Fermare i pensieri in corsa, quando attraversano il nostro cervello; fissarli perché non si confondano nel caos di immagini quotidianamente registrate e di sensazioni assorbite mentre parliamo, osserviamo, percepiamo odori, ascoltiamo, mentre, cioè, i nostri sensi lavorano e noi inconsciamente li assecondiamo. Ecco, è questo ciò che faccio io portandomi dietro un taccuino: ce l'ho in borsa e se non è in borsa è in una tasca ma sempre con me, pronto a ricevere suggestioni, a raccogliere e conservare tutto quello che mi colpisce e non voglio vada disperso o dimenticato.

martedì 10 febbraio 2015

SCRIVERE PER RACCONTARSI (L'input autobiografico dello scrittore)

“L'argomento del mio libro sono io.”  Michel Eyquem de Montaigne

Chi scrive porta se stesso nel flusso di parole che fissa sul foglio. È inevitabile, non può farne a meno, perché nel modo che ha di esprimersi c'è il mondo delle proprie idee spesso frenate nella mente e sciolte sulla carta.

Quando, ai tempi del Liceo, riversavo nei diari personali ogni mio pensiero tradotto in parole scritte e mi sfogavo praticamente su tutto quello che la mente registrava durante il giorno, sensazioni, umori, emozioni, punti di vista, ricostruivo una "me stessa" che altrimenti rimaneva nascosta, inibita com'era dalla timidezza e dal desiderio di non mostrarsi del tutto. Ma quel "tutto" chiuso dentro me veniva ugualmente fuori, trovava una via di fuga ed era rappresentato nella sua autenticità: scrivevo perché ciò accadesse.
Il diario personale, tuttavia, resta una pratica intimista che soddisfa, nella sfera della soggettività, il bisogno di aprirsi con qualcuno, che sia un'entità astratta poco importa, purché si abbia la consapevole illusione che esistano orecchie immaginarie che sappiano ascoltare ed una silenziosa voce che aiuti senza rispondere.

Il bisogno di esprimere se stessi può cambiare pelle, maturare e trasformarsi nell'esigenza oggettiva di raccontarsi a qualcuno, di mostrare un mondo per condividerlo e non solo o non più allo specchio.
Analogamente, credo che lo scrittore non possa erigere barriere tra ciò che è e ciò che racconta, non può forzare la propria indole ed astrarsi al punto da scrivere qualcosa che non appartenga a se stesso. 
I pensieri viaggiano lungo le gallerie della mente per poi continuare il loro percorso allo scoperto attraverso la scrittura: come un veicolare fuori ciò che si ha dentro.

Il mio discorso mi porta ad affermare, dunque, che c'è sempre una matrice autobiografica in quello che scriviamo, dove per autobiografia non intendo solo il significato letterale del termine, di testimonianza scritta della propria vita. Esistono un genere letterario che soddisfa questa caratteristica e molti autori che a tal fine hanno scritto opere di successo (Philip Roth, Paul Auster). No, io parlo di input autobiografici, di voci introspettive che parlano attraverso la scrittura, di accenti soggettivi che influenzano il modo di scrivere. 

Esistono tre ambiti in cui l'apporto autobiografico può operare:
  1. in fase preliminare
  2. nel contesto della narrazione
  3. in modo occasionale
Nella fase preliminare, l'autobiografia può intervenire come spunto per scrivere una storia, una miccia che accende il fuoco dell'ispirazione e monta l'impalcatura del lavoro narrativo che seguirà. 
In genere, lo scrittore parte da una suggestione che vive nel proprio intimo e che poi prende la forma che più si avvicina alla propria natura o al proprio modo di pensare: può essere innamorato e sentire l'esigenza di inventare una storia d'amore o di avvicinare alcuni personaggi al sentimento provato, ma può anche muovere la storia su un piano surreale se ha solo bisogno di appoggiarsi alla fantasia per evadere da un pensiero fisso; può, altresì ideare un assassino seriale per superare una frustrazione; qualunque sia il genere letterario verso cui si sente più portato, lo scrittore è mosso da una molla interiore che origina la sua idea.
Ad esempio lo spunto autobiografico per il mio romanzo è legato ad un episodio non vissuto da protagonista bensì da spettatrice, una lontana notte di Capodanno: un ragazzo colto da malore ha scatenato in me una serie di pensieri ed emozioni che hanno trovato sfogo nella mia scrittura creativa. Dovevo esorcizzare la tensione accumulata, sfogare la mia ansia, liberarmi di quella ossessione (avevo cominciato a sognare il volto pallido dell’invitato che avevo soccorso) ed ho cominciato ad imbastire un possibile intreccio narrativo che avesse come inizio proprio il malore improvviso di un giovane durante un Capodanno.

Autobiografia vissuta come pretesto per scrivere una nuova storia.

Nel contesto di una narrazione, invece, la matrice autobiografica ha un carattere per così dire endemico; lo sviluppo della storia è permeato da elementi che possono appartenere alla propria sfera personale. L'autobiografia in tal caso può nascondersi dietro molti elementi: nell'ambientazione, perché lo scrittore può anche descrivere un luogo esistente e depositarlo su carta per regalargli la stessa immortalità garantita da una fotografia (quel luogo rappresentato e raccontato in un certo modo porterà con sé tutta l'atmosfera chiusa nel ricordo), ma anche nei personaggi che possono essere caratterizzati da elementi appartenenti alla soggettività dell'autore. Nel mio romanzo non c'è una piena identificazione fra me e la protagonista, ma ci sono particelle di me sparse nelle figure principali: c'è il controllo, l'equilibrio, la "normalità" della vita di Dhea, ma c'è anche lo strumento di cui si serve Nagel per veicolare i suoi stati d'animo all'esterno; disegnare per lui ha uno scopo catartico. Con Nagel ho dato una rilettura alla parte artistica di me: lui disegna per raccontarsi, io scrivo. Ma poi c'è la frustrazione di Sara che appartiene al mio passato ed alcuni episodi che ho filtrato dalla mia vita reale e mescolato alla finzione dettata dalla mia fantasia.

Autobiografia concepita come esigenza di parlare al pubblico ma da dietro le quinte!

Infine c'è quel tipo di input autobiografico che io definisco occasionale: è quello che fa da contorno alla storia. Sono tutti gli abbellimenti funzionali alla narrazione: i concetti che si vogliono fare passare, gli elementi cui si dà importanza anche nella realtà, sia in positivo (per me sono stati il mare e la musica) che in negativo (il pregiudizio). 

Autobiografia intesa come strumento per veicolare riflessioni, per dare un’opinione o per definire punti di vista.

A me piace che l’autore di una storia si nasconda tra le righe di ciò che scrive; non deve rivelare verità, ma la verità di ciò che racconta deve guidare la sua ispirazione.
Il romanzo è il genere narrativo che più garantisce questa complementarietà fra la pura invenzione e l’autobiografia; la stessa introspezione mescolata alla fantasia può trovarsi nel racconto. Per questo prediligo queste due forme letterarie. Quando io scrivo non voglio che si creda davvero che ciò che racconto sia la mia vita, ma mi piacerebbe che si percepisca la mia presenza silenziosa e velata tra le pagine del libro.

E voi, che ne pensate? Qual è il vostro rapporto con ciò che scrivete? Quanto di autobiografico c’è nelle vostre storie?


10 commenti:

  1. Bella questa tua analisi.
    Per tutti i miei romanzi c'è sempre stato un input del primo tipo, come idea iniziale, che poi si è sviluppata per conto suo. Direi che ormai le mie storie sono lontane dall'autobiografia, ma mi piacerebbe riuscire nell'ultimo punto che citi. In fondo credo che raccontare una storia sia sempre un modo da parte dell'autore per dire qualcosa.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ed è di grande aiuto dire delle cose che altrimenti rimarrebbero taciute; nel mio caso, è un processo che talvolta completa la mia scrittura. Chissà che in futuro non possa sperimentare anche tu l'intrusione di pensieri personali adattabili alla storia che racconti

      Elimina
  2. Non lo so. A me piace scrivere per l'opportunità di vivere vite non mie, per poter guardare il mondo (o altri mondi) con occhi diversi dai miei. Poi la mia vita torna di striscio, posti che ho visitato, ricordi, sensazioni, sentimenti che riverso sui personaggi. Però la partenza è lontana dall'autobiografia. Cerco una storia che sia diversa dalla, persone che sono diverse da me e vedo quanto riesco a farli miei

    RispondiElimina
    Risposte
    1. La vita che torna di striscio è già un contributo autobiografico. È vero che quando scrivi cose molto diverse da te o dalla tua vita non pensi di tradurre i pensieri in base alla realtà che ti appartiene, ma c'è sempre qualcosa che ritorna, una suggestione, un modo di sentire, che entra a far parte della narrazione anche velatamente. Credo sia naturale. Magari alla mummia regali l'agire di una persona che conosci o qualcosa che la ricordi! :)

      Elimina
  3. Io penso che nessuno di noi possa essere completamente separato dai propri scritti, nonostante il proprio rocambolesco tentativo di estraniarsi.

    Io sto scrivendo il mio primo romanzo, che ha per protagonista (all'inizio della storia, perché poi le cose cambiano) un musicista rock cresciuto nella periferia milanese, con sua madre e due fratellastri avuti da padri diversi, di cui uno di colore. Non c'è autobiografia, e ha anche un carattere diverso dal mio. Eppure in lui rivedo molto di me: la rabbia per un passato che non si riesce a perdonare, la testardaggine da bufalo, la protezione dalla sofferenza.
    Anche la protagonista femminile è molto diversa da me, eppure a suo modo simile. è laureata in economia e commercio, figurati! Io non so nemmeno fare le addizioni. Ed è timida al limite dell'essere smidollata... Però mi somiglia in altre cose.
    La storia è ambientata in una città che conosco, Milano, e nella quale ho vissuto. Mi sento a mio agio muovermi lì. E anche l'idea di fondo non si stacca, né si può staccare, da ciò che sono e da ciò che sento.

    P.S. Mentre ti rispondevo mi è arrivata la notifica del fatto che tu stavi commentando il mio post! ci siamo incrociate! :D

    RispondiElimina
  4. ;) stesse abitudini! Come vedi...sono ancora qua!

    Quello che tu scrivi è esattamente ciò che volevo dire: una storia, al di là della motivazione autobiografica che dà lo slancio alla ispirazione, ha sempre venature che ci appartengono distribuite nei caratteri dei personaggi o nei luoghi in cui ambientiamo le storie. E' difficile prescinderne!

    RispondiElimina
  5. c'è molto. Mio malgrado direi. A breve parlerò anch'io nel mio blog di autobiografia. Il tuo post è molto dettagliato, brava!

    RispondiElimina
  6. Grazie. Aspetterò di leggere il tuo!

    RispondiElimina
  7. Trovo molti pezzi di me sparsi nelle mie storie: le arti marziali, un certo modo di esprimere l'attrazione fisica, alcuni personaggi fuori dal coro... è un costante affiorare, che limito solo quando rischio di diventare ripetitiva. Sono però elementi isolati, che non creano personaggi davvero simili a me.

    RispondiElimina
  8. È come un esserci senza esserci! Spesso scrivo per questo: per potere esprimere me stessa senza espormi direttamente!

    RispondiElimina