giovedì 12 marzo 2026

“Cime tempestose”: Emily Brönte vs. Emerald Fennell

So
no andata al cinema a vedere “Cime tempestose riadattato da Emerald Fennell. La regista mi piace molto... e mi piace molto anche l’attore che interpreta Heathcliff, il gettonatissimo Jacob Elordi (candidato, tra l’altro, all’Oscar con il nuovo “Frankenstein” di Guillermo del Toro, dove interpreta magistralmente il ruolo della Creatura.)

Questo, banalmente, è stato uno dei motivi che mi hanno spinta a vedere il film. Anche la curiosità ha fatto la sua parte: lo ammetto, il comparto promozionale ha assolto appieno al suo scopo, con il tam tam di critiche feroci e tiepidi apprezzamenti ovunque imperanti e il bombardamento mediatico di trailer e clip con le scene più iconiche, le sequenze più struggenti, quelle più allusive... In verità, forse, al di là di tutto, volevo dimostrare coerenza con il mio principio di sempre: mai giudicare qualcosa senza conoscerla davvero. Sentito dire e opinioni altrui non dovrebbero formare idee definitive, altrimenti diventano pregiudizio e io sono nemica dei pregiudizi.


Intanto, per prima cosa: avete mai letto “Cime tempestose”, unico romanzo di una delle tre sorelle Brontë, Emily? Guidata dal suo carattere introspettivo e per natura anticonformista, nel 1847, in piena età vittoriana, la giovane scrittrice concepì uno dei romanzi più controversi del panorama letterario inglese, “Wuthering Heights”, poco apprezzato agli inizi perché giudicato oscuro, violento, lontanissimo dallo stile delle produzioni tradizionali dell’epoca e poi divenuto, a ragione, un immortale classico della letteratura.

Avevo già parlato della mia esperienza di lettura in un vecchio post: allora mettevo a confronto la potenza espressiva di due traduzioni molto differenti fra loro, mentre oggi, se richiamo quel libro (che ho molto amato) è perché voglio operare un confronto tra la scrittura potente di Emily Brönte e la versione cinematografica della Fennell.


Parto dal mio giudizio complessivo: okay, il film mi è piaciuto, ho apprezzato la bravura del cast, la fotografia, la bellezza di scenografie e costumi, la ricostruzione molto realistica dell’atmosfera tetra di Wuthering Heights, fatiscente tenuta nella brughiera dello Yorkshire. Tutto riconducibile a una cultura dell’estetica molto marcata: gli abiti moderni, gli ambienti stilizzati, i colori sgargianti, sono le evidenti forzature di uno stile visivo molto audace che mi ha conquistata, perché mi è stato chiaro fin da subito l’intento provocatorio della regista, giustificato dalla percezione ricavata dalla lettura del romanzo fatta in gioventù. Ma mi dispiace, questo “Cime tempestose” non c’entra nulla con la narrazione della Brontë, ne ha solo l’odore. 

La storia di odio e distruzione, i personaggi moralmente ambigui, l’esasperazione dei sentimenti, nel film, sono del tutto assenti, surclassati dal desiderio di rappresentare solo la versione romantica che, tra l’altro, a dirla tutta, nel romanzo non emerge mai, se non durante i vaneggiamenti dei due protagonisti principali. 

Chi ha letto “Cime tempestose” sa che quello tra Catherine Earnshaw e Heathcliff è un amore malato, ossessivo, brutale: una passione insana, che trascina in un vortice di malvagità assoluta, di egoismo, di azioni irredimibili e quando nel libro troviamo scritto: 

“Resta sempre con me, prendi qualunque forma, fammi impazzire! Ma non lasciarmi in questo abisso, dove non posso trovarti! Oh, Dio, è intollerabile! Non posso vivere senza la mia vita! Non posso vivere senza la mia anima!”, capiamo che non stiamo assistendo a una delle più belle e commoventi dichiarazioni d’amore, ma al culmine di una follia che va incontro all’autodistruzione.


Qui mi corre l’obbligo di avvisarvi che sto per svelare i particolari della storia, nel raffronto tra rappresentazione cinematografica e romanzo, dunque se non avete letto il libro o non avete visto il film e volete farlo, sconsiglio il prosieguo del post.


Partiamo dall’Incipit.


La mia domanda è perché mai la Fennell abbia voluto cancellare dalla sceneggiatura la presenza del sig. Lockwood, il personaggio attraverso cui il lettore entra nella storia. Il romanzo comincia con la sua visita a Heathcliff nella casa di Wuthering Heights ed è a lui che la governante Nelly Dean racconterà, in seguito, tutta le vicende legate alle due famiglie: Earnshaw e Linton. 

Il film, invece, si apre con una scena d’impiccagione cui assiste Catherine, del tutto inventata probabilmente allo scopo di mostrare il carattere sfrontato di questa bambina, che osserva la tragica sequenza senza batter ciglio, quasi compiaciuta (nel romanzo non v’è traccia di un evento del genere); forse  serviva un pretesto per introdurre Heathcliff, il piccolo orfano salvato dalla miseria dal sig. Earnshaw, che lo porta con sé per farlo vivere a Wuthering Heights. Crescerà con Catherine e con lei stringerà un’amicizia che si trasformerà in ossessione reciproca: entrambi finiranno per essere lacerati da sentimenti profondi e contraddittori.


È nel passaggio dall’infanzia alla giovinezza che il film comincia a perdere pezzi. Da qui in poi, molte cose sono travisate, per comodità scenica o per necessità, suppongo (mi rendo conto che realizzare un film seguendo l’intera trama del romanzo avrebbe richiesto un lavoro infinito, ma lasciare invariata almeno l’impostazione del libro, secondo me, era d’obbligo). 


I personaggi:


Heathcliff ha la carnagione scura di uno zingaro, scrive la Brönte, un piccolo asiatico, o forse un rinnegato americano o spagnolo... fa dire al sig. Linton. Da adulto ha i lineamenti duri, sopracciglia folte e occhi di brace, con la risata di un diavolo, il contegno severo, lo sguardo torvo. Nel film la scelta dell’attore risponde al vezzo di calare nella parte un giovane di sicuro successo hollywoodiano: Elordi è bellissimo, recita bene, ma non ha nulla, se non forse l’altezza, di Heathcliff. Appare mite, ha gli occhi languidi, un’espressione da cane bastonato. Perfetto per essere l’amante ideale, l’Heathcliff dei sogni da bambina: focoso, passionale, l’eroe romantico che ha affascinato generazioni di lettrici, lontanissimo da quell’uomo dal cuore di pietra, un deserto di serpi e di sassi, uccello del malaugurio, veleno mortale, che non trova pace nemmeno quando mette in atto la sua vendetta.

E Chaterine Earnshaw ha i capelli scuri, non è bionda come Margot Robbie (una Barbie meravigliosa pure sul set di Wuthering Heights). La Brönte la descrive come una ragazza altezzosa, superba, vanitosa (aspetti che la rendono a tratti insopportabile), mentre nel film la sua prorompente bellezza predomina sul modo in cui sono tracciati tali lati del carattere.

E non pongo l’accento sull’età dei protagonisti nel romanzo, che all’epoca del loro amore travolgente è al di sotto dei diciotto anni (mentre i due attori sono adultissimi e vaccinati), perché capisco che se vuoi fare un film di successo devi scritturare delle celebrità: è la giusta legge di chi vuole vincere facile.


Ellen Deal, Nelly, nel libro, ha un ruolo fondamentale: è la governante premurosa che segue le generazioni degli Earnshaw e dei Linton, le due famiglie che intrecciano i loro destini. Fedele al suo buon senso, filtra nel racconto i tragici eventi di cui è stata spettatrice e lo fa con una tale elevata capacità di affabulazione che avrebbe meritato un ruolo più definito nel film. Invece la Fennell la muove nella storia lambendo la Nelly del romanzo ed è un peccato: meritava più spazio.


Nel libro è Hindley Earnshaw, fratello di Catherine, l’uomo fallito, alcolizzato, che stimola la sete di vendetta di Heathcliff (perché da lui ingiustamente maltrattato fin da bambino), non il sig. Earnshaw padre, che nel film prende le sue veci (di questo fratello si fa appena cenno in un ricordo circa la sua morte avvenuta anni prima). Non v’è altresì traccia di Hareton, figlio di Hindley, che nella storia della Brönte vive a Wuthering Heights, cresciuto in modo selvaggio da Heathcliff. La riduzione della Fennel lo elimina dalla narrazione perché il film finisce con la morte di Catherine, che avviene a metà libro, mentre è nella (omessa) seconda parte del romanzo che la figura di Hareton diventa significativa, con tutto uno sviluppo di vicende, che non sto qui a raccontare. La regista fa morire pure la figlia che Catherine porta in grembo (nella storia letteraria, invece, viene al mondo, le è dato il nome della madre, cresce...) con una rappresentazione scenica di grande impatto visivo: una macchia nera che si allarga sotto le lenzuola, scivola lungo i bordi del letto di morte, si espande sul pavimento e dimostra l’ennesima scelta stilistica della regista, orientata a estremizzare l’esperienza emozionale dello spettatore.


Ci riesce? Sì, se si trascurano le indagini sullo spirito vero di “Cime tempestose”, sui suoi temi e le sue dinamiche. Il romanzo è stato definito “gotico” perché interamente immerso in un‘atmosfera inquietante che si riflette su tutto, persino sui cani che vivono a Wuthering Heights, selvaggi e minacciosi come il padrone.

Il film è godibile, ma non vi si respira la stessa aria cupa che impregna il romanzo. L’unico elemento fedele - ribadisco - è la ricostruzione del paesaggio, quella brughiera ventosa e brulla, resa, direi, ottimamente. Anche le case sono lo specchio di chi le abita: da una parte Thrushcross Grange, l’opulenta dimora a valle, dove vivrà Catherine dopo le sue nozze con il ricco Edgar Linton e Wuthering Heights, dall’altra, la rustica fattoria sul colle, che trasuda abbandono e squallore. 

Poi, il vago sentore del libro è presente nelle ragioni per cui Heathcliff si allontana da Cime tempestose, causando la prostrazione e il conseguente esaurimento di Catherine, nell’infatuazione ostinata di Isabella (sorella di Edgar) per quest’uomo dal fascino oscuro (che sposerà) ma, per esempio, è poco rappresentata la feroce determinazione nella vendetta del nostro anti-eroe (uno dei temi principali del romanzo), se non nell’unica scena un po’ grottesca in cui costringe la moglie Isabella a comportarsi come un cane né viene fuori l’intensità dell’amore totalizzante che investe i due protagonisti principali, visibile nel film soltanto attraverso le scene di sesso (non particolarmente scabrose, invero) e le frasi fedelmente riprese dal testo letterario:

Di qualunque sostanza siano fatte le anime, le nostre sono uguali”; “Lui è la mia ragione di vita.” ;“Io sono Heathcliff”..., un fiume di romanticismo, con primi piani mozzafiato sugli occhi da cerbiatto di lui persi dentro quelli azzurrissimi di lei e un finale che vuole la commozione del pubblico, ma non ottiene la mia.

Sono contenta, comunque, di avere visto il film: ho appagato la mia curiosità e mi sono salvata dal pregiudizio, tuttavia resta il fatto che io abbia seguito con piacere un bel film su un’appassionata storia d’amore, non il “Cime tempestose” che in gioventù mi aveva profondamente turbata.

Siete in grado di smentirmi?

Se esistesse un modo per parlare con Emily Brönte, le chiederei un parere su questo film. Sono sicura che mi risponderebbe con una pernacchia lunga almeno quanto tutta la durata dei titoli di coda.










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