In questa estate rovente che non sembra concedere tregua, ci sono città, in Italia, che non scendono sotto i trentacinque gradi da giugno e altre che sono diventate piccoli avamposti d’Africa, vedi la mia città, Caltanissetta, in Sicilia, dove i quarantacinque gradi rappresentano, ancora adesso, la temperatura d’ordinanza. Io, il mio bagno nel caldo imperiale siculo, me lo sono fatto in pieno luglio e in agosto ho continuato a scontare le mie pene in quel di Roma, trasformatasi in una succursale dell’Inferno. Ma si sa, da un po’ di anni a questa parte è così e sembra che il cambiamento climatico non possa fare altro che peggiorare la situazione. Per il Ferragosto, però, ero a Monaco e, devo dire, tolte le giornate in cui anche qui ho rimpianto le temperature invernali, i venticinque gradi ormai costanti mi stanno riconciliando con il mondo.
Il mio diario da expat nella capitale bavarese compie un anno: sono qui dal luglio 2025 e mi sono già fatta una chiara idea della città e del suo modus vivendi.
Premetto che ambientarsi a Monaco di Baviera è facile, perché ha la giusta dimensione, è ordinata, regolata da norme di civiltà che funzionano, è organizzata in modo impeccabile ed è molto bella, questo non c’è bisogno di sottolinearlo. Io, poi, non ho avuto alcuna difficoltà ad abituarmi e sin dai primi giorni ho fatto prevalere, sull’ovvio disorientamento, la mia curiosità e il mio entusiasmo verso tutto ciò che comporta la scoperta di cose nuove. E le novità sono state tante.
Ricordo, al nostro arrivo, una pioggia interminabile: pioveva ogni giorno e io cercavo l’estate rimpiangendo il bikini chiuso in valigia. Invece il cielo di Monaco sa tingersi di un azzurro pazzesco, che io non mi stanco di fotografare, per ricordarmi che questa non è una città grigia, nonostante gli inverni rigidi.
La lingua tedesca mi mette tutt’ora a dura prova.
Scoprire che davvero in pochi, qui, parlano l’inglese, è stata una delusione: contavo di arrangiarmi con il mio livello B1 (passato a B1 - Intermediate, dopo il corso intensivo frequentato in febbraio), invece m’imbatto puntualmente in persone con le quali finisco per gesticolare o mescolare in una lingua tutta nuova inglese, italiano e qualche sillaba in tedesco, imparata da quando i supermercati sono diventati la mia seconda casa. Indispensabile il cellulare con il traduttore sempre pronto all’uso. Purtroppo, il divario linguistico resta un problema insuperabile: il tedesco è difficile e alla mia età i neuroni possono navigare solo su una chiatta battente bandiera britannica. Sic est.
Cammino e pedalo tantissimo: qui macini chilometri senza nemmeno accorgertene e io adoro muovermi alla scoperta della città. Vado a piedi, ma la comodità dei mezzi pubblici è una tentazione spesso irrinunciabile: sono puntuali e coprono tutte le zone della città. Le linee di bus e tram sono numerose; la U-bahn (la metropolitana cittadina) e la S-Bahn (la rete ferroviaria esterna), coprono capillarmente tutto il territorio urbano e i quartieri periferici. Arrivi ovunque, senza difficoltà e con tabelle di orari che non sgarrano quasi mai. In principio avevo delle resistenze circa l’uso della bicicletta, ma qui le piste ciclabili hanno a tutti gli effetti dignità di strade ed è un piacere percorrerle in totale sicurezza. Piuttosto, guai ai malaugurati pedoni che invadono la corsia dei ciclisti. Sono i re indiscussi della viabilità monacense: chi pedala fa valere il proprio diritto di precedenza su chiunque e non si fa scrupoli ad arrotarti senza pietà alcuna, se ti distrai e non ti accorgi del loro transito.
Sempre per rimanere in tema di strade, dovreste vedere com’è organizzata la segnaletica lungo le carreggiate: linee guida ben visibili e frecce indicano la corsia in cui hai l’obbligo di incanalarti quando segui una direzione e se, per caso, devi andare dritto, ma sbagli fila e ti metti dietro alle macchine che svoltano a sinistra o a destra, non puoi tentare di correggere la svista, perché nel momento in cui pensi e agisci all’italiana maniera, sei un uomo morto: Kaputt! Aus! Vorbei! E imbatterti in un tedesco incazzato è quanto di più spiacevole ti possa capitare.
Il funzionamento dei semafori, invece, è fighissimo: qui l’arancione non avverte del rosso in arrivo, ma del verde; così quando sei fermo al rosso e spunta l’arancione hai già il piede sull’acceleratore perché dopo un paio di secondi scatta il verde e questo piccolo preavviso evita che qualcuno si addormenti ritardando la partenza.
C’è una cosa che trovo incredibile.
Monaco è una città che si fida dei suoi cittadini e dei turisti. Del tutto e incondizionatamente. Pensate a una capitale che ha la metropolitana senza tornelli. I varchi di accesso sono liberi: entri, prendi una scala mobile (che ha un sistema reversibile, per cui cambia il senso di marcia a seconda di chi la utilizza per salire o per scendere: e già questo!) e ti dirigi verso la tua banchina senza obliterare alcun biglietto. Achtung! Lo puoi fare e sentirti furbo, ma se ti beccano (e i controlli ci sono) puoi sentirti solo fortunato se non ti espellono dalla Germania (non ti espellono, ma ti spellano: le multe sono salatissime!). Io ho sottoscritto un abbonamento e sono a posto.
Ma è così per molte altre cose: i banchetti dei giornali per le strade, dove puoi prendere il quotidiano liberamente, salvo lasciare cadere, al tuo buon cuore, un euro e settanta dentro l’apposita fessura. O i fiori coltivati nei prati fuori città, che raccogli senza dovere rendere conto a nessuno, scegliendo se lasciare un contributo in denaro oppure no. Anche per la raccolta di fragole vale lo stesso senso di responsabilità civica delle persone. Un self-service che dà fiducia al prossimo. Ma perché mi viene spontaneo sbottare in una risata pensando a una cosa del genere in Italia?A Monaco i grandi negozi di scarpe e di vestiti sono divisi per misure: non cerchi prima il modello che ti piace per poi vedere se c’è della tua taglia, ma vai direttamente nella zona contrassegnata dalla tua misura e lì inizi la ricerca tra le file di scaffali segnalati da targhette numerate. Confuso, ma logico.
A Monaco la domenica tutti i negozi sono chiusi: altroché i supermercati di Roma, che non fanno differenza tra feriali e festivi. Qui, se non fai la spesa il sabato, il giorno dopo mangi ciò che avanza e pane duro.
A Monaco non osare parlare al telefono dentro un negozio e nemmeno a voce alta nell’autobus o in metro: il rigoroso spirito teutonico si risveglia e anche le persone apparentemente più miti si trasformano in potenziali assassini (che già il loro sguardo, unito alla durezza della lingua, ti uccide!)
Insomma, vivo in una città che mi sorprende e mi affascina molto. L’adoro, posso dirlo, anche solo nella veste di ospite occasionale. È vero, non potrò mai integrarmi appieno, resto una straniera data in prestito a questa città per altri due anni, ma mi lascio incantare da ogni sua caratteristica, il rapporto con le regole, il rispetto per gli spazi comuni, il senso di responsabilità individuale e da quelle piccole o grandi differenze di cultura, mentalità, abitudini ed educazione civica, che mi hanno fatto capire quanto possano funzionare diversamente le cose, in Italia.
Non è un sacrificio adeguarmi.
Testimonierò ancora la bellezza incontrata e lascerò che l’ironia dei miei post racconti anche ciò che, di tanto in tanto, mi fa storcere il naso. Per esempio, troverò il giusto modo per parlarvi degli abitanti di Monaco: ah, quei tedeschi!


.jpg)


Nessun commento:
Posta un commento