giovedì 16 luglio 2026

Viaggio di sola andata

La mattina dell’8 luglio, a Monaco, il cielo era nuvoloso. L’ho indossato, come un cappotto nelle giornate di freddo. Avvolta da quella coltre plumbea sulla mia pelle, mi sono affacciata al balcone: le foglie degli alberi frusciavano al vento, sembrava si stessero raccontando qualcosa a bassa voce. Poi sono corsa a mettere l’essenziale dentro una valigia e sono uscita.

Ho camminato a piedi fino alla stazione di Daglfing, le ruote del trolley incespicavano nelle crepe del marciapiede, scandendo un ritmo spezzato. Lo stesso dei miei ultimi pensieri. Dentro l’S-Bahn ho poggiato la testa sul finestrino, assorbendo passivamente la bellezza del paesaggio che mi scorreva davanti: i prati con l’erba appena falciata, le distese coltivate a mais, il cielo basso poggiato sulla campagna bavarese. Un viaggio nel tempo alla ricerca di oggetti, gesti e luoghi della memoria.

Arrivata a Flughafen München, l’aeroporto di Monaco, ho lasciato i ricordi dentro il vagone del treno e ho cercato sul tabellone il mio volo per Roma. Partenza in orario.

Il rullo dei motori, l’accelerazione sulla pista, il mondo si è fatto piccolo in pochi istanti. Da lassù mi sono sentita più vicina al cielo; potevo toccare con gli occhi le nuvole e pensare che fossero case eterne, come quando da bambina ero convinta che allungando la mano fosse possibile sentirne la consistenza e poi, crescendo, ho capito che non potevo camminarci sopra. Eppure, ogni volta che volo, la bambina che ancora voglio essere, continua a crederci. Per me le nuvole saranno sempre un luogo sospeso, dove le suggestioni dell’infanzia e le emozioni che il tempo non consuma possono ancora incontrarsi.

Ho ripreso contatto con la realtà appena le ruote dell’aereo hanno toccato la pista di atterraggio. Pensavo che il mio torpore dipendesse dal viaggio, dall’esito dei ricordi che, in quell’ora trascorsa dentro il cielo, avevano creato attorno a me una bolla atemporale in cui mi ero rivista bambina in braccio a mio padre e, subito dopo, accompagnata da lui all’altare, e ancora, in un altro frammento di vita, in silenzio, davanti a una televisione sintonizzata su un canale sportivo. Invece avevo ancora addosso la coltre grigia della mattina lasciata a Monaco. Neanche la temperatura calda di Roma riusciva a dissolverla. 

Non ho guardato l’orologio. Non m’importava che ora fosse, avevo solo fretta di arrivare. Lo avevo già, il rimpianto di un ritardo, che non recupererò mai più. 

Così, appena uscita dall’aereo, sono corsa agli “Arrivi”. Lì mi aspettavano i miei figli e al tramonto ero dove volevo essere: in casa, con mio padre. La televisione spenta, un silenzio quasi innaturale e l’odore dei fiori a coprire quello dell’assenza. 


C’è freddo, in questa stanza, papà. 


Ho allungato lo sguardo oltre la finestra: il sole era una semisfera rossa posata sopra il tetto del palazzo di fronte. 

Un ultimo saluto a questa giornata e si è fatto buio. Fuori e dentro me.

Ho un biglietto di ritorno che mi porterà di nuovo lontano da qui. Anche mio padre andrà lontano, ma il suo è un viaggio di sola andata.

Senza dire niente, sono rimasta a guardarlo: le mani giunte, tra le dita un rosario, gli occhi chiusi e un sorriso, che finalmente parlava al posto di ciò che non sapeva più pronunciare. Con il cuore gli ho detto mille cose, a voce alta soltanto due parole: “ciao, papà!”. 











 

4 commenti:

  1. Marina, quanto mi spiace, ti penso col cuore vicino e la certezza che tuo papà ora è al piano di sopra, nella stanza più vicina a Dio, lontano dagli sguardi terreni ma in una reale unione di anime. Ti abbraccio forte. Sandra

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  2. Mi hai fatto piangere 😓

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