Fermare i pensieri in corsa, quando attraversano il nostro cervello; fissarli perché non si confondano nel caos di immagini quotidianamente registrate e di sensazioni assorbite mentre parliamo, osserviamo, percepiamo odori, ascoltiamo, mentre, cioè, i nostri sensi lavorano e noi inconsciamente li assecondiamo. Ecco, è questo ciò che faccio io portandomi dietro un taccuino: ce l'ho in borsa e se non è in borsa è in una tasca ma sempre con me, pronto a ricevere suggestioni, a raccogliere e conservare tutto quello che mi colpisce e non voglio vada disperso o dimenticato.

giovedì 13 ottobre 2016

Thriller paratattico n. 60 - La lente d'ingrandimento


Dall'architettura all'arte. La scorsa settimana abbiamo progettato scale, oggi ci travestiamo da pittori bohémien, come quelli che un secolo e mezzo fa, con i loro cavalletti piazzati lungo i marciapiedi di Montmartre, ritraevano gli scorci più suggestivi del famoso quartiere parigino a testimonianza di una passione che si faceva stile di vita.
Pennelli per dipingere un particolare, un dettaglio studiato e interpretato secondo il proprio, personale, modo di sentire.
E noi, come moderni impressionisti scrittori, cui non servono pennelli intinti nei colori a olio, ma penne immerse nell'inchiostro, analogamente usiamo le parole per intrecciare trame e raccontare emozioni.

Quando un pittore si siede davanti alla sua tela fotografa una porzione di ciò che vede e usa l'occhio come una lente d'ingrandimento.
È quello che faremo anche noi.



Nel Thriller la giovane cammina tra i vicoli, entra in una casa, sale le scale, intravede una luce... Noi vediamo ciò che le accade in una sequenza di azioni e situazioni descritte dai verbi. 
Oggi, invece, ci soffermeremo su una scena, la metteremo sotto una lente di ingrandimento e ne osserveremo ogni particolare. Anche qui l'effetto dev'essere proprio quello di un dettaglio allargato, dunque per poterne garantire la riuscita occorrerà lasciare immutato tutto il testo tranne la parentesi posta sotto i riflettori.

Nel brano del thriller riportato qui sotto ho evidenziato in grassetto la parte che dovrà essere approfondita. Significa che, sfruttando la famosa tecnica-madre della scrittura, quella del show don't tell, dobbiamo "mostrare" e non semplicemente "dire": dobbiamo trasmettere, riuscire a evocare una sensazione, agevolare l'immersione nella scena, consentire al lettore di entrare nella storia, non di seguirla dall'esterno. Io voglio sentire e vivere l'orrore che si consuma ai danni della malcapitata: mostratemi, dunque, quello che accade dentro il bar in quel momento preciso dell'azione. 

Ci proviamo?

Questo è il Thriller:

Una giovane donna si trova sperduta nel quartiere parigino di Montmartre, intorno a lei una scura coltre di buio. La giovane cammina fra i vicoli costeggiando un lungo muro, ha paura, entra finalmente in una casa. Sale le scale, comincia a intravedere una luce, si trova nel mezzo di un bar frequentato da uomini ubriachi. Gli uomini si avventano su di lei: la vogliono rapinare, forse abusarne. La donna urla di terrore, i maniaci la legano, la buttano in un fiume, aspettano sulla riva di vederla divorata dai topi. La donna sprofonda nell’acqua, comincia a dondolare. Si sente soffocare. Una mano la scuote, si sveglia, finalmente la voce amica del dentista: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!»

6 commenti:

  1. Io ci provo, sperando di non fare dinuovo pasticci. :-p

    RispondiElimina
  2. Una giovane donna si trova sperduta nel quartiere parigino di Montmartre, intorno a lei una scura coltre di buio. La giovane cammina fra i vicoli costeggiando un lungo muro, ha paura, entra finalmente in una casa. Sale le scale, comincia a intravedere una luce, si trova nel mezzo di un bar frequentato da uomini ubriachi.

    Girarsi e fuggire. Ecco cosa avrebbe voluto fare.
    Ma alle sue spalle due mani - le stesse che avevano appena sbattuto la porta - l'afferrano avide.
    Sente un corpo aderire voracemente alla sua schiena con una presa così stretta che persino i brividi si bloccano per il terrore.
    In un attimo eterno, la donna sente le sue paure sublimarsi con prepotenza.
    Non può voltarsi, una mano è già infilata sotto il reggiseno a violare tutta la rotondità delle sue grazie.
    L'altra mano, oltrepassato l'ombelico, ha un dito già teso a infrangere senza remore l'intimità più innocente. Poi un secondo dito preme. E penetra.
    Bloccata dal terrore, e dal dolore, la donna sente fremere sul suo fondoschiena tutta la virilità dell'aggressore, impennata e impaziente di affondare. Ne sente l'irruenza calda, liquida, eccitata.
    Poi le mani diventano quattro. Poi sei. Sollevata contro la sua volontà, la giovane vede la gonna strappata abbandonare impotente le sue cosce, le sue gambe divaricate con vigore da due braccia tatuate. Perduta e sotto shock, la giovane non sente la risata sguaiata del pazzo ubriaco che ha di fronte, ormai intento a leccare avido il suo slip strappato. Ma sente le dita abbandonare improvvisamente le profondità violate per lasciare spazio a qualcosa di più viscido. Una lingua.

    La donna urla di terrore, i maniaci la legano, la buttano in un fiume, aspettano sulla riva di vederla divorata dai topi. La donna sprofonda nell’acqua, comincia a dondolare. Si sente soffocare. Una mano la scuote, si sveglia, finalmente la voce amica del dentista: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!»

    RispondiElimina
  3. Una giovane donna si trova sperduta nel quartiere parigino di Montmartre, intorno a lei una scura coltre di buio. La giovane cammina fra i vicoli costeggiando un lungo muro, ha paura, entra finalmente in una casa. Sale le scale, comincia a intravedere una luce, si trova nel mezzo di un bar frequentato da uomini ubriachi.

    Le luci basse del locale confondono le cose. Un uomo posa il boccale e si alza dal tavolo; un secondo lo segue. Poi, passato qualche altro istante, un terzo. Infine, come se fosse stato dato un segnale, tutti. Si avvicinano. Parlottano tra di loro. Si danno colpi di gomito e la indicano a dito. Si fermano solo quando sono a un passo di distanza. Dicono. Chiedono. Ma le voci nelle sue orecchie si accavallano e si impastano. Si sovrappongono mani e occhi; braccia ruvide e gengive da cui spuntano denti marci. Le risate fiatano di alcool a poco prezzo, le dita più curiose si spingono per saggiare la consistenza di una spallina, prima, e della spalla subito dopo.
    Lei stringe al petto la borsa; vorrebbe salvarla e al contempo la cederebbe volentieri per salvarsi. Dice: "No". Vorrebbe urlarlo ma lo sussurra. Indietreggia, ma sbatte sul petto di quello più grosso di tutti: l'attendeva al varco, alle sue spalle. Lui allunga un braccio e la cinge; gli altri, a quel movimento, si fermano. Attendono. La costringe a ruotare, fino a guardarlo in faccia. Occhi negli occhi. Lei abbassa lo sguardo e lui, con l'indice, le rialza il mento.
    "Sono questi i modi che ti hanno insegnato, signorina?"
    Un istante di silenzio. Spesso. Schiumoso. Poi la risata sguaiata di tutti straccia l'aria. Non c'è pietà in quegli volti che ridono, non c'è sentimento. La chiave di tutto è la bocca davanti ai suoi occhi. La bocca dell'uomo che si tende, su un lato, fino a increspare la barba incolta.
    Lei stringe la borsa tanto da sbiancare le nocche. Non è più materia di scambio adesso: è diventata uno scudo. Uno scoglio.
    Ma è piccolo. Troppo piccolo e fragile, per arginare la tempesta che incombe.

    La donna urla di terrore, i maniaci la legano, la buttano in un fiume, aspettano sulla riva di vederla divorata dai topi. La donna sprofonda nell’acqua, comincia a dondolare. Si sente soffocare. Una mano la scuote, si sveglia, finalmente la voce amica del dentista: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!»

    RispondiElimina
  4. Una giovane donna si trova sperduta nel quartiere parigino di Montmartre, intorno a lei una scura coltre di buio. La giovane cammina fra i vicoli costeggiando un lungo muro, ha paura, entra finalmente in una casa. Sale le scale, comincia a intravedere una luce, si trova nel mezzo di un bar frequentato da uomini ubriachi.

    Ci sono sguardi untuosi che rimbalzano da un tavolino all'altro, un tam tam tribale fra i membri di una viscida confraternita. Si incrociano, per guizzare subito bramosi su di lei. Prima ancora che dalle voci sgraziate di quei bruti la povera malcapitata viene investita dal lezzo del loro sudore misto a quello di alcol e fumo di cui l'ambiente è saturo. Fa uno scatto indietro, ma la porta si chiude alle sue spalle e lei vi sbatte contro: è un animale in trappola. Capisce di non avere scampo, le ginocchia ridotte a burro fuso. Adesso è una facile preda.
    In tre si avvicinano dal fondo della sala, uno zoppica tenendosi a una stampella, un quarto si unisce al branco ghignando di gusto mentre sputa di lato uno stuzzicadenti. L'uomo più vicino a lei inspira aria dal naso strofinando le narici sulla sua spalla, poi allunga la lingua sul suo collo. La giovane serra le labbra e strizza gli occhi quasi bastasse quella reazione di ribrezzo misto a disperazione per annullare l'incubo che sta vivendo. Una mandria di bufali sta calpestando le pareti del suo stomaco e le lacrime sono lava negli occhi. Stringe la borsa al petto usandola come scudo, ma un altro uomo con una presa rapida gliela strappa dalle mani. La trattiene dai fianchi, ha i bicipiti gonfi, non gli unici muscoli a dimostrare la loro prominenza. Il macho ubriaco la sbatte sul tavolo. Le solleva la gonna e le strappa le calze, mentre gli altri uomini gli fanno un cerchio intorno, tutti impegnati a fare saltare con foga ganci e fibbie dei pantaloni. Stringono, graffiano, ridono. Sbattono, grugniscono, bevono. La pietà ha la forma di una corda.

    La donna urla di terrore, i maniaci la legano, la buttano in un fiume, aspettano sulla riva di vederla divorata dai topi. La donna sprofonda nell’acqua, comincia a dondolare. Si sente soffocare. Una mano la scuote, si sveglia, finalmente la voce amica del dentista: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!»

    RispondiElimina
  5. Una giovane donna si trova sperduta nel quartiere parigino di Montmartre, intorno a lei una scura coltre di buio. La giovane cammina fra i vicoli costeggiando un lungo muro, ha paura, entra finalmente in una casa. Sale le scale, comincia a intravedere una luce, si trova nel mezzo di un bar frequentato da uomini ubriachi.
    L'ingresso della donna in sala distoglie l'attenzione degli avventori dai calici pieni di vino, dalle sigarette accese lasciate a consumarsi nei posacenere colmi di mozziconi. Le risate sguaiate, le parole impastate di alcool, sfumano in ghigni e borbottii inaudibili. Lei resta sulla porta, pietrificata come una statua di sale. Solo gli occhi si muovono a catturare gli inquietanti particolari del posto. Gli uomini seduti portano sul viso e sul corpo i segni evidenti di una vita dissoluta: cicatrici profonde, barba incolta, capelli che sembrano appiccicati sulla testa con strati di olio; corpi massicci, i più tra loro con grosse pance sporgenti, maglie arrotolate fin sopra l'ombelico che mettono in bella mostra chiusure lampo mezze sbottonate. L'olfatto invia inconfondibili segnali al cervello: aria imputridita da fumo, sudore e altre puzze non facili da identificare che le fanno salire improvvisi conati di vomito. “Scappa. Esci da qui, subito”. Ma lei, non riesce a muovere neanche un muscolo. In branco, alcuni uomini si avvicinano. La esaminano con studiata lentezza. Nessuno parla. Un uomo, l'annusa sul collo: “Profuma di buono”, le lecca un orecchio. La giovane, si ritrae inutilmente, con una mano le sta già tastando il sedere, mentre l'altra, va a riempirsi con il suo seno. Lascia cadere la borsa sul pavimento sudicio. “Lasciami andare”, implora con la voce rotta dalle lacrime, ma lui la schiaccia con il suo corpo pesante contro il muro. Le strappa il vestito, il reggiseno, gli slip. E' eccitato. Le apre le gambe, la penetra, spinge forte, come se stesse trivellando una roccia. Geme come un maiale e infine, sente del liquido appiccicoso inondarle il ventre, scivolarle lungo le gambe. Guarda a terra con la vista offuscata, intravede intorno a lei altre braccia, altre gambe, pantaloni avvolti ai polpacci. Trattiene il respiro. Sgombrano un tavolo. Il rumore di vetri frantumati si mischia al suo pianto, ai no, ai basta, al suono degli schiaffi sulla sua faccia, ai loro sta zitta, puttana. La sollevano e la sbattono sul tavolo ripulito, la girano a pancia sotto, la prendono a turno in quella posizione. Grugniti e oscenità saturano l'aria. Lei grida, grida dal dolore, dalla rabbia, dall'umiliazione. Continuano a violentarla a turno, non sa più in quanti, non sa per quante volte. La donna urla di terrore, i maniaci la legano, la buttano in un fiume, aspettano sulla riva di vederla divorata dai topi. La donna sprofonda nell'acqua, comincia a dondolare. Si sente soffocare. Una mano la scuote, si sveglia, finalmente la voce amica del dentista: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!»

    RispondiElimina