Fermo i pensieri in corsa, quando attraversano il mio cervello; li fisso perché non si confondano nel caos di immagini che quotidianamente registro e di sensazioni che assorbo mentre parlo, osservo, percepisco odori, ascolto, mentre, cioè, i miei sensi lavorano e io li assecondo inconsciamente. È questo ciò che faccio portandomi dietro un taccuino: ce l'ho in borsa e se non è in borsa è in una tasca ma sempre con me, pronto a ricevere suggestioni, a raccogliere e conservare tutto quello che mi colpisce e non voglio vada disperso o dimenticato.

martedì 11 aprile 2017

Voci di scrittori

La giovinezza regala salute, vigore e sempre nuovi sogni, ma la maturità fa fiorire un raro frutto: la consapevolezza, anticamera di una grande dote che è la capacità di dare un senso a tutte le cose, qualche volta di metterle in ordine, altre di saperle guardare nel modo giusto. 
Ho ingaggiato una silenziosa battaglia contro i segni del tempo, ma non mi lamento di nulla, ho raggiunto un discreto livello di certezze su alcuni aspetti della vita e considero, questa mia, un'angolazione privilegiata da cui osservare ogni cambiamento.
È da questa ottica consapevole che analizzo anche la mia scrittura.

Non è più quella di una volta, questo è  ovvio. Adesso sono cambiate le mie aspettative e mi sono fatta più esigente verso me stessa e verso un certo modo di concepire l'arte dello scrivere. E sapete, con serenità assoluta, cosa mi dico quando ho voglia di carta e penna? Mi dico che non ho quello che suole chiamarsi "talento", perché mi riconosco solo una passione forte per la scrittura, una generica inclinazione, che necessita di tanto e tanto e tanto lavoro per strutturarsi in un certo modo. 
La mia resta ancora una voce come tante altre. E io voglio renderla riconoscibile.

Nelle opere contemporanee (e non faccio distinzione fra grandi scrittori e scrittori esordienti, anche se poi le evidenze emergono quasi sempre da sole) è raro trovare uno stile netto, capace di identificare subito un autore. Esistono tante scritture ottime, ma prive di carattere, un po' come accade nella musica, dove ci sono talenti ordinari, cantanti che si sfidano in show televisivi, partecipano alle competizioni canore più famose e poi, quando li senti in radio, fatichi a capire chi sono.
Tornando alla narrativa, sul piano soggettivo ho letto storie che non ho gradito, ma nelle quali ho trovato qualcosa che le rende esclusive e storie che, invece, ho molto apprezzato pur non avendo riconosciuto in esse niente di particolare. Sembrerebbe una contraddizione, invece è solo il mio modo per dimostrare che, anche se non sono nelle mie corde, certi libri, oggettivamente, sfoggiano una "personalità" forte che è impossibile non notare e di cui bisognerebbe tenere conto quando siamo tentati di definirci scrittori.

Ho scelto, perciò, dalla mia libreria alcuni romanzi di autori italiani (così non ci impantaniamo con i pregiudizi sulle traduzioni) letti di recente, alcuni con una bella trama, ma senza essere connotati da qualcosa che li rende particolari, solo, a mio avviso, stilisticamente  impeccabili e altri scritti con una voce che li marca in modo inconfondibile, nel bene o nel male. Alla fine, questi ultimi sono i libri che piacciono o non piacciono, ma hanno un'identità precisa, sono i libri che generano sentimenti di odio o amore, ma chiedono al lettore di scegliere da che parte stare. I primi, invece, suscitano applausi e apprezzamenti, eppure non consentono di prendere una posizione netta: piacciono. È un caso che piacciano? Piaceranno ancora? Li leggi, li apprezzi e in pochi giorni li archivi, senza punti di domanda.

Così ho pensato di trascrivere dei brani tratti dai romanzi di sei autori di cui non dirò il nome (non è una sfida per indovinare a chi appartengono.)
So bene che uno stralcio non offre la possibilità di fare ampie riflessioni su stile e linguaggio, ma sono convinta che anche poche righe possano dirci molto sull'originalità e sulle caratteristiche narrative di uno scrittore.
Mi piacerebbe sapere cosa ne pensate voi, se, come me, siete in grado di individuare le voci tipiche e quelle ordinarie di chi sa soltanto scrivere molto bene.
Senza pretese. Da lettori che non hanno pregiudizi né danno giudizi sulle storie che, ovviamente, non possono apprezzarsi da un semplice estratto.

****

1) Si sveglia pochi minuti dopo, ma è già troppo tardi.
Il paesaggio intorno è cambiato bruscamente. Sparita l'ombra rassicurante del suo condominio e la luce calda della sua stanza, sparito il giardino, spariti gli alberi miseri piantati dal comitato di quartiere, i parcheggi, le recinzioni.
Adesso le scorre intorno una strada buia, larga, deserta, sconosciuta. Anche i carrelli stradali sfilano troppo velocemente, non ha il tempo di leggerli.
Sua madre guida concentrata, l'acceleratore premuto fino in fondo. Anche i cartelli stradali sfilano troppo velocemente, non ha il tempo di leggerli.

2) Abbiamo passeggiato vicino ai resti di un fortilizio diroccato, perdendo l'equilibrio tra i binari arrugginiti e le felci; le vecchie insegne delle latterie avevano lo stesso colorito marrone delle ferite asciutte. Davanti a una chiesa illuminata dai lampioni ambrati mi è venuta voglia di abbracciare la ballerina, di annusare i suoi capelli che puzzavano di tabacco e sentirmi come quando andavamo tutte insieme a ordinare un panino nei bar frequentati dagli autisti dell'Atac che si offrivano di pagare il conto, e noi ridevamo a voce alta per infastidire la clientela notturna, scoordinate nei movimenti e senza stile, ma ancora giovani, e corrotte, e bellissime.

3) Tutte le mattine l'accompagnavo al lavoro. Non amavo che si muovesse da sola, volevo proteggerla, custodirla. Le parlavo come non avevo mai fatto e disegnavo il nostro futuro come fosse un gioco. Un giorno mi accorsi di desiderarlo davvero. Volevo che le nostre vite si unissero per sempre e decisi che l'avrei sposata.
Andai a comprare un anello. Un anello con tre piccole pietre verdi, tutto quello che mi potevo permettere, e corsi da lei.
Andai a piedi perché non volevo che un qualsiasi intoppo, un incidente, un restringimento di corsia mi impedissero di fare ciò che avevo in testa.

4) Nella stanza degli animali, il 17 giugno del 1994, venerdì, mio padre uccise mia madre. La aveva attirata nella stanza degli animali col pretesto di fare finalmente ordine. "È da una vita che dobbiamo fare ordine", aveva detto. "Devo liberarmi da tutti quegli animali", aveva detto. "Ormai l'odore si sente anche dentro in casa", aveva detto. Mia madre aveva detto: "Non ho mai capito che cosa tu te ne facessi, di questi animali". Poi aveva detto: Li hai accumulati per anni senza fartene niente. Poi aveva detto:" Il solo pensiero di tutta quella roba lì, con l'odore che si sente dal giardino, d'estate anche in casa, mi fa star male". "Adesso risolviamo il problema", aveva detto mio padre.

5) Osservo la scena al rallentatore. La stilla di sudore staziona per un po' sullo zigomo dell'infelice pierrot, poi viene giù. Riga il volto con la sua scia salina, si stacca dal mento ispido, cola sul linoleum e va a fare compagnia al ricordo dei petali o a quel che ne resta.
   Plop.
Continuo a scrutarlo. Si deterge la fronte con il dorso della mano ansimando spazientito. Sta inutilmente tentando di inserire una cartuccia. Ma è al contrario. Si vede da qui. La macchina si difende e, quasi schernendolo, gliela risputa indietro. Lui si guarda intorno e china il capo lasciando che i capelli lisci gli scendano davanti agli occhi come un sipario a fine spettacolo. Non ci sono applausi o richieste di bis. Il suo volto è rabbuiato. Al contrario i tre milioni di ghiandole sudoripare uniformemente distribuite sulla sua rinsecchita superficie cutanea di accendono e si spengono come luminarie natalizie. La flora batterica ascellare è in subbuglio. L'uomo suda copiosamente. Sbuffa più forte.

6) La prima ora della festa la trascorsi a celebrare i riti della socialità professionale, simulando convenevoli cordiali anche con quelli che detestavo. Rilevai l'attenzione con cui il mio allievo - che forse fino a quella sera aveva supposto in me una sostanziale autenticità d'animo - osservava ogni mio gesto. Ero consapevole che quella liturgia di finzioni non fosse un bello spettacolo per lui, ma era l'unico che potessi offrirgli in un contesto in cui la trasversalità dei rapporti sconsigliava ogni franchezza: là dentro era considerato tanto normale odiare chiunque quanto sconveniente mostrarlo a chicchessia, e questo rendeva gli amici e i nemici indistinguibili a meno di non volerli apertamente dichiarare.

****

Il mio è solo un ragionamemto peregrino o ha un suo fondamento condivisibile?

69 commenti:

  1. Una forte passione, una generica inclinazione e tanto tanto lavoro è proprio ciò che trasforma un qualsiasi dilettante in un professionista; e questo in qualsiasi campo umano. Non vedo cosa ci sia di male se il campo fosse quello della scrittura. Siamo soliti attribuire troppa tensione emotiva in quello che è semplicemente un mestiere; io per primo, sia chiaro. Poi ci sono i fuoriclasse. Quelli che nascono con un dono e fanno sognare le folle. Vorresti essere un fuoriclasse? Io non ne sono così sicuro: tutto ciò che è donato liberamente dalla natura non è veramente guadagnato... C'è da esserne fieri? Secondo me, no.

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    1. Non vedevo l'ora di usare un termine che leggo spesso: focus.😁
      Tu lo hai spostato su qualcosa che io consideravo un inciso.
      La prima parte è solo una premessa ed è la serena (e l'ho detto) ammissione di non avere quello che tutti si affannano a chiamare "talento". A me non interessa quello e preferisco, come te, lavorare sodo e "imparare" bene il mestiere.
      Qui volevo dire (anche se non l'ho detto in modo del tutto esplicito) che imparare il mestiere, spesso, viene confuso con la capacità allenata di sapere usare bene le parole: ma tu non hai come l'impressione che certi scritti si somiglino tutti? I primi tre, per esempio, al di là di quello che dicono, prova a leggerli uno di seguito all'altro come se facessero parte di uno stesso romanzo, non producono lo stesso suono? Ecco, a me, fanno questa impressione.
      È di questo che parlo: della capacità di scrivere cose che facciano la differenza, a prescindere dal fatto che piacciano o meno.

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    2. Lo so che il focus dell'articolo era un altro, ma a me interessava di più l'inciso. Temo che troppi aspiranti scrittori di focalizzino sul domandarsi se hanno o meno talento, quando invece dovrebbero semplicemente lavorare più sodo. :)

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    3. Okay, ci riallineiamo sullo stesso pensiero. 😌

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  2. Io do un voto all'originalità che riesco a (intra)vedere nei singoli brani. Che non coincide (da parte mia) con il dire che lo scrittore in questione scrive molto bene (semplicemente: non sono così bravo da farmi bastare brani così brevi :-D ).

    Il brano 1 (nonostante l'ultima frase ripetuta, un refuso e un editing che rivedrei) e il brano 6 mi parlano di più.

    Gli altri li trovo piatti, nel senso che non ci leggo una "voce riconoscibile". Ma è tutto soggettivo, non si scappa.

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    1. E di cosa ti parlano? È a livello contenutistico che ti conquistano di più, sebbene per quel poco che possano dire, oppure la musicalità delle parole? Io trovo che anche "stonare" come, secondo me, nel brano 4 con tutto quel ripetersi ossessivo di "aveva detto", dia una connotazione precisa al racconto, più definita di tante belle parole messe in fila che suonano sicuramente meglio.
      Nel brano 6 non ti si attorciglia la lingua mentre leggi? perché a me fa questo effetto.

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    2. Mi parlano nel senso che mi invoglierebbero a proseguire la lettura. Nel primo sento il ritmo incalzante, più che la musicalità. Ho il vago sospetto che provenga da Lagioia (che non rientra nel mio personalissimo olimpo, anzi).
      Ma l' "impronta" mi ricorda molto lui.

      Nel sesto ti si attorciglia la lingua? Interessante. A me proprio no. Forse bisogna spezzare qua e là con qualcosina di punteggiatura.

      Interessante questa diversità di percezione. Andrebbe approfondita. :-D

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    3. Questa è la prova di come il lettore venga colpito in modo diverso da un libro e di quanto soggettiva possa essere l'esperienza della lettura.
      Volevo inserirlo Lagioia, anche lui una scrittura controversa, poi l'ho sostituito con un altro dal linguaggio particolare: è l'autore del brano n. 5.

      Però, tu, dicendo che sei invogliato dalla lettura dei brani che hai preferito, ti sei fatto attirare dal contenuto, il che ci sta, con esempi così brevi, ma ti giro la risposta che ho dato a Salvatore: non trovi che i primi tre brani siano l'ottima esercitazione di tre ottimi scrittori, ma sulla stessa lunghezza d'onda?

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    4. Più che i primi 3, direi il 2 e il 3 (stessa lunghezza d'onda).

      Il 5 è il primo che ho "bocciato" (tu all'inizio chiedevi pareri su originalità e caratteristiche narrative ma io l'ho bocciato perché semplicemente irricevibile): originali (troppo, direi) i termini "Plop", "ghiandole sudoripare" e "flora batterica ascellare". Mi stridono molto. Così come stride molto la figura delle "ghiandole sudoripare" che si "accendono e si spengono come le luminarie natalizie" (casomai sono le gocce di sudore a brillare, non le ghiandole sudoripare...).

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    5. Tu ti focalizzi sul significato. Io, come lettore, sono anche disposto a credere che le ghiandole si illuminino come luminarie. Però lo faccio a un prezzo: che questo abbia un significato e non sia solo un gesto stilistico con la voglia di stupire. Perché la mia reazione - se avessi davanti l'autore - non è: "Wow, come hai fatto?" ma: "Wow, perché l'hai fatto?"

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    6. Io quando leggo tendo a immaginarmi la scena descritta. Se devo immaginarmi una persona con la fronte imperlata di sudore al massimo può succedere che le gocce di sudore siano visibili per una frazione di secondo, esattamente il tempo che serve alla luce a evidenziare le gocce stesse.

      Scritto così (malissimo, secondo me) dovrei immaginarmi le gocce di sudore (anzi no: le ghiandole!) che si accendono e si spengono come le luci natalizie di un negozio. Credibilità? Zero. Verità? Zero.
      Troverei persino più credibile il mega-goccione di sudore modello Hello Spank, come disegnato nei cartoni animati giapponesi di una volta... :-D

      ;-)

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    7. Invece, Darius, proprio quell'immagine a me ha colpito, non per la sua credibilità, ma per la forza con cui mi ha comunicato un'idea: l'idea di un uomo in estrema difficoltà, che suda in preda alla confusione, quasi panico, sotto gli occhi di uno spettatore che studia la scena perché attratto dagli odori e nel suo immaginario vede le ghiandole sudoripare di quel tizio attivarsi come le luci a intermittenza degli alberi di Natale. Vabbè, io ho un vantaggio: conosco la storia e, fidati, merita, quel linguaggio è voluto così perché la storia ha il suo perché così.
      Poi, il discorso resta le stesso: è lecito che non piaccia, ma io vedo un modo nuovo di raccontare qualcosa.

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    8. Anche io sono rimasta colpita per la stessa ragione. Credo che parlare solo do goccioline di sudore non avrebbe reso l'idea trasmessa di grande agitazione. Di per sé, l'immagine non è gradevole, anzi, ma forse la storia (che non conosco) lo richiede. Quello che penso più di ogni altra cosa quando penso alla scrittura è alla capacità delle parole di evocare, trasportare altrove, fare immaginare. La realtà, sinceramente, mi sembra un punto di partenza se non siamo aspiranti giornalisti. La credibilità è necessaria, ma come si può criticare il brano 5 da questo punto di vista se non si conosce il contesto?
      Marina, mi diresti per favore chi l'ha scritto?

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    9. Certo. Più sotto, in un commento scriverò i nomi dei sei autori.

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  3. Io mi convinco sempre più che "la voce" sia in quella cosa di cui ho parlato ultimamente, cioè la verità sul mondo che un autore ha, unita al proprio modo di dimostrarla. Se la mia verità sul mondo è una di quelle con le quali si fa conversazione in ascensore il libro piacerà e scivolerà via; se il mio pensiero è articolato e impatta cose importanti, allora non lascerà indifferenti, nel bene o nel male.
    È chiaro che non può essere lo stile a fare l'autore: gli stili si copiano e scrivere "alla" Manzoni non implica affatto di scrivere "come" Manzoni. Pare una sottigliezza, ma non lo è. Lasciami comunque dire che anche solo fare il compitino è molto, molto difficile.
    D'altronde è anche vero che ci sono autori che scrivono storie bellissime in cui è impossibile non notare défaillance di stile o di altro tipo. Buchi ed errori cui però non fa caso nessuno. Perché? Perché è interessante quello che dicono.
    Faccio un passo ulteriore: si può imparare a trovare la propria voce? Io credo di sì, l'importante è essere consapevoli che non ha nulla a che fare con togliere gli avverbi di modo o con le regole di world building.

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    1. È proprio del modo di dimostrare quella verità che parlo. A molti scrittori, secondo me, manca questa "unicità". Non parlo di contenuti, se l'argomento è da conversazione leggera o se affronta tematiche importanti, quello diventa secondario nella mia analisi; mi riferisco alla capacità che hanno certi scrittori di "arrivare" anche in negativo, perché, per esempio, io ho trovato la lettura del numero 4 insopportabile, ma efficace. È innegabile che quel modo di dire le cose abbia un impatto che non può lasciare indifferenti. Cosa, invece, che capita con il primo, il secondo o il terzo brano.
      E sono d'accordo con te: certo che si può imparare a trovare una voce, come sono convinta che partire dalle piccole cose, allenarsi con i piccoli esempi, sia utile, ma più leggo più trovo forme comuni di raccontare la verità di cui parli: così mi emozionano le storie, applaudo alla bravura dello scrittore o della scrittrice, ma tutti si fanno ammirare dallo stesso podio.

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  4. Ho letto i brani senza pensarci troppo, giocando, come tu chiedi. Trovo il 4 e il 6 con una voce che mi piace. Il 4 soprattuttto. Anche il 2, dai! Sono per i numeri pari...

    Mi piace anche il tuo incipit, fino a "mia scrittura"... Questo non te l'aspettavi...

    Helgaldo

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    1. Infatti, mi hai stupito. ☺️
      Invece non mi ha stupito che ti sia piaciuto il n. 4.

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    2. Concordo. E ci aggiungerei anche l'1 e il 3 cioè tutti quelli che non si perdono dietro a una descrizione inutile ma ci mettono del loro, vale a dire un personaggio che esprima un sentimento e che, quindi, prenda una posizione più o meno netta all'interno di una storia fatta da altri personaggi, ciascuno con un proprio sentire.

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  5. Mi piace il 3, ovvio? non lo so. Troppo brevi per dire altro, solo assaggi i passi citati quindi vado a pancia. Di solito mi innamoro della storia che leggo, del modo di raccontarla e se mi riesco a perdere tra le righe resto soddisfatta del libro.

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    1. Beh, se posso dirti, a me le prime tre storie sono piaciute molto, anche la penultima. La quarta per niente e la sesta con qualche mma.
      Però, proprio le storie che mi sono piaciute di più sono quelle che trovo più simili tra loro, mentre alle altre penso ancora, dopo mesi che le ho lette. Hanno un'eco più lunga. Ho voluto dare un senso a questa sensazione, nel mio studio sulla scrittura efficace.

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    2. Per questo solo un piccolo estratto non può dare luogo al giudizio intero del libro, ovvio, non sarebbe corretto. Esistono nella mia memoria libri che mi hanno letteralmente travolto, hai presente La musica del silenzio di Bambaren? ci sono passaggi descrittivi che portano altrove, lenti e suadenti, eppure a me piace la scrittura concitata, mi piacciono i thriller cruenti, i romanzi pieni di avvenimenti... insomma ben lontano da quanto citato o da quanto Zafron sa dare con la sua scrittura lenta e delicata, eppure non li posso paragonare e dire che uno sia meglio dell'altro. Ogni scrittore se riesce a restare fedele a sè stesso è ammirabile e se arriva nulla da ridire. Quindi concordo coloro che mantengono la lunga eco hanno colpito nel segno.

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  6. Sulla consapevolezza che arriva quando sei adulta e hai vissuto la vita finora dedicandoti bene alle cose, vivendole senza superficialità, mi trovi perfettamente concorde. La consapevolezza è un dono che può permettersi di ricevere solo chi raggiunge un'età matura, in cui si sedimentano conoscenza ed esperienze.
    Sul rendere riconoscibile la tua "voce", secondo me già l'essere partiti con questa intenzione è un bene. Non ho ancora letto il tuo romanzo, lo farò, mi piacerà commentarne anche lo stile.
    Se penso a qualche autore particolarmente riconoscibile nello stile, penso a Murakami. Hai mai letto qualcosa di suo?
    Quanto ai sei brani... uhm. Non ne riconosco gli autori, ma mi piacciono moltissimo i numeri 1, 4, 5. Fra tutti, credo che abbiano uno stile con certa personalità.
    I numeri 2, 3, 6 li trovo piatti, non mi colpiscono granché. Fra i tre il numero 6 è quello che apprezzo meno, mi sembra un'ostentazione di stile più che uno stile vero e proprio.

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    1. Murakami? Hai beccato giusto una fan sfegatata dello scrittore giapponese: ho letto quasi tutto, mi mancano giusto due libri della sua produzione che ho in libreria ma non ho ancora letto.
      Ho pensato a lui, mentre scrivevo il post, ma non l'ho citato insieme ad altri stranieri perché volevo che questa indagine fosse tutta italiana. Il suo stile è unico, non si trova, è inutile e anche imitarlo sarebbe una battaglia persa.

      E poi siamo assolutamente d'accordo sul 6: ostentazione di stile. Non amo moltissimo l'autrice (è una donna, dunque), ma alla fine anche questo suo modo di scrivere è il suo marchio di fabbrica e ai fini del mio discorso ciò vale più di tanti libri lineari ma senza etichetta.

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    2. Io ancora sono a quota tre di Murakami, ma conto di leggerli tutti.
      Ma poi hai svelato gli autori dei sei brani da qualche parte? :)

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    3. L'ho fatto adesso in un apposito post. :)

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  7. Ciao Marina, a me sono piaciuti a impatto il brano numero 5 e il 2. Il brano 4 infastidisce alla lettura a causa di tutte quelle ripetizioni, ma resta impresso perché mi rivela lo stato emotivo di chi sta raccontando. Ovvio, che questa sensazione dovrebbe essere confermata proseguendo la lettura della storia o una scrittura così perderebbe senso e forza.

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    1. Hai inquadrato perfettamente la questione, Iara: il 4 dà fastidio, ma resta impresso e resta impresso perché racconta uno stato emotivo nel modo in cui dev'essere percepito. Aggiungo che io ho trovato illeggibile il libro, ma non l'ho mollato (come altri insulsi) perché ho riconosciuto in questo modo di scrivere un'arte, fosse anche misteriosa, ma pur sempre di grande efficacia.

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    2. Anche di questo voglio sapere l'autore. :-p 🙂 E del numero 2 che in poche parole mi ha trasportata in un luogo di ricordi e nostalgia.

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  8. Marina... io li trovo mediamente sciatti, tutti -_- Sicuramente la mia incapacità nel farmi un'idea da brevi brani condiziona tutto, ma non trovo "bella scrittura" e neppure provo interesse. Però, è un mio limite, sia assolutamente chiaro: per farmi un'idea di un autore, riferendomi a stile e a capacità di condurre la materia trattata, devo leggere molte pagine. Difficilmente mi entusiasmo alle prime pagine e anche per "capire" lo stile, l'autenticità o meno della voce, ci metto parecchio XD
    Il quarto brano è quello più incisivo, però se tutto il libro fosse scritto sulla falsariga... :O
    Sono una frana, lo so XD

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    1. No, che frana, hai ragione: la voce arriva se hai a che fare con l'opera completa, ma non so, come dicevo a qualcun altro, io trovo che gli ultimi tre brani siano, in qualche modo, "estremi": nel linguaggio, nel modo di raccontare, nello stile (che rimane solo un campione), mentre i primi tre seguono uno schema simile, che le rende uniformi proprio nel linguaggio, nel modo di raccontare, nello stile.
      Poi, certo, non stiamo parlando di verità assolute, eh, solo di mie impressioni, ma il confronto è sempre interessante. :)

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    2. Ecco, le cose che tu evidenzi io le noto sì, ma dopo averci ragionato. Ad una prima (mia) lettura il solo che "emerge" è appunto il 4° stralcio.
      Però ribadisco che è un mio limite, mi sono accorta di avere tempi lunghi per tutto ahahahahah! XD
      Il carattere dell'uniformità stilistica si nota molto spesso, a mio parere, soprattutto tra gli italiani contemporanei: pochi osano, pochi hanno una volontà effettiva - a monte - di proporsi e rincorrono quella che Chiara Solerio ha definito "americanizzazione" nel suo ultimo post. Che a mio avviso corrisponde alla trasformazione generale del libro in mero prodotto da vendere :P E riguarda ovviamente tutto il mondo editoriale, non solo quello nostrano.

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    3. Tra gli italiani contemporanei e tra gli esordienti, soprattutto. I primi tre brani non sono scritti da esordienti alle prime armi, sono esordienti "promossi", che hanno avuto successo e a ragione, ma credo che in qualche modo ci sia la tendenza a scrivere storie facilmente piazzabili sul mercato: belle, ma niente di veramente originale. Ricordo la scommessa vinta dalla casa editrice Tunuè con la pubblicazione del libro "Lo scuru" di Orazio Labbate, un'altra lettura difficile ma pochissimo americana (anzi, molto sicula!)

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  9. Intanto ti dico che ho trovato questa tua analisi molto bella. Non mi ha stupito perché ti ritengo una persona intelligente e nel mare magnum di fanfaroni che pensano di sapere tutto spicchi come uno stracavolo di faro nella notte. Il lavoro su se stessi e sulla propria scrittura deve essere incessante. Personalmente sono appena uscito di casa e mi sto abbottonando la giacca, devo ancora incominciare il cammino, quindi ho poco da dire in merito, mi accontendo di mettere le palle sul ceppo e scrivere, sempre.
    Sono rimasto molto colpito dallo stile, perchè di stile e personalissima scrittura si tratta, dal brano numero 4. Folle assolutamente folle, descrizione ipnotica di un dramma, una filastrocca atroce e crudele. Mi rendo conto di come la scrittura appaia poco elegante e persino stridente, però ho parlato personalmente con assassini, o vittime di violenza (in carcere e in pronto soccorso), l'incubo, il ricordo straziante, l'angoscia e la solitudine, il delirio, parlano così. Certe emozioni non sono narrazione, parlano, raccontano un dolore che non ha nulla di elegante, incespicano, sputacchiano, sono ossessivamente ripetitive.Personalissima opinione.
    Ottimo, ottimo post Marina.

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    1. "Stracavolo di faro nella notte"... sei un grande! 😂
      Sono contenta che tu abbia colto lo spirito del post: volevo in fondo dimostrare che la scrittura "vera" deve raccontare cose "vere" ma su un piano letterario e, in effetti, il n 4 è questo che fa: la follia, l'ipnosi (hai fatto un'analisi corretta, pur non conoscendo la storia) si toccano, si sentono, si vivono. Sono caratteristiche che colpiscono anche se io, per esempio, non ho particolarmente gradito il libro.
      Io mi auguro che in questo cammino fuori dalla porta di casa ci sia per tutti spazio per qualche riflessione in più, che non è solo una questione di correttezza linguistica o di costruzioni impeccabili, ma di piani di ragionamento elevati su come fare di una scrittura comune una scrittura speciale.

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    2. Certo Marina, deve esserci riflessione come devono esserci piani di ragionamento che siano propedeutici e non speciosi. Per il resto, mi ripeto, sono in itinere, ascolto e leggo tutti, imparo da tutti (anche dai peggiori che mi cremano la postapay su amazon o ibs). Voglio, aspiro a una scrittura che sia mia, ci riuscirò? Non ci riuscirò? Vedremo, intanto tento, lavoro, mi metto in gioco, cado e mi rialzo. In merito all'americanizzazione citata da Glò, in riferimento a un post veramente interessante di Chiara Solerio, posso solo dire che trovo risibile scimmiottare "l'ammericano" offrendo spaccati di società italiana inesistenti, con personaggi, "eroi", che si muovono e parlano come attori di commedia di serie B in un film di Chuk Norris. Decidere invece di ambientare una storia in un contesto sociale diverso, sapendo bene di cosa si sta parlando, molto bene, non credo sia una colpa. Nel mio piccolo credo di aver costruito una storia credibile insaporendola però con il mio concetto tutto europeo di quelle vicende. Tornando agli esempi che hai proposto, sì, mi sono soffermato più sull'efficacia pittosto che sulla linearità e l'estetica stilistica. Mi ha evocato "cose", come dicevo. A parte il romanzo che uscirà a breve (spero), mi sto cimentando con storie ad ambientazione storica, spero che nessuno mi rompa le scatole perché non sono nato nelle epoche che descrivo e quindi non credibile 😂. Storie, belle storie voglio leggere. Scritte bene, se è possibile. Sullo scrivere bene... ancora discente sugnu, non sono ancora in grado di pronunciarmi. Guardo con rispetto ai critici e agli autori che arricchiscono il web con i loro illuminanti spunti 🙂
      Hahahaha "stracavolo di faro nella notte", ma come mi escono... boh, però è vero. Leggere cose scritte da persone di cui si percepisce vissuto, esperienza, vita reale e interessi di ogni genere è altra cosa rispetto alla lettura di chi si è costruito un piccolo mondo virtuale eretto a pulpito e palcoscenico. Vedremo, tu continua a "sfrugugliare" noi povere anime con questi post che aprono scenari interessanti (le facezie lasciale a me eh!), qualcosa di bello salta fuori, già ci sono commentatori che hanno fornito un valore aggiunto alla discussione, chissà...

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    3. Uno di quei commentatori sei tu, sicuramente! 😉
      Io, a proposito del tuo libro, devo dire che non ho trovato sconveniente la tua ambientazione americana: ci stava tutta, soprattutto perché fenomeni seriali così efferati non sono tipicamente nostri e non avresti potuto raccontare altrimenti questa storia se non a rischio di farla sembrare poco credibile, portandola, al contrario, in Italia.
      Sei una persona consapevole anche tu, è un vantaggio notevole, che ti fa poggiare i piedi per terra con una solidità diversa.
      Buon proseguimento di cammino, ci si vede lungo la strada! 😄

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  10. Premetto che ho dato una lettura frettolosa, ma dirò una cosa, nessuno di questi sei brani mi ha entusiasmato per lo stile. Sono tutti corretti e scorrevoli e darei loro una possibilità, possono essere tutti dei bei libri, ma dire che mi abbiano folgorato per la loro voce, no. Sono troppo complicata?
    (Pensavo invece all'incipit di Almost Blue di Lucarelli che in poche righe mi ha detto che sarebbe stato un libro diverso e sicuramente lo era, sopratutto per gli anni in cui è stato scritto. Un romanzo, quello, di cui sicuramente mi ha colpito la voce e lo stile, per quanto rimanga poi un libro di genere)

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    1. No, complicata direi di no. Può essere che i brani non ti dicano assolutamente nulla: i libri ci parlano in forme e modi diversi. Guai se non fosse così.
      Almost blue l'ho letto anch'io, un'estate, in campagna giù dai miei (mia madre è un'appassionata di gialli e noir): non posso dire di ricordarmi l'incipit, ma mi è piaciuto, questo lo ricordo.

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  11. Le tue sono domande che mi facio spesso.
    Il primo mi piace.
    Del secondo, ho apprezzato la battuta finale.
    Il terzo mi piace se poi lui si trasforma in uno stalker dopo essere stato rifiutato dalla ragazza.
    Il quarto lo trovo molto interessante, mi colpisce come un pugno allo stomaco, soprattutto per le ripetizioni. Mi incuriosisce il perché, nonostante all’inizio dice tutto, invece di perdere di forza, quella spiegazione diventa un punto focale. E mi chiedo: quando è buona cosa dire le cose e quando no?
    Il cinque mi sembra che faccia i ricami senza chiarire il disegno.
    Al sei mi si attorciglia il cervello, ma capisco la ragione per cui a qualcuno possa piacere.

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    1. Guarda le sfumature del tuo giudizio: i primi tre, tutto sommato, ti sono piaciuti; sul quarto, quinto e sesto hai indugiato di più e le tue idee si sono fatte più precise: il 4 ha meritato cinque righe, nel 5 hai notato i ricami senza un disegno, il 6 ti ha attorcigliato il cervello come a me ha intrippato la lingua. Effetti contrastanti, forti, netti.
      È questo che volevo dimostrare.

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    2. Sì Marina, ci sei riuscita in pieno, mi piace molto questo studio sulle voci.

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  12. Mi hanno colpito il due e il quattro, il due per la storia di donne che si intuisce e il quattro per la crudezza della storia che fa venir voglia di continuare a leggere. Ma svelerai gli autori alla fine?

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    1. Farò i nomi degli autori, certo, così il ragionamento sarà più concreto.

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  13. Sei una filosofa della scrittura Marina!
    Tendo ad essere pratica e con questo spirito esprimo il mio pensiero:
    n. 1 = Anonimo, a parte il finale.
    n. 2 = Ho dovuto rileggerlo. Detto tutto!
    n. 3 = Seppur stile piatto, ho colto del personale.
    n. 4 = L'autore ha ottenuto un risultato, seppur "fastidioso". L'inizio buono preannunciava grandi sviluppi, poi il senso di fastidio di quel linguaggio che permane anche dopo la lettura.
    n. 5 = L'immaginazione non parte per l'uso di termini non appropriati.
    n. 6 = Contorto ma ha il suo perché. A dire il vero la situazione che descrive mi è famigliare :-D
    Dopo questi brevi pezzi, mi è venuta voglia di leggere tutto il libro di uno dei sei? Mumble mumble ... la risposta è no!
    :-P
    Un caro saluto.
    Marina Z.

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    1. Ciao, Marina, grazie per le suggestioni registrate a caldo. Hai notato come il 4 abbia colpito tutti e come il 6 sia sembrato a tanti contorto?
      Voci particolari, dunque, al di là dei gusti e delle scelte personali che uno non farebbe ugualmente.
      Chissà se quando ti dirò chi ha scritto il 6 mi dirai che lo conosci! :)

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    2. Sei riuscita perfettamente nel tuo intento, il post è riuscitissimo. Attendo la rivelazione degli autori, così scoprirò se conosco davvero il n. 6 ;)
      Alla prossima
      M.Z.

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  14. Su questo punto sono sempre stato un po' diviso. Da un lato rimpiango di non avere uno stile identificativo, dall'altro non mi dispiace affatto poter cambiare tono e registro a seconda del manoscritto che sto redigendo.
    Lo "stile inconfondibile" può anche essere un limite: uno stile estremamente specifico può risultare perfetto come forma di un certo contenuto, ma anche inadatto per un contenuto / argomento diverso.
    E poi lo stile assai specifico tende a diventare troppo fine a se stesso. Personalmente ho come l'impressione (del tutto individuale e ovviamente contestabile) che certi autori affermati ormai non scrivano più libri, ma si limitino a riproporre per l'ennesima volta il loro stile... Non so se ho reso l'idea.

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    1. Io spero sempre, quando leggo i libri di uno stesso autore, che mantengano lo stile anche se cambiano i contenuti. Per stile, però, io non intendo un modo di scrivere standard, né il trovare una strada e ostentarla, ma saper gestire al meglio ogni elemento di cui si compone una buona prova di scrittura. Gli argomenti possono variare, certo e ognuno può mettersi in gioco in mille modi, ma dovrebbe sempre conoscere i segreti per colpire, conquistare, sedurre il lettore.
      Murakami non stanca (anche qui opinione soggettiva) eppure il suo stile è inconfondibile.

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  15. L'autore numero 5 è stato in grado di rappresentare un'immagine fastidiosa per i canoni tradizionali (il sudore, come tutte le altre funzioni corporee a parte il sesso è poco letterario) senza cadere nello splatter. Lo stile è armonioso e grammaticalmente corretto, ma non ingessato. La similitudine non stona, né rallenta il ritmo, così come l'onomatopea. In generale, è quello che mi è piaciuto di più. Il più originale, forse.
    Però, mi fa riflettere il commento della tua omonima, qui sopra: dice che il testo non parte, per l'utilizzo di termini non appropriati.
    Ma chi definisce cosa sia appropriato o no?
    Il senso comune. Le nostre preconfezionate abitudini linguistiche. Un lettore, però, dovrebbe colmare questi gap con l'uso della propria fantasia. La letteratura è piena di frasi rispettabilissime, e noiose.

    Sul talento mi sono già espressa. Sullo stile riconoscibile, invece, ci sto lavorando. So che per raggiungerlo, qualsiasi autore, si deve spogliare di tutte le proprie sovrastrutture.

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    1. Ciao Chiara, il testo del n. 5 per me non scorre, ma è un giudizio soggettivo. A non partire è stata la mia fantasia, il testo può "partire" (meglio funzionare) anche con i termini dell'autore. E' più un fattore estetico se vuoi, ma non ha nulla a che fare con il senso comune. Riesco a immaginare la scena, ne capisco perfettamente il senso, ma non mi piace come l'autore mi guida a crearla. E questo per me ha un certo peso. Tutto entra in gioco quando leggo. L'unica parte del brano n. 5 che salvo è questa:
      "Lui si guarda intorno e china il capo lasciando che i capelli lisci gli scendano davanti agli occhi come un sipario a fine spettacolo. Non ci sono applausi o richieste di bis."
      M.Z.

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    2. Il 5 è scritto tutto così e diverte, non risulta pesante. La storia che narra è paradossale nella sua assoluta originalità. A me è piaciuto moltissimo il romanzo da cui ho tratto il brano e non ho mai trovato qualcuno in grado di usare un linguaggio simile o, perlomeno, di mantenerlo in tutto il romanzo.
      Basterebbe trovare un modo per rendersi particolari, non dico sia facile e anche liberarsi dalle sovrastrutture aiuta, ma non è l'unica soluzione per riuscire in questo intento. Io aggiungerei tanto studio e molti tentativi, forse anche contrari al modo in cui ci verrebbe più spontaneo scrivere. Abituarsi ai punti di forza, renderli evidenti: non può venire tutto naturale e se ciò accade è quello, per me, il talento.

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    3. Concordo sulla tua ultima considerazione Marina a proposito del talento. Tentare nuovi modi di scrivere contrari alla nostra inclinazione è utile, divertente, e aiuta ad allargare gli orizzonti, ma questo vale per chi scrive. In qualità di lettrice mi ritrovo a fare i conti con il risultato. Il discorso è valido per quegli autori che si seguono dall'inizio; si finisce col crescere insieme a loro 😉
      Ora vado a leggere gli autori 😃
      Ciao
      M.Z.

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    4. Il riferimento al senso comune dipendeva dal fatto che noi, spesso, strutturiamo un preciso gusto estetico. Ciò che si stacca da esso non sempre è riconosciuto come armonioso, semplicemente perché non ci siamo abituati. Capita così anche per i capi di abbigliamento: ogni volta che arriva una tendenza nuova (v. per esempio i pantaloni con il risvolto) all'inizio sembra assurda ma poi ci si fa l'occhio. E alle parole, invece, si fa l'orecchio. Il lettore ha difficoltà a staccarsi da ciò cui è abituato e a trovarlo gradevole, e molti scrittori si adeguano. Questa, secondo me, è una delle principali cause dell'appiattimento stilistico cui si assiste da qualche anno.
      Ciao. :-)

      P.S. Questo scambio di battute mi ha fatto venire il titolo di un nuovo post: "La sicurezza della banalità". Lo scriverò presto. :-p

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    5. Immagino già il contenuto visto le premesse :D
      Passerò a leggerlo con piacere, per conoscere meglio il tuo punto di vista. Quello che dici a proposito delle tendenze nel ramo dell'abbigliamento ha sicuramente un fondamento, non è così per tutti. Spesso a me piacciono cose che ad altri non dicono niente. Così è con i libri, e non leggo un solo genere ;)
      Alla prossima Chiara.
      Ciao
      Marina Z.

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  16. Comunque, a proposito del talento, se c'è una cosa che (credo) di aver capito è che sono gli altri a vedere il tuo talento.
    È difficile vedere il proprio talento perché qualsiasi cosa facciamo ci sembra normale. Nel nostro piccolo siamo soli, non abbiamo metri di misura nella nostra solitudine creativa. E appena ci guardiamo intorno, tendiamo a guardare quelli che, secondo noi, sono migliori. Ci viene spontaneo volerci misurare con il meglio, insomma.

    La scrittura non si vede solo nei racconti e nei romanzi. Si vede anche nelle cose più spiccie. Dalle cose di vita quotidiana come lettere, biglietti di auguri, messaggi su whatsapp, alle cose più studiate e ragionate come i post di un blog, i commenti.

    I tuoi post io li aspetto sempre con il secchiello di pop corn carico... :-P


    Per me tu hai talento (e ti ricordo che il lettore è sovrano, specialmente quelli con il secchiello di pop corn in mano :-D ).

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    1. Quello che dici non può che farmi piacere e ti ringrazio, anche perché gli spettacoli qui sono a buon mercato, non sono di nicchia e i pop-corn non mancano mai. 😉, tuttavia la verità è che non mi sembra normale tutto ciò che faccio, ma incompleto e guardare quelli che giudico migliori mi serve per capire i miei limiti.
      Io molto volentieri mi prendo e mi porto a casa la tua sovranità da lettore, però il talento lo lascio fuori dalla porta. 😁

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  17. Se non si dice perché piacciono o no, non riusciremo mai a trarne indicazioni per noi stessi, come lettori e scrittori (per chi vuole anche cimentarsi attivamente).

    Il brano 4, rileggendolo, è carico di tensione. È costruito come un incipit. Parte con una frase forte, drammatica. Mio padre uccise mia madre, quindi un narratore che parla come se questo evento fosse lontano e non lo riguardasse più. C'è la data, l'anno, il giorno - venerdì - dove morì anche Cristo. Ne parla senza coinvolgimento. Le ripetizioni sono del tipo prima disse questo, poi quello, poi parlò lui, poi parlò lei. Quasi che sia il riassunto. Con molto distacco. Le ripetizioni non sono sgradevoli perché è il racconto di un fatto successo ad altri, raccontato nell'oralità al lettore. C'è poi la stanza degli animali, l'odore di morte, la voglia di fare ordine una volta per tutte. Più di così cosa si può scrivere?

    Le ripetizioni sono un punto di forza, non è stile, è sostanza. Viceversa le ripetizioni del primo brano sono deboli, ripetizioni da scrittura e non da scena, ripetizioni di stile quindi. Non c'è nessuna drammaticità nella scena, né tensione. Perché dovrei appassionarmi a questa descrizione?

    Helgaldo

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    1. Un altro elemento: come cambia il nostro stato d'animo o la nostra attenzione quando leggiamo?
      Nel 4 il luogo già mi inquieta (la stanza degli animali), la data mi mette ansia (cos'è accaduto in un giorno così?), la dichiarazione "mio padre uccise mia madre" mi destabilizza. Ma di cosa sta parlando? Davvero è accaduto un fatto del genere e come è accaduto? Perché? E nel tempo delle domande, il mio occhio è già sceso velocemente di riga in riga per capire e sapere di più di questa storia.
      Questa è una scrittura che intriga, anche se poi non la comprendo fino in fondo e, alla fine, non mi piace, ma intanto a me ha suscitato qualcosa.
      Il n 1, il n. 2, il n. 3 sono passeggiate leggere fra le parole, godibili, ma acque chete che, alla fine, non si fanno notare.

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    2. Mi sa che il n. 4 finiranno per leggerlo in molti, giusto per la curiosità di vedere se ha mantenuto lo stesso stile per tutto il libro :-D
      Ciao
      Marina Z.

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    3. Se posso dirlo, in silenzio: il libro è davvero brutto, strano più che altro. Shhh, detto fra me e te!😉

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  18. Il numero 4 (e scommetto che mentre leggi pensi: "Ma certo! E cosa potrebbe preferire!" ;))
    Il talento: mi tocca ripetere le stesse cose :) Vale a dire: che è antidemocratico, che io non ne ho molto, ma pazienza. Farò comunque del mio meglio per sfruttarlo e poi come si dice? Chi si è visto si è visto. La gloria probabilmente non fa per me: a me piace stare dietro le quinte. Non hai idea di quante cose si imparano!

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    1. Credo che il talento non sia soltanto scrivere pagine che abbiano una sostanza, alla fine non è di talento che parlo e non è solo quello a essere premiato. Del resto è per cercare la gloria che molti si perdono il meglio della scrittura: la fase della piena maturazione. Quella sì che paga, se non altro in termini di gratificazione personale.

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  19. Da brano 1:
    "Anche i carrelli stradali"
    Refuso o errore di copia/incolla?

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  20. Ciao Marina, arrivo solo ora a commentare. Ma meglio tardi che mai, dice il proverbio! Dopo vado a leggere anche il seguito. Condivido il tuo punto di vista, anch'io ultimamente ho letto qualche libro che mi è piaciuto, ma non mi ha entusiasmato. Credo che oggigiorno sia sempre più difficile imbattersi in opere che ti coinvolgano veramente, che riescano a far vibrare delle corde nel profondo. Magari sono tutte scritte e costruite molto bene, ma i "fuoriclasse" sono un'altra cosa. Però anche i fuoriclasse devono lavorare sodo eccome, sono del parere che nulla ti arriva dall'alto come una grazia divina. Il loro essere fuoriclasse li porta a scrivere nell'unica maniera possibile con cui quella storia poteva essere scritta; ma sono pochi.

    Di tutti i brani che hai trascritto, solo il numero 4 mi ha colpito veramente. Gli altri mi sono sembrati piuttosto simili.

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    1. E io arrivo tardi a rispondere, soprattutto dopo avere letto il tuo intervento nell'ultimo post.
      Comunque è vero che i "fuoriclasse" sono un'altra cosa: sono quelli cui riconosco il talento vero. Talento unito a lavoro, certo, quello, secondo me, resta imprescindibile.

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  21. Ciao Marina. Non sono un critico letterario e lungi da me dal voler dare giudizi da incompetente in materia. Ma una personale considerazione, in base a questi stralci, stando ovviamente al gioco, si può fare. I brani da te proposti non mi convincono molto. Sarà perché ho una predilezione per altri generi letterari che qui sinceramente non avverto. Quindi dovrei fare uno sforzo maggiore. Mi sono piaciuti molto il brano n. 3 e il brano n.5.
    Il n. 3 per il contenuto: mi piace il tema della protezione che un uomo deve nutrire ed alimentare nei confronti della donna, giorno dopo giorno. Il testo riesce a trasmetterlo.
    Il n. 5 si distingue dagli altri testi per via di un linguaggio scelto, accurato, maniacale, un po' alla Piperno. Gli altri brani non mi hanno trasmesso nulla. Ma, questa, ovviamente, è una semplice riflessione ad impatto!

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    1. Ed era una considerazione personale che chiedevo, che giudizi competenti qui nessuno può darne. E anche a prescindere dal genere, era una domanda la mia per capire se sono l'unica ad avvertire le differenze fra una scrittura e l'altra.
      Anche tu conquistato dal 5: a me è piaciuto molto tutto il libro. Sai che non avevo pensato a un accostamento con Piperno?

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