Fermo i pensieri in corsa, quando attraversano il mio cervello; li fisso perché non si confondano nel caos di immagini che quotidianamente registro e di sensazioni che assorbo mentre parlo, osservo, percepisco odori, ascolto, mentre, cioè, i miei sensi lavorano e io li assecondo inconsciamente. È questo ciò che faccio portandomi dietro un taccuino: ce l'ho in borsa e se non è in borsa è in una tasca ma sempre con me, pronto a ricevere suggestioni, a raccogliere e conservare tutto quello che mi colpisce e non voglio vada disperso o dimenticato.

martedì 25 ottobre 2016

Le due facce del mio pregiudizio


Esiste un pregiudizio che vivo da lettrice e uno, invece, che subisco da scrittrice. 
Il primo è il presupposto per una stimolante sfida, il secondo un nemico che combatto.

Il pregiudizio nella lettura

Sconfiggere il pregiudizio è la più grande soddisfazione che provo quando affronto determinate letture. Mi capita spesso di partire con un'idea precisa e di rivoluzionarla in un secondo momento, quando, dopo avere ipotizzato contenuti e mie successive reazioni, procedo a verificare che sia o non sia come ho immaginato. 
Ogni tanto, in pratica, mi metto alla prova, è come una scommessa che faccio con me stessa: un libro di fantascienza? Non capirò niente e mi annoierò a morte. In certi casi il pregiudizio ha la meglio, anche perché proprio quel genere lì non è  per me  come il canto delle sirene di Ulisse: un simile romanzo può chiamarmi suadente dallo scaffale di una libreria senza che io mi lasci incantare anche solo il tempo di leggerne la quarta di copertina. Ma altre volte mi butto e il mio scopo è provare ad avere torto (non cercare di avere ragione): leggo quello che normalmente non sceglierei di leggere e faccio delle belle scoperte.
Il mio pregiudizio è piacevolmente sfatato e io sono contenta, non delusa, di essermi sbagliata.
Cosa mi spinge a forzare la mia natura lettrice orientata verso altre preferenze narrative?

1) Il fatto di conoscere chi ha scritto quel dato libro, dunque la voglia di confermarne l'apprezzamento (mi è capitato con "Pelicula" di Andrea Cabassi, "Joe è tra noi" di Giovanni Venturi, entrambi di fantascienza e con i racconti di Darius Tred.)

2) Una buona conduzione del marketing. Quando funziona e riesce a incuriosirmi concedo volentieri strappi alla regola (ho accettato di leggere anche "I rami del tempo" di Luca Rossi, un autore a me sconosciuto, ancora fantascienza, perché l'autopromozione sui canali social è risultata convincente.)

3) La curiosità verso generi poco frequentati, quando gli autori sono persone che stimo (il noir soprannaturale/esoterico di M.Teresa Steri, i gialli e i fantasy di Antonella Mecenero, la narrativa storica di Cristina M. Cavaliere.)


Il pregiudizio nella scrittura

È, tuttavia, nella scrittura che si scatena il pregiudizio dei pregiudizi. 

C'è una domanda che si comporta come una sentinella, all'ingresso dei miei pensieri e non mi lascia la libertà che vorrei: quanto di quello che racconto sembrerà una storia autobiografica?

Avviene un passaggio dall'io lettore all'io scrittore: da lettrice è una curiosità che mi investe quasi sempre. Le idee attingono spesso dalla realtà, non c'è nulla di anomalo: vediamo, sentiamo, viviamo e trasferire determinate suggestioni su carta è quasi una logica conseguenza. Così, quando scrivo, mi viene spontaneo immedesimarmi in chi leggerà e la prima cosa che mi infastidisce è indurlo a pensare a una eventuale autobiografia. Perché può esserlo lo spunto, autobiografico, l'input che scatena la fantasia, non per forza tutto il resto.
Questa paranoia su di me agisce da deterrente e mi fa indossare le pattine (sì, quelle usate per non rovinare la cera nei pavimenti), quando voglio raccontare determinate cose. 
È un freno, un "alt chi va là. Ferma o sparo".

Sono davanti al foglio bianco. 
La storia del nuovo capitolo fa entrare in scena una donna timorata di Dio, che ha ricevuto un'educazione improntata a ferree regole morali, che vive per ciò solo un conflitto interiore enorme fra i normali desideri che intervengono a un certo punto della sua esistenza e il senso di colpa per avere commesso peccato tutte le volte che ha ceduto alla tentazione. 
Okay, posso farlo, mi dico. Non è una cosa trascendentale descrivere il comportamento pudico di questo personaggio, mostrare il suo contegno, l'imbarazzo di fronte a una donna al contrario emancipata, la riluttanza nei momenti di intimità. Ma ecco che, all'improvviso, sbuca un pagliaccio da un angolo del mio cervello che se la ride di brutto:

"Ahahah, penseranno tutti che tu stia parlando di te."
"Io? E perché? Non sono così."
"Ahahah, ma molti se lo chiederanno."
"Non mi conoscono."
"Ahahah, chi non ti conosce ipotizzerà che tu possa esserlo, chi ti conosce bene vede quello che vuole vedere."
"Sono spacciata."
"Ahahah..."

Ride, ride come un pazzo, quel pagliaccio! Lo ignoro e scrivo. 
Ma gli aggettivi sono pacati, le azioni filtrate, faccio di tutto, inconsciamente, per non dare l'impressione di essere quel tipo di persona lì. 
Di contro c'è una donna spregiudicata, senza scrupoli morali, vincoli religiosi, lontana dalle convenzioni, una che si concede senza inibizione e quella disinibizione va mostrata.

Ops, no, di nuovo il pagliaccio:

"Ahahah, penseranno tutti che tu sia così"

Basta, lasciami scrivere in pace.

È il momento in cui getto la penna, mi schiaccio le mani sul viso, mi strapazzo gli occhi e abbandono il foglio.

Il pregiudizio che tutto possa sembrare appartenere a me, autrice della storia, è una gabbia. E non basta ripetermi "ma che ti frega, lascia che il lettore pensi ciò che vuole", ci sono scrittori che giocano proprio su questo: mostrare una realtà finta che potrebbe essere vera o raccontarne una vera lasciando ipotizzare che sia solo finzione. No, io mi inibisco e rendo la metà di quello che vorrei produrre su carta.

È stato bello, quando ho scritto il mio romanzo "31 dicembre", sentire le mie amiche entusiaste dirmi tutte: "Dhea sei tu" senza sapere che in Dhea ho mostrato l'apparenza che mi appartiene, perché in realtà la parte di me più autentica è raccontata dentro un altro personaggio.

Ho un desiderio ed è anche una cosa sulla quale sto provando a lavorare: riuscire a superare il pregiudizio della presunta, potenziale, autobiografia raccontata mentre scrivo, soprattutto affrontare con menefreghismo la possibilità che qualcuno voglia riconoscermi nelle storie che narro.

A proposito, nel mio nuovo romanzo, siccome la mia fantasia pesca sempre nel torbido (ci sarà dell'autobiografico anche in questo?), quella persona lì, descritta poco sopra, la timorata di Dio, ecc. ecc., quella donna... viene violentata.

ALT CHI VA LÀ. FERMA O SPARO.












58 commenti:

  1. Se fossi uno psicologo questa avversione, questo timore per l'autobiografico di molti scrittori sarebbe da studiare. Invece sono solo un ingegnere e mi limito a osservare un fenomeno diffuso. Anzi, tu ti sei aperta raccontandoci i tuoi dubbi a mostrare qualcosa di te.
    Mi verrebbe da pensare che nasca da mancaza di accettazione di se o di alcuni lati del proprio carattere, una sorta di timidezza e di tabù interiore, ma di nuovo, parlo da ignorante in materia.
    Forse, a questo punto, un modo per liberarsi del tabù potrebbe essere l'affrontarlo fino in fondo. Io ho provato con la pittura, e il mio avatar ne è un esempio. L'autoritratto come introspezione, come un modo per osservare se stessi dall'esterno. Allora perchè non provare a scrivere qualcosa di decisamente autobiografico? non necessariamente per mostrarlo ad altri, anzi, lo scopo dovrebbe proprio essere il rileggersi, il guardarsi da fuori.

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    1. Farei la felicità di molti psicologi, ne sono certa!
      Conosco esattamente ogni punto critico del mio carattere, so dove si annidano le mie insicurezze e anche i motivi (ho sempre fatto un grande lavoro sulla mia persona, mi studio, analizzo tutti i miei comportamenti, mi conosco abbastanza) e il tuo consiglio mi ha tenuto compagnia per anni: fino alla mia prima gravidanza ho sempre tenuto un diario personale che racconta la mia vita, non quella che farei leggere dentro un libro a qualcuno, ma quella vera, quella dove non conosco tabù o inibizioni di sorta. Rileggermi nelle pagine di quei diari è come avere uno specchio davanti e la sensazione qualche volta somiglia a una catarsi, qualche volta è penosa.
      Grazie, comunque, per avere afferrato il senso del discorso: da un ingegnere non me lo aspettavo. :P

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    2. Anche gli ingegneri, nel loro piccolo, sanno stupire, a volte ;)

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    3. Siamo un po' da curare, in effetti.
      Ci costa a volte scrivere qualcosa di autobiografico, ma soprattutto ammetterlo. Ti scopri, ti metti a nudo, ma tanto qualcosa di noi c'è in quello scritto,come dice Michele, anche nella donna violentata che ci è successo in altri modi, non per forza come lo descrivi nel racconto.
      Per scrivere palesemente di se stessi e dirlo senza pudore,ci vuole tempo ed ognuno ha i suoi.
      A volte ci facciamo scrupoli su ciò che penseranno mai di noi dopo aver scritto di un tema forte,figuriamoci se qualcuno pensasse che è autobiografico. Santo cielo, che vergogna, si pensa. Questa vergogna poi passa, qualcuno qui ne è testimone con i racconti degli ultimi tempi che ho messo da loro, forse anche da te, Marina.
      È solo una questione di tempo e di sicurezza.
      In alcuni casi hai paura di chi ti circonda: mogli, mariti,figli, padri, madri, amici.
      Ti freni per non far vedere chi sei o cosa scrivi, con lo "sputtanamento" a cui si riferisce Sandra.
      O te ne freghi o la vivi male.

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    4. Ma se voi vi fate curare poi a noi cosa resta da leggere? :P

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    5. Laurea ad honorem in psicologia, dopo ingegneria?
      :D

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    6. Questi giorni sto parlando un po'troppo di psicologi, su cosa fanno, il loro gergo,etc... non vorrei fare da cavia a forza di scervellarmi sull'argomento. :D

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    7. Finché scriveremo, non impazziremo.

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    8. Allora perché non scrivere qualcosa di autobiografico, non necessariamente per farlo vedere agli altri. Sono d'accordo.
      A volte scrivere i propri pensieri, anche di qualcosa che ci disturba può essere una forma per conoscersi, per poi lasciarlo andare. Puoi buttare il foglio, tenerlo o bruciato.
      Penso un po' alla psicomagia di Jodorowsky.

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  2. Forse perchè con Le affinità mi sono davvero messa a nudo e puntare il dito e dire "ah, ma sei tu!" è stato inevitabile da parte dei lettori, con ehm sputtanamenti non da poco, ora me ne frego ma proprio altamente. Sono io? Non sono io? Goditi il libro senza aggiungere nulla. La vita dispone, l'autore romanza ho scritto una volta da me, lo penso tutt'ora. Ho appena finito di leggere Nessuno sa di noi, di Simona Sparaco, da una parte sono curiosa di sapere se si tratti di una storia autobiografica, ma dall'altra mi dico, cosa cambia? Perchè devo rompere le scatole a Simona Sparaco? E' un romanzo notevole che ho scantonato a lungo e alla fine ho letto e apprezzato molto, il resto non conta, almeno per me. Bacio Sandra

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    1. Il fatto è che io trovo del tutto naturale il volere ricercare elementi autobiografici in una storia. Ma proprio questo pensiero di mettersi velatamente a nudo di fronte al lettore toglie un po' di autenticità alla mia ispirazione. È come se creassi un filtro fra me e il lettore che pregiudica anche la mia scrittura e, secondo me, uno scrittore che voglia chiamarsi tale, non dovrebbe permetterlo. Ergo, non mi sento una vera scrittrice. I conti tornano.

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    2. Hai ragione,Sandra. Goditi il libro e basta. Aggiungerei una frase che mi ha insegnato
      mia cugina milanese da piccole ( non so se si usa, era il gergo dei ragazzi di allora, un'era fa).
      Fatti i ca..lzoncini corti, con la maglietta a righe.
      Ancora me la ricordo. Grande la mia cugi ( mi chiama così) :D

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  3. Qualsiasi scritto può essere considerato autobiografico, perché nessuno può avere esperienze fuori da sé. E dunque? Cosa cambia? Se io descrivessi una donna violentata nessuno potrebbe pensare che sia autobiografico. E magari in quella scena c'è tutta la frustrazione, l'umiliazione, lo sporco e l'impotenza che ho provato in altre occasioni: non c'è bisogno della variabile "sesso" per essere violentati.

    Però, come linea di difesa, io ti suggerirei di rispondere sempre "sì" quando ti fanno quella domanda: diventerai di colpo una donna interessantissima. ;)

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    1. La contraddizione è che io, quando scrivo, ho bisogno di raccontarmi e lo faccio proprio nel modo che dici tu: trasferendo in un personaggio o una scena uno stato d'animo che nasce da altro. Poi rileggo e mi vedo nuda, è una sensazione mia, in questo non è coinvolto il lettore che nulla sa di me, ma solo io che parlo a me stessa. E poiché non mi piacciono gli specchi, scrivo senza attraversarmi, non so se ho reso.

      Okay, la prima volta che il mio nome diventerà UN nome, proverò a rendermi interessantissima (anche perché, rebus sic stantibus, verso i settant'anni avrò bisogno di innaffiare un po' di autostima.)

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  4. Grazie infinite per la citazione, Marina: mi hai fatto masticare il cuore! :-). E lieto di aver "sconfitto" il tuo pregiudizio da lettrice.

    Mi riconosco anche io nel pregiudizio lato scrittura, non solo nelle cose personali ma anche in cose molto più frivole come ad esempio mostrare, attraverso i personaggi, simpatie per certi eventi politici, storici o personalità percepite come ambigue solo perché poco conosciute.
    Cerco di mitigare l'effetto usando adeguatamente la "Nota dell'autore" che pongo sempre alla fine dei miei scritti, anche se non tutti leggono la Nota dell'autore.

    Certamente la questione diventa molto più delicata quando bisogna trattare sentimenti e faccende intime, a partire da scene di sesso e violenza. Potrei calcare la mano dicendo che ogni tanto mi salta in mente il pensiero che prima o poi mi leggeranno anche i miei figli.
    Certo, magari non pubblicherò mai e non diventerò mai uno scrittore, ma io oggi leggerei molto volentieri un romanzo scritto dai miei: mi incuriosirebbe da matti!

    (Ehm... forse non dovevo dirtelo? :-( ... )

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    1. Paradossalmente, il pudore che in modo naturale ho nei confronti dei miei figli mi coinvolge di meno, perché so che saranno adulti e io una vecchia signora che scriverà storie senza più preoccuparsi di svelare chissà quali aspetti della propria vita.
      Pensa che mio figlio più grande, il quindicenne, non vede l'ora di leggere il mio libro e io non vedo l'ora che possa farlo senza annoiarsi.
      Per ora vivo il conflitto come una prova personale che ho voglia di superare. E le storie che sto scrivendo sono tutte "bastarde" proprio perché voglio abbattere il muro delle mie remore.
      Salvo poi pensare di volere pubblicare alla Ferrante maniera. :)

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  5. Quelli che forse tu chiami "pregiudizi da lettrice", in realtà potrebbero non essere altro che semplici gusti personali. Tutti noi, in fondo, li abbiamo. Nemmeno a me piace la fantascienza, per dire, e non ho ancora trovato il giusto stimolo, nemmeno la conoscenza di persone che stimo, per superare questo mio tabù. Con altri generi, tipo il fantasy, sono riuscita a fare uno strappo alla regola grazie ai romanzi di Aislinn: mi sono piaciuti molto, e ne ho letti due, però ammetto che, se mi sono sentita molto partecipe delle vicende "umane" narrate, le scene di combattimenti e battaglie sono state percepite come qualcosa di distante dalla mia sensibilità, e ho avuto qualche difficoltà a coinvolgermi.

    Il timore dell'autobiografia l'ho avuta anch'io, ed è uno dei motivi per cui, quando ho rinunciato all'ipotesi del romanzo corale, dovendo scegliere quale personaggio "promuovere" a protagonista ho optato per N., anziché per L. Cimentarmi con un personaggio così diverso da me mi è sembrata una bella sfida, e avevo bisogno di questo distacco. Nel prossimo romanzo, però, le protagoniste saranno quattro giovani donne... e pensino pure ciò che vogliono. ;)

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    1. Se posso, conoscendoti un pochino, ti suggerirei il racconto dell'ancella di Margaret Atwood: è fantasscienza, ma secondo me potrebbe piacerti ;)

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    2. I gusti sono un presupposto, ma quando a essi associ un giudizio preventivo diventano pregiudizi. Purtroppo, in tante occasioni, non mi sono limitata soltanto a dire "non leggo questo libro perché è lontano dal mio genere", ma ho proprio decretato a priori che fosse un brutto libro. Ecco la ragione del mio volermi ricredere, qualche volta.

      Il distacco è necessario, lo penso anch'io; però poi, in quel caso, interviene altro, come la capacità di immedesimarsi in un soggetto così diverso da te. In pratica, trovo una difficoltà in tutto. :D
      Ma tu no, eh, tu te la stai cavando egregiamente con i tuoi personaggi. ;)

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    3. No, io devo dire che so scindere il mio gusto dalla valutazione sul libro. A me non piace Asimov, per esempio, di cui mio padre, mia sorella e mio marito sono appassionati (i libri di mio padre hanno fatto il giro di Sanremo), però non mi permetterei mai di dire che sono brutti, semplicemente non sono in sintonia con me. In ogni cosa, ci vuole umiltà. Ne discutevo qualche giorno fa con una mia amica, a proposito di musica, perché ha detto, testuali parole: "I Queen fanno schifo". Possono non piacere a te, ma se sono entrati nella storia della musica un motivo ci sarà...

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    4. È vero, è come dici. In effetti anch'io più che dire "è brutto" mi convinco che mi annoierò, non riuscirò a immedesimarmi, non lo capirò, ecco sono questi i tipi di pregiudizi che ho nei confronti di certa narrativa.

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  6. Non c'è modo di sfuggire alla domanda "ma quel personaggio sei tu?". Nel mio primo romanzo il protagonista è un prete quarantenne. Un prete.. Ovviamente durante una presentazione una signora ha alzato la mano e mi ha chiesto se il romanzo era autobiografico.
    Credo sia una sorta di domanda obbligatoria.
    AL gruppo di lettura, ad ogni romanzo c'è chi cerca "il personaggio in cui l'autore si riflette" e io mi inalbero, lo trovo una scortesia nei confronti dell'autore (tranne segnalazioni palesi che quell'opera è proprio autobiografica)...

    Quando ai pregiudizi da lettrice, un po' ne abbiamo tutti. Per sconfiggerli mi sono iscritta al gruppo di lettura e stiamo spaziando parecchio tra i generi e gli autori (pur mantenendo la regola dei 50 anni dalla prima pubblicazione) e ci sono state delle ottime sorprese, anche se continuo ad avere problemi con i drammoni famigliari.

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    1. La trovo anch'io una scortesia nei confronti dell'autore: è come forzare un'interpretazione, volersi mettere a tutti i costi in mezzo ai suoi pensieri.
      A me non dispiace se qualcuno mi chiede se c'è dell'autobiografico in ciò che scrivo (anche perché sì, c'è, è inevitabile). Trascurando i casi paradossali come quello che hai raccontato tu, mi mette a disagio l'idea che qualcuno, leggendo, possa fare come nel tuo gruppo di lettura: associarmi per forza a questo o quell'altro personaggio. Davvero è un'idea che mi blocca a priori.

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  7. Ciao, Marina, lieta di trovarti anche qui.
    Riguardo ai tuoi pregiudizi, prendo a prestito il tuo discorso sul timore di apparire una scrittrice autobiografica. La mia risposta è...no, no e poi no.
    Non pensare alla reazione di chi ti legge, alle sue elucubrazioni. Scrivi e basta. Insomma, un pensiero semplice semplice. ;-)

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    1. Grazie Luz e benvenuta. Più sono semplici i pensieri, più arrivano! :)

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  8. Quando ho scritto il primo libro me lo chiedevo continuamente anch'io, con il secondo il dubbio è quasi del tutto scemato, con il terzo scomparso. Nel quarto, "La Storia", una buona parte parla di me, quindi adesso mi chiedo: si capirà?
    La domanda, quella vera, è: anche se fosse? C’è sempre un po’ di noi in ciò che scriviamo, è giusto che sia così. Sono però abbastanza convinta che a un certo punto gli altri smettano di vedere il nostro bagaglio personale perché se la storia funziona bene, ci leggono e basta e dimenticano chi l’ha scritta. O almeno spero. ;)

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    1. Sì, è vero. Dovrei convincermi che fregarmene sia la strada più giusta da intraprendere. Anche perché io non parlo della mia vita in ciò che scrivo... O forse sì? ;)

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  9. Secondo me devi sganciarti dal timore che la tua storia appaia autobiografica e fregartene del pensiero dei lettori. Io sono dentro tutti i miei personaggi, se me lo chiedono lo ammetto senza remore,anche se non si tratta di fatti coincidenti con la mia vita bensì di sentimenti ed emozioni. Per esempio in Fine dell’estate sono Silvia quando legge tanti libri e sogna (da adolescente ero un po’ così) ma sono anche Claudio quando contesta tutto e tutti, sono Mara, la madre di Silvia quando teme il giudizio dei benpensanti del paese, ma solo anche Elena la madre di Claudio quando non vuole essere imbrigliata nello schema di moglie e madre. Insomma sono in tutti i miei personaggi perché sono io che scrivo la storia ed è inevitabile mettere una parte di sé nei propri personaggi.

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    1. Infatti la mia non è una condanna verso la matrice autobiografica. Sono la prima a dire che è la molla che muove un'idea. Trovo normale che parti di noi si distribuiscano nei personaggi, anche in altri elementi: nel mio romanzo la componente forte resta il mare perché io lo amo e ho voluto dargli un ruolo importante. Lo stesso dicasi per la musica, presente quasi come la colonna sonora in un film.
      Eppure, faccio fatica a mostrare determinate emozioni, farle vivere ai miei personaggi perché non mi piacerebbe venissero attribuite a me. È questa cosa che devo superare.

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  10. Io scrivo come se dovessi bruciare tutto subito dopo. Questo mi aiuta a superare la frontiera del pudore. Almeno, in quei momenti sono libera di scrivere senza scrupoli. Poi, la difficoltà resta quando si tratta di rileggere, correggere, condividere. E infatti, io, non condivido, ma quello che resta nascosto sul foglio non è una versione ragionevole di quello che volevo raccontare. Gli altri pensano sempre qualcosa, anche quando non gli dai nessun motivo per farlo. Peggio: inventano. Quindi, scrivi! Bacioni.

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    1. Che il segreto sia proprio questo? Scrivere come se dovesse essere tutto bruciato un attimo dopo?
      E no, perché poi rileggi e rileggi per correggere e correggi perché vorresti condividere e per condividere aggiusti tutto perché non si veda cosa si nasconde dietro la maschera. In pratica, sei al punto di partenza. Ma imparerò a difendermi da me stessa e a fregarmene di più. Se non ci riesco so che non potrò mai dare il meglio di me, so che non potrò mai pensare di sapere scrivere bene.

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  11. Come lettore sono come te, ho le mie preferenze e attingo a piene mani tra i generi che prediligo ma non tralascio nulla, leggo di tutto. Quando scrivo l'ombra del giudizio altrui e il timore di essere identificato con la storia lo vivo eccome. Hai letto il mio romanzo e sai di cosa parlo, è un esempio, puoi immaginarti l'ansia di scrivere certe cose. Personalmente ho trovato un escamotage, fermo restando che è inevitabile mettere su carta qualcosa che ti appartiene, ho scelto di far parlare di me sfumatamente alcuni personaggi marginali, oppure attribuire ai protagonisti dei vezzi o difetti che mi appartengono, ma veramente in modo trasversale e sfumato. Fatto questo, mi sento più libero e viaggio tranquillo.Convinco me stesso che il resto della storia non potrà mai essere ricondotta alla mia persona. Chi può dirlo se funziona, boh!

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    1. Il trovare qualcosa dell'autore dietro il vezzo o il pregio di un personaggio è un bel gioco della mente del lettore. Io lo faccio sempre: se conosco chi scrive riesco a rintracciare di più quel qualcosa che si annida fra le righe della narrazione, se non lo conosco mi diverte ipotizzare. È questo mio doppio ruolo che mi frega, infatti: ragionare da lettrice altrui pure sulla mia scrittura e vedere altri fare la stessa cosa. Niente di male, per carità, anche perché non stiamo parlando di vere e proprie autobiografie, però questo mi mette a disagio e mi frena.
      Tu, nel tuo libro, come cavolo hai fatto a raccontare certe cose! Questo è sapere guardare con il giusto distacco, questo è il mantenere la giusta distanza fra sé e la storia. Sei stato bravo. È il merito più grande che riconosco al tuo romanzo.

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  12. Ciao Marina.
    Come lettrice non sempre supero i pregiudizi. Ad esempio sulla fantascienza sono pesante come l'intera catena delle Alpi 😊 e non ci provo nemmeno.
    Come scrittrice di poesie e raccontini invece le supero giocoforza. C'è molto di me e si sente. Pace! Me ne farò una ragione o smetterò di scriverle e condividerle.
    Capisco però che relativamente ad un libro la situazione possa essere più pesante. D'altronde non si può parlare si cose di cui non si sa nulla. Se ne parli poco o male non ti sei i formata bene. Se ne parli accuratamente e in modo particolareggiato ci sarà sempre chi dubiterà che il personaggio possa essere il tuo alter ego e il libro uno sfogo/confessione.
    È un rischio. Ma perchè averne paura? Lasciarsi prendere dai dubbi? Ognuno pensi ciò che crede e tu continua a scrivere come sei capace 😊 cioè bene,

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    1. Grazie Patricia.
      La poesia per sua natura vive di suggestioni autobiografiche. È il risultato di un percorso del tutto personale che trova sfogo nei versi, nella loro musicalità. La poesia non può esprimere le emozioni vissute da altri, sarebbe quasi come una contraddizione in termini.
      Con la narrativa si può giocare di più sulla possibilità di alienarsi per vivere vite altrui, l'autore può assumere panni che non gli appartengono, che non sente propri.
      Continua a scrivere le tue belle poesie, io, dal canto mio, certamente proverò a farmi meno paranoie. :)

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    2. Marina, non sono paranoie. sono dubbi legittimi.
      C'è da pensare però, che qualunque cosa uno scrittore possa scrivere ci sarà sempre almeno un lettore che si chiederà ma sarà vero? Sarà proprio soltanto fantasia?
      A questo punto.... :)

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    3. ... fregarsene è la cosa giusta da fare. Imparerò. :)

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  13. Io non c'è modo che possa sfuggire all'autobiografia. Ci ho provato con la blog novel che doveva servire (anche) da contraltare alla mia opera (in corso) magna, palesemente autobiografica. E cosa è successo? A un certo punto ho inserito nella storia, e tra i personaggi principali, il padre della protagonista, con un sacco di riferimenti autobiografici, data di nascita inclusa. Insomma, mi arrendo ;-)

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    1. Se un'opera nasce come palesemente autobiografica va bene: è già nelle intenzioni dell'autore. La paranoia sopraggiunge quando pensi di rimanere nascosta tra le righe, invece ogni parola sembra parlare di te. Sottolineo "sembra". Leggendo la tua blog novel non mi sono mai posta la domanda, però qualche riferimento autobiografico, come una data di nascita o poco più, ci sta: ho usato anch'io la mia nel romanzo.
      Arrendersi, bravo. Forse è la cosa migliore da fare. :)

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  14. Aggiungo che io il pregiudizio di lettore ho provato a vincerlo nei confronti del giallo. Ho letto un Simenon, un Mankell, una Christie, e altro ancora. Ho visto che posso anche apprezzare, ma è chiaro che non riesco a essere veramente colpito. Non ho dubbi che in qualche modo sappiamo istintivamente cosa fa davvero per noi e cosa no.

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    1. Sì, su questo sono d'accordo con te. Leggere cose molto lontane dai nostri gusti non comporta una conversione a quel genere. Resto, infatti, sempre molto distante dalla fantascienza o dal fantasy e non sceglierei mia di mia spontanea volontà di leggere libri appartenenti a questa categoria.

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  15. Leggendo il tuo post mi ritrovo tantissimo in quello che scrivi e mi sono ritrovata ancora di più adesso di recente che ho finito di leggere Lolita di Vladimir Nabokov. Innanzitutto non sapevo se leggerlo o no, mi domandavo cosa potevo trovare di veramente interessante e valido da u punto di vista letterario. Poi quando ho cominciato a leggere mi domandavo come aveva fatto l'autore a scrivere quelle cose, come aveva fatto a immaginarle, le aveva sperimentate personalmente? Ma quando ho finito il libro ho capito che era una storia che andava raccontata e ho capito il talento dello scrittore a creare una storia simile pur non avendo nulla a che fare con il personaggio principale.
    https://femeieastazi.blogspot.it/

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    1. Piacere di conoscerti, Florentina. Anch'io resto sempre stupita e affascinata quando leggo libri in cui la bravura dell'autore si palesa proprio nel modo in cui riescono a raccontare, non importa se sia anche un raccontarsi. In questi casi non mi chiedo se c'è dell'autobiografico o meno, resto solo ad ammirare la capacità lucida ed esperta di dire le cose. L'ideale sarebbe essere in grado di narrare lasciando che l'opera scritta viva, poi, di vita propria. È quello che fanno i grandi scrittori.

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  16. Che quel che scrivi ti verrà "cucito" addosso dai lettori (specialmente quelli che ti conoscono magari anche personalmente) non è una possibilità, è una certezza assoluta. D'altro canto, uno scrittore in genere si rivolge a un pubblico più ampio, ed è il motivo per cui io non ho mai fatto leggere ciò che scrivo (la maggior parte di ciò che scrivo) a lettori coi quali sono troppo intimo: non riuscirei mai a capire se ho scritto un buon libro, riuscirei solo a farmi rivolgere un sacco di domande sulla mia vita privata, cosa che odio.
    Il pagliaccio è odioso ma ha ragione, perciò meglio puntare su lettori per i quali sei solo un nome. Se poi si domanderanno se tu sei una donna timorata o una libertina, beh, al massimo ogni tanto ti fischieranno le orecchie ;-)

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    1. Purtroppo il libro va a finire anche nelle mani di amici e parenti. Ti racconto questa: la prima volta che ho presentato il romanzo è stato nella mia città. Un sacco di gente, bello! ma li conoscevo tutti (non è difficile in un piccolo centro dove sei nata e cresciuta) e mentre parlavo della storia mi distraevo a guardare i sorrisi compiacenti di molti miei amici. Uno, alla fine, è venuto e mi ha chiesto: ma ci sono pure io nel tuo libro? dando per scontato che in quel romanzo ci fosse la mia vita. Chissà se, leggendolo, si sarà forzatamente infilato nei panni di qualcuno. Non ho mai osato chiedergli un'opinione. :)

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  17. Innanzitutto grazie di avermi menzionata nel tuo post! :-)
    Come lettrice dirò che ho un forte pregiudizio verso i romanzi di spionaggio, perché sono sicura che non ci capirei un'acca. Faccio fatica a seguire i film con l'aiuto visivo, figuriamoci un romanzo. Non mi piacciono molto i romanzi dell'orrore, ma solo perché sono fortemente impressionabile.

    Come autrice è difficile sfuggire alla domanda rituale su "è un'autobiografia?" Pensa che sono riusciti a individuare la sottoscritta persino in un romanzo storico, e si trattava persino di un "me" in vesti maschili. Non si scappa proprio!

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    1. Mi pare come la storia del prete di Antonella. :D
      E dire che pensavo che un romanzo storico si prestasse meno a giochi di accostamenti vari e rimandi all'autore.
      Evidentemente tutto il mondo è paese. :D

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  18. Non ho letto i commenti precedenti perché è tardissimo e devo andare a dormire assolutamente, ma ti dico comunque quello che è successo a me. Il primo romanzo che ho scritto era fortemente autobiografico, senza che me ne accorgessi. Il secondo non era autobiografico però prendeva spunto da vicende che avevo vissuto veramente. Quello che sto scrivendo ora è totalmente staccato dal mio vissuto, sia come storia sia come personaggi. In questo momento non mi sto più facendo le "paranoie" di cui parli, proprio perché io stessa non mi immedesimo nei personaggi. In fondo gli altri ci vedono come ci vediamo noi stessi. Se noi siamo veramente distaccati da un personaggio, allora anche gli altri lo penseranno. Almeno a me sta accadendo così. :)

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    1. Sai, invece, cosa farò in futuro? Seguirò il percorso inverso: il primo romanzo era pura invenzione, quello che sto provando a scrivere (chissà se ci riuscirò mai) lo è molto meno, il prossimo sarà palesemente autobiografico. Sarà interessantissimo! :P

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  19. Penso che sia umano avere "pregiudizi", si tratta di sensibilità personale.
    Sulla questione lettura, penso di aver tediato a sufficienza, dunque non spenderò una parola in questo senso.
    Invece, per quel che riguarda la tua sensazione di nudità rispetto ai tuoi scritti, vuoi perché un personaggio veste i tuoi sentimenti ed emozioni, vuoi perché comunque chi scrive ci mette per forza qualcosa di sé, penso sia abbastanza normale il tuo disagio.
    Però... anche se tu non ci mettessi nulla di biografico, probabilmente chi ti conosce cercherebbe comunque di trovarlo. Ed è anche la bellezza della lettura ;)
    Amélie Nothomb ha dichiarato che per lei un libro è come un figlio, lo cresce e se ne occupa, ma quando è finito e quindi autonomo lo lascia andare, non è più un suo problema. Chi lo legge o chi ne ricava una sceneggiatura deve essere libero rispetto a quel testo. Penso sia un vero e proprio atto d'amore, non facile.

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    1. Lo scrivevo proprio in un commento sopra: è vero, un'opera resta del suo autore finché ci lavora sopra, poi diventa autonoma e libera di andare, di far parlare di sé, di essere maltrattata, di essere oggetto di supposizioni... Ma forse è l'esperienza che porta a fare valutazioni di questo tipo e qui di esperienza ce n'è ben poca. Sono solo piccoli grandi sfoghi che muovono qualche discussione fra amici.

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  20. Sui pregiudizi da lettrice... beh ne ho molti, ma più che altro li definirei idiosincrasie verso certe letture. A proposito grazie per quello che hai detto sul mio romanzo :D
    Riguardo alla questione più spinosa... tutto quello che scriviamo è autobiografico e al tempo stesso non lo è, la gente ci giudicherà sempre e quasi mai individuerà ciò che è davvero parte di noi e ciò che non lo è, così come le tue amiche hanno pensato che Dhea eri tu.
    A me al secondo romanzo hanno smesso di chiedermi se era autobiografico, quindi sto cominciando a sperare che più scrivi meno se lo chiedono, soprattutto quando la storia è lontana dalla tua realtà.
    In ogni caso, non è facile zittire la parte di te che si fa problemi... in questo periodo anche in me è attiva. Sto scrivendo una scena un po' cruda dal mio punto di vista e già mi faccio paranoie... penseranno che sono una sadica? La gente parla, a prescindere da quello che facciamo... si sa.

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    1. Una volta ne abbiamo parlato anche in un commento a un tuo articolo. Sembra quasi che determinati lettori, anziché godersi la storia, pensano a cercare indizi che possano riferirsi all'autore, quasi fosse più importante riconoscere elementi autobiografici che immedesimarsi in una vicenda che potrebbe essere di tutti. Forse, come ha già detto qualcuno, essere letti da persone che ti conoscono produce effetti diversi rispetto a chi ti legge senza sapere chi sei.
      Però non si può scegliere di scrivere solo per queste ultime.
      Chissà se uno pseudonimo potrebbe essere la salvezza.

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  21. Grazie per la citazione (ormai sei una lettrice di fantascienza inveterata ^__^ ).
    Io la fase autobiografica l'ho affrontata (inconsciamente) scrivendo un romanzo con una bella fetta di me stesso, ho capito che non era qualcosa che mi piaceva e ho smesso. Poi ognuno può farsi le domande che vuole sull'origine di una storia, è tutta roba che con la storia non c'entra e quindi non mi interessa.
    Sicuramente è normale che quello che esce dalla mia penna sia "filtrato" da ciò che io sono, ma questo è quello che chiamo "stile", nulla di più :-)

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    1. Sì, lo stile è l'abito che indossiamo quando scriviamo, risente senza dubbio del nostro modo di essere. Credo anch'io che alla fine, più che la storia in sé, sia proprio lo stile a raccontare il suo autore.

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