Il tuo viso è luminoso, il sorriso quello dei nostri quattordici anni. Sei seduta nel banco davanti al mio, con la testa china sul compito di latino. Mi piace la tua camicetta a fiorellini, la tieni come sempre fuori dai jeans e al polso hai due braccialetti di cuoio intrecciati. La versione è di Cicerone, cominciamo a tradurla. Io vado spedita, tu allunghi lentamente indietro il braccio, con un occhio puntato sulla scrivania, dove il prof. sta scrivendo qualcosa sul registro; muovi le dita, in un codice tutto nostro: riga due, quarta parola, che verbo è quello? Ma neanch'io so riconoscerlo. Il tempo passa, le difficoltà aumentano, le tue richieste di aiuto rimangono inevase. Il prof. alza lo sguardo sull’orologio da parete, suona la campanella di fine ora... che ha lo stesso trillo della sveglia sul comodino.
Sono passati ventinove anni e mi capita ancora di sognarti. Forse perché il giorno del tuo compleanno ha ancora su di me un forte impatto emotivo.
