Era il 13 maggio 2021 e io scrivevo questo post: “Fine di una storia”.
Dopo cinque anni riparto da lì.
È già da un po’ che prediligo altre attività alla scrittura, vuoi perché ne sento il bisogno, vuoi perché il desiderio di scrivere non è costante: può essere un’onda che schiuma contro uno scoglio o la lieve risacca sulla battigia. Ma c’è anche un fattore importante, che ha il suo peso: sono fatta in un certo modo e con l’età sono diventata ancora più intransigente. Il che, per certi aspetti, potrebbe essere un bene, ma il più delle volte resta un difetto di cui non so liberarmi.
Voglio chiamarlo rigore, per dargli una dignità, ma se lo guardo per quello che realmente è dovrei dargli un altro nome: meticolosità? persino pedanteria, a volte! Insomma so essere abbastanza rompic****, quando m’impegno.
Esatto, sono esigente. Troppo. E non mi accontento. Ciò mi accade in tutti gli ambiti della quotidianità: se una ricetta, in cucina, non mi riesce bene, la riprovo finché non risulta senza un difetto. Quando mi dedico alle creazioni handmade, anche il più piccolo sbaglio mi manda in paranoia. Ho smontato mattonelle granny, realizzate all’uncinetto, sfilato intere righe di lavori a maglia quasi ultimati, per eliminare l’imprecisione, anche quella più impercettibile. Per farla breve: cerco la perfezione.
La perfezione secondo me, ovviamente.
Anche quando leggo un libro, gli occhi non devono inciampare in alcuna stonatura, perché nell’istante in cui me ne accorgo mi sono già fatta un’idea su chi lo ha scritto e quasi sempre quell’idea contiene un forte pregiudizio. Se scrivo, sono ancora meno indulgente: in tal caso, la mia ossessiva premura si esprime in tutta la sua maniacalità, ragion per cui curo, limo, stano il dettaglio fastidioso che incrina l’insieme e mi do a riletture forsennate, finché la pagina letta a voce alta non scivola liscia in mezzo a sintassi e sonorità.
Pessimo modo di viversi il piacere di un’attività, perché, poi, non è solo l’esigenza a farsi sentire, ma quello che ne consegue quando è difficile soddisfarla: frustrante dovere ammettere di non riuscire nell’intento.
E così vengo al dunque.
Qualche settimana fa stavo cercando uno schema salvato, una roba vecchia legata a un progetto (non scrittorio) che volevo realizzare - pensate - quando ancora vivevo a Caltanissetta e cosa mi trovo davanti, nascosto dentro una cartella letteraria dimenticata nella chiavetta USB che stavo esplorando? L’intero file contenente quel romanzo che a un certo punto - ricordate? - decisi di cancellare: i quattordici capitoli, con i dialoghi, l’incipit, la scaletta. La storia riassunta in una specie di linea guida, i personaggi con le loro caratteristiche, insomma tutto il contenuto di un libro che non ho più voluto scrivere. Mi è tornata la curiosità e ho interpretato questo fortuito ritrovamento come un segnale.
Ho riletto ancora quei capitoli e in mezzo a pagine di fronte alle quali ho espresso un sentito “Ah, però!” ne ho riviste altre che, invece, mi hanno fatto accapponare la pelle: non c’è cosa peggiore di una scrittura scialba, tecnicamente curata, ma priva di quella linfa vitale che muove l’interesse non tanto del lettore finale, quanto soprattutto di chi ha concepito la storia. In pratica, leggendo, mi sono annoiata.
Un libro che annoia rappresenta la morte di ogni ispirazione. Ne ho letti di libri noiosi, pure discretamente di successo e mi sono sempre chiesta come avessero fatto a meritare tanta attenzione. Eppure! Ed è qui che m’impantano tutte le volte.
Una soluzione credo arrivi dal recupero del motivo principale per cui ho sempre amato scrivere: il puro diletto personale. Basta con questa idea fissa di dovere piacere proprio a tutti, che sia un editore o un comune lettore; basta ambire a vincere premi; basta piegarsi alle regole convenzionali delle scuole di scrittura. Mi sono ritrovata davanti al computer con una cartella piena dei capitoli di un romanzo partorito anni fa e mi è tornata la voglia di mettervi mano. Senza uno scopo, solo per il gusto di muovere quei personaggi cui mi ero affezionata, recuperarli, riallinearli in una storia che emozioni me, in primis.
C’è tanto lavoro da fare: aggiungere sale ad alcune scene, riformulare ruoli, effettuare nuove scelte eliminando le più infelici. Insomma, sono nel mood giusto e non ho pretese. L’unica che mantengo, perché purtroppo (o per fortuna) risponde a questo lato di me che non cambierà mai, è quella di trovare la formula giusta per ottenere un risultato che mi soddisfi appieno.
Ciò che voglio dire, con tutta 'sta manfrina, è che approfitterò dell’estate per ritornare allo storytelling puro, quello che ti fa perdere la cognizione del tempo quando scrivi, ti tiene sveglia fino a tarda notte, continua a parlarti mentre passeggi, vai in bicicletta, nuoti... Sto riprovando queste sensazioni dopo molto tempo. Sono belle, non voglio farmele sfuggire.
Il mio desiderio di scrivere, al momento, è quell’onda che schiuma contro lo scoglio. E fa rumore.

Ci vuole pure una bella notizia ogni tanto! :D
RispondiEliminaMolto bene! Tieni duro, mi raccomando.
RispondiEliminaSono felicissima di leggere queste tue parole. Adesso aspetto con ansia di leggere il tuo romanzo. Sei un vero talento in tutto ciò che fai🥰
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