giovedì 17 ottobre 2019

Riflessione contemporanea


Sono stata all’inaugurazione di una mostra, sabato scorso e mi sto ancora arrovellando sul motivo per cui un artista può rendere “arte” qualunque cosa (perché è intoccabile ciò che lo illumina mentre elabora la sua creatività assolutamente soggettiva) e uno che scrive se la deve vedere con un mare di vincoli e di pregiudizi.

L’evento, “Fra artisti”, organizzato in occasione della XV Giornata del contemporaneo, prevedeva l’esposizione delle opere del pittore inglese Jonathan Hynd e quelle del pittore/scultore americano Steven Meek. Sono andata perché i quadri del primo mi piacciono, ma non conoscevo l’altro artista e la curiosità ha aumentato il mio entusiasmo.
Alle 19:00 ero in zona Trastevere, con un posto auto libero tutto per me a due passi dalla galleria (una botta di culo pazzesca.) La sala era gremita di avventori che camminavano lungo il perimetro della stanza, chi con occhi flosci, chi con sguardi ammirati: nella parete di destra c’erano i lavori di Jonathan Hynd, su quella di sinistra le installazioni di Steven Meek, opere di intensità diversa, con l’unico aspetto in comune di essere rappresentazioni di arte contemporanea.
L’astrattismo di Hynd ha qualcosa di magnetico, mi offre gli stimoli giusti per dare forma a idee che, pur non essendo state concepite nella mia testa, è nella mia testa che assumono un significato ben preciso.
Questo quadro è il mio preferito:


il blu lapislazzuli predominante mi dà una grande serenità, penso proietti una luce che rilassa e lo guardo, lo riguardo, lo fotografo (senza resa effettiva, purtroppo) sorseggiando un bicchiere di vino. 


In quello vicino vedo una donna inginocchiata con un bambino accanto; la postura sconfitta, quasi religiosa, mi racconta una storia di sofferenza rimarcata dal vuoto della superficie che la circonda, ma in realtà, sto solo osservando una macchia di colore nero, pigmenti rilasciati da un pennello su un cartone da imballaggio.
Okay, l’astrattismo ha questo di affascinante: dà spazio a tutte le interpretazioni che la fantasia elabora. Può non piacere, ma mi rendo conto che oggettivamente ha un suo incontestabile perché artistico.
Tuttavia, l’arte contemporanea contempla anche manifestazioni di totale, incomprensibile, anarchia creativa, alla quale non riesco a dare una collocazione e che non so in alcun modo giustificare.
Finito il giro fra i paesaggi espressionistici fortemente materici di Jonathan Hynd (così sono descritti nella brochure che prendo da un tavolo), passo nel lato opposto della sala, dove, al centro di una grande parete bianca, svetta in tutto il suo arcano significato la prima delle opere di Steven Meek:


Cos’è? 
Non lo so. Non mi suscita niente: due quadrati più un rettangolo (forse sono di legno), disposti in verticale, dipinti in tre colori; quello al centro reca la scritta “Out of time”.
Ah, è un omaggio al film con Denzel Washington, penso d’istinto. E già che un’opera artistica me ne ricordi una cinematografica non è di grande spessore intellettuale. Ci sono intenditori, probabilmente, che pagherebbero cifre astronomiche per avere un pezzo della collezione Meek nella camera da pranzo della propria casa:



io, invece, mi sento una cliente di Iperceramica che osserva i campioni di piastrelle in cerca di quella adatta per rimattonellare il bagno.
Che poi, e chiudo la parentesi “pretesto per fare un’altra considerazione”, immedesimarsi nel pippone scritto nel depliant di presentazione dell’artista, per provare a darne una soddisfacente chiave di lettura, diventa un’impresa persino più eroica del trovare un senso alle opere in sé.

Nelle sue opere Steven Meek con coraggio travalica molti confini. Il suo linguaggio naviga in molti mondi e sfugge a semplici categorizzazioni. Una sapiente giustapposizione caratterizza così un linguaggio altamente personale che si esalta quando si cimenta con i limiti, come la linea di confine tra il cielo e un edificio o i margini tra due colori. L’opera unica di Steven Meek elabora molteplici livelli per formare nuove, complesse relazioni. Possiamo pensare ad ogni opera come un collettivo, ciascuna come una singola collezione di demarcazioni e di esperienze. Attraversamenti che sono un piacere per l’occhio ed una sfida per la mente.

Che ha detto?
Colgo solo la verità dell’ultima frase: “una sfida per la mente”. Che perdo, infatti.

Ora, siamo d’accordo che l’arte contemporanea è “concettuale”, trascende l’opera per farsi portatrice di un messaggio, di un pensiero; i critici studiano l’idea che sta dietro la sua concreta realizzazione, vanno al di là del dato visivo e chiamano “arte” anche ciò che è ordinario, se questo “ordinario” è rappresentativo di un universo nascosto.
E sul piano letterario, che accadrebbe se si volesse sfruttare questa “concettualità” per giudicare un’opera?
Ve lo dico io: lo “sperimentatore” verrebbe fatto a pezzi.
Non parlo di idee e costruzioni originali di un romanzo, parlo proprio di una scrittura che si faccia voce di un’espressività totalmente soggettiva. Nessuna regola, nessun filtro, solo pura dettatura del libero pensiero.
Forse solo i grandi possono permettersela: penso a Cortázar o a Foster Wallace; se fosse un aspirante a fare “astrattismo” con le parole finirebbe di aspirare ancor prima di cominciare a costruire il suo sogno.

Qualche anno fa, uno scrittore in erba mi scrisse chiedendomi se avevo voglia di leggere il suo romanzo. Ero ancora nella fase “credo nelle potenzialità degli aspiranti scrittori” e gli risposi che lo avrei fatto. Dopo una pagina ho detto stop: poteva essere un’opera geniale, ma per me era solo illeggibile. 

Dove andremo a finire, una volta capito il nostro significato esistenziale?
Un magma profondo e caldo ci avvolgerà come se fossimo stalagmiti travolte dai flutti del vulcano in eruzione di ideali.
Assimilando storie e leggende, carpiremo mai la sintassi del percorso? E' esso in effetti grammaticale, o si struttura tra pentagrammi musicali, cucendo note su di un tessuto fine di ricordi?

Iniziava così. 

Ma non vi sembra di leggere la presentazione di un’opera d’arte contemporanea come quella di mister Meek, nel volantino della mostra? 

Allora mi chiedo: perché la “Merda d’artista” è l’emblema provocatorio del successo nell’arte contemporanea e la “Merda di scrittore” può essere solo destinata all’autopubblicazione?






37 commenti:

  1. Perché Michelangelo che tira una martellata al Mosè di turno esclamando: "Perché non parli?" è un genio e io, se faccio la stessa cosa, vengo rinchiuso? Forse perché il mondo, oltre a essere piccolo, "è anche tanto, tanto cattivo". (cit.) :D :D :D

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    1. https://www.youtube.com/watch?v=khd1wTLHcoQ
      (mitica scena!)

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    2. Tanto tanto cattivo, sigh!

      (Il contributo visivo molto apprezzato. 😉)

      E comunque

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  2. Riguardo i passi citati in corsivo: ma che cosa si sono fumati? Che cambino spacciatore!
    Riguardo le tue considerazioni: forse è meglio così: se il flusso libero dei pensieri deve essere come l'incipit che hai mostrato allora stiamo freschi…
    @michele: Michelangelo poteva farlo perché era un'opera sua, se lo fai tu...no. Un po' come Paul Whitehead quando tagliò col coltello la copertina di "Trespass" dei Genesis (e fece bene!)

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    1. Sì, appunto, mi chiedo: è proprio necessario “concettualizzare” pure la biografia di un artista?
      Nella scrittura, l’astrattismo fatto di parole è proprio un burrone.

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  3. ci sono stato anche io!

    a me non suscita niente perché non sono visivo, ma sono andato in veste di accompagnatore, quindi non esattamente di mia spontanea volontà.

    "travalicare molti confini" non ha alcun significato, proprio perché ne ha troppi. e leggendo il tuo post - nei passaggi in cui riporti parole altrui - mi rendo conto che le parole deboli riescono a infiltrarsi, togliendogli sostanza, anche nelle arti visive.

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    1. Non è la prima volta che mi imbatto in presentazioni che cercano di dare sostanza al vuoto. Lo so che “crederci” è alla base di tutto, ma che ci creda l’artista okay, è giusto. Trasmettere all’esterno questa, come chiamarla... fierezza, è un’impresa molto ma molto più difficile.
      ....Scusa, ma come ci sei stato anche tu? All’inaugurazione?

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    2. impresa tanto difficile da rendere vano il "crederci" :-)

      (ci sono stato anche io, con un amico che non se ne perde una e le respira a pieni polmoni)

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    3. Peccato non averti incontrato! 😊

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  4. Dimentichi “L’Ulisse” di Joyce ;) . Quanto meno nel famoso finale di cui parlano tutti. Io ancora non l’ho letto, l’ho pure comprato, ma sta là a riposo.
    Io ho smesso di leggere cose che trovo non mi convincano. Pensa che ho rimosso l’anteprima di “Cecità” di Saramago dal mio lettore e-book, e quindi non l’ho acquistato, perché inizia il romanzo confondendosi coi verbi. Mette delle cose al presente indicativo e poi al passato remoto, senza alcun senso. Se stai raccontando usando un tempo verbale perché lo modifichi senza una ragione? Perché sei un genio e vuoi vedere se la gente conosce la grammatica/se ne accorge? Oppure perché l’editor era distratto e il traduttore ha lasciato l’errore nella traduzione? Stessa cosa coi 49 racconti di Hemingway curata da Mondadori. Il racconto “Cinquanta bigliettoni” di Hemingway delira nell’uso dei tempi verbali. Alterna i paragrafi tra presente indicativo e passato remoto dall'inizio alla fine. Dico io, sarai anche Hemingway, ma in quel racconto hai dato dimostrazione tangibile di non saper scrivere, oppure era il traduttore di Hemingway che si è distratto? O l’editor americano? Fato sta che così lo hanno pubblicato, che se fosse successo a un qualsiasi altro autore, magari alla ricerca del primo editore, lo avrebbero fatto volare dalla finestra con un: “Questo ignorante non conosce nemmeno la lingua in cui scrive!”.
    Succede anche coi geni di dare i numeri. Se poi sono self-publisher apriti cielo. Mi è capitata la stessa storia in un libro di un self-publisher. Ho chiesto e mi ha detto: “È voluto”. Forse imitava Saramgo o Hemingway, penso, a questo punto.
    Certo è che oggi come oggi la narrativa che mi disturba non la finisco di leggere. Soprattutto se non sei un grande autore. Hemingway mi sono sforzato perché il racconto che ti dicevo arriva tra gli ultimi, finito quello non c’erano altri orrori del genere nella raccolta.
    Saramago non ha avuto possibilità. È un romanzo. Mi sono detto: “Se inizia sbagliando i verbi nelle prime pagine, non oso immaginare cosa combinerà nel resto del testo”. Rimosso.
    Ed è questo che mi stanca della pubblicazione. Bisogna essere super extra perfetti, sennò sono botte da orbi. E anche se ci metti impegno e sangue alla fine o fai finta di nulla se non ritrovi risultati o smetti, ti incarti in una serie di domande che non troveranno mai risposta.
    Alla fine si è capito che ci sono anche gli editori che inficiano il meccanismo di pubblicazione. E con un articolo illuminante ho capito anche il perché. Per recuperare le perdite economiche che derivano dal sistema del reso devono pubblicare più titoli di nota gente che vive di like sui social network, ma prima o poi scoppierà tutto e si vedranno quantità industriali di editori chiudere perché dai e dai e dai, non hai un capitale economico infinito. Nel frattempo (tu grosso editore) hai pubblicato chiunque abbia un numero elevato di like su YouTube, su Instagram e hai fatto esattamente quello che (tu editore) accusi faccia il self-publishing, anzi hai fatto pure peggio, secondo me. Allora gli editori non valutano al qualità. Valutano il ritorno economico, ovviamente e quindi i discorsi sulla qualità e non la qualità li possiamo fare noi lettori, ma per loro sono cose senza senso, eppure si battevano il petto scandalizzati che i self-publisher si pubblicano da soli senza una valutazione da parte loro.
    Io sono in accordo col tuo ragionamento, ma ho smesso di farmi troppe domande e leggo solo cose che ritengo interessanti se scritte bene, posso chiudere un occhio se la lettura è molto interessante o voglio capire come prosegue una storia, altrimenti non ce ne sta per nessuno. Chiunque esso o essa sia. :)

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    1. Ci sono scelte volute, come molti elementi nello stile di Saramago in “Cecità “, il flusso di coscienza di Joyce è impegnativo, ma forse è una libertà concessa a chi già si è fatto un nome con altro. Ci sono autori famosi che decidono di sperimentare: piacciono, non piacciono, alla fine gli si perdona tutto se sono autori ai quali ci siamo affezionati per altre cose che hanno scritto. Si sa che è così: nulla di nuovo. E non è una novità nemmeno che le case editrici vadano a pescare nel mare di chi porta soldi in cassa. Stai tranquillo che se si accorgessero che un self-publisher ha venduto migliaia di copie, andrebbero a bussare anche alla sua porta. Conosci Michael Sullivan? E Marco Amato, lo conosci? 😝

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    2. Conosco diversi autori self-publisher che sono stati accalappiati da editori e sono stati fatti sparire e altri che hanno vinto premi e che la critica ha fatto a pezzi per ottime ragioni. È il soldo che muove gli editori oggi. Punto.

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    3. Purtroppo è vero, l’emergente ha una doppia responsabilità: uno, scrivere una storia convincente (sotto tutti i punti di vista); due, portarsi dietro già un pacchetto potenziale di lettori. Dev’essere un emergente famoso. 😁 (si ride per non piangere!)

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  5. Ah, per riallacciarmi al discorso dell’arte moderna. Sono stato al Tate Modern a Londra, dove c’è il top dell’arte moderna. Ci fosse stata qualcosa che mi fosse piaciuta. Sarò un tipo all’antica, adoro l’arte della National Gallery. C’è un quadro che, quando sono in zona, mi vado sempre a vedere, ma l’arte moderna e io siamo su due mondi diversi.

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  6. Con me sfondi una porta aperta, nel senso che anch'io sono contrario agli eccessi di ermetismo. Un'opera d'arte (o un libro) deve esprimere qualcosa che sia quanto meno comprensibile. Non dico che debba essere di una linearità elementare, ma almeno che esprima qualcosa di suo con un linguaggio espressivo tale da risultare decodificabile sopo attenta analisi. Se dopo attenta analisi ho l'impressione che l'autore di quell'opera (o di quel libro) mi sta solo prendendo per i fondelli, evito di perderci tempo.
    E resto fermamente convinto che l'idea non possa essere tutto. L'idea è il punto di partenza, ma poi l'autore deve darle una forma, un senso, una logica, una struttura. Se l'autore fa discorsi tipo: "ognuno può vederci ciò che vuole", beh, non deve sorprendersi se tanta gente non ci vede assolutamente nulla. Non si può chiedere all'audience di decidere cosa intenda dire l'autore.
    Io non escludo a priori l'arte moderna. Parlando di singole opere più che di artisti in generale, ce ne sono tante che mi piacciono, ma proprio perché riescono a trasmettermi qualcosa. La comprensibilità di un'opera artistica o letteraria è la base fondamentale per esserne attratti.
    Per la cronaca, trovo incomprensibile (e infatti ho smesso di leggerlo) anche un autore da milioni di copie come Murakami.

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    1. Il fatto è proprio che nell’arte contemporanea sparisce l’opera in sé ed emerge tutto il sotterraneo che ha portato a quella realizzazione. Tu guardi l’opera e devi interrogarti su cosa ci possa stare dietro, non su cosa essa voglia dire. È un’alienazione assurda. L’impatto visivo è fondamentale: se io devo andare oltre questo impatto perché devo sforzarmi di capire cosa c’è al di là, rispondo: “ma perché?”
      Per questo l’arte contemporanea, tranne ripeto alcune forme di astrattismo, non mi piace per nulla.
      E comunque... sto cercando di dimenticare il tuo fatto personale di cronaca a proposito di Murakami! 😩

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  7. Direi che c'è un dettaglio da non perdere di vista. Un dettaglio puramente economico che differenzia la "merda d'artista" dalla "merda di scrittore" :-D . Per capirlo meglio occorre lasciare da parte discorsi soggettivi (piace/non piace) e discorsi tecnici (self/non self).

    Il dettaglio è questo. L'opera artistica di un pittore o di uno scultore è unica nel vero senso della parola: l'artista la produce in copia unica, o pochissime copie, eventualmente esposte.

    L'opera artistica di uno scrittore invece no: per essere anche solo fruita deve necessariamente essere replicata in migliaia di copie.

    Ora: per quanto una merda d'artista sia inguardabile e/o irricevibile, è sufficiente trovare un solo estimatore la cui soggettività sia in grado di apprezzarla per realizzare un guadagno. Magari pure cospicuo.

    Per la merda di scrittore, invece, per realizzare magari lo stesso buon guadagno, di estimatori devi trovarne migliaia, possibilmente uno per ogni replica.

    Quindi, tradotto in numeri, per vendere una merda d'artista anche solo a 100.000 euro, ti basta trovare 1 estimatore facoltoso e benestante. Il che potrebbe essere difficile, ma mai quanto trovarne 100.000 disposti a dare 1 euro per la merda di scrittore.

    Da ciò credo derivino un sacco di conseguenze, tra le quali il fatto che l'artista scrittore non ha molto spazio per "sperimentare". E anche il fatto che "la merda d'artista è l'emblema provocatorio del successo nell'arte contemporenea".

    Mi rendo conto di aver fatto un discorso di merda :-D :-D :-D, però, ecco, io la vedo così...

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    1. Ottima riflessione, Darius :)

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    2. Ma sai che... quasi quasi, il tuo discorso di merda mi ha conquistata?
      È vero! Opera artistica unica, valore immenso. Il libro unico esemplare potrebbe pure esistere, ma finirebbe nel cimitero dei libri dimenticati descritto da Zafon. Non c’è storia!

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    3. Lieto di vedervi in linea con il mio pensiero.

      Ribaltando il punto di vista, va da sé che se le opere di Steven Meek venissero replicate in migliaia di copie, credo che le vedremmo esposte all'Iperceramica, in scatole da 25. Ammesso che qualcuno si prenda l'onere di produrle.

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    4. Mattonelle d’artista: e quanto costerebbero! 😁

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    5. No. Mattonelle d'artista, proprio no. Mattonelle anonime dal costo irrisorio.

      È proprio questo l'ago della bilancia che differenzia la "merda d'artista" dalla "merda di scrittore": nel momento in cui un produttore si prende l'onere di replicare in serie l'opera, cambia tutto il discorso economico. Il produttore anticipa il capitale e, di conseguenza, è il primo ad alzare la sua aspettativa: vuole vendere più copie possibile dell'opera per recuperare almeno il capitale investito.
      Ma vendere più copie, significa trovare più estimatori: quindi ecco che l'opera di Meek viene REALMENTE esposta al grande pubblico, e non più nel contesto "iperprotetto" e selezionatissimo della galleria d'arte di turno. Di fronte al grande pubblico raggiunto con la grande distribuzione, l'opera di Meek verrebbe REALMENTE valutata per quello che è: una "merda d'artista". :-D

      Quindi, così come la "merda di scrittore" si perde nel mare magnum delle migliaia di "merde" sfornate ogni anno dai vari editori, la "merda d'artista" dello Steven Meek di turno si perderebbe nel mare magnum delle piastrelle sfornate ogni anno dalle industrie del settore.

      La differenza tra lo scrittore e l'artista sta a monte: lo scrittore, per far conoscere la propria opera, non ha scelta, deve per forza replicarla e cercare qualcuno che lo faccia per lui.
      L'artista può tranquillamente fermarsi prima.

      Potremmo anche disquisire su quanto tempo ci voglia per produrre un'opera. Non sono un'artista ma ho la vaga-vaghissima impressione che il Meek di turno non abbia impiegato molto tempo a mettere insieme le sue piastrelle, elucubrazione concettuale (???) inclusa. Uno scrittore (anche esordiente, anche incapace, anche in erba), per mettere insieme la sua opera, impiega comunque di più. Questo per dire che la scrittura, spesso, è un'arte più impegnativa di certe arti contemporanee.

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    6. Considera anche che l’artista che vuole presentarsi al pubblico non lo fa con un’opera soltanto. Quando organizza una mostra, soprattutto se è una personale, deve preparare almeno una decina di opere uniche (se non di più): il lavoro concettuale prende direzioni diverse. Lo scrittore invece scrive un’opera e fa fruttare quella, non manda in giro l’opera e altre appendici che dimostrino la propria creatività.
      E comunque ci stiamo addentrando nel territorio del pourparler puro, anche se interessante. 😁

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  8. Mi colloco in una posizione equidistante. Da fruitrice comune di un'opera di estremo astrattismo, potrei dire: eh? cosa essere questo? Da ex studentessa di storia dell'arte contemporanea, ti rispondo... però, interessante.
    Sì, perché la fascinazione che suscitano in me Pollock, Burri, Nam June Paik, Schnabel e compagni è totale, non posso farci nulla. Non ha niente a che vedere con l'emozione suscitata dall'arte classica, in generale da quella figurativa. È altro che agisce in me. È la forza di una provocazione concettuale, di un flusso di ideologie legate all'epoca, non per tutti, provocatoriamente incomprensibili perché prive di filtri, di referenti. Però, lo ammetto, l'ho studiata, ecco perché l'apprezzo. Diversamente non avrei capito, punto.

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    1. Mannaggia, quel “nostro” Pollock m’è rimasto qua!

      Anche a me l’astrattismo (non tutto) piace, vedi le opere di Jonathan Hynd di cui ho parlato. Un altro che vorrei vedere è Rothko, credo che rimarrei catturata dalle sue enormi tele con quel rosso predominante.
      Sono certa che avere la conoscenza approfondita che solo uno studio della materia può dare sia un’altra cosa. Non so se cambierei idea sapendone di più, ma di certo giudicherei con una consapevolezza diversa.

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  9. Non ho mai apprezzato l'arte contemporanea perché, onestamente, non la capisco.
    Quindi, sono d'accordo con te nel caso di specie.
    P.S. Sei di Roma e vai per mostre.
    Spero che tu non ti sia persa quella del "nostro" Franco Battaglia, allestita proprio in questi giorni.
    Io ci sarei andata mooooolto volentieri, se fossi stata più vicina.
    Le sue foto parlano da sole, altro che ceramiche!

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    1. Le foto di Franco sono molto belle, sono d’accordo. Volevo andare alla sua mostra, ho provato a organizzarmi, ma in quei tre giorni si sono accavallati una serie di appuntamenti (fra cui questo) presi in precedenza. Che poi io per mettere insieme e fare combaciare impegni e orari devo vedermela con famiglia e distanze. 😁

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  10. Mi è capitato di andare a qualche mostra d'arte contemporanea, organizzata in concomitanza con altri eventi (come l'apertura di un nuovo ufficio bancario per esempio), ma erano opere più fruibili, dove il soggetto era riconoscibile anche se poi il manufatto era di composizione inaspettata (materiali riciclati o tecniche particolari). Di questi, concordo con te che il blu lapislazzuli è magnetico, io per esempio ci vedo il mare in movimento (chissà perché! :D ) Sulle piastrelle dell'Iperceramica, correggimi se sbaglio, ma mi sembra che pure sulle altre ci siano delle scritte: sulla terza foto mi pare di vedere "sea" sul primo blocco e "change" sul secondo, e in effetti i tre blocchi potrebbero essere i colori del mare, con foschia?, e l'ultimo la battigia con una striscia di sabbia.
    Resta però il fatto che due righe di "illuminazione" per i non addetti ai lavori le potevano anche scrivere. A volte ho la sensazione che non si dica niente per lasciare che ognuno ci veda degli alti significati, quando invece aveva finito la carta, il legno, il colore e gli erano avanzate du' mattonelle dal bagno... Un "show don't tell" all'ennesima potenza.

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    1. Mi hai fatto venire in mente un’altra cosa che ho notato e che ho fatto presente a Jonathan Hynd: le opere erano tutte senza descrizioni. Io ero interessata a quelle dell’artista inglese e ho chiesto delucidazioni direttamente a lui, ma l’altro è rimasto impresso nella mia memoria solo come un simpatico designer di piastrelle, punto.
      È vero, hai visto bene: ogni “scultura” di Meek aveva una inscrizione, una parola, qualcosa che, forse, doveva stimolare la fantasia. Solo la sua, però: show don’t tell estremo ed estremamente personale. 😄

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  11. Esprimo il mio parere in modo meno colorito di quello che uso nelle situazioni reali, parlando con i miei familiari: ma quante... sciocchezze riescono a inventarsi gli uomini? Il fatto che un dipinto o disegno, soprattutto quando astratto, comunichi qualcosa a qualcuno non giustifica il fatto di costruirci sopra panegirici, il cui unico "valore" è di provenire da persone colte ed esperte, quindi (si suppone) un gradino superiori all'utente normale dell'opera. I frutti della creatività parlano a tutti, in un modo o nell'altro. Che il parere soggettivo debba cedere il passo ai pareri autorevoli altrui... no, non lo credo.

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    1. Sì, anche io trovo stucchevoli gli interventi degli esperti, colti e intellettuali. Secondo me lo fanno pure apposta a rimarcare la superiorità rispetto all’utente normale, come se dalle loro parole dovesse colare oro sull’opera. Lo trovo persino imbarazzante, anche perché poi il panegirico altrui mi costringe a essere spietata nel giudizio soggettivo.

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  12. Uno dei miei luoghi del cuore è la Collezione Calderara. Si tratta della casa dell'artista Antonio Calderara, che prima di morire ha trasformato la propria dimora in un museo pensato proprio per introdurre all'arte astratta e contemporeanea. Ogni stanza ha un tema (l'astrattismo geometrico, l'arte come gioco, riflessioni sulla libertà...). Inoltre c'è un corridoio in cui un paesaggio viene sempre più stilizzato fino a diventare dei quadratini. Insomma, se ne esce davvero capendoci qualcosa di più. Poi, ecco, quelli dell'arte contemporanea sono percorsi mentali. Alcuni affascinano, altri lasciano un po' perplessi, ma bisogna entrare un po' in quel mondo prima di esprimere un giudizio.

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    1. Sì, ecco, ci vuole lo studio di cui parla Luana, una preparazione di basa che abitui la mente a entrare in quella altrui. Il luogo di cui parli mi incuriosisce, forse un percorso o qualcosa che mi induca a riflettere mi farebbe capire di più, comunque, in genere, l’arte contemporanea non mi piace.

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  13. Io l'arte contemporanea non la capisco, vado un po' a gusto, il quadro blu non mi dispiace, anche l'opera con le tre mattonelle con su scritto "out of Time" mi piace soprattutto come idea. Essere fuori dal tempo è un bel concetto...

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    1. Sì, alla fine credo che l’arte contemporanea crei un legame stretto con la percezione soggettiva di ognuno ed è questo che la rende appunto “arte”. E l’opera di Meek, con la tua opinione, ha raggiunto il suo obiettivo: rappresentare qualcosa per qualcuno. 😉

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  14. una scatola di merda è una scatola di merda... e chi la compra è uno stronzo.. z.

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