli!
      Dammi dei titoli che vado a dare un'occhiata ;)

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  7. Nel selfpublishing c'è una maggiore responsabilità (se si vuole farlo bene) perché non c'è una casa editrice che ti supporta o almeno così dovrebbe fare. Inoltre il vero supporto te lo da una grande casa editrice che investe nel tuo libro e quindi fa anche promozione e lo fa conoscere. Purtroppo nel mare di aspiranti scrittori ( più o meno bravi, ma non discuto di questo) è difficile farsi notare e farsi pubblicare. Magari sei bravissimo ma nessuno si accorge di te, quindi il selfpublishing è una possibilità. Perché perdere una buona opportunità? è un vantaggio che, ricordiamoci, in passato non c'era.

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    1. Per quanto riguarda la responsabilità di chi si lancia nell'avventura dell'autopubblicazione hai sicuramente ragione: non c'è nessuno che ti aiuti e devi fare tutto da sola. Ma questo è anche il motivo per cui c'è tanta bruttezza nel self-publishing: a partire dall'impaginazione per finire a tutto il resto che ben sappiamo.
      È un'opportunità, certo, che se sfruttata bene può dare molta soddisfazione.

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  8. La verita' e' che l'editoria ora come ora non e' piu' in grado di stabilire se un libro e' valido o no, prendetene atto. Un classico caso sono i fantasy che di per se pochissimi editori li valutano ppsitivi perche' non capiscono o meglio non si rendono conto a quante persone possa piacere (molto giovani evidentemente per la maggiore) sicuramente e' anche vero che di fantasy ora ci troviamo sommersi dopo il boom di Harry Potter e il film che del signore degli anelli che ha portato la massa a conoscere il libro. Ma quanti editori avrebbero pubblicato quei libri se gli fossero passati per le mani ? Li avrebbero messi nel cassetto come tutti quanti. Adesso la grande editoria ruota tutta intorno a persone famose o di successo, quante volte un personaggio importante avete sentito " e ora ho scritto un libro etc" gli editori ormai vanno sul facile e pubblicano quel libro perche sanno gia che quell'autore ha un pubblico e non essendo sconosciuto una fetta di torta la hanno assicurata.

    Poi arrivano i veri editori che sanno trovare il successo il diamante allo stato grezzo, e fanno il botto, e guardacaso investono tutti nella ricerca delle tendenze dei giovani, inutile pensare che un adulto si metta a riscoprire nuovi libri perche nel bene e nel male e' gia formato nel suo genere o al contrario ne apprezza troppi.

    Mettiamoci nell'ordine delle idee che gli editori devono trovare la risposta giusta per i giovani. Credete che 50 sfumature abbia fatto il boom solo tra le donne adulte o mamme ? Certo sicuramente anche quelle ma il vero boom lo ha fatto tra le adolescenti.

    E chi ci riesce viene pagato

    Mirko

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    1. Ciao Mirko,
      no, io non sarei così catastrofica, se l'editoria oggi pensasse solo a pubblicare i libri di gente conosciuta o quelli che fanno tendenza, non esisterebbero opere di grande valore che pure ho letto e che ti garantisco hanno spessore. Il fantasy è un genere che va molto e ci sono un'infinità di autoproduzioni che valgono poco: lì è più difficile pescare il best seller, però non direi che Harry Potter o il Signore degli Anelli siano da equiparare alla robetta scritta da centinaia di esordienti: se sono diventati dei fenomeni letterari un motivo ci sarà e, guarda caso, tutti i fantasy pubblicati o pubblicabili spesso ne sono una servile imitazione.

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  9. Ciao Marina, complimenti per il blog, anche se in maniera silenziosa ti seguo da tanto.

    Siccome l’argomento del self mi stimola, provo a darti una mia visione.

    Io sostanzialmente non sono molto convinto che il self publishing rappresenti la strada degli sfigati rifiutati dall’editoria o dei faciloni che scrivono un’accozzaglia e pubblicano con un click.
    Io credo che il self publishing sia l’unica vera via per lo scrittore moderno.

    A chi mi dice che per essere veri scrittori occorre l’imprinting dell’editore rispondo che non è così. Non è più così. L’essere scrittore è determinato dal lettore. Pubblicare è l’atto di rendere pubblico. L’editore ha le sue modalità, il self publisher, ma qui sarebbe da chiamarlo per il suo vero nome, autore indie, ha una sua modalità. Se lo scrittore che pubblica con un editore vende 100 copie è più legittimato di un indie che ne vende 3 mila?

    Il fatto che la qualità del self publishing in Italia sia bassa, non deriva dal modello in sé, quanto dalla scarsa capacità degli autori di comprendere i meccanismi del mercato.

    Negli Stati Uniti dove il fenomeno è accentuato, dove gli scrittori Indie nel loro insieme da Amazon incassano maggiori Royalty degli scrittori del Big Five (quindi più di King, Patterson e compagnia messa assieme) si è stabilita una cultura di fondo che tende alla qualità dell’autopubblicazione. Si è capito che soltanto sfornando romanzi di qualità si può fare breccia sul mercato. Soltanto con la qualità si può emergere dall’immane concorrenza dei self e dalla concorrenza dell’editoria tradizionale.

    Sopra dicevo che l’autore Indie è l’unica via per l’autore moderno. E lo dico perché io rifiuto il concetto stabilito per dogma dall’editoria tradizionale che lo scrittore debba essere un morto di fame. Che con lo scrivere libri, sottratti i 10 autori di grido italiani, non si compra il pane.

    La verità purtroppo è che gli scrittori sono sfruttati dalle case editrici. È fuori ogni logica che uno scrittore non possa vivere della sua scrittura solo perché la prassi ha imposto compensi ridicoli. Il 5 o il 10% del prezzo di copertina.

    Non si comprende perché all’editore, al distributore e al libraio spetti a ciascuno il 30% e all’autore le briciole. È come se il grande chef di un ristorante cucina piatti splendidi ma poi il gestore gli dica: sì, ma guadagni facendo altro. È come se il progettista dell’Iphone, dopo aver realizzato una meraviglia tecnologica, gli si faccia spallucce: sì ma poi per campare la famiglia ti arrangi in altro modo.

    È possibile che nei quasi 3 miliardi di euro di fatturato dell’editoria italiana soltanto 10 scrittori su migliaia riescano a vivere col loro mestiere?

    Io vengo da altri settori economici è tutto ciò è follia.

    Gli scrittori hanno delle bollette da pagare come tutti, sogni da inseguire come tutti, un mestiere che possa essere appagante.
    Perché non si prova a convertire le royalty dello scrittore al 30% e la fetta dell’editore e del distributore al 20% ciascuno. Scrittori che vendono 5 mila copie l’anno potrebbero ambire a vivere del loro mestiere. E sarebbero tantissimi.

    L’editoria tradizionale io non la prendo nemmeno in considerazione perché è un sistema bloccato, vecchio, che si basa su modelli superati dall’innovazione tecnologica. Che sopravvive perché le mentalità stantie ci spingono a pensare che sia giusto così e non diverso.

    E a me fa anche un po’ strano vedere quegli aspiranti scrittori rinnegare il self come la morte. Ehi, ma è solo un’opportunità in più che puoi avere, null’altro.

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    1. Ciao Marco, grazie! allora rientri nella tipologia dello spettatore passivo del mio odierno post! :) ma mi fa davvero piacere conoscerti, anche se leggo sempre i tuoi corposi commenti in giro per i blog.
      E veniamo a questo: l'argomento self-publishing è sempre molto dibattuto, perché accanto ai tenaci detrattori ci sono quelli come te che ne prendono le difese e, aggiungerei, anche in modo giusto. Io sono d'accordo con l'idea di principio, poi l'applicazione di fatto lascia a desiderare. Intendo dire che l'autopubblicazione è una fantastica opportunità per gli scrittori, soprattutto in tempi in cui l'Editoria va avanti a suon di politiche ormai molto discutibili; però ho come l'impressione che questa pubblicazione "anarchica" (mi si passi il termine provocatorio) legittimi chiunque a farsi avanti a scapito di tanti che meriterebbero davvero di essere apprezzati: converrai con me che la mescolanza di testi buoni e testi terribili con prevalenza dei primi sui secondi finisca per oscurare l'efficacia con cui l'idea dell'autopubblicazione si è affermata negli ultimi tempi.
      Sempre in linea di principio penso che un editore possa operare una scrematura maggiore, anche se la fiducia nei suoi confronti risente di tante cadute di stile che purtroppo sono sempre più frequenti nelle pubblicazioni di ultima generazione!
      Poi se mi parli di sfruttamento ai danni dell'autore, con me sfondi un muro aperto: il mio romanzo, pubblicato da una Casa editrice minore perché vincitore di un concorso letterario, era stato messo in vendita a 16 euro con ben l'8% previsto su ogni copia, attenzione! soltanto dopo le prime 500 copie vendute. Puoi immaginare quanto mi sia arricchita! Cioè su 500 copie vendute il guadagno è andato tutto alla Casa Editrice e poiché ne sono state vendute un centinaio in più, lascio fare a te i calcoli! È follia, hai ragione e fa rabbia!
      Io credo nell'autopubblicazione al punto da avere affidato il mio romanzo al fascino di un meccanismo rivoluzionario per certi aspetti come questo, però leggo anche molti lavori brutti autoprodotti e questo mi fortifica nell'idea che forse un maggiore controllo di qualità anche fra autori Indie darebbe valore anche ad un fenomeno tanto sottovalutato.

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    2. Rientro nella tipologia dello spettatore passivo è vero. Perché spero d'essere attivo dentro. ;)
      A me non piace commentare i soliti 'condivido il post'. Se devo dir qualcosa è perché l'argomento o il blogger mi stimola.
      Nel mio ragionare non ritengo che gli editori siano cattivi. Tirano a campare, il loro mestiere è molto difficile. È il sistema che non funziona secondo me.
      È anche vero che quando penso al suicidio di Salgari e a ciò che hanno fatto a lui gli editori, un po' di anarchia mi prende nel ghiribizzo.
      Sulla quantità di testi cattivi o orribili nel self è un dato evidente. A me importa poco, non mi scandalizza. Metti Genovesi che pubblica con Mondadori e si ritrova appaiato a Moccia, la starlette e il libro di ricette del cuoco tv.
      Occorre anche avere indulgenza. La filiera editoriale moderna ha mezzo secolo di prassi. Il self publishing è un bambino appena.
      Io credo che da noi occorrano i primi best seller di autori indie, che impongano un modello concreto.
      Non capisco perché dagli Stati Uniti prendiamo social, tecnologia e hamburger e non possiamo ispirarci pur nel nostro orticello a un self publishing di qualità.
      A dire il vero, dopo i commenti di oggi al post di Daniele, credo d'aver capito i motivi della nostra arretratezza self. Che dire, pazientiamo. ;)

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    3. Penso che l'autore con un nome non si sentirebbe accomodato sulla giusta poltrona se si autopubblicasse, lì il pregiudizio incontra uno scoglio durissimo. Così, per forza non si va da nessuna parte! E il Genovesi di turno si accontenta di portare sul proprio libro il nome di una Casa Editrice grossa che ha sponsorizzato l'autobiografia di Totti, piuttosto che emergere nel mare magnum di autoproduzioni scarse e poco considerate.
      La qualità da sola non va da nessuna parte, è la mentalità che deve cambiare; ci vorrebbe qualcuno che coraggiosamente apra le danze, chessò Umberto Eco che annuncia a tutti: "signori, da oggi potrete trovare il mio ultimo libro qui e qui, pubblicato senza etichette, utilizzando il magnifico sistema del self-publishing". Te lo immagini? Una rivoluzione! :)

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    4. No a me non mi convince l’idea che il self per avere dignità debba avere il beneplacito di un Eco (che dopo l’ultima sparata sui social forse ha fatto il suo tempo).

      Io credo che i pregiudizi si combattano con i fatti. Al momento il nostro self è penoso. Io sono italiano quindi sono costretto a pubblicare in Italia e non in mercati sdoganati. Se sarà una battaglia, perché i miei scritti abbiano dignità, rischierò di combatterla.

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    5. Su un punto siamo d'accordissimo, allora: self penoso, anzi no, su due: anch'io sarei pronta per una battaglia;)

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